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Junkie

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Essere un paria non è male, se si hanno le sostanze giuste.
SiHead lo sa.
Essere un paria è il paradiso, se ti pagano perché tu abbia le sostanze giuste.
SiHead ne gode.

Esci di casa, fatti degli amici, sei uno sfigato, testa di silicio.
Parole da un milione di anni prima. Ma già in quel medio evo, lui sapeva. E così prese a correre, per prendere le sue distanze. Ma non correva sulla strada, lui, correva sui manuali. E correndo è arrivato in quella stanza, nel complesso Hitachi. Una stanza che puzza di arance e Marlboro, come la vecchia California della celluloide (non avete letto Gordon Legge, immagino?). Solo schermi e led lampeggianti illuminano il letto spoglio, un materasso su una rete. Un robot mandato dai capi, giù in quell'Oriente così estremo che ci si arriva andando ad ovest, mantiene l'igiene sopra livelli pericolosi.
Dallo stesso posto arriva tutta l'elettronica che ingolfa quella stanza del seminterrato. Roba che non si trova in nessun negozio. La prima scelta, la massima qualità. Tutto solo per SiHead, perché lui sogni. E ancora ci mette le mani per renderla più forte: ci fa la sua magia, e poi gli arriva qualcosa di nuovo, perché la sua sostanza continui a colargli nel cervello. E non solo: la stanza è la più grande del complesso, e dentro SiHead ci tiene di fatto una fab per processarsi tutta l'elettronica che gli serve: da Tokyo gli mandano la materia prima, e lui pensa al resto. Non ce ne sono tanti in giro come lui.

Ma cosa fa SiHead?
Secondo qualcuno, magari, è solo un runner. Un emarginato, perché si è venduto anima e corpo alla Hitachi. Loro hanno lui, e lui ha quello che sa fare col deck. Quello che ha bisogno di fare col deck.
Molti lo definirebbero deck-junkie, un drogato del cyberspazio, perché quella è tutta la sua vita, e nient'altro. E fuori delle griglie colorate della non-realtà lui si sente niente e nessuno, e pensa solo al momento in cui tornerà nel niente sintetico.
Secondo quelli dell'Hitachi, è una risorsa: uno dei migliori runner in circolazione, completamente ossessionato dal progetto su cui l'hanno messo.

Per spiegarvi cos'è questo progetto, devo passare da altro.
È difficile, ma provate ad immaginare l'immensa mole di dati che approda sulle nostre retine in un secondo di navigazione. Con uno sguardo potete raccogliere tutto ciò che la vostra banca sa su di voi, e tutto quello che voi potete fare con la banca, ed intanto stato seduti ad un tavolo da tè con cinque amici, ognuno dei quali appare in maniera completamente diversa, in una stanza i cui poster sono animazioni interattive della band che vi piace in quel periodo. E questo se non vi impegnate.
Non voglio diventare troppo tecnico, ma questo è possibile perché queste informazioni arrivano come segnali tutti in contemporanea, differenziati in frequenza e fase. Se non è chiaro fidatevi.
Possono esistere infinite diverse combinazioni per passare dati nel cyberspazio, ma agli inizi se ne sono scelte alcune, in maniera che fossero tutti d'accordo, perché se io trasmetto in un modo che tu non puoi ricevere, e viceversa, la Rete diventa inutile (di fatto smetterebbe di esistere). È come con una radio: le stazioni trasmettono su frequenze diverse, e voi scegliete quella che ascoltate. Per la Rete è già stato scelto su quali frequenze ascolterete, ma potete scegliere il programma.
Non c'è nulla di fisico, però, che vieti diverse frequenze e fasi, ed infatti i militari e le Megacorp hanno delle specie di cyberspazi “privati” basati su questo, dove (l'avverbio di luogo è improprio, ma questa lingua è nata da troppo per essere adeguata) i loro dati sono al sicuro da chiunque abbia dei deck convenzionali. Nel “nostro” cyberspazio ci sono i bruscolini: informazioni per lo più false messe lì come specchietto per le allodole, o pubblicità e rumor utili ai loro fini.
Non è complicato ritoccare i deck commerciali, ma se non lo sapete già fare, per il vostro bene è meglio che non ve lo insegni, o finirebbe che mammina dovrebbe pulire le cervella che sono colate fuori dalle orecchie. Non siete il FlatLine, e non provatevi ad emularlo.

Arriviamo al progetto di SiHead.
SiHead lavora su uno di questi cyberspazi. Uno privato della Hitachi. Quello che deve fare è entrare ripetutamente nei loro archivi, sfondando i loro firewall e qualsiasi protezione possano mettere. Lui non lo sa, ma gli I.C.E. lì sono fatti in maniera da dargli una scossa senza ucciderlo. Non si buttano le risorse ancora utilizzabili. Un'altra cosa che fa è testare i deck che gli mandano, e se possibile migliorarli. Se pensate che la legge di Moore significhi qualcosa in questo settore, potete scordarvelo, perché perdere tempo a starle dietro significa morte aziendale sicura.
Una cosa che SiHead sa è che ogni volta le protezioni degli archivi sono simili alla volta precedente, ma non identiche: una I.C.E.-mine è proprio sulla porta che aveva sfruttato, o la porta non esiste affatto. E ogni volta ci va un po' di più a trovare una strada sicura: ce l'ha sempre fatta, senza essere mai fritto. È convinto che loro non lo sappiano, ma lui sta scrivendo e migliorando ogni volta un programma che lo aiuti a passare illeso. Ovviamente lo sanno.
E ovviamente lui non sa che le protezioni sono un firewall adattivo, che ogni volta impara dai propri fallimenti e si migliora. Qualcuno pensa che della sinergia tra il programma di SiHead e questo firewall possa venire fuori un'intelligenza artificiale, visto che di fatto i due stanno giocando al gatto e al topo, ed ogni partita causa un salto evolutivo. Il programma di SiHead ha il vantaggio che oltre alle euristiche ha un runner sulle spalle ad insegnare, per cui fin qui ha sempre vinto. E non è un runner qualunque: a quattordici anni, se non fosse fottutamente asociale, si sarebbe potuto sedere al tavolo dei cowboy, e pretendere gli pagassero da bere.

Domanda: a che cosa ci porta tutto ciò?
Niente. Niente di niente. I capoccioni all'Hitachi al momento non sanno che farsene di quell'intelligenza artificiale. Nessuno in effetti è sicuro che una vera intelligenza artificiale possa sorgere da un processo simile. Stanno provando per vedere che succede, e nel frattempo migliorano le protezioni dei loro mainframe. Ricerca pura incidentalmente al servizio di un fine, se vogliamo.

Questo mi ricorda un poco di come sono nate le prime neurointerfacce, ed il primo I.C.E.. La prossima volta che mi paghi da bere, ragazzino, magari ti racconto quella di storia.

Pep

Author: Jager_Master / Etichette:

Kenyon riappese la cornetta del citofono, dopodiché andò a spegnere la tv che in quell’istante stava trasmettendo il meteo serale. Prima di premere il tasto off cliccò rapidamente su 5/6 tasti di canali in fretta e furia, giusto per uno zapping compulsivo che era solo istinto di un vizio comune; le immagini si mossero rapide e senza un significato prima che spegnesse definitivamente. C’era altro a cui pensare.
Controllò attorno a sé che il mini appartamento fosse in ordine...o meglio: controllò che in giro non ci fossero aggeggi compromettenti o cose inutili. Non che non si fidasse di Pep, ma sappiamo tutti come sono i messicani, curiosi ed impiccioni.
Sì, decise che la sala era in un accettabile ordine, ed a passo lento andò solamente a chiudere la finestra che dava sul complesso residenziale. L’aria fresca della sera andava bene solo per una sigaretta, e già se n’era fumata una poco prima, mentre attendeva l’arrivo di Pep. Anzi, nemmeno se l’era finita perché la spense sul davanzale quando lo vide arrivare e andò subito ad aprirgli col citofono (Pep non aveva la combinazione, non essendo inquilino del complesso Hitachi).
Prima di staccarsi dal davanzale fece solo in tempo a vedere il ragazzino del piano di sotto che arrivava a razzo con il suo trabiccolo, infilandosi nel portico sotto casa assieme a Pep. Ma non era importante che il suo complice fosse stato visto da qualcuno: primo perché non era riconducibile a nessuno e a niente, e secondo perché il ragazzino lo conosceva bene, ed era uno che stava con la bocchia chiusa. Tutti lo erano, all’Hitachi. Ad ogni modo nessuno lo avrebbe visto uscire.

Tre tocchi alla porta e Kenyon aprì a Pep senza nemmeno guardare dallo spioncino. Basso e coperto da un giubbotto nero, Pablo Pespe era un messicano di circa un metro e settanta, poco meno. Rasato alla meno peggio, sembrava appena uscito da un film di Zorro, se non fosse che alla sua epoca Zorro non aveva giubbotti.
Entrò senza dire una parola, salutò solo con un cenno del capo, e taciturno si sedette sul divano centrale. Buttò un occhio in giro, mentre Kenyon chiudeva a doppia mandata la porta usando anche il chiavistello superiore. La casa era ordinata e abbastanza grande per essere di uno Yankee squattrinato e di bassa levatura sociale, ma Kanyon sapeva il fatto suo e la cosa non stupì più di tanto Pep, che dimenticò in fretta l’abitazione e si concentrò sul complice.

“Ti ha visto nessuno?”
“No, solo un ragazzo con la bici. E’ entrato anche lui nel palazzo”
“Lui è ok, come un pò tutti qua dentro”
“E allora perchè chiedi?”
“Così. Meglio essere sicuri”
“Se lo dici tu. Comunque, parliamo di cose serie: spiegami tutto”
“Una cosa alla volta. Vuoi da bere?”
"Che hai?”
“Credo solo birra” e andò verso il minifrigo. Lo aprì e lo sportello regalò un pò di luce all’appartamento buio. Kenyon ci rovistò dentro con la testa e ne uscì con due lattine da 33, della solita Krup Beer, una sottomarca della peggio specie. Ma andava bene, almeno era fresca. Ne lanciò una a Pep che l'aprì con gesto secco delle dita.
Trangugiarono un lungo sorso a testa, e senza togliere lo sguardo dal messicano Kenyon aggiunse: “E’ un gioco da ragazzi, almeno per te”.
“Prima voglio sapere tutto, e poi deciderò. Non è per sfiducia, hombre, ma nel mio lavoro è meglio un'informazione in più che una in meno”.
Kenyon sorrise. Sapeva che il messicano aveva ragione, ma si divertiva a vederlo guardingo e professionale sull’argomento. A vedere quel piccolo messicano non gli avresti dato un dollaro, e invece. E la cosa lo divertiva abbastanza.
Smise comunque di sorridere e si sedette di fronte a Pep.
“Va bene, stammi a sentire. Si tratta di questo tizio”
Dalla tasca tirò fuori una serie di polaroid in bianco e nero, tutte riguardanti un uomo di razza bianca, altezza media, pettinato con la figa. Nelle foto saliva o scendeva da un’auto, oppure sedeva in un bar o stava ad una fermata dell’autobus. Evidentemente Kenyon lo aveva pedinato per diverso tempo perché in alcune era avvolto in un cappotto, in altre era in polo e calzoncini. Si chiese da quanto tempo gli stava alle calcagna, ma non proferì parola, annuendo solo col capo. Era importante ascoltare bene, riordinare le idee e chiedere alla fine.
Kenyon continuò. “34 anni, impiegato della Gate Insurance Corporation, convivente, niente figli. Abita a una ventina di Km da qui, ti darò poi indirizzi e numeri utili”.
Pep continuò ad annuire, osservando meccanicamente le foto, alcune anche più volte, ritornandoci e confrontandole all’americana, come fossero monetine.
Kenyon si appoggiò al cuscino e proseguì nella sua presentazione dell’obiettivo. “Ha passato la sua vita in quella Compagnia, sempre la solita routine, sempre i soliti clienti, poi casa tv e poco altro. Un uomo di merda. Non che ce ne freghi granché ma da qualche tempo ha deciso che la sua squallida vita può cambiare e ha ficcato il naso dove era meglio non mettercelo. Non so se rendo l’idea”
Pep alzò per la prima volta lo sguardo da quando era iniziata la spiegazione. Incrociò gli occhi di Kenyon, che dietro la lattina che sorseggiava erano immobili e più neri del normale.
“Si, capisco” disse, e ritornò alle fotografie. Girò la lampada da tavolo verso di sé, e premendo col dito sparò il fascio di luce verso il grembo, dove teneva le polaroid. Ora la sua concentrazione era tutta sul volto dell’uomo.
“Che te ne pare?”
“Rischi?”
“Praticamente zero, a parte vicini e parenti, è una persona neutra. Neanche i suoi clienti gli dedicano più di un saluto”
“Allora può sparire”
Kenyon sorrise, Pep si era convinto.
“Quanto tempo ho?” chiese il messicano.
La sala si fece più buia ancora, e l’aria dell’appartamento spirò da diversi pertugi facendo scricchiolare ante e mobilia.
“Una settimana. Fatti i tuoi giri, e poi chiudi la cosa. Lo sai che Lui non vuole attendere troppo”
L’aria era elettrica, frizzante. Ma paradossalmente calda.
Pep si passò la mano fra i nuovi capelli con la riga, accarezzandoseli in fare pensoso.
“Va bene” disse. Poi sorrise, raccolse la ventiquattrore che prima non aveva e si alzò, gustandosi il suo metro e ottanta d’altezza. Abituarsi ormai era cosa facile, tempo di scendere al primo piano e già sarebbe stato a suo agio. Dopo anni, questo lavoro era una seconda pelle. Letteralmente.
Si lisciò la pelle rasata di fresco, godendosi il preciso lavoro che solo un assicuratore abitudinario poteva aver fatto. Se ne rallegrò, gli piacevano i clienti puliti.
Andò alla porta, aprì il chiavistello. Poi si girò verso Kenyon.
“Una settimana”. Gli ricordò Ken, senza alzarsi dal divano. “Ah, Pep”.
“Si?” disse il messicano, con già la mano sulla maniglia.
“Stai perfettamente, così. Sei sempre il migliore”.
“Lo so”.
Aprì la porta ed uscì, senza salutare.

Kenyon rimase solo, a meditare su quello che era appena accaduto. Ormai la cosa non lo faceva ammattire come le prime volte, ma Pep gli dava comunque la pelle d’oca. Nel contempo si sentiva parte di un progetto immenso, importante ma intimorito. Intimorito da quelli come il messicano, ed il fatto che Pep fosse il migliore non lo metteva certo a proprio agio.
Finì in un solo sorso la lattina e la gettò nel lavello. Seduto sul divano non poté non pensare all’assicuratore, a quello che lo aspettava.
Strano cliente questa volta, un paradosso: un venditore che si trova ad affrontare una trattativa più grande di lui.

Come tutte le volte si ritrovò a pensare all’incontro fra Pep ed il cliente. Ci pensava ogni volta, ma non riusciva ad immedesimarsi in nessuna delle due parti, anche perché non sapeva bene come si sarebbe svolta la cosa. Nessuno partecipava mai, nessuno aveva mai visto Pep in azione.
Però sapeva.
Sapeva che avrebbe dato un braccio piuttosto che essere al posto di quell’uomo. Pep era famoso per non usare mezze misure, e sperò che l’assicuratore fosse accondiscendente.
Non lo fosse stato...beh.

Però lo avrebbe capito. D’altra parte, non è facile per nessuno incontrare Sé stessi.

2 wheeled heart

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Lungo Hudson Street, col tramonto a sinistra e l'acido lattico che pompa nelle cosce. Il traffico della sera che strombazza e puzza tutto intorno (maledetti taxisti immigrati e le loro carrette a gasolio). Un calcio al paraurti di un qualche idiota che esce dalla tredicesima alla cieca, senza guardarlo in faccia. Il clacson già alle spalle all'incrocio con la quattordicesima, mentre si tuffa in mezzo ai pedoni, costringendoli a scansarsi di qua e di là.
È l'ultima consegna della giornata. Ancora tre chilometri dritto sulla nona, fino quasi all'incrocio con la cinquantaseiesima, ed anche per oggi avrà finito. Non è stata una giornata pesante: poche consegne, e tutte più o meno nella stessa zona. Questo vuole anche dire che la paga non sarà altissima, ma fa il pari con il fine settimana passato, in cui aveva stabilito il suo record di chilometri.
Trentaquattresima e quarantaduesima. Ancora un chilometro.
Shane non era il più veloce della compagnia di corrieri, né il più puntuale, ma forse era quello che traeva più soddisfazione dal suo lavoro. Correre con la bici in mezzo al traffico di una metropoli era il suo piccolo sogno da quando, ancora ragazzino, aveva letto Virtual Light. Per lui New York valeva San Francisco, fintanto che poteva pedalare.
Citofono o porta aperta? La seconda.
L'ingresso del palazzo puzzava di polvere e birra dimenticata in qualche angolo. La bici bagnava il pavimento con l'acqua delle pozzanghere putride lasciate dalla pioggia della mattina, ma Shane, dopo avere gettato uno sguardo intorno pensò che forse stava facendo un favore alla donna delle pulizie.
Il corriere mostrò la spalla col badge al portiere. “Consegna al B124.” L'altro appena annuì con gli occhi, ritornando a impolverarsi dietro al suo giornale. Davanti alle porte dall'aria decadente dell'ascensore: una cartina smunta del palazzo ed un cartello di fuori servizio.
“Merda.” La fatica sui pedali gli andava più che bene, ma i gradini gli rimanevano sempre sullo stomaco. Catena all'inizio del corrimano per assicurare la bici, e poi fino al secondo piano, scivolando un poco sul metallo che avrebbe dovuto fermare la plasticaccia anti-scivolo, o forse della moquette (quelle scale avevano un'aria da moquette, effettivamente). Poi a destra, contando i numeri sulle porte, tutti pari, crescenti a destra e decrescenti a sinistra. A metà corridoio ecco il 124.
Toc toc coi guanti, fatti di un tessuto il cui nome è protetto da copyright. Dei grugniti da un punto non precisato dietro al legno. Uomo, quarantina, barba mal fatta e vestiti sporchi; puzza di sudore e birra mischiati sulla maglietta; pantofole. Invece ad aprire la porta è uno che sembra appena uscito da un'importante università di economia, infilato in un abito che ha tutta l'aria di costare più che quell'appartamento squallido. L'unica pecca sono i capelli un po' stropicciati, e forse lo sguardo spento dove ci si aspetterebbe il sorriso di un vincente.
“Una consegna per Mr. K. Ross.” Un pacco della forma di un cartone da pizza, ma più piccolo. Una mini pizza, ma più pesante del dovuto, e senza i profumi e untumi d'ordinanza.
“Sarei io.”
“Dovrei vedere un documento, se non le dispiace.”
“Certo.” Ed eccolo! Mentre infilava la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, dove un newyorkese non dovrebbe mai tenere il portafoglio, il sorriso da vincente del vero bugiardo. Il pezzo di plastica che presenta, comunque, convince il lettore di ID, per cui Shane può dirsi soddisfatto, salutare, e tornare dalla bici e sulla strada. Stavolta il portinaio polveroso non lo degna neppure di un battito di ciglia, per non disturbare lo sporco faticosamente accumulato stando immobile al suo posto.

Il cielo sporco della metropoli promette di pisciare sulle teste dei newyorkesi ancora un po' di smog, mentre Shane pedala verso il Bellevue, ciclista e non più corriere. La radio gracchia il suo nome. È Phil Thomas, il capo, che lo cerca.
“Dimmi capo.”
“Stacchi per oggi?”
“Sì. Te l'avevo detto che era il mio ultimo giro.”
“Merda. Ne ho una comoda comoda dalle tue parti.”
“Non c'è nessun altro?”
“Per dove sei, è davvero una cosuccia comoda comoda...”
“Mi spiace capo, ma sono sul serio di fretta, ora.”
“Fanculo, devi una birra a Carmen.”
Carmen, all'anagrafe William Carmelo, per chi ancora si cura di queste formalità. Un ispanico dell'agenzia nato nel Queens da una famiglia con sangue che arrivava da ogni continente. Aveva già quel soprannome quando Shane lo aveva conosciuto, e non aveva voluto raccontargli niente a riguardo. O era gay, o era un transessuale part-time, o c'era dietro una storia più complicata e divertente.
“Il bastardo è musulmano, quindi è come se gliel'avessi già pagata. Salutamelo e ringrazia.”
“Fottiti ragazzina. Buona serata. Spero che la tua donna almeno te lo succhi come si deve.”
“Sto andando da mia madre, capo.”
“E quindi?”
A questo punto Shane chiuse la linea: che altro poteva fare?

Il Bellevue era vicino, ormai. Tagliando nel centro ospedaliero dell'università, con la notte che svogliata incombeva, ecco che si avvicinava la griglia dove il corriere assicurava la bici. I lampioni si stavano svegliando dai loro sogni diurni, perché nessun uomo potesse conoscere il buio.
La porta automatica lo stava aspettando, e si spalancò lungo le sue rotaie mentre lui le andava incontro. L'infermiera della reception sembrava la copia femminile di quell'ultimo portiere: lo stesso sguardo vuoto, come un televisore fisso su un canale inesistente; la stessa polvere, come quella su di un soprammobile di cui ci sia dimenticata l'utilità; lo stesso contegno strafottente da nullità che vuole mostrarsi superiore.
L'ascensore lasciò tutta la giornata fuori. Chissà chi avrebbe incontrato oggi in camera di sua madre: la giovane ballerina innamorata, la donna malata e consapevole, una via di mezzo... Quell'immondizia che lei aveva in testa e che stava sostituendosi al suo cervello rivelava continue sorprese.
“Mamma...”
“Shane, bambino mio! Che bello vederti.”
I capelli sciolti le nascondevano il cuscino in un'inondazione di ricci. Dalle lenzuola azzurre spuntava il suo pigiama, dello stesso colore delle lentiggini che le avevano gettato in viso da piccola.
Ecco la solita domanda idiota. Zero originalità, tutta sincerità.
“Come stai mamma?”
“Oggi va molto bene. A cena c'era un buon purè, con un arrosto decente. Tu hai già mangiato?”
“No, mangio qualcosa più tardi quando torno a casa. Torno ora da lavoro.”
“Ancora in giro in bici a portare i pacchi a spasso a fare la pipì?”
“Sì mamma. Le lezioni riprendono tra più di un mese, quindi ho tempo di mettere da parte qualche cosa.”
“Ma non ti serve davvero, con lo stipendio di tuo padre e tutto il resto.”
Suo padre era stato un ricercatore per molte aziende tra Europa e Stati Uniti. Era morto da un anno dalle parti di Parigi, nell'incendio del laboratorio dove si trovava. Shane ancora non si capacitava dei fermimmagine presi dai filmati della sorveglianza: una palazzina di due piani, poi una palla di fuoco (sfocata dal rumore elettrostatico sulla telecamera), poi pozzanghere dove prima c'era l'edificio, e suo padre sparso in una o alcune di quelle, in qualche modo fuso con tutto il resto nell'incidente. L'assicurazione aveva pagato sontuosamente, e la pensione era copiosa, ma il grosso Shane lo teneva per le spese mediche della madre. Lui si accontentava di un mezzo cubicolo che nel complesso Hitachi chiamavano appartamento, e del necessario per vivere. Per coprire le necessità di svago usava la sua paga ed il suo tempo libero.
“Non posso mica starmene fermo a fare niente, no?”
“Come vuoi... Quand'è che sei venuto qui l'ultima volta? Era ieri o due giorni fa?” La memoria scarsa era stato uno dei primi sintomi, ed all'inizio ci scherzavano su tutti e tre.
“Ieri. Passo tutto le sere.”
“Giusto. Beh, dopo che te ne sei andato è passato tuo padre. Mi ha sorpresa perché pensavo fosse ancora in Europa. Ma mi ha voluto fare una sorpresa, perché non mi aveva detto niente che tornava.”
“Quel bastardo non mi ha detto nulla neppure a me!” Tenerle il gioco, non dirle niente: quante volte l'aveva fatto, negli ultimi tempi? Mentre lei inesorabile scalava la sua parete verso la fine, sempre più spesso si immaginava questi incontri con suo padre. Shane non soffriva la sua mancanza, ma sentiva di non essersi ancora separato da lui, come se non fosse convinto della sua morte: ogni volta che incombeva l'argomento, gli saliva un nodo di acido alla gola.
“Ah, non l'hai ancora visto? Deve avere avuto qualche impegno, e non avrà voluto disturbarti solo per dirti che era in giro, così non ti sei sentito obbligato a incontrarlo sputtanando i tuoi programmi.”
“Vabbè...”
“Comunque, cosa dicevo? Ecco, mi ha detto di dirti, poi quando ti vedevo, di spicciarti a trovarti una bella ragazza, possibilmente europea, perché ultimamente aveva voglia di nipoti.”
“Cosa?”
“Così mi ha detto. Ha detto che le europee come me sono meglio delle americane, perché camminano più vicine alle loro radici. Sai come parla sempre, no? Mezzo per enigmi...”
Per un po' andarono avanti a parlare, raccontandosi la vuotezza delle rispettive giornate, cercando di infarcire il tutto per renderlo più interessante. Dopo qualche minuto, cominciarono a finire ancora e ancora sulle stesse parole: Shane si tirò fuori dal circolo vizioso augurandole la buona notte. Prima che potesse chiudere la porta, lei si era assopita.

Né un cenno del capo né un gesto della mano smossero l'infermiera alla reception, fossilizzata nel suo costume di acari. Ecco la bici, ignara della sera che stava sorgendo dal fiume. Cuffie nelle orecchie: brani tristi, brani allegri, brani infantili, vecchi successi, nuove ed effimere hit.
Via dal fiume, sulla prima, e poi in Stuyvesant Square, ad ordinare del pollo con noodles nel minuscolo locale thai all'angolo. Tutti i posti liberi, il tizio dietro al bancone che gratta le pentole. Oltre a questo c'è solo il rumore di Shane che mangia, a tenere fuori il traffico, Shane che non vede l'ora di mettere le mani sui rubinetti della doccia, a casa, e poi immergersi sotto le lenzuola col portatile sulla pancia a vedere un film. Il locale aspetta senza fretta di tornare deserto, l'acciaio dell'arredamento freddo e artificiale tutto intorno a lui, pronto a vibrare delle sue note private non appena non ci sarà più nessuno ad ascoltarlo.
Di nuovo a pompare sui pedali, alla volta del Greenwich Village e dello stupro paesaggistico che aveva di fronte: il complesso abitativo Hitachi, un numero incalcolabile di cubi di cemento incassati uno tra gli altri, cubicoli che chiamavano case; una maxi-mensa, frequentata da chi non aveva tempo di procurarsi qualcosa di vero da mangiare; stanze comuni, in cui il piano originario prevedeva bar e parchetti sintetici, ma dove stalagmiti di urina incrostavano gli angoli. Casa, per Shane, che tutto sommato non viveva male nella sua scatola grigia, che più che altro rappresentava una doccia ed un letto facili ed un contenitore per le sue cose.
Il tastierone di combinazione e citofono all'ingresso lo rattristava un poco, col suo blu tecnologia tanto sporco e consumato da parere una sfumatura tra il grigio topo ed il grigio ciminiera, col fatto che tutta l'umanità in quel casermone veniva ridotta a combinazioni di dieci cifre, sia che volesse entrare sia che la si cercasse. Un omone nero nero, le cui spalle nella vita precedente erano state il bullbar di un tir, occupava la porta sussurrando nel microfono, troppo vicino, a parere di Shane, per farsi mettere a fuoco dalla telecamera. L'aveva già visto altre volte sotto casa sua, siccome una volta aveva una mezza storia con una che abitava lì nell'Hitachi. L'aveva anche visto in giro, bazzicare per posti dove tutti sapevano potere trovare di tutto.
Al ronzare dell'apriporta, l'omone sospinse dentro la sua massa; Shane gli schizzò dietro come un'ombra, trascinandosi assieme la bici. Scambiandosi mezzo sguardo imbarazzato, un quarto a testa, entrarono nell'ascensore. Per Shane solo sette piani, un breve corridoio, e poi la pace della sua tana. Stasera non voleva fare e sapere niente: niente feste, niente locali con gli amici. Se la sentiva che era una di quelle serate da stare tranquilli con sé stessi, andare a dormire presto, riposare.
Finalmente la doccia che si era promesso. Intanto la bici si concedeva già il meritato riposo bagnando le stuoie che le facevano da letto, mentre la luce della strada attraverso la finestra percolava lenta a rischiarare timidamente il monolocale spoglio. Poi, ecco il momento delle lenzuola, fresche e piacevoli sulle gambe stanche del corriere. Per un attimo l'idea di guardare un film parve anche sensata, ma affogò rapida nella nebbia dei sogni.



Shane era nel letto. Il materasso era più grande di come lo ricordasse, lungo e largo quanto la sua stanza. Tutto era immerso in un buio particolare, un po' blu, in cui si distinguevano chiaramente le forme. Nel corridoio, fuori dalla porta aperta del suo appartamento, correva una nebbia fluorescente. Lui faticava a tenere gli occhi aperti per il sonno, ma li spalancò quando sentì che il materasso si spostava in risposta ad un nuovo peso: una ragazza si muoveva gattoni, scostando le lenzuola, senza guardarlo. Capelli corti, probabilmente chiari. Non gli riusciva di scorgerne i lineamenti, ma dove era scoperta la pelle nuda era chiara come la luna.
Shane si mise a sedere, col lenzuolo che gli cadde di dosso sulle gambe, e si accorse che sul letto c'erano molte lenzuola, tutte misteriosamente appuntate a dovere. La ragazza si spostava dall'una all'altra, sempre gattoni, e lui non sapeva ancora distinguerne il volto. Sentendosi le labbra pesanti di sonno chiuse per un istante gli occhi, per riaprirli un tempo qualunque dopo, quando lei gli si sedette sulle cosce. Guardandole la linea della schiena nuda, seppe limpidamente che avrebbe dovuto iniziare a massaggiarle il collo. Lei lasciava che la testa le ciondolasse da una parte e dall'altra, mentre le mani di Shane scioglievano la giornata dal suo collo, dalle sue spalle. Prese a muovere il bacino avanti ed indietro, sempre seduta su di lui e dandogli le spalle.

Shane si svegliò triste e con un'erezione umida. Era ancora piena notte: sbuffando si girò sull'altro fianco e si riaddormentò.

Di nuovo la stanza e il materasso erano lì trasformati. La riconobbe dai capelli e dall'odore, ma ancora non riusciva ad afferrarne i lineamenti. Erano coricati, lei sopra di lui, lui dentro di lei, lei che si muoveva avanti e indietro e da una parte e dall'altra, come un serpente che strisci, ma senza spostarsi da dove era.

Ancora Shane si svegliò, con le stesse sensazioni di prima. Trovò la forza di raggiungere il frigo per bere un po' d'acqua, prima di immergersi finalmente in un sonno immemore.

Yurie-Ann Smith

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

L'attesa era il succo della sua vita. A Smith pareva proprio che ogni momento della sua vita per una ragione o per un'altra si potesse descrivere con l'attesa. Smith che aspettava di sapere il risultato delle analisi. Smith che aspettava in coda alla cassa. Smith che ritardava al solito ritrovo con gli amici, facendoli aspettare. Smith che aspettava Campbell. Smith che aspettava Campbell.
Smith che aspettava Campbell.
Ultimamente era il tema che più ricorreva nella sua vita. Aspettare Campbell. Lui non era mai puntuale. Non lo era mai stato. Nessuno si aspettava che un giorno lo sarebbe stato. E in quel momento non faceva eccezione.
Smith prese il portatile e lo aprì. La luce asettica del monitor le schiariva il volto mentre si lasciava cadere sul divano, che sbuffò lamentandosi per il brusco risveglio. Sfilò la penna del touch-screen dall'alloggiamento.
Posta. Un nuovo messaggio. La mamma, naturalmente. “Yurie-Ann, quando è che passi a trovare tuo padre? È dal funerale che non ti fai vedere da queste parti. Chiamami.” Sicuro. L'avrebbe fatto. Dopo che era morto suo padre, la mamma era diventata ancora più fastidiosa ed asfissiante.
Portale del gossip. Chissà chi aveva fatto le corna a chi? E chi aveva mostrato quel centimetro di pelle in più che fa sbavare i giornalisti? Smith non stava leggendo: faceva scorrere le pagine, lasciando che i colori delle foto incriminate guidassero i suoi pensieri. Non riconosceva neppure volti e forme così famigliari di quegli sconosciuti.
Arrivava Campbell? Aveva già maturato i suoi soliti 10 minuti. Le servivano quelle dannate medicine, perché le sue scorte sarebbero bastate appena un altro paio di giorni. Maledetto braccio, chi glielo aveva operato, chi le aveva maciullato l'originale.
Campbell sicuramente le avrebbe trovate. Trovava sempre tutto, lui. Era così che funzionava: serve qualcosa? Chiedi a Campbell, e vedi che lui te la trova. Servono droghe? Campbell. Armi? Campbell. Un lavoro? Campbell. Cibi oltre al razionamento? Campbell.
Basta chiedere e pagare. E sottomettersi al fatto che il tutto arriverà in puntuale ritardo.
Questa commissione, per lo meno, gliela faceva gratis. Era una cliente affezionata. Quasi un'amica. Per qualche tempo era anche stata un'amante occasionale e insoddisfatta. Tanto faceva aspettare nella vita, quanto si sbrigava nell'intimità.
Citofono.
Bene, ormai solo quattordici piani d'ascensore la separavano dalle sue medicine.
Chiamò sul monitor l'immagine della telecamera. Solo il marciapiede, grigio di cemento e polvere.
«Chi c'è?»
«Ciao Yurie-Ann.»
Quella voce. Smith la conosceva. Era una voce di copertoni ed alluminio. La voce della fine dei suoi sogni di diventare neurochirurga. Sogni infranti uscendo da un club, spezzati da un ululato metallico montato su una moto. Una voce che non aveva mai sentito se non attraverso l'effetto di qualche droga, anestetici per lei o stimolanti per lui. Oggi non era l'eccezione che conferma la regola.
«Come va il braccio Yurie-Ann?»
Non voleva rispondergli. Dopo avere pagato l'operazione che le aveva restituito un braccio, era diventato la sua ossessione. Forse lei era diventata l'ossessione di lui, in effetti, ma lui aveva troppi soldi perché le autorità potessero liberarla dalla sua presenza. L'aveva visto la prima volta accanto ai suoi legali, che gli consigliavano scappatoie per non rimediare al danno fatto. Lui le aveva sorriso, la luce folle di uno stimolante negli occhi.
Poi quando era uscita dalla clinica, con il braccio vecchio che le prudeva da qualche parte in un bidone dell'immondizia e quello nuovo troppo perfetto per essere suo, lui era lì, a chiedere il perdono di mamma e papà Smith.
«Non mi apri qua sotto, Yurie-Ann?»
Era passato quasi un anno, e l'aveva visto fin troppo spesso nei club, che la fissava dai privè dove entravano solo in pochi e con troppi soldi nelle tasche. Poi era diventato audace. Le si avvicinava sulle piste. Le si attaccava alle spalle, sussurrandole insulti che puzzavano di wizard, la droga più di moda in quella stagione, raccontandole oscenità immaginarie che la vedevano protagonista, toccandola. Terrorizzata, per un po' aveva assunto degli ansiolitici illegali, che la intontivano quanto basta per ignorarlo.
Quando avevano cremato papà, lui era lì. Anche se non pioveva aveva un ombrello, nero, e ci si appoggiava sotto l'ombra di un cipresso particolarmente orribile. Questo era parte del motivo per cui Smith si rifiutava di andare a casa dalla madre: sentiva che quel posto era profanato di ogni intimità.
Poi il braccio aveva iniziato a darle qualche fastidio.
«Non vuoi lasciarmi qua fuori al freddo, vero?»
Ora era sotto casa sua. Il suo volto infine nel monitor: un ghigno alieno e folle, gli occhi infiammati dalla droga quelli di un insetto gigante, disgustoso ed ipnotico.
Smith si ritrasse sul divano, senza toccare il computer, ma incapace di distogliere lo sguardo.
«Sai Yurie-Ann, ho qualcosa per te quaggiù.»
Infilò la mano nel cappotto nero e opaco, e tirò fuori una piccola scatola. Mentre la avvicinava alla telecamera, Smith si protendeva verso lo schermo.
«Brutta storia, quella del tuo braccio. È proprio una sfortuna che le sinapsi sintetiche siano impazzite, vero Yurie-Ann? Se solo la medicina per tenerle a bada non fosse così costosa...»
Aveva una confezione dei suoi cerotti, quelli che anestetizzavano i nervi del suo braccio artificiale per evitare che diventassero ultrasensibili e reattivi. Ogni giorno un cerotto nuovo, altrimenti lo sfiorare il braccio con la maglia le avrebbe causato fitte lancinanti, e l'arto si sarebbe mosso in maniera convulsiva.
«Questo pacchetto,» lo guardò rigirandoselo in mano e se lo rimise in tasca, «per quanto ti durerebbe? Per quanto ti permetterebbe una vita normale? Altri venti giorni?»
Istintivamente Smith annuì, mentre si stringeva le ginocchia e fissava il portatile appoggiato al bracciolo opposto.
Da quanto andava avanti col braccio? La fase in cui contava i giorni uno per uno era già passata. Dopo gli ansiolitici per placare la paura, era stato il momento degli anestetici per calmare il dolore. Anestetici sempre più forti, e sempre meno locali, perché se il dolore non taceva alla fonte, almeno poteva filtrarlo in testa.
Un angolo dello schermo le disse che aveva ricevuto un messaggio.
«Sai una cosa che trovo divertente, Yurie-Ann?»
Smith voleva leggere il messaggio, ma la paura di avvicinarsi al monitor era troppa. Gli occhi incorniciati da anni di chirurgia che la stavano fissando le impedivano ogni movimento. Le sembrò che il braccio le prudesse, ma era una sensazione troppo lontana perché potesse reagire.
«Il fatto che stamattina mentre quelli della Hitachi riempivano la mensa di questa squallida scatola di cemento che tu chiami casa, una delle troie che mi puliscono casa mi ha fatto un pompino, e io pensavo a te. L'ho assunta apposta perché ti assomiglia, e quando ha finito l'ho picchiata. Ancora non mi apri la porta?»
Le aveva già “raccontato” di avere assunto quella povera ragazza, una sera che lei non era stata rapida a scappare dalla sua voce e dalle sue mani insistenti sulla pista di un locale. Non era mai più entrata in quel posto, e a passarci davanti rabbrividiva.
L'espressione di lui era diventata per un attimo pensierosa, perdendo la sua forza. Mentre Smith cominciava ad avvicinarsi per leggere il messaggio, lui riprese.
«Credo che la farò operare di nuovo, perché non ti assomiglia ancora abbastanza. Comunque preferire che ci fossi te a succhiarmelo ogni mattina, Yurie-Ann.»
Un messaggio da Campbell.
«Sai cos'altro trovo divertente?»
“Scusami Smith, ma non riesco ad essere da te nel pomeriggio come ci eravamo messi d'accordo. Passerò in serata, se per te va bene. Se non rispondi lo prendo per un sì.”
«Il fatto che l'azienda che produce i tuoi cerottini, da questa mattina, è mia.»
“Comunque ho già la tua medicina, ma il mio amico mi ha detto che potrebbe essere difficile procurarsela da qui in avanti.”
«Per cui quando te e quel negro cercate di fregare qualche confezione, mi fate un danno economico. Quando subisco danni economici, mi arrabbio, ed il mio nuovo analista dice che non mi fa bene.»
“Stanno aumentando la sicurezza, pare, e si parla di spostare molte produzioni in qualche laboratorio asiatico. La tua medicina dovrebbe essere tra queste. C'è un bel casino laggiù, visto che han cambiato proprietari.”
«Visto che non vuoi essere cortese e farmi salire, me ne vado Yurie-Ann. Ti lascio questo bel regalino nella buca delle lettere. Se ti serve altro sai dove trovarmi.»
“Io vedrò cosa posso fare, ma il mio amico era un po' preoccupato, e ha detto che non si sentiva sicuro ad aiutarmi ancora. Comunque te ne parlo bene più tardi. Ciao Smith.”