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ATTO SECONDO: L'elfa, l'Antico, L'addio

Author: The_Dreamer / Etichette: , ,


Senti l'odore del sangue, tutt'intorno a te.
Lentamente, mentre i soldati si schierano, la tua mente si annebbia.
E comincia il ronzio.
Non sai cosa sia né da dove venga.
Ma quando la battaglia comincia, ti senti chiamare.
E lasci che emerga in te senza alcun ostacolo.
Adesso vedi te stessa sollevare la pesante ascia.
Come se non fossi tu.
Come se il corpo non fosse il tuo.
E quel dannato ragazzino che cerca sempre di farsi ammazzare vicino a te.
Non che sia stupido sia chiaro.
E nemmeno che sia incapace di cavarsela da solo.
Ma...
Ma ai tuoi occhi è così fragile. Così bisognoso di aiuto.
Così...così...
No.
Scuoti la testa e scacci i pensieri.
Adesso è ora di combattere.


Ci voleva almeno un'ora, un'ora e mezza a raggiungere la Majesty da dove si trovavano, a passo di marcia insieme ai rimanenti soldati, cercando di evitare lo scontro il più possibile.
Se non fossero caduti in un'imboscata.
A circa mezzo miglio di distanza dal luogo di attracco della nave, iniziavano le trincee e i terrapieni, fotrificazioni di nessuno, per entrambi gli schieramenti; quando le linee del fronte si rompono, diventa difficile stabilire a chi appartiene il territorio.
Qui un gruppo di segugi infernali li aveva braccati.
Simili a cani, ma grossi almeno due, tre volte tanto, il pelo arruffato e rovinato, la pelle divelta in molti punti e le ossa scoperte. L'odore di carne bruciata e zolfo appestava le bestie come una malattia, e sebbene alcuni di essi andassero letteralmente a fuoco non parevano soffrire dolore alcuno.
Degli uomini che erano rimasti a Caleb, più della metà erano periti attraversando le fortificazioni, per trappole o repentini attacchi dei segugi ed ora appena una decina resistevano.
Lo zoccolo duro della formazione, per fotuna.
Fermo su un leggero declivio formato da calcinacci bianchi e rocce vulcaniche, il mago osservava lo svolgersi della battaglia.
Alla sua destra, Eris faceva danzare l'ascia bipenne in archi complessi e posture marziali, mentre con colpi precisi ricacciava indietro assalto dopo assalto dei canidi. In breve tempo, attorno a lei si venne a formare il classico cerchio di sfidanti, ognuno dei segugi ringhiava alla sua direzione, ma nessuno osava attaccarla.
Più avanti, almeno ad una ventina di passi dalla tiefling, quattro dei suoi uomini se la stavano vedendo con una bestia più grossa, dal pelo nero e gonfio, più rabbiosa e insolitamente forte.
Altri quattro, separati tra loro, combattevano con la furia dei morenti, già consapevoli che presto sarebbero stati soverchiati dalla forza dei segugi.
Mentre dalle trincee abbandonate altri segugi si univano ai loro compagni, ognuno di loro, Eris compresa, era certa della sconfitta.

Insicuro sul da farsi, Caleb piantò il bastone in terra, dritto davanti a sé, concentrandosi sulla luminescenza arancione, calda e rassicurante, che emanava il cristallo sulla sua sommità.
“Ci sono almeno tre regole che un Mago deve apprendere per la battaglia, Caleb”
Improvvisamente, quasi inconsciamente, alla sua memoria riaffioravano le parole del suo vecchio maestro, Karvan.
“La prima è conosciuta come Legge dell'Utilità. Ogni incantesimo ha un costo in termini di tempo e energie. Molti maghi non si curano di quello che fanno, e si limitano a scatenare la furia del loro potere su chiunque gli si pari davanti, solo per venire pugnalati alle spalle mentre pronunciano un nuovo incantesimo o esauriscono ogni stilla della loro energia”.
Meccanicamente, le parole affiorarono alle sue labbra, come un mantra.
“Pondera con attenzione. Ogni incantesimo ha forze e debolezze. Ogni magia è nata per un fine”
Con un paio di gesti e parole misurate cariche di potere, Caleb richiamò una leggera brezza, che lentamente iniziò a soffiare più forte.
“La seconda legge è la Regola del Tempo. La magia è conosciuta come l'Arte. A differenza della spada di un combattente o degli ordini furibondi e spesso repentini di un ufficiale, la magia richiede i suoi tempi, solo così otterrà la sua pienza perfezione”.
Le vesti del mago ondeggiarono lentamente, mentre il vento si faceva progressivamente più forte e uno strano odore iniziava a diffondersi nell'aria. Si concesse ancora un attimo per scrutare il campo di battaglia, prima di serrare gli occhi, occhi normalmente azzurri e spenti, ora carichi di un blu mare e pervasi da una forza antica.
“Ogni gesto fluido e conseguenza dei precedenti. Ogni parola misurata.”

Tormento, la cui mente era ancora pervasa dal ronzio della battaglia, dalla frenesia estatica del massacro, a malapena si rese conto di cosa stava accadendo. In un attimo di lucidità, vide il ragazzo, fermo su una collinetta, gli occhi chiusi.
I tielfing sono esseri per metà di magia. Inconsciamente essi sono in grado di percepirla.
E, come se ciò non bastasse, le nubi che si stavano avvicinando e l'odore di elettricità statica nell'aria erano sufficienti.
Spalancò gli occhi felini in un moto di pura paura, per poi prorompere in un urlo feroce.
“VUOI AMMAZZARTI E UCCIDERE ANCHE NOI, MAGO!? DANNAZIONE AGLI DEI FERMATI!”

“La terza regola, ragazzo mio, è il Giuramento del Mago. Come ricordi di certo, i nostri progenitori hanno usato per anni il loro potere per dominare, opprimere e guadagnare potere. Noi non tolleriamo che si ripeta. Il nostro potere, nel bene o nel male, non deve essere mai usato per ferire gli innocenti”
Una leggera scossa attraversò le palpebre di Caleb mentre terminava l'incantesimo.
“Osserva quanto possiedi. Potere e controllo. Essi marciano di pari passo.”

Poi spalancò gli occhi. Vide solo Tormento che correva nella sua direzione, una mano in avanti come a fargli segno di fermarsi.
Come l'inchiostro nell'acqua si espande e copre la purezza cristallina del liquido, così una massa nera e amorfa velocemente si espandeva dalla sua pupilla, inquinando l'iride e coprendo il bianco.

Non percepiva più il tempo.

Viaggiava su ali nere, su nubi temporalesche di arcana origine. Viaggiava portato dal vento, in forma di energia.
E il suo nome era Morte.
Quando le nubi giunsero sul campo di battaglia, cadde come fulmini, le braccia tese in un abbraccio elettrico, una promessa di morte. La sua volontà, già quasi allo stremo, spremette ogni stilla del suo essere, nel tentativo di canalizzare con precisione il colpo, di non ferire i suoi compagni.
Quando il vento cessò e il fulmine tacque, le energie lo abbandonarono.
Cadde.

Dove prima non c'era nessuno, ora una donna stava in piedi, e sorreggeva Caleb tenendolo con entrambe le braccia.
Eris, insieme ai soldati sopravvissuti, immediatamente circondarono la sconosciuta, puntando le armi nella sua direzione.
“Chi sei?” ruggì la tiefling “Lascialo andare, se non vuoi finire peggio di quei cani”
Una mano guantata scostò leggermente la cappa del manto violaceo che indossava. Una chioma di capelli dorati sembrò cadere da essa. Poi, sollevandosi con grazia ultraterrena, la sconosciuta si voltò a fronteggiare i soldati.
Il suo volto, leggero e aggrazziato, con la pelle liscia e pallida, lasciò di stucco gli uomini, mentre Tormento, riconoscendola, accentuò il cipiglio di fastidio.
“Ci rivediamo, Gilraen. Hai sempre le orecchie a punta e l'aspetto di una che sta per asfissiare, vedo”.
L'elfa Gilraen per tutta risposta, sorrise a Eris, per poi parlare con i soldati: “Sono stata mandata dal Capitano Artemis, a cercare l'ultimo pilota della Majesty” gli otto uomini la osservavano imbabmolati, difficilmente capendo cosa l'elfa dai modi gentili stesse dicendo “presumo che voi siate la sua scorta...”
Sfilò con lentezza e calma misurata il guanto e accarezzò la guancia del mago svenuto.
Pur senza vederla in viso, Tormento sapeva che l'elfa gli stava sorridendo con malizia.



Lo scafo della Majesty beccheggiava insistentemente e come Eris potè subito notare, anche alcuni dei marinai addetti al carico faticavano a trovare l'equilibrio, cercando di puntellarsi con i piedi reggendo i pesanti barili di polvere nera.
Gilraen procedeva a passo sicuro, leggera e aggrazziata nei movimenti, precedendo di qualche passo il gruppetto di uomini, Tormento in testa, i quali avevano caricato Caleb su una lettiga di fortuna. Da una mezz'ora non faceva altro che balbettare frasi incoerenti e muoversi a scatti.
Come se stesse sognando.
Giunti alla cabina di comando, a poppa della nave, i soldati sollevarono lo sguardo al di sopra di essa, dove sorgeva un'immensa cupola in vetro trasparente. L'elfa si fermò e battè gentilmente le nocche sulla porta in legno levigato di fronte a loro. Dall'interno qualcuno rispose in un linguaggio che Eris non comprese, ma che suppose essere elfico.
Il gruppetto fu fatto accomodare dentro la stanza, e con grande sorpesa di quasi tutti, appena aperta la porta si trovarono a muovere i passi dentro una sala veramente enorme. Avrebbe potuto benissimo essere la sala comune di una locanda: tre tavoli e diverse sedie erano sparsi in giro e un camino di grandi dimensioni stava sul fondo della stanza, un fuoco blu danzava al suo interno. Un uomo stava di fronte ad esso, e dava le spalle ai nuovi arrivati.
Stranamente, il fuoco sembrava raffreddare la stanza piuttosto che riscaldarla, ma del resto nell'Abisso questo sarebbe potuto essere utile.
L'uomo, senza muovere un muscolo, pronunciò ancora qualche parola in elfico e Gilraen rispose prontamente, intonando una litania e schioccando le dita.
Immediatamente, la fiamma blu si alzò di intensità, arrivando a riempire l'intera nicchia del camino.
L'uomo sospirò, come sollevato, poi, con tono cordiale si presentò.
“Comandante Artemis...di quella che una volta era la gloriosa flotta Seleniana, oggi solo un ricordo sbiadito.” alzò una mano, indicando i tavoli alle sue spalle, senza voltarsi “Accomodatevi, sarete stanchi immagin. Stendete il mago su uno dei tavoli, mi sono preso la libertà di preavvisare un apotecario del vostro arrivo...dovrebbe essere qui a momenti.”
Artemis afferrò qualcosa con l'altra mano e lo portò quindi alle labbra, inclinando di colpo la testa indietro con uno scatto e sorbendo un liquido dal calice.
“Brandy elfico, niente di meglio per rinsaldare i nervi di un uomo. Spero mi farete la compagnia di bere con me”
Iniziò a voltarsi lentamente, ruotando sui tacchi degli ornati stivali di cuoio. Indossava una giacchetta a doppiopetto bianca con grossi bottoni in madreperla, immacolata, al fianco una sciabola da marina in un fodero rosso e dalle rifiniture dorate e pantaloni blu. Ma quello che colpì gli uomini, più del vestito, fu il viso.
La metà destra del volto era letteralmente carbonizzata, lembi, anzi, placche di pelle nera erano divise le une dalle altre da sottili strice rosso fuoco, probabilmente il muscolo esposto, guizzante sotto quel velo incartapecorito di cenere. L'occhio destro era un pallido riflesso del sinistro, come un gemello malvagio di un giovinetto bello e in salute, un vecchio malato e ingiallito. E la bocca sembrava gonfia e putrida.
Preso alla sprovvista, la metà sinistra sembrò sorpresa, poi nel suo occhio buono si accese una scintilla di comprensione: “Ma certo, vogliate scusarmi. Sono imperdonabile”.
Armeggiò per un attimo sulla scrivania a lato del camino, rovesciando alcune mappe nella foga di cercare qualcosa. Poi, trionfante, alzò il braccio stringendo un pezzo di metallo dalla forma strana. Portò l'oggetto al volto e vi fu un sibilo, poi un leggero sbuffo di fumo. Quando si voltò ancora a fronteggiarli, fece un mezzo sorriso...letteralmente mezzo, dato che ora la metà destra del volto era coperta da una maschera del medesimo colore della giacca.
“Un piccolo incidente in battaglia anni fa” disse in tono cordiale “Niente di grave”.
Alcuni colpi di tosse, ma nessuno si azzardò a chiedere.
Nel frattempo, un ometto basso e calvo, con due occhiali dalle lenti spesse e leggermente curvo, entrò nella stanza, a passo strascicato. Strizzando gli occhi per guardarsi intorno, aprì poi la bocca in un'espressione soddisfatta mentre si avvicinava al tavolo dove era stato posto Caleb. Portava una cintura ricolma di borselli e sacchetti e iniziando ad armeggiare con queste, parlottava tra sé e sé, assorto nel suo lavoro.

Gilraen, che nel frattemposi era seduta in disparte e sfogliava un libro, si alzò in piedi, fissando lo sguardo sul comandante: “Torno alla mia posizione artemis, avverto gli altri sei del suo arrivo” disse indicando il mago incosciente sul tavolo.
Artemis fece appena un cenno e sembrò fare per parlare, ma l'elfa era già uscita, e la porta ondeggiava muta sui suoi cardini ben oliati.
A passo svelto, la maga salì i gradini esterni che separavano la cabina del capitano dalla Cupola. Dove ci sarebbe dovuta essere la porta, o un qualche mezzo di ingresso, stava invece una runa verde smeraldo.
“Shirak!” pronunciò l'elfa, e immediatamente una sezione di vetro di forma circolare sembrò diventare liquida, permettendo alla maga di passare, e risolidificandosi immediatamente dopo.
Poco prima di entrare, aveva sentito un rumore provenire dalla stanza del capitano...alcuni forti colpi di tosse.
“Forse Caleb si sta riprendendo” pensò.
Sei individui stavano in cerchio, formando un crocchio attorno a un grosso cristallo trasparente posto al centro della cupola.
Erano agghindati uno in maniera più buffa dell'altro, ma sopra tutti, Tardas, un umano altro e dalle spalle larghe era il più ridicolo: indossava solo una sorta di gonnello a strisce gialle e verdi, che gli arrivava alle caviglie, vestito che peraltro non copriva affatto le sue rotondità addominali.
Gilraen si affrettò a prendere posto insieme ai maghi.
La cupola di vetro, in tutto il suo splendore, lasciava trasparire la luce rossa delle pozze di lava infernale, e il cristallo stesso le deviava e rifletteva, creando i più bei giochi di colore dentro la bolla d vetro.
Qui erano raccolti i più strani tra gli oggetti che un mago potesse mai vedere.
Un grande astrolabio in ottone e gemme preziose ticchettava ritmicamente nel fondo della sala, abbastanza grande da coprire almeno un terzo della cupola intera. I suoi ingranaggi lucidi giocavano e danzavano, spostando le sfere costruite in diamante, zaffiro, rubino e decine di altre gemme l'una dall'altra, calcolando con precisione millimetrica chissà quali rotazioni planari e planetarie.Dalla parte opposta della sala, proprio di fronte al bordo interno della cupola, stavano sette colonne, della medesima altezza, costruite in quelle che a un primo sguardo pareva marmo. In quel punto della cupola, il vetro della medesima sembrava proiettare su di sé immaigni in movimento, strani simboli e flussi continui di diagrammi geometrici.
Quelli erano gli strumenti di navigazione usati dai maghi per controllare la nave, costruiti ormai secoli fa dai progenitori di Selenia, e il cui utilizzo, ad oggi, si diceva essere parecchio limitato, poiché molte delle formule erano andate perse.
Al centro della sala, all'interno del cristallo, vi era la più fantastica di tutte le meraviglie di quel luogo.
Incastonata nella gemma da chissà quanto tempo, vi era la metà superiore di un'armatura, completa di elmo, di dimensioni sicuramente non umane. Dentro la celata di metallo, pulsava una luce rossa, a intervalli intermittenti. L'armatura non aveva braccia né gambe. Due lettere campeggiavano sulla corazza metallica, scritte nell'alfabeto degli Dei.

Una A e una I.

AI, questo era il suo nome.
Molte erano state le speculazioni sul significato di quel nome, ma anche i più saggi tra gli uomini si erano dovuti arrendere. Anche venti anni fa, all'apice della potenza di Selenia, le conoscenze dell'uomo sugli dei erano limitate a poche leggende e scritti considerati non veritieri, e le divinità erano da tempo sparite dal mondo. AI era stato rinvenuto sepolto durante i lavori di cotruzione di Selenia, più di quattrocento anni fa, quando la magia ancora non era così diffusa nel mondo. All'epoca non si conosceva ancora la sua funzione, e si supponeva che fosse un'arma di qualche tipo, creata dagli dei come dono all'Uomo.
Le prime ricerche dimostrarono che AI deteneva un qualche tipo di intelligenza e di coscienza...ed era in grado di usare la magia.
Si può dire che, in gran misura, AI fosse responsabile della diffusione della magia a Selenia.
Quando Bramantis, il primo Reggente di Selenia, ordinò la costruzione della Majesty, volle anche che AI fosse rimosso dal laboratorio in cui veniva studiato, e che la sua Bara di Vetro, come era stato chiamato il cristallo che lo conteneva, fosse posta nella cupola.
Del resto, chi meglio di Bramantis, che aveva scoperto AI, era in grado di deciderne la funzione?

Gilraen si sistemò tra due dei suoi compagni, osservando il cristallo di AI. Tardas, che nonostante l'aspetto poco serio era considerato primo tra i pari tra quel gruppo di maghi, stava ponendo alcune domande a AI.
“Non riesci a trovare un punto adatto all'ancoraggio, 'ram?” chiese con voce esausta
'ram, nel dialetto di Selenia, aveva significato simile a qualcosa come “venerabile vecchio” o “l'Anziano”, un titolo di solito adibito agli insegnanti con molti anni di esperienza alle spalle, e Tardas usava chiamare AI con questo deferente vezzeggiativo.
La luce rossa dentro l'elmo di AI tremolò per alcuni secondi, poi, facendo vibrare le pareti in cristallo, AI parlò con la sua voce meccanica e cadenzata, precisa e pulita:
“NON POSSO EFFETTUARE I CALCOLI. LA ZONA SI TROVA AL CENTRO DI UN INTENSO MAELSTORM INFERNALE.”
Tardas sospirò rumorosamente, mentre anche Gilraen, nonostante fosse appena arrivata, aveva compreso la gravità della situazione.
“Non possiamo atterrare sull'Altopiano Cinereo, vero Tardas?” chiese con tono grave l'elfa.
“No, purtroppo” replicò l'uomo, gesticolando “E non c'è un altro punto abbastanza vicino alla Fortezza in cui sbarcare. La missione è destinata a fallire ancora prima di cominciare”.
Gilraen si perse un attimo a ragionare, cercando una soluzione al problema.
Il Consiglio aveva loro ordinato di spostare le riserve di polvere nera, portandole lontano dal Palazzo, e usandole per infliggere un duro colpo alla Fortezza infernale da cui partivano gli assalti dei diavoli.
Era il terzo contrattacco che i maghi organizzavano in quindici anni, e, se fosse fallito, le forze dell'Abisso si sarebbero consolidate e rafforzate, diventando sicuramente in grado di spazzarli via senza sforzo.

Intanto, dentro la cabina del comandante, Eris camminava con passo pesante avanti e indietro la stanza, mentre alcuni dei soldati di tanto in tanto le gettavano occhiate preoccupate.
Sapevano benissimo che quando la tielfing si innervosiva bastava poco a farla esplodere...e non era mai un bene.
I suoi occhi rossi indugiavano sul tavolo, dove il vecchio apotecario armeggiava con i suoi intrugli, mentre Caleb pareva pian piano riprendersi.
Poi, dopo un tempo che parve un'eternità, il mago emise un sospiro pesante e si mise a sedere sul tavolo con difficoltà. In un paio di lunghe falcate, Tormento raggiunse il tavolo, spingendo di lato il vecchietto, e parandosi di fronte a Caleb.
Lui sorrise a fatica vedendola: “Tormento...come...” ma non fece in tempo a finire che lei gli rifilò un tremendo manrovescio, mandandolo di nuovo a sdraiarsi di lato e facendogli sputare del sangue.
Un silenzio pesante.
Eris si voltò, e con parole gelide e taglienti, si rivolse a Caleb.
“Considero ripagato il mio debito Caleb. Terminata questa missione, non ti accompagnerò più...”
Il mago si levò di scatto, urlando un: “COSA? PERCHE'? PRETENDO SPIEGAZIONI!”.
Ma in risposta ricevette solo il silenzio.
Ferito più nei sentimenti che nel corpo chiese ancora: “E' stato per il mio incantesimo? Perchè pensavi vi avrei uccisi tutti per salvarmi? Lascia che...”
La tielfing battè pesantemente un pugno sul tavolo di fronte a lei, schegge di legno volarono in ogni dove quando il tavolo si ruppe: “Taci ora. Non abbiamo più nulla da dirci”.
Caleb si prese alcuni istanti per accusare il colpo, poi, ridotto quasi a uno spettro dal colpo ricevuto, anzi, dai colpi ricevuti, si lasciò scivolare a terra.
Fece alcuni passi nella sua direzione, e le pose una mano sulla spalla, senza dire nulla.
Poi si diresse alla porta, seguito immediatamente dai suoi uomini.

Ancora ferma, immobile, le spalle a un Caleb che non c'era più, Tormento non sentì nemmeno la domanda del capitano Artemis, un "Perchè?" che andava pronunciato.
Ma le sue lacrime, le lacrime di un demone, furono una risposta abbastanza eloquente.

ATTO PRIMO: Il Mago, Il Demone e La Nave.

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Abisso.
Dove le fiamme del fuoco infernale lambiscono senza sosta le folle dei dannati.
Dove i venti ustionanti strinano le carni di coloro che peccarono in vita.
Dove quindici anni fa la Tralsazione Planare operata dal Concilio dei Maghi trasferì erroneamente il Palazzo Arcano.
Le guglie una volta color del cielo delle bianche torri di alabastro sono ora spente, e le torri stesse invecchiate e annerite dai lapilli che incessantemente piovono dal cielo.
Le urla dei dannati e le grida dei demoni risuonano in ogni dove, tormentando il sonno e i sogni dei mortali che lì ancora dimorano sopravvivendo come possono.
Nella più alta delle Torri, la tredicesima, conosciuta dai maghi come il Nexus, il Concilio ha da poco operato una Traslazione; dopo anni di esilio in un luogo dimenticato dagli dei, i tredici maghi sono ritornati a Selenia, pronti a parlamentare con la popolazione il suo attuale reggente, a scusarsi per il passato e, in qualche modo, a riparare al danno fatto.
Avvertendoli.

Ma non è tempo per queste cose.
Adesso viriamo ad ovest rispetto al palazzo, proseguiamo dalla Piazza Azzurra fino al Quartiere degli Alchimisti.
Laggiù, diverse figure si stagliano contro la luce del mare di fuoco che incessantemente fluisce nelle gole abissali.
Laggiù si sta combattendo, come ogni giorno, per sopravvivere.

Lampi di fuoco.
Lentamente riprendi coscienza di quello che ti circonda. L'impatto è stato tremendo, e senti ancora l'odore di carne bruciata.
La tua carne.
Lei ti solleva prendendoti per un braccio. Non è gentile, né particolarmente educata. Ma del resto non può fare altrimenti.
Ti schiaffeggia, e ti dice qualcosa.
Questo se lo poteva evitare.
Scuoti la testa e ti convinci a riprenderti, consapevole del fatto che metà della tua unità è stata annientata, e che solo grazie a lei adesso sei vivo.
Però ragazzi...le sta davvero bene quell'armatura nera...

Il ragazzo sollevò un braccio, portandolo alla testa. Si asciugò il sudore dalla fronte, o perlomeno pensò di farlo, dal momento che cenere più sudore vuol solo dire una bella maschera di fango.
Come folgorato da un lampo di coscienza, fece scattare l'altra mano alla sua destra e quando le sue dita si posarono sulla copertina in pelle del pesante libro sospirò, soddisfatto.
Nel frattempo la donna si guardava intorno, sospettosamente. I suoi rossi occhi, che avevano in qualche modo del felino, saettavano a destra e a sinistra, come in cerca di qualcosa. Reggeva con entrambe le mani una grossa ascia dalla lama dentellata e ricurva, la cui foggia ricordava molto l'armatura ad anelli che le copriva il fisico scattante.
Lui si scoprì a guardarle il sedere.
Lei fece guizzare la coda, come per schiaffeggiarlo.
“Guardami ancora una volta, Caleb e ti prenderò a sberle con QUESTA” disse accarezzando l'impugnatura dell'arma e voltandosi a fronteggiarlo.
Caleb fece un passo indietro, imbarazzato, e osservando da un'altra parte fece finta di non aver sentito, contendo del fatto che non si fosse accorta che mentre lei lo ammoniva, lui aveva gettato un occhio anche al seno.
“Dovremmo muoverci Eris” bofonchiò Caleb, per poi riprendere con voce più ferma “l'unità di Raylord è sicuramente in difficoltà. Dobbiamo rinforzarli con i sopravvissuti della mia...o almeno quello che ne rimane”.
La mezzodemone (“Perchè questo è, una tiefling, metà donna metà demone!” pensò Caleb cercando di non trovarla attraente), sì voltò e velocemente prese a scalare le pareti del cratere in cui erano finiti.
“Va bene, Mago” pronunciò con tono canzonatorio “ma, e questo non te lo dimenticare, il mio nome è Tormento...e vedi di non guardarmi di nuovo il didietro mentre cerco di risalire!”

La battaglia tra le forze del Palazzo e i demoni proseguiva ormai da diverse ore e mentre i combattenti mortali erano stremati, gli esseri infernali non parevano risentire della fatica. Tra le loro fila quelli che più preoccupavano lo schieramento dei difensori erano grossi esseri del tutto e per tutto identici agli scorpioni...solo grossi come cavalli e, naturalmente come tutto in quel posto schifoso, in grado di emanare fiamme.
I soldati semplici del Palazzo, conosciuti come i Giovani Scudi, avevano formato una doppia linea difensiva attorno a uno degli edifici più stabili e resistenti del quartirere, costruendo barricate con legname, calcinacci e, talvolta, pile di cadaveri di entrambi gli schieramenti. Le regole dell'etica come quelle di una morte degna in battaglia erano le prime a cadere nell'oblio, come sempre.
L'edificio in questione era un vecchio magazzino a due piani, stipato ormai troppo tempo fa da casse contenenti le più rare e ricche merci dei regni circostanti le terre di Selenia: stoffe e sete preziose dalle terre di In'jan, dove gli uomini hanno gli occhi a mandorla e si impongono la morte per questioni d'onore; gioielli e gemme del più raffinato artigianato nanico ed elfico; spezie e polveri alchemiche usate in cucina come in magia.
Ad oggi, ciò che restava erano vieppiù arnesi dediti alla guerra, tra cui un grandissimo quantitativo della temuta Polvere Nera, ritrovato della tecnica nanica in campo di escavazioni.
Un piccolo quantitativo era in grado di rompere piccole rocce, mentre con dosi più consistenti si poteva persino minare la stabilità di una montagna.
Per questo le legioni infernali erano attirate da quel luogo: un attacco mirato avrebbe distrutto l'intero quartiere con i suoi difensori, con perdite trascurabili per i demoni, che avevano dalla loro il numero pressochè infinito.
Mentre al di fuori dell'edificio le reclute e i veterani combattevano fianco a fianco, strisciando al coperto, lanciandosi all'attacco e conducendo eroiche azioni di salvataggio, all'interno le unità dedicate allo sgombero si affrettavano il più in fretta possibile a recuperare i barili di Polvere e a caricarli nella stiva della Majesty, la nave volante orgoglio della flotta del Palazzo.
Lunga trecento metri, costruita con legno proveniente dalle foreste incantate dei Monti Argentei, la superficie intera incisa di rune rosso fuoco atte a difendere lo scafo e concedergli di volare, ospitante quasi un centianio tra personale di bordo e incantatori dediti alla guida, la vetusta nave aveva ormai 200 anni.
Ma ancora svolgeva a dovere il suo lavoro.
Sul soffito piatto e spoglio del magazzino era stata disegnata una luminescente runa arancione, e nel momento in cui i barili venivano poggiati su di essa, automaticamente levitavano verso l'alto, dove restavano sospesi a galleggiare finchè di bordo non venivano calate le reti e pescati.
A una finestra della cabina di poppa, il comandante Artemis sorvegliava le operazioni di carico, scrutando il cielo in cerca di possibili minacce.
Poi, con movimenti lenti e misurati, raccolse il calice di brandy speziato che stava sulla mensola al suo fianco.
Ancora il pilota non era arrivato.

Tormento correva scattando agilmente nonostante l'armatura di metallo, per la verità nemmeno così pesante. Per Caleb era impensabile che un essere potesse essere tanto veloce con così tanto metallo addosso. La vide saltare oltre una barricata di legno lanciando un grido e sollevando l'ascia sopra la testa, per poi schiantarla sulla testa a un demone di quelli piccoli e leggermente corazzati, quelli che i soldati chiamavano Legionari.
La faccia coperta di sangue, lei lanciò un ruggito e corse nel mezzo dello schieramento dei demoni, amputando teste, gambe e braccia senza particolare difficoltà.
Caleb si concesse un momento per osservare quello spettacolo, quella rossa valchiria che impunemente massacrava i suoi simili, senza rimorso alcuno, anzi quasi divertendosi.
Poi, con un mezzo sorriso, si volse verso i suoi uomini, ordinando di schierarsi e avanzare. Formarono una linea compatta di scudi, con la seconda linea pronta a colpire con le lance.
Rimasto solo in quella che fino a poche ore fa era la terza linea, formata dagi incantatori ormai decimati da un colpo di catapulta giunto da chissà dove, Caleb iniziò a sussurrare le parole di un rituale di Scudo, tessendo i fili della magia in maniera impalpabile. Mentre la linea avanzava, attorno a loro iniziarono a piovere sfere di fuoco infernale.
Senza cedere un passo i soldati avanzavano sicuri, protetti da una coltre invisibile di energia. Ogni tanto lo scudo cedeva in un punto, dove la volontà di Caleb non poteva focalizzarsi poiché da solo, e un soldato cadeva incenerito dalle fiamme, ma gli altri continuavano a mantenere la formazione.
Poi impattarono.
Come un sol uomo, una ventina di lance colpirono nel fianco della Legione, quasi come colpire una bestia mitologica alle costole, e aperto un varco, iniziarono a filtrare all'interno, impugnando le spade, pronti al conflitto corpo a corpo.
Era proprio ora che la forza di Caleb diventava debolezza. I Maghi non sono proprio propriamente persone dedite al combattimento, come non mancava mai di fargli notare Tormento. Quando veniva il momento della mischia, dell'odore del sangue e dell'acciaio, del dolore fisico e della fatica, Caleb esitava.
Restando come meglio possibile alle spalle dei propri uomini, si spostava da un punto all'altro del campo, scagliando dardi di ghiaccio elementale con poche parole e gesti arcani.
Alla sua destra, Tormento era circondata da Legionari, i quali mantenevano però almeno un metro di distanza, formando un cerchio pressochè perfetto attorno a lei.
La temevano, ma diversamente da come la temeva lui.
Alle spalle della tiefling, un Legionario ansioso di perdere la vita si lanciò su di lei a spada tratta.
Senza voltarsi, Tormento puntò un braccio verso di lui e il demone prese fuoco. Ridendo come un demente e proferendo alcuni insulti in lingua Infernale, il demone all'inizio parve non accorgersi delle fiamme.
Caleb ebbe come un'epifania, un momento, un secondo in cui il tempo divenne sospeso, mentre percepì l'incantesimo della tiefling perndere forma.
Come se quell'istante, cristallizzato, riprendesse poi a fluire nel corso del tempo senza preavviso.
Improvvisamente il demone venne lanciato indietro da una forza invisibile ed esplose in mezzo ai suoi compagni, aprendo un buco nella figura.
Gli altri si fecero meno sicuri e, dopo alcune parole sibilate tra loro, in molti si voltarono e cominciarono a correre.
I soldati del Palazzo, esultanti, iniziarono ad abbattere i fuggitivi, mentre Tormento, scrollandosi sangue e pezzi di demone di dosso, raggiungeva Caleb a passo tranquillo.
“Sembrano tosti” disse indicando i cadaveri “ma in realtà sono dei finocchi. Ricordatelo, la prossima volta che ti fai quasi ammazzare”.
Il ragazzo sbuffò:”Devi sempre ricordarmi quella volta sulle Pianure di Vetro? Sono stufo di quella storia!”
“Quella volta e quella dove ti hanno quasi sbudellato sulla Piazza Azzurra...già” replicò lei “Non mi hai ancora restituito il favore”.
Caleb si fece cupo in volto, non tanto per il commento sprezzante ma perchè tutte le volte che gli rinfacciava quelle situazioni si sentiva inferiore a lei...debole e infantile.
“Fratello Caleb!” risuonò la voce familiare di Raylord alle sue spalle. Caleb si voltò di scatto, facendo ondeggiare le sontuose anche se lacere vesti rosso e oro. Raylord giaceva a terra, con una tempia ferita. Due soldati si apprestavano a sollevare una barella su cui era adagiato. A passi svelti, il mago dalle vesti rosse raggiunse il suo fratello ferito.
“Fratello Raylord. Ti senti bene? La tua unità è salva?” chiese
“No” replicò il secondo “ci hanno inflitto un duro colpo, e se non foste arrivati voi adesso non avrei nemmeno più quel pugno di uomini. Ti devo la vita, Fratello. Ma adesso ci sono questioni più importanti”
Tormento si fece vicina a Caleb, mentre Raylord parlava, e il ragazzo sentì le guance avvampare di timidezza sentendo il suo corpo così vicino a lui.
Raylord continuò:”La Majesty è sotto attacco al Quartiere degli Alchimisti. Gli serve un Mago che possa pilotare la nave Caleb. Io stavo cercando di raggiungerli proprio per questo ma...adesso temo di non esserne in grado. Prendi questa” disse mettendogli in mano un pezzo di cristallo non più grosso di un fiammifero “è una...”
“Una Chiave Armonica” finì Caleb “lo so. Ho studiato come funzionano. Permettono ai Maghi che pilotano la Majesty di agire in simultanea, così da evitare azioni contrastanti. Ma Raylord io non posso pilotare la Majesty. Non l'ho mai fatto”
Raylord divenne duro in volto in un istante:”Ascolta Fratello. Viene un momento in cui ognuno di noi è chiamato a dominare energie potenti e caotiche. Anche tu ci sei passato, o non indosseresti quelle vesti. Adesso devi nuovamente apprendere. So che è un grande peso, molte vite dipendono dalle tue azioni. Ma DEVI, capisci?!?”
Caleb strinse il cristallo con forza. Una nota flebile, quasi impercettibile, si levò nell'aria a quel gesto.
“Tenterò fratello. Tenterò”

PROLOGO - Un ritorno inaspettato

Author: The_Dreamer / Etichette: , ,

La città, ogni città per essere obiettivi, è sempre confusa e in qualche modo caotica. Selenia, il gioiello delle città imperiali, non era assolutamente da meno.
I vicoli e i ciottolati erano perennemente gremiti di gente, e nella città la promiscuità razziale era oramai all'ordine del giorno.
Nei tempi antichi era difficile vedere elfi camminare tra gli uomini, o gruppi di nani sulla piazza centrale, intenti a discutere sul rincaro del carbone.
Non che la convivenza forzata fosse idilliaca, anzi, spesso era l'esatto contrario.
Recentemente le piccole comunità di elfi insediatesi pochi anni apprima si sentivano risentite e aggredite dagli umani, a causa dei danni che essi stavano causando alla cascata del Nivrot e di conseguenza alle foreste che quell'acqua aveva alimentato da sempre, i Boschi Neri, foreste millenarie conosciute da tutti come la sede delle più grandi città elfiche.

Oggi era giorno di mercato, ma a causa di una protesta organizzata dal Popolo (come gli umani definiscono grossomodo tutto quello che abita nei boschi) le bancarelle erano ancora chiuse nonostante il sole fosse già alto, e un gran numero di persone attendeva di poter accedere alla piazza, chiusa da un cordone di elfi, grossomodo un centinaio, legati con pesanti manette l'uno all'altro.
“Lasciate in pace le nostre foreste!” urlava una donna nel gruppo
“State uccidendo la nostra gente!” gli faceva eco un'altra
Ma nessuno nel mucchio degli astanti pareva interessato. Piuttosto, molti di loro si lamentavano del ritardo con cui avrebbero aperto le bancarelle, su quanto poco la milizia cittadina facesse per tutelare gli interessi dei cittadini e su come gli elfi fossero quasi malsanamente opposti al progresso.
La deviazione della cascata aveva in effetti privato i Boschi Neri di molta dell'acqua necessaria al loro sostentamento, ma la maggior parte della popolazione era ignara dell'accaduto o semplicemente non era interessata al destino dei suoi abitanti.
Le ore passavano e la milizia ancora non si era mostrata, ma un paio di ore dopo il mezzodì l'aria fu riempita da uno strano odore. Alcuni dei presenti lo descrissero poi come “come un odore di pioggia...quando ci sono lampi e fulmini”.
Un potente schiocco risuonò nell'aria, seguito poi da uno scoppio azzurro. Una bolla traslucida apparve a mezz'aria, per poi atterrare tra la folla che, spaventata e sorpresa, si aprì, liberando uno spazio circolare.
A poco a poco, mentre la bolla si andava dissolvendo, al suo interno presero forma una dozzina di figure, tutte avvolte in tuniche di diversi colori. Man mano che esse diventavano più visibili, la tensione tra la gente aumentava e, seppure molti lo avessero già capito, ancora si rifiutavano di crederlo.

Maghi.

Quando la bolla fu sparita, la folla si spinse ancora più in là, aumentando lo spazio tra loro e i nuovi arrivati.
La ragione del timore instillato dai maghi era del resto comprensibile.
Quindici anni prima, una ribellione tra la gente, che gli storici definiscono come “Rivolta dei Pezzenti”, riuscì a soverchiare la magocrazia di Selenia, aiutata da gruppi di avventurieri mercenari e dagli eserciti dagli occhi a mandorla dei regni dell'est di In'jan. In un ultimo, disperato tentativo, Karhioss, l'allora Arcimago e governante, riunì un consiglio di dodici potenti incantatori e condusse un rituale scellerato che squarciò il tessuto stesso della realtà, trasportanto il Palazzo Arcano, la sede del governo e dell'Accademia Arcana chissà dove nell'universo. Le conseguenze furono tremende.
Gli edifici e le case nel raggio di cinquecento metri dal Palazzo vennero schiantate da una poderosa onda d'urto, incenerite da fiamme di un innaturale azzurro o in qualche modo lanciate in aria da una qualche mistica e malvagia energia. Quel giorno i maghi erano definitivamente spariti, il loro disinteresse per le faccende dei cittadini dissolto. Selenia poteva finalmente rinascere e espandersi, come aveva fatto in questi anni.
Ma ora molti, sopratutto tra gli anziani, temevano un ritorno alle origini, e gli stessi giovani, che più e più volte avevano sentito raccontare le storie di quell'epoca buia in cui chiunque non fosse un mago viveva come un mendicante, erano intimoriti.

La bolla era ora dissolta e i dodici erano serrati a cerchio, spalla contro spalla.
“La Traslazione è andata bene, Fratello Archeos, ma credo che le coordinate fossero errate. Questa non sembra affatto la piazza del governo.” disse uno dei maghi rivolto al suo vicino
Dodici paia di occhi scrutavano i dintorni, analizzando ogni dettaglio, indugiando particolarmente sugli elfi incatenati a cerchio.
“Pare che siamo arrivati al momento sbagliato, Fratelli” disse ad alta voce quello che era stato chiamato Archeos “Non ricordo di elfi a Selenia, né tanto meno in atteggiamenti tanto plateali. Quindici anni senza la nostra guida e il popolo si è ridotto a commedianti...sporchi villici”
“Archeos!” disse un terzo in mezzo al gruppo, abbassando il cappuccio “Ti ricordo che siamo qui per parlamentare. Il tuo atteggiamento non aiuterà certo.”
Il mago che aveva parlato sembrava il più anziano tra di loro, non aveva capelli né barba e profonde rughe solcavano il suo viso, come fossi scavati da un'aratro. Questi si distaccò dal gruppo, muovendo qualche passo in direzione del cordone degli elfi. Al suo passaggio gli avventori del mercato si scansavano con furia, spingendo e sgomitando, come se la sola vicinanza potesse essergli letale.
Si venne a creare un canale di vuoto tra i maghi e gli elfi, una figura geometrica così affascinante che, di sicuro, aveva un qualche significato mistico.
L'anziano alzò una mano e sollevò tre dita: “Aken-thos, Popolo dei Boschi” disse “Vi saluto nel nome del Collegio Arcano. Il mio nome è Varimatras”
“Aken-thos a te, Varimatras” rispose un elfo dai lunghi capelli color rame “Ma non ti concedo il beneficio del mio nome. Potresti stregarmi.”
“Non mi importa cosa tu credi di me, elfo. Non ho tempo per mostrarti le mie vere intenzioni. Devo sapere dove è ora la sede del governo.” replicò il mago.
“Perchè lo chiedi proprio a me, umano? Perchè non a uno di loro?” sbottò indicando con il braccio incatenato la folla.
“Perchè loro ci temono, e temo che la nostra sola presenza sia troppo per loro. Voglio evitare il conflitto, così come i miei fratelli. Dobbiamo vedere l'attuale reggente”.
L'elfo annuì, comprensivo, quindi, rivolgendosi a lui in elfico, sussurrò “Nella folla, alcuni sono armati, credo abbiano dei sassi e dei bastoni. Non fategli del male.” Varimatras fece segno di comprendere. “E portatemi con voi. Ho anche io delle faccende da discutere col reggente. Vi guiderò fino al palazzo e cercherò di farvi da garante in città.”
“Tu? Non credo che il primo incontrato possa essere un buon pacere, senza offesa ovviamente” ridacchiò Varimatras.
L'elfo fece un mezzo sorriso e fece scattare il polso. Con un sonoro “click” una delle manette si aprì, permettendogli di liberare l'altra mano. Fece due passi indietro e recuperò uno zaino e vari oggetti gettati lì in terra, tra cui un liuto. “La gente apprezza la mia musica. Sono conosciuto e ben accetto in città. Non ho ancora ben chiare le vostre intenzioni ma sento di potermi fidare di te Varimatras. Il mio nome è Varael, ma la gente mi conosce come Sussurro”

I due si guardarono per qualche istante, mentre la piazza si faceva sempre più silenziosa. Poi, lentamente, Varimatras e Sussurro si riunirono agli altri maghi, e il piccolo corteo iniziò a marciare a passo svelto verso Piazza dell'Oro, la sede del Palazzo Imperiale.

Conrad il druido - 5

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Il consiglio si svolgeva ogni primavera, dalla notte della prima luna per 3 giorni e 3 notti ininterrottamente.
Fondamentalmente succedeva un pò di tutto durante queste giornate, seguendo un tradizionale canovaccio mai rispettato fino in fondo: puntualmente, infatti, veniva stravolto da capo a piedi.

Conrad arrivò fra i primi, nonostante il contrattempo del cinghiale.
Come ogni anno la prima cosa che vide nella radura fu il classico circolo azzurro, che rasoterra tagliava prati, alberi, sassi e foglie, disegnando un perimetro circolare a difesa del consiglio, grossomodo per un paio di miglia di diametro.
Bastò il classico cenno delle due dita congiunte e il circolo aprì un varco, attraverso il quale Conrad poté accedere alla zona riservata per i druidi.
A dirla tutta non era quel gran fuoco di sbarramento: niente più che un’aura protettiva, creata per evitare a bestie e curiosi di mettere becco nella zona druidica nei giorni sacri. Poi si sarebbe dissolta nell’ultima notte.

Può sembrare strano, ma anche Ceck era “catalogato” come curioso.
E dunque rimase fuori, in attesa, sarebbe rimasto lì, fino all’arrivo del padrone, se questi non si fosse girato poco dopo.
E infatti Conrad attraversò il varco, poi si girò.
Tornò sui suoi passi e con un sorriso sincero salutò il suo più caro amico, accarezzandolo dolcemente fra le folte orecchie. A Ceck bastò: era il saluto del “via libera” e d’istinto volse le spalle al padrone lanciandosi nella foresta dalla quale erano da poco usciti.
Si sarebbero rincontrati 3 giorni dopo. Puntuali. Come ogni anno.
Conrad aspettò che il suo lupo valicasse l’orizzonte, poi si voltò anche lui, diretto alla rupe del consiglio, a poche centinaia di metri, sotto la collina.

Atholas, come sua abitudine, osservò interamente la scena a pochi metri di distanza, accovacciato sottovento, nell’erba alta. Era talmente basso sul livello del terreno che sarebbe stato impossibile anche per Ceck vederlo; figuriamoci annusarlo, coperto di fango e foglie come era in quel momento.
Prima sembrò interessarsi dell’animale. Ma quando vide che i due si erano divisi, aveva apprezzato la cosa: quel lupo poteva diventare un problema, ma forse la fortuna stava girando, dopotutto.
Poi la sua attenzione virò decisamente sul mezzorco e il suo circolo azzurro: passarci attraverso per seguirlo era cosa decisamente impegnativa. Non alla sua portata.
Quindi attese, anche se Conrad, ormai, era ben all’interno della zona riservata e stava sparendo all’orizzonte.
Sapeva bene chi doveva arrivare. E in quanti.
Infatti attese pochi minuti, fino all’arrivo di un altro druido: un lucertoloide. Lo osservò da lontano e quasi riuscì a sentirne l’odore salmastro, di acqua stagnante e di selvatico. La pelle del druido era cosparsa di squame e la sottile veste copriva ben poco di quel corpo slanciato da rettile. Soprattutto lo colpì la coda: era lunga almeno 2 metri, e nonostante fosse sottile traspariva notevole velocità e forza.

Non attese oltre.
Con gesto lento e preciso incoccò la freccia nell’arco corto, tenendolo parallelo e orizzontale rispetto al terreno. Quanto la lucertola fece segno con entrambe le dita, il cerchio azzurro si aprì, e per Atholas fu il segnale dell’attacco.
La freccia sottile partì rapida senza alcun suono, diretta al torace della lucertola; appena la saetta lasciò l’arco, Atholas si alzò di scatto, estraendo nello stesso tempo una seconda freccia.
Guadagnò qualche istante, con questo movimento, e quando la freccia arrivò a bersaglio, la seconda era già incoccata. Ma nel frattempo l’arco era in posizione verticale, con la sua mano più forte, e il busto eretto, a gambe stabili e aperte sul terreno.
In piedi era fin troppo facile: era come colpire un cervo legato.

Stilf era un druido giovane, ma nella sua poca esperienza aveva già conosciuto il rumore e l’odore del legno. Nelle paludi aveva unito l’istinto lucertoloide con la saggezza druidica, e la natura aveva ben pochi segreti per lui.
Sentì arrivare la freccia quasi subito. Era come la sensazione di un fulmine attraverso le tempie: deciso, rapido, immediato: era impossibile non accorgersene. Il legno “parlava chiaro”, la sua voce era inconfondibile.
Ma il legno viaggiava anche veloce. Troppo veloce. Soprattutto il legno argento, degli alberi elfici.

La freccia colpì, all’altezza del costato. Stilf si voltò verso la sorgente di quel ramo, che conficcato dentro di lui bruciava come non mai.
Lo vide.
In piedi, a circa 20 metri da lui. Nella sinistra un arco corto, nell’altra una freccia che stava per essere rilasciata. La figura intera era difficilmente riconoscibile: la sagoma sembrava di un uomo, o di un elfo, o anche di un troll di statura minore.
Poteva essere chiunque, e con quel rivestimento di terra e foglie era totalmente irriconoscibile all’occhio.
Ma le orecchie a punta no, quelle erano un segno inconfondibile.

La seconda freccia partì, ma questa volta Stilf era pronto: riuscì a osservare il momento dalla partenza e si preparò. Con una mano tenne la freccia nel costato ferma, per non avere impedimenti e dolori, con l’altra creò uno scudo verde davanti a se, attraverso il quale la freccia argentata in arrivo si dissolse all’istante, ancora prima di raggiungere la sua testa, alla quale era diretta.

Ma la punta seghettata della prima freccia stava facendo il suo sporco lavoro, e cominciò a trascinare sangue a fiotti fuori dalla ferita. Sarebbe morto dissanguato a breve: doveva dunque estrarla.
Rilasciò lo scudo, per quanto era un gesto pericoloso, ma non aveva scelta.
Con gesto rapido afferrò la freccia conficcata, provando delicatamente a tirarla fuori.
Atholas ne approfittò. L’arco era già a terra, abbandonato dopo il secondo lancio; la mano destra dietro la schiena, attorno all’impugnatura. La sinistra ben larga, a bilanciare la preparazione del gesto.
Con un gesto secco rilascò la mano destra, lanciando a mezza altezza il pugnale che teneva nella cinta, se possibile ancora più rapido della prima freccia. Sicuramente più preciso.

Stiff vide il gesto.
Mollò la presa con la seconda mano e riaprì lo scudo.
Ma il pugnale non conosceva legno. Neanche di sfuggita.
La lama, totalmente d’acciaio, penetrò nella gola del druido fino all’impugnatura, anch’essa di metallo.

Per qualche istante nulla si mosse, nessuno parlò.
Stiff cadde sulle ginocchia, ancora con la mano aperta allo scudo verde, ancora con l’altra che afferrava la freccia nel costato. Poi si accasciò sul lato. Immobile.
Anche atholas rimase fermo: ora i suoi sensi erano concentrati sull’ambiente circostante. Annusava e ascoltava, dimenticandosi di quel corpo morto che aveva davanti; lui non poteva più nuocere ora.
Quando finalmente decise che attorno a lui non c’era nessuno, si fiondò verso il lucertoloide, afferrandogli la tunica e tirandolo rapido verso la boscaglia.
Gli bastò trascinare il corpo in una fossa poco distante, scavata forse dai cinghiali. Abbandonò lì il cadavere, lo coprì rapido con un cespuglio sradicato e tornò veloce all’apertura.
Vide che attorno al varco c’erano visibili tracce di sangue sull’erba secca, ma decise che non ci poteva poi fare molto. Dunque se ne disinteressò quasi subito.

Un ultimo sguardo dietro di sè, poi si lanciò nel varco, e sparì, sulla strada lasciata dall’ignaro Conrad.

Conrad il druido - 4

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Cominciò a piovere, l’aria pregna di umidità, il muro d’acqua praticamente insopportabile. Conrad camminava da ore, sempre a testa bassa ripensando alle sue parole al villaggio e alle reali conseguenze che avrebbe portato il consiglio.
Prendendo a male parole Mistier non aveva detto falsità: quello che avrebbe deciso con gli altri druidi avrebbe portato realmente distruzione o nuova vita nel mondo degli uomini. E delle altre creature, ovviamente.
Certo, l’uomo avrebbe subito maggiori sofferenze, perché ormai si era seduto nella realtà attuale, un popolo “vecchio”,bolso e debole, attaccato solo al metallo, alla ricchezza, ai piaceri della vita, e aveva perso il lume della ragione. Non sarebbe stato in grado di reagire ad una forza tremendamente superiore alla sua.
Non capivano gli umani, non capivano. La natura prima o poi avrebbe preteso ciò che aveva elargito. In prestito. Perché la natura non regalava nulla.
Stinse i pugni e i denti, in una smorfia di rabbia. E lì si accorse che ormai erano ore che camminava ed era inzuppato completamente.
Non che fosse un problema, aveva attraversato zone selvagge in condizioni peggiori, come quella volta che con Chek era andato a piedi sulla Monte Neve, e aveva dormito in una grotta senza riparo e con una tormenta mai vista da occhi umani.
I rigoli d’acqua e le gocce erano poca cosa.
Si fermò e si guardò attorno, ma col buio e la pioggia non vedeva quasi nulla. Si girò verso Chek e lo intravide sornione e tenerissimo dentro quel pelo bagnato, mentre sbatteva ripetutamente le palpebre per non farsi colare l’acqua negli occhi.
Conrad sorrise, e si diresse nella boscaglia, lontano dal sentiero. Camminò ancora per qualche minuto finché trovo dove dormire: davanti a lui una pozza d’acqua che stagnava sotto il getto della pioggia e di una piccola cascata.
Era acqua pulita, su di un fondale di qualche metro.
Aprì le mani e una luce giallo-verde scaturì dalle dita in un intreccio di nastri e dardi colorati. Chiuse gli occhi qualche istante e quando li riaprì si diresse verso il laghetto ormai vuoto, con l’acqua che sostava paziente ad un paio di metri di altezza sul livello del bordo.
Camminava piano, Conrad, osservando come il fondo fosse asciutto, senza traccia di umidità, terra morbida perché bagnata da poco. Mosse ancora le dita come ad indicare qualcosa sul fondale e da questo si alzarono sottili fili d’erba che intrecciarono un morbido prato d’erba sul quale Conrad si posò. Il laghetto scese delicatamente a pochi centimetri dal bordo, lasciando uno spiraglio per l’aria.
Dormì sereno, addormentandosi quasi subito; sopra di lui un tetto d’acqua fermava l’acqua.
Ma a Chek non piaceva dormire sotto l’acqua: era in perenne tensione. Così decise di mettersi sotto una roccia della cascatella, dalla quale poteva vedere il suo padrone dormire. Quando decise che Conrad era già nel mondo dei sogni abbassò il folto testone fra le zampe, e in poco tempo si addormentò anche lui.

La mattina seguente Conrad si svegliò perfettamente riposato dopo quattro o cinque ore di sonno sereno. Si alzò ed uscì dal suo giaciglio saltando il bordo del laghetto.
Poi si girò e con un breve movimento delle tozze dita comandò all’acqua di scendere al suo livello normale.
Poi si stiracchiò, sorridendo a Chek che lo osservava seduto sotto un albero. Dagli occhi soddisfatti il druido capì che aveva già fatto colazione.
Mise la mano nel suo sacco che aveva a tracolla e ne tirò fuori una mela e un pezzo di pane secco. Masticando allegramente riprese il cammino.
La breve colazione e il cielo sereno ristabilirono il buonumore del mezzorco, che quasi si dimenticò della discussione al villaggio del giorno precedente e delle amarezze che aveva coltivato nel cuore durante la notte.
Camminò fino a tarda mattinata, quando il sole era già alto nel cielo; l’erba era asciutta praticamente ovunque, e poche gocce coprivano ancora le foglie più nascoste degli alberi.
L’aria fresca spazzava il cielo e fra gli alberi volavano ancora uccelli e farfalle: era un momento sereno e felice e Conrad di questo si rallegrò, chiedendosi per quanto ancora avrebbe potuto godere di questo.
Il consiglio era a poche ore di cammino, ormai c’era, ed aveva annullato il ritardo per la caccia al cinghiale. Pensava ai compagni del consiglio e a chi avrebbe visto.
Camminava sereno, Conrad. In Armonia col mondo.

Di certo non sapeva di essere in compagnia, altrimenti avrebbe perso certamente il sorriso. Occhi vigili, di un azzurro cielo, quasi gelidi, lo osservavano da ore, forse da giorni.
E anche quando diede l’ultimo morso alla mela prima di sotterrarne il torsolo, neanche un suo movimento sfuggì a quegli occhi vigili e attenti.
Chek non sentì nulla, nè odorò nulla, e questo fu un male.
Ma nessuno era in grado di vedere nè sentire Atholas, se lui non voleva. E Atholas non voleva. Mai.
Conrad sparì all’orizzonte, lasciando dietro a se un immenso campo di grano giovane e si inoltrò nel boschetto.
A centinaia di metri di distanza, ancora prima del campo di grano, un essere agile scese dall’albero sui cui era appollaiato da ore. Aveva aspettato Conrad, sapendo del suo passaggio, lo aveva osservato quando aveva camminato sotto di lui, e lo aveva visto allontanarsi all’orizzonte.

La mano sottile e capace raccolse un pezzo di terra, e la portò al naso. L’odore di Conrad era inconfondibile e schedato dalle narici di Atholas. Buttò il mucchietto a terra, si abbassò all’altezza del grano e corse rapido e silenzioso osservando le tracce e sentendo l’odore.
Coperto di fango, Atholas correva veloce e invisibile, dietro a due viaggiatori ignari.
Correva Atholas. Sicuro e infallibile. Come il vento. Come il fuoco. Come la morte.

Conrad il druido - 3

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Camminava in silenzio a testa china, tirando a se il cinghiale strisciandolo sull’erba rada del sentiero. Ogni tanto chek ne odorava il corpo, sentendo il richiamo della carcassa dell’animale: aveva fame, ma per nulla ragione al mondo avrebbe toccato quel cinghiale davanti al suo padrone, e nemmeno lontano da esso. Piuttosto la morte.
L’ubbidienza era il suo miglior pregio, assieme alla fedeltà e alla forza; in effetti era un lupo veramente speciale, come pochi su questa terra. Era uno splendido animale dal pelo folto e morbido, cosa strana per una bestia selvatica, ma sembrava che nessun ostacolo, nessuna lotta, nessuna caduta potesse rovinargli quel manto meraviglioso.
Più di un cacciatore aveva adocchiato Chek nei periodi in cui Conrad col suo fedele compagno sostava in zone abitate. E più di un cacciatore lo aveva notato anche nelle terre selvagge: in fondo non era poi difficile, dato che Chek misurava quasi 2 metri di lunghezza e pesava poco più di 300 libre.
Aveva le orecchie a punta, che terminavano con un sottile ciuffo bianco, proprio in cima e un manto completamente fulvo, quasi rosso. Un colore particolare, ma che aveva avuto la sua importanza quando Conrad aveva fatto la sua scelta fra i lupi:aveva indicato Chek senza indugio, quella notte. Massa di muscoli e potenza, occhi verde muschio; l’intelligenza che sprigionava, poi, era quasi cosa viva. Quel lupo spuntava dal branco come un albero secolare immenso può sbucare dalla boscaglia. La scelta fu rapida e ovvia, e da quel giorno Chek calcava le orme del suo padrone giorno e notte.
Lo rispettava e lo temeva allo stesso tempo, ma col passare degli anni questo timore aveva lasciato posto ad un affetto profondo che valicava ogni sentimento di sola fedeltà; ora niente e nessuno avrebbe mai spezzato il loro rapporto.

Conrad, quasi a sentire il sentimento di Chek si voltò senza smettere di camminare, e i due si guardarono negli occhi profondi per qualche istante.
Non fu necessario dire alcunché, bastò quella rapida occhiata. Chek con un balzo rapidissimo si fiondò fuori dal sentiero e cominciò a correre a perdifiato nella foresta.
Conrad tornò a guardare la strada, sempre immerso nei suoi pensieri, sempre tirando a se quel pesante cadavere, pesante più per la mente che per il braccio. Continuò a camminare, ormai il paese era ad un’ora di cammino, e rallentò anche il passo.
Chek nel frattempo era una freccia nella boscaglia, evitava rami e arbusti come acqua fra le rocce, balzava fra gli alberi e inalava più odori che poteva. Sbuffava moltissimo ma non era sudato: avrebbe potuto correre per una giornata intera sudando solo al crepuscolo, ma sbuffava perché a lui interessava percepire quel preciso odore.
Che presto arrivò: come una freccia, gli si conficcò nel naso,e in quel preciso istante bloccò le zampe dove si trovava, accucciandosi col muso a terra.
Sbuffava ancora, questa volta più piano, le orecchie tese, e i muscoli pulsanti.
Era davanti a lui, a una trentina di metri, leggermente sulla destra. Non lo poteva vedere perché nascosto dall’erba alta, ma sapeva che era lì. L’odore era talmente forte da dare il mal di testa e quasi ne vedeva la sagoma disegnata nella sua mente.
Si spostò di qualche metro alla sua destra, indietreggiando per trovare riparo da un cespuglio in fiore, e si mise dietro ad esso. Poi cominciò anche a salivare: era pronto.
Durò tutto pochi istanti, il tempo di scattare per 20 metri: il cervo notò una macchia rosso scuro con la coda dell’occhio, ma fu l’ultima cosa che vide, poi una mascella di mezzo metro d’apertura gli si chiuse attorno al collo , e lo spezzò con un colpo secco.
Dall’altra parte del bosco Conrad sorrise amaro.
Mangiò, Chek, mangiò tutto, senza lasciare quasi nulla, come era nel rispetto della natura che Conrad voleva. Anzi: pretendeva.
Oltre a non sprecare nulla tutto ciò serviva anche per placare la fame per qualche giorno, evitando di lasciare il padrone troppo spesso per andare a caccia. E a Chek non piaceva lasciare Conrad. Voleva stare con lui, ogni istante, anche se spesso il richiamo della fame e della natura era impellente e non poteva essere rimandato.
Quando finì l’ultimo boccone Chek si concesse qualche minuto per leccarsi le zampe e pulirsi la bocca: detestava avere rimasugli delle prede addosso e adorava il proprio mantello come lo adoravano tutti i cacciatori che lo avevano visto almeno una volta.
E qualcuno di questi, a dire la verità, ci aveva provato a toccare quel mantello, prima ovviamente, di perdere la mano e subito dopo la vita.
Sia Conrad che Chek amavano il mondo e tutto ciò che esso donava. Tranne la malvagità dell’uomo. E il cacciatore in se ne incarnava lo spirito perfettamente: cacciava e sprecava il dono della natura solo per una pelle da rivendere al mercato, o per avere un paio corna o ancora per puro e stupido spirito di competizione.

Quella volta che un cacciatore aveva colpito Chek era ancora ben chiaro nella mente di entrambi. Chek stava consumando il suo pasto, e a qualche miglio di distanza Conrad sceglieva alcune erbe in una vasta radura, posandole delicatamente nel suo sacco. Ogni volta che Chek cacciava, il suo padrone non era mai presente: preferiva non vedere nulla, e si trovava qualche occupazione temporanea.
La freccia partì, la mano forte e decisa che teneva l’arco aveva avuto tutto il tempo per prendere la mira, e la punta di ferro si conficcò nella spalla di Chek. Il lupo urlò.
Conrad sentì quel grido come un lampo nella sua mente e si prese con le mani la testa: capì subito cosa era successo, si alzò e osservò l’orizzonte teso e attento, gli occhi puntati là dove la sua metà era stata colpita.
All’orizzonte stava Chek, dolorante e con una freccia infilata nel suo bel mantello.
La mano che teneva l’arco non aveva perso tempo e stava già incoccando una nuova freccia.
Chek, preso alla sprovvista, capì di essere stato stupido, e di aver abbassato la guardia come uno sciocco cucciolo. Osservò il punto da cui era partita la freccia e vide l’uomo praticamente subito: i contorni della sagoma che non poteva vedere venivano completati dal suo odorato.
Si lanciò nella corsa, a testa bassa saltando massi e cunette che intralciavano l’andatura. La seconda freccia partì, rapida e precisa come la prima, e si infilò subito sotto quella precedente, all’intaccatura del garrese.
Ma Chek nemmeno la sentì. Era tale e tanta la rabbia in corpo che ne avrebbe sopportate altre quattro almeno.
A un paio di metri dal bersaglio vide la mano del cacciatore cercare l’impugnatura di qualcosa nella cinta. Ma poteva farci granchè. Sapeva che una lama nella mano di un combattente esperto era peggio che venti frecce, ma ormai era lanciato e non gli importava di nulla, solo della gola del cacciatore.
Era questione di rapidità: il primo che avrebbe colpito avrebbe ucciso l’altro. E chek aveva un secondo nome: velocità.
La mano del cacciatore non uscì nemmeno dalla cintura: la massa fulva lo investì, l’impeto e la forza di un cavallo da guerra. Fu catapultato all’indietro e cadde. Ma parte della sua gola rimase fra le fauci di Chek, che ora lo osservava immobile, con quei profondi occhi verdi.
A qualche miglio di distanza Conrad riprese a respirare.

Ma in quei giorni Chek era ancora un lupo inesperto, per quando potente e forte nella sua giovinezza. In questi due anni, invece, aveva imparato molto dal suo padrone, molto più di quello che un lupo impara in un’intera vita.
Abbandonato il cervo raggiunse in fretta Conrad, che non si voltò. Riprese a camminare a passo deciso e Chek con lui.
Liskam era davanti a loro, in fondo alla collina.

Entrò in paese, scuro in volto e silenzioso. Nei suoi occhi brillava la forza e la determinazione degli orchi, e dovette reprimere il desiderio di prendere a botte e disintegrare quegli zotici villici che lo stavano accogliendo al suo ingresso in paese.
Accogliendo, poi, era una parola grossa; diciamo che lo stavano aspettando sulla soglia delle loro patetiche casupole sorridendo alla vista del grosso cinghiale che si stava trascinando dietro.
Arrivò in piazza e depose il corpo su un mucchio di assi, proprio a fianco della fontana. Chek, intanto gli stava a pochi metri e si accucciò seduto osservando le facce della gente intorno.
“Ecco qui” disse Conrad. “La promessa è stata mantenuta, ora mantenete la vostra”.
“Aspetta un attimo, druido”.
Conrad si voltò alla sua sinistra, sapeva di chi era quella voce. Davanti a lui vide uscire dalla folla che si era radunata in piazza un uomo di media statura.
Era Mistier, il capo del villaggio. Valente guerriero, e crudele nel suo farsi rispettare in paese, era l’unico a cui Condar avrebbe lasciato l’opportunità di ribattere. Nonostante fosse un uomo spregevole, il druido sapeva che i capi villaggio erano persone carismatiche, alle quali era meglio lasciare la parola. A un loro cenno tutto il paese lo avrebbe seguito, in vita o in morte.
E dunque non si adirò e nemmeno si stupì quando Mistier prese ancora parola, e lisciandosi la pelata disse: “Come facciamo sapere che quella bestia è quella che stavamo cercando?”
Conrad spostò gli occhi dal capo villaggio ed osservò ancora il maiale selvatico.
Dopo qualche istante incrociò nuovamente gli occhi dell’uomo e rispose: “Quanti cinghiali di due metri hai mai visto da queste parti, uomo? Quanti cinghiali oltre a questo sono in grado di distruggere un raccolto nel giro di una notte? È quello che cercavi”.
L’uomo non rispose e osservò la bestia. Poi ancora il druido. Non era convinto.
“Con la morte di questo animale hai avuto la tua....giustizia, Mistier. Ora torna al tuo lavoro e non abusare della mia pazienza”. Conrad stava perdendo le staffe davanti a tanta cocciutaggine, e aveva fretta di recarsi al consiglio dei druidi; aveva perso fin troppo tempo con questa gente.
“E va bene, orco” disse Mistier.
Conrad notò il tono con cui disse la parola “orco”. Ma sapeva bene che era per provocarlo, e d’altra parte essere mezzo orco era la sua natura e di questa andava fiero. Dunque si fece scivolare addosso la provocazione e ascoltò ancora l’uomo.
“Smetteremo di cacciare i cinghiali, ma ascolta le mie parole: se fra qualche tempo troveremo ancora il nostro raccolto rovinato, torneremo ad imbracciare gli archi. E non ci saranno Druidi sui nostri passi: avremo la nostra giustizia, che la natura lo voglia oppure no”.
Chek ringhiò di disappunto, ma Conrad con la coda dell’occhio lo zittì. In questo momento non aveva senso discutere con quell’uomo, tanto più che era sicuro che il cadavere di quella bestia era la soluzione giusta ai problemi del villaggio. Non avrebbero più avuto problemi con i cinghiali per qualche tempo. Sarebbe andato al consiglio e sarebbe tornato prima che qualche altra bestia potesse dar “disturbo” al paese. E avrebbe potuto gestire la situazione con più calma.
“Terrò a mente le tue parole, Mistier. Ma ascolta le mie” disse infine Conrad. “Fra poche lune sarò di ritorno, e da quel che accadrà al consiglio dipenderà la sorte di te e del tuo villaggio. E non solo. Cerca nel frattempo di non abusare della natura, o essa si ritorcerà su di te, e non ci sarà volontà di uomo, né arco che tenga”.
Mistier fu visibilmente colpito dalla frase che il druido gli aveva riversato contro utilizzando le sue stesse parole. E non disse più nulla.
Conrad di fece strada fra la folla, riempì il suo otre di acqua alla fontana e si diresse verso la strada che conduceva fuori dal villaggio, e da lì alla foresta.
Pochi metri dopo si fermò, nel naso ancora l’odore di morte del cinghiale, nelle orecchie la fastidiosa voce del capo villaggio. Doveva reprimere la rabbia, ma una frase uscì lo stesso dalla sua bocca: “Voi uomini non rispettate nulla di quello che avete attorno: sfasciate, tagliate, recidete senza pietà. Non piantate alberi al posto di quelli che abbattete. Uccidete per puro spirito competitivo e ferite a morte col vostro ferro ogni essere di questa foresta. Ma questa era deve finire, questo spirito immondo deve lasciare i vostri cuori e il vostro braccio deve posare la spada”.
Ora tutti lo guardavano. Un silenzio regnava nella piazza, solo la voce del druido riempiva l’aria. Conrad alzò il tono di voce: ”questo tempo è finito. E con essa la pazienza di questi boschi!”.
Alle sua parole una intensa brezza fredda frustò i volti delle persone in paese, e gli alberi furono scossi dallo stesso vento. Alcune foglie caddero, alcuni rami secchi furono portati via. La sabbia della piazza si alzò in piccoli vortici.
“Vi ho avvertito uomini. Tornate alla natura e vivete in essa. O essa verrà in voi, riversando anni di soprusi e oppressioni sulle vostre stupide case. Voi non sapete. Voi non conoscete cosa vuol dire rabbia".
Detto questo riprese il cammino puntando alla collina. In cima ad essa, seduto e fedele, lo aspettava Chek.

Conrad il druido - 2

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: , ,

Mentre la sua parte animale continuava nella corsa, Conrad rifletteva.
Questa caccia insensata che stava portando avanti proprio ora era un esempio di quello che voleva dire al circolo, di fronte agli altri druidi. Tutti loro erano i tutori e guardiani della natura, del mondo stesso. Non era possibile che nel loro ruolo dovessero sottomettersi alla "civiltà", e così sottomettere lo stesso ordine naturale ai bisogni di una sola specie, o comunque una minoranza. Le cosidette razze intelligenti avevano bisogno di essere guidate sulla strada del rispetto di ciò che li circondava, altrimenti sarebbero finite come gli elfi.
Conrad non aveva nulla contro gli elfi, ma pensava che fossero un buon esempio per rappresentare a cosa poteva portare l'allontanarsi dalla via della natura.
Un tempo erano la razza più diffusa e potente del mondo. Poi però avevano ceduto alle lusinghe di città e tecnologia, allontanandosi così dalla tradizione silvana in cui si erano formati. Ed ora si trovavano dispersi in piccoli insediamenti, neppure meritevoli di un confronto con gli antichi splendori, mentre molti erano morti o fuggiti chissà dove.
Davvero un caso esemplare, agli occhi di Conrad, ma poteva già vedere come molti membri del circolo si sarebbero opposti strenuamente alla sua visione: alcuni avrebbero chiesto che si continuasse a lasciare fare agli umani ed alle altre razze ciò che preferivano, intervenendo sporadicamente a limitare i danni; altri avrebbero estremizzato la sua visione, proponendo lo sterminio di tutti i popoli delle città. Lui proponeva una via di mezzo tra queste due posizioni limite: permettere le città, le coltivazioni, gli allevamenti, renderli anche migliori e più efficienti, ma in cambio le razze "civilizzate" avrebbero dovuto sottostare a regole precise, o i loro campi non avrebbero più dato loro i frutti sperati, i loro attrezzi avrebbero ferito le mani che li impugnassero, la pietra delle loro case sarebbe divenuta polvere.
Una soluzione che poteva dare molto da guadagnare a tutti, e molto da perdere a pochi. Il che, secondo Conrad, era più di quanto si potesse dire per l'attuale stato delle cose.
Per sostenere la sua proposta, aveva già valutato alcune possibilità per rendere i campi coltivati più fruttuosi, in maniera da sostenere una popolazione maggiore senza dovere strappare nuove terre alle aree "selvagge". Queste nozioni sarebbero state un incentivo per gli insediamenti che avessero accettato il nuovo ordine delle cose.

Conrad e Chek si trovavano ormai vicini alla loro preda. L'odore era più fresco sia nell'aria che sulle piante che il cinghiale aveva letteralmente attraversato. Sul tardo pomeriggio i due lupi poterono anche udire l'animale braccato, che, sofferente per la ferita infertagli dalla freccia, grugniva lamentoso ad ogni passo. Il druido sospettava che non fosse una ferita particolarmente grave, ma indubbiamente nessuno l'avrebbe trovata piacevole.
Quando Conrad ebbe l'animale in vista, cercò di inghiottire il nodo in gola che gli si era formato man mano che gli si avvicinava, e a non pensare a quello che stava per compiere. Era una cosa comune tra i druidi, stava solo perseguendo la via del male minore, e la morte di questo cinghiale avrebbe salvato la vita di molti altri. Nonostante questo trovava fosse molto difficile porre fine ad una vita in quel modo, e per lo stolto desiderio di vendetta di un villaggio ignorante.
Cercando coi suoi pensieri di rendersi sordo al dolore dell'animale tornò nella sua forma di mezzorco ed invocò un incantesimo per bloccarlo sul posto. Poi estraniandosi dai pensieri della bestia fece penetrare due incantesimi all'interno della sua ferita, uno di freddo ed uno di fuoco, finendo prematuramente quella vita.
Rimase a lungo a fissare il corpo immobile del cinghiale, rendendosi a malapena conto delle lacrime che gli scendevano rade e lente sul viso. Poi, sotto lo sguardo di uno spicchio di luna, si riscosse, e rafforzatosi magicamente prese a trascinare la sua vittima verso il villaggio. Lungo tutto il cammino si sforzò di non pensare a nulla, e Chek gli stette accanto in silenzio.

Conrad il druido - 1

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: , ,

Conrad stava osservando le tracce lasciate dalla sua preda sul tronco di un albero: macchie di sangue secco, dovute alla ferita causata da una freccia. Chek, il lupo che gli era compagno ormai da due anni, stava attendendo lì accanto, tranquillamente. La pista del cinghiale passava in maniera piuttosto evidente attraverso gli arbusti lì accanto. Gli spiaceva dovere seguire quell'animale per abbatterlo, ma questo avrebbe convinto gli abitanti del villaggio a non lanciare una caccia indiscriminata contro tutti i cinghiali della zona.
Questa grana gli era capitata a sproposito, mentre stava per partire, per recarsi al suo circolo druidico. La festa di primavera si avvicinava, e dalla radura sacra lo separavano cinque giorni di cammino. Conrad aveva avuto intenzione partire con una settimana di anticipo, ma questa caccia gli avrebbe preso tutta una giornata, ed un'altra l'aveva persa per convincere gli uomini del villaggio che non dovevano uccidere tutti i cinghiali della zona perchè uno aveva caricato un contadino. Zotici. E ora doveva trovare il responsabile della "aggressione", compito quello piuttosto facile, ma che svolgeva di malavoglia.
Per essere più rapido a seguire le tracce, decise di assumere la forma di un lupo, più adatta alla caccia di quanto fosse in veste di druido mezzorco. Chek gli girò un po' intorno, annusandolo in segno di riconoscimento, e poi gli si rivolse pronto a seguirlo. Si lanciarono nel sottobosco, lasciandosi guidare dal fiuto e dall'istinto attraverso la scia di rami spezzati e gocce di sangue rappresse. Queste si fecero via via più rade, fino a scomparire del tutto, ma i due animali avevano ormai le narici piene dell'odore della loro preda, e così non poterono perdere la traccia.