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Conrad il druido - 8 (Il consiglio druidico)

Author: Jager_Master / Etichette: ,

“Fratelli carissimi”. E si fermò, lo sguardo calato a quella radura, con centinaia di facce all’insù, nel silenzio più profondo, interrotto solo dallo scoppiettare della legna fra le fiamme.

“E’ una gioia immensa rivedervi tutti, anche se questa volta il nostro compito è più gravoso che mai”.

La voce giungeva a molti passi sotto di lui, chiara e limpida. Il canalone ventoso portava un effetto strano, quasi amplificato, tanto che chiunque parlasse da lassù sembrava fosse a distanza per porgerti la mano. Eppure la figura di Conrad, osservando dalla radura, non era che una sagoma frastagliata. Ma nessuno ci fece caso, era la normalità di ogni consiglio, e la rupe regalava anche di queste cose (non era da escludere, peraltro, che una parte di questo riverbero sonoro fosse opera di Conrad stesso).

“La natura” - continuò il Maestro - “ci ha dato un ultimatum, al quale dobbiamo rispondere. E in breve tempo. Tutti voi siete a conoscenza di ciò che le creature di questo mondo, e l’uomo in testa, stanno causando a questi boschi, a queste montagne”.

Si, lo sapevano. I due giovani druidi, laggiù, abbassarono un po’ il capo, come caricandosi di parziale vergogna.

“La foresta del Sud, lo sapete, è quasi sparita. I ceppi nudi sono a perdita d’occhio e campi coltivati nascono dove prima era solo pascolo di cervi. La cascata del Nivrot è stata deviata, e tutti i Boschi Neri, anche quelli più antichi, stanno morendo senz’acqua. La pazzia dell’uomo e la crescita indisciplinata di ogni nuova città seminano morte e distruzione senza che nessun nuovo albero venga piantato e senza il rispetto di ogni forma di vita animale. Invece di spostarsi in funzione dei fiumi, sono gli stessi ad essere deviati per giovare all’uomo.”

Un sommesso brusio di consenso serpeggiò nella folla. Conrad stava dicendo verità assolute.

“La soluzione, fratelli miei, non è però immediata o scontata. L’uomo è nato per dominare, lo sapete tutti. Quello che però nemmeno loro sanno, è che ci sono regole alle quali tutti dobbiamo sottostare, anche noi druidi. Le sanzioni, altrimenti, saranno durissime, e nessun druido di questa Terra potrà mai opporvisi. Sta a noi insegnare tutto questo, diffondere il sentimento di pericolo che incombe su queste pianure e di rispetto nella madre di tutti gli esseri che vivono sopra e sotto le acque. Ma vi esorto. Vi esorto tutti…”

Molti druidi sgranarono ancora di più gli occhi. Alcuni fra i lucertoloidi, padroni di una miglior vista, registrarono un Conrad a pugni racchiusi, quasi contrito.

“…vi esorto dal profondo nel cuore. Ogni decisione va portata avanti, ma non in modo violento. L’uomo deve essere educato, non costretto, a meno di essere alle strette. Chi è educato, rispetterà per sempre, chi è stato costretto rispetterà le decisioni prese per la propria generazione, in attesa che antichi problemi risorgano con i figli dei figli, e noi stessi dovremo ricombattere la stessa battaglia fra cent’anni. La mia proposta, fratelli, è di decidere oggi i tempi per cambiare questo Mondo, e di farlo con il benestare dell’uomo, non con il suo capo chino. Il consiglio, da ora, prende la parola”.

Indietreggiò, e sparì alla vista dei druidi.

Ora, la parola passava al Consiglio. Dieci dei druidi più anziani avrebbero avuto parola, ed a semicerchio lo fecero discutendo per tutta la notte. I restanti druidi ascoltarono in silenzio, come spettatori ad uno spettacolo in piazza. Furono sviscerati i pro e i contro della collaborazione con l’uomo, furono fatte previsioni da qui a cent’anni, gli alberi quasi contati uno a uno. Addirittura si arrivò a discutere della prole degli scoiattoli, in un caso o nell’altro, e non si venne a capo quasi di nulla. Buona parte dei druidi, soprattutto dei più giovani, propendeva per un giro di vite, una costrizione, un periodo di magra per l’uomo che fosse da monito e da lezione.

Conrad osservava dalla sua seggiola, leggermente discostato dal semicerchio druidico. Immerso nei suoi pensieri ascoltava parte delle parole e della discussione, per poi rimuginare le conseguenze nella propria testa. Di tanto in tanto spostava lo sguardo alla folla alla sua destra. Centinaia di druidi di tutte le razze e di tutte le nazioni annuiva o bofonchiava ad ogni parola che usciva dal semicerchio, ed egli stesso leggeva negli occhi una rabbia furibonda. Alcuni dei più giovani torturavano fra le mani legnetti e fili d’erba intrecciati, quasi a scaricare una violenza repressa. Capì fin da subito che il suo parere, per quanto autorevole, non era condiviso all’unanimità, anzi.

Una parte del consiglio, invece, propendeva per un’educazione basilare nei confronti dell’umanità: leggi severe e precise sulle coltivazioni e sui disboscamenti, una recinzione meno costrittiva per l’uomo, più lenta nel portare risultati ma migliore per le conseguenze nel lungo periodo. Ma anche qui i più facinorosi opposero resistenza, obiettando che l’arroganza dell’uomo ormai non permetteva più nessun tipo di tolleranza, e che i tempi erano tali da pretendere risultati immediati.

Insomma, non se ne veniva a capo. Tanto che i toni, sempre sommessi in questo tipo di Consiglio, si accesero in poche ore: alcuni fra i druidi-spettatori si alzarono a turno per chiedere brevemente parola, sottoponendo agli anziani punti di vista sempre differenti, a volte opposti rispetto a quello che magari era appena stato discusso, rimettendo in campo le stesse carte con un’angolazione diversa.

Tutto ciò è molto costruttivo, analizzò il Maestro nella sua testa, ma non avrebbe portato ad una soluzione pacifica, se alcuni punti fermi non fossero stati accettati da entrambe le parti.

Thof gli passò accanto, leggero e quasi comico nella sua mole, ma rispettoso di un rituale che non lo vedeva partecipante: aveva sotto il braccio una grossa fascina, legata alla bene e meglio. La pose (non la buttò) accanto al fuoco, e cominciò a distribuire i grandi pezzi di tronco lungo l’arco del falò, con una precisione da fuochista che incantò Conrad. Sembrava che Thof volesse essere invisibile, come un’ombra, un’ombra di due metri in verità, o un maggiordomo di grande esperienza.

Si incantò qualche minuto nell’osservare il Minotauro che continuava la sua opera di alimentazione, perdendosi con lo sguardo nel crepitare delle fiamme. Poi si risvegliò dal torpore, drizzò la schiena e alzò una mano.

Quasi tutti si voltarono, e pochi istanti dopo le voci cessarono una dopo l’altra.

Conrad si alzò e fece qualche passo, fino ad entrare nel semicerchio dei saggi, anch’essi voltati ad osservare i movimenti del Maestro.

“Per oggi credo si sia detto molto, forse troppo. Vi chiedo di andare a riposarvi qualche ora, nell’attesa di continuare questa discussione domani mattina, sperando che il molto o il troppo si trasformino in stretto necessario. Perché è questo quello che serve, in realtà, non un’accozzaglia di voci e grida”. Il suo sottile messaggio arrivò a bersaglio, e molti druidi tolsero lo sguardo dal maestro.

“Riflettete tutti questa notte. È importante, anzi…vitale, che un’intesa venga trovata in questo Consiglio, e che anche le distanze maggiori vengano colmate. E in fretta. Vi auguro un sonno chiarificatore”. Detto questo si voltò, e scese dal soppalco che sovrastava il prato del consiglio. Si diresse nella boscaglia, seguito con lo sguardo da Thof e da quasi tutti i druidi.

Sparito il Maestro, la folla si diradò in rigoroso silenzio. Tutti i druidi presero congedo per andare a riposarsi, chi nella boscaglia, chi seduto su una roccia, chi in un letto di foglie.

Giusto per la cronaca, vi rivelo che fra i tanti, ci fu anche un druido di razza draconica, che decise di riposarsi lassù, in cima alla rupe. Nessuno, tranne Thof, se ne accorse. Aprì le possenti ali e si librò alto, e in pochi battiti atterrò fianco al fuoco.

Naturalmente non si poteva, ma Thof che era di cuore buono, salì lassù, con la sua brava fascina sotto il braccio. Lo vide, questo giovane drago. Lo vide sonnecchiare fianco al fuoco, forse inconscio della bravata.

“Scendi, ragazzo” disse sottovoce il Minotauro.

Il drago si voltò di soprassalto, colpito da quella voce profonda. Credendo di essere solo, si trovò sprovvisto di parole per giustificarsi.

“Io…” disse, prima di essere interrotto.

“Scendi. Thof no spia”.

Il draghetto rimase in silenzio qualche attimo, poi capì. “Si, grazie”, disse soltanto e in un battito d’ali sparì nella notte, per ridiscende a più consoni livelli.

Thof dall’alto lo guardò, finchè la notte e la vista non glielo nascosero.

Poi sorrise divertito, prese la fascina con il braccio nodoso e la gettò nel fuoco, che rispose vigoroso.

Stette un attimo ad annusare la notte, zufolando qualche nota. Giusto pochi minuti, prima di tornare al lavoro.

Conrad, laggiù nella boscaglia, mosse il capo ritmicamente, senza aprire gli occhi. “La ballata dell’Unicorno”, sussurrò a se stesso. E ne rise sollevato.

Conrad il druido - 7 (Il consiglio druidico)

Author: Jager_Master / Etichette: ,

Conrad entrò, inconsapevole del proprio inseguitore, all’oscuro di cosa stesse facendo il suo fido Chek, mentalmente aperto e pronto al nuovo Consiglio Druidico della Seconda Era, Anno 3222.

Entrò nel cerchio, e s’incamminò per il pendio scosceso che portava alla rupe centrale, dove già lo stavano aspettando molti dei suoi vecchi amici e colleghi. Il sentiero ciottolato scendeva ripidamente, quasi a strapiombo. Aggrappandosi ai rami con le grosse mani, Conrad si fece strada, aggregandosi poco più avanti ad un paio di druidi, anch’essi sulla stessa strada, anch’essi che scendevano pian piano tenendosi a rami ed arbusti. Due umani, a prima vista decisamente giovanili. Non li conosceva, né mai li aveva visti in tutta la sua vita, ma c’è da aggiungere che sono anche numerosi i druidi che ogni anno si accingono ad entrare nel consiglio druidico, e non è raro trovare molti visi nuovi assieme a quelli già conosciuti.

Li salutò educatamente, ed essi risposero al saluto, voltandosi nella discesa per sorridere al nuovo compagno. Poi ritornarono alla discesa, attenti a dove poggiavano i piedi.

Sbrigate le formalità, anche Conrad si concentrò sulla strada, calcolando che da quel punto mancava non più di mezz’ora di cammino per arrivare alla rupe.

La discesa terminava su una pianura, con rari alberi sparsi nelle vicinanze e una folta foresta in lontananza. Oltre quella foresta, sbucava all’orizzonte una punta di roccia, la cosiddetta Rupe del Consiglio, dove ogni 27° luna dell’anno si teneva il Consiglio Druidico.

Terminata la discesa, Conrad si concesse un morso di mela, e si sedette. Gli umani non si voltarono nemmeno, e iniziarono la passeggiata lungo la radura, come niente fosse. Strane bestie gli umani, pensò il mezz’orco: vivono in comunità, fondano paesi e castelli, ma non sanno vivere in società. Si azzuffano per poco pane e si dichiarano amore eterno. Morirebbero per una donna, ma fuggono di fronte al dolore. Studiano e imparano come pochi altri al mondo, ma scordano le principali regole di vita, come questi giovani druidi.

Ma avranno tempo per scoprirlo. O meglio, sorrise fra se Conrad, lo scopriranno fra poche ore.

Si alzò, e seguì in lontananza i due giovani umani, che confabulavano animatamente, ampliando la discussione con vaghi gesti e risa sguaiate. Un atteggiamento tipico dei giovani, pensò Conrad. Da quel momento non gli prestò più molta attenzione, aveva altro a cui pensare.

Viaggiavano a circa mezzo miglio di distanza, ora. I giovani a passo veloce, Conrad che lentamente perdeva distanza dai due. Ma non aveva fretta, aveva bene in mente i tempi giusti, e si concesse di vagare col pensiero, annusando l’aria che si stava scaldando ai raggi del sole. Era sempre contento di partecipare al Consiglio, perché aveva anche l’occasione di passare per questi luoghi, dove piede…umano non poggiava quasi mai. L’erba era alta fino alle ginocchia, lucente e precisa nei milioni di fili verdi tutti paralleli uno all’altro, lanciati verso il cielo, come soldati ritti all’adunata. Anche gli alberi sembrava godessero di questa pace, aperti al sole e rigogliosi fin nel più piccolo ramo.

Chissà per quanto, pensò. E subito un’aura scura gli coprì la mente, rigettandolo in più cupi pensieri.

Rialzò la testa qualche minuto dopo, quando la volta degli alberi che circondavano la rupe gli aprirono la vista sul pezzo di roccia più imponente che occhio umano abbia mai visto.

Lanciata al cielo, quasi volesse staccarsi da terra, la rupe si stagliava oltre gli alberi, grigia come il manto del lupo della neve, scolpita che sembrava opera d’uomo. E invece era opera della Natura, che come ben si sa, ha mano certamente più capace e saggia. Superava i trecento piedi d’altezza, e solo tramite un’arrampicata laterale, si poteva raggiungerne la cima.

Osservò la punta della Rupe, parandosi gli occhi dal sole con la tozza mano, poi si diresse verso gli amici, che come ogni anno gli stavano venendo incontro.

Tese mani, abbracciò spalle forti, parlò a visi saggi e potenti. Ed ogni volta era come respirare aria nuova, come mettere il naso nella più grande biblioteca che si conosca, annusando la polvere dei libri antichi. Un brivido di immortalità e potenza invadeva le vene, e si sentiva più forte. Più felice. Più tutto.

In particolare, fu lieto di abbracciare Thof, un Minotauro dall’aria sognante. Era il guardiano del circolo, l’unico che durante l’anno viveva nel territorio druidico, ma non era un druido. Il suo compito era quello di tenere in ordine la rupe e tutti i boschi del circondario, nell’attesa dell’anno nuovo e di un nuovo consiglio.

Era un po’ (possiamo dirlo, non ne avrà a male) il passatempo preferito di ogni druido. Parlava poco e capiva ancora meno, ma era di una simpatia rara. Metteva allegria ad ognuno dei partecipanti al circolo, ed era un vero e proprio portento soprattutto con lo zufolo.

Lo trovò, come sempre, seduto ai piedi della rupe, con un nugolo di druidi attorno. E tutti battevano le mani mentre Thof soffiava deciso nello strumento a fiato, dandosi il tempo col piede e saltellando come un giullare. Suonava e suonava finché gli spettatori non si stufavano. Fosse stato per lui avrebbe suonato per giorni, non si stancava mai.

Conrad si fece strada fra la piccola folla di spettatori, e attese che Thof finisse il suo pezzo, che fra l’altro era il preferito del mezz’orco: “Ballata dell’unicorno” era il titolo dato dal Minotauro, e Conrad la trovava irresistibile.

Ascoltò paziente, quasi sognante, dopodiché approfittò della pausa nel finire della canzone, e si avvicinò a Thof.

“Thof, vecchio furfante, non mi saluti?”
Il Minotauro spostò lo sguardo in direzione della voce e si aprì ad un largo sorriso quando riconobbe Conrad. Posò lo zufolo e lo abbracciò calorosamente.

“Thof felice, Conrad. Bene?”

“Si, sto bene”, rispose il druido, sempre più felice di abbracciare il vecchio amico. “Me la risuoni, Thof? Ne ho sentita solo metà”.

“Sicuro” disse il suonatore, e si voltò per riprendere in tutta foga il suo strumento. Diede tre colpi a terra con lo zoccolo, e ricominciò la ballata. Questa volta anche Conrad si unì agli applausi, e accompagnò con essi tutta la canzone, dando il tempo alla melodia.

Era invecchiato, Thof, si vedeva. I suoi due metri di altezza non nascondevano i segni della vecchiaia, e qualche cicatrice rivelava che non aveva passato un anno tranquillo. Osservando le poderose braccia del Minotauro, però, Conrad capì che anche chi gli aveva fatto quelle cicatrici era probabile che non lo avesse raccontato a molta gente.

Passarono le ore, accompagnate dalla favolosa musica di Thof e giunse il crepuscolo. Con esso arrivarono anche tutti i ritardatari. Ora i druidi erano quasi quattrocento, provenienti da mezzo mondo, o forse dal mondo intero. Qualcuno aveva viaggiato per giorni, altri per settimane. Ma ognuno aveva negli occhi la stessa voglia e la stessa forza di partecipare a questo raduno.

I tre Fuochi del Consiglio vennero accesi, grazie anche al lavoro di Thof che aveva accumulato legna abbondante in tre grossi mucchi. Legna sufficiente per tenere accesi gli enormi falò per una settimana almeno. Il più grosso venne acceso in cima alla rupe, e da quel momento la luce nel cielo segnalò l’inizio dell’evento più importante dell’anno. Almeno per questi boschi.

I visi di tutti i druidi erano in quell’ora rivolti all’insù, rapiti dalle fiamme che si lanciavano al cielo, spezzando il blu della notte in rivoli rossi e gialli. Lo spettacolo era maestoso, da togliere il fiato. Sembrava che il Dio della Terra dovesse uscire da un momento all’altro da quella rupe, a poggiare la sua mano su ogni cosa sottostante, spalleggiato da quelle fiamme incredibili che bruciavano la roccia.

E in effetti, qualcosa di molto simile accadde.

La cerimonia iniziò, e dalla cima della rupe apparve la figura che tutti i druidi stavano aspettando: l’ombra nera si stagliò sulla punta, spaventosa quanto meravigliosa con quei rivoli di fuoco che coprivano lo sfondo e saettavano ovunque, frastagliandone la sagoma.

Ogni druido in quel momento abbassò il capo, inginocchiandosi al Maestro, che per i giorni a seguire avrebbe condotto i fratelli durante tutto il Consiglio. Anche i due giovani uomini erano a capo chino, lontani da quella figura nera, che forse non avevano ancora riconosciuto.

Da lassù, Conrad aprì le braccia, stupendosi come ogni anno di quanto fosse piccolo il mondo, guardandolo dall’alto.

Conrad il druido - 6

Author: Jager_Master / Etichette: ,

I Faglihm furono gli unici Elfi nella storia del nostro mondo che furono sopraffatti dalla loro stessa essenza di vita. E’ un capitolo talmente unico nella Storia, che vale la pena raccontarlo prima di continuare.
La Natura, la madre di tutto ciò che nasce e cresce sotto le fronde degli alberi, uccise in una sola notte tutti gli Elfi d’Argento: madri e figlie furono soffocate e affogate dalle verdi invisibili mani, nell’esecuzione più silenziosa che la Terra ricordi.
Un’intera famiglia, un’intera millenaria stirpe fu sopraffatta da acqua e foglie, sterminata nella più efferata e precisa esecuzione che nessun assassino immaginerebbe mai. Occhi spalancati nel sonno urlarono silenziosi alla luna, mentre bocche aperte al dolore furono soffocate dalla stessa aria che da sempre dava la vita ad ogni elfo, ogni pianta e ad ogni animale.
Nessuno raccontò mai di quella notte, perché ogni figlio del bosco in quelle ore volse la testa dall’altra parte, cieco di propria volontà, sopraffatto da tanta potenza e tanta tremenda risolutezza.
Nessuno alzò la testa, anche gufi e volpi tennero chiusi gli occhi. Ogni animale notturno passò quelle ore nella propria tana e anche i cespugli sembrava dormissero. Chi potè, trattenne anche il respiro. L’aria pesante e irrespirabile causò respiri affannosi anche a chi in quei momenti fu risparmiato, i lampi trafissero il cielo da est a ovest senza sosta mentre l’elettricità fece vibrare la superficie dell’acqua e i rami degli alberi. La paura stessa, sembrava stesse prendendo forma.
Non cadde nemmeno una goccia, anche se le nuvole grigie che sovrastavano il bosco pareva aspettassero solo di rovesciare secchi di acqua nera sul mondo. La sensazione era di stare in una palla elettrica, pronta ad esplodere e spaccare in migliaia di pezzi ogni cosa, ogni essere. Ogni elfo.
Ma nulla di tutto questo avvenne: l’esecuzione fu invece silenziosa. I rami entrarono nei letti, le acque del lago sopraffecero le sentinelle, le foglie soffocarono ogni bocca. L’aria, come ho raccontato, fece il resto.
Nessuno vide mai coi propri occhi la fine dei Faglihm, e nessuno tantomeno se ne ribellò. Ciò che la Natura sceglie, la Natura fa. In poche ore fu distrutta una catena di generazioni, nessun Elfo Argenteo sopravvisse e nessuno ebbe a rammaricarsene, ovviamente.
La mattina successiva, il silenzio lasciò spazio al cinguettio e ad una leggera pioggia primaverile, che sembrava lenire le ferite elettriche della notte. Pian piano l’intera boscaglia si svegliò e le tane si svuotarono; le fronde alzarono al cielo i rami, e i caldi raggi del sole penetrarono nel verde.
L’intero villaggio Faglihm, solo quello, restò in silenzio. I cadaveri ancora nei letti, gli occhi aperti al cielo, qualche mano spenta che spuntava da fitte coperte di foglie. Un’epoca di orecchie a punta si spense in quel momento.

Ma non tutto quello che ho narrato è verità. Non sono stato preciso.
Uno solo quella notte fu risparmiato.
La strage degli elfi malvagi serbò un posto in vita per un solo orecchie a punta. La famiglia argentea ebbe in effetti ancora qualche anno di vita, per poi scomparire per sempre.
Perché la Natura lo lasciò vivere, è ancora un mistero, che rimarrà credo senza risposta.

Sono passati ad ora 292 anni da quella notte, e quell’elfo ancora vaga per i boschi. Nessun compagno, nessun contatto umano, dicono anche che non abbia voce. E per quello che sappiamo di lui, può anche essere vero.
Che tipo sia nessuno lo sa, e nemmeno cosa cerca. Sopravvive da anni nella stessa maglia di morte che ha soffocato la sua famiglia, camminando su sentieri che ancora odorano di esecuzione. Le foglie stesse, raccontano ancora quella notte, se si sta qualche ora ad ascoltare in silenzio.
Una cosa però possiamo dire di lui.
Uccide.
Uccide senza pietà, uccide chiunque egli voglia, senza scopo apparente, coperto dalla Natura stessa che sembra quasi dargli riparo e sostegno in ogni suo movimento. Inspiegabilmente ha la mano del proprio esecutore sopra di se, in segno di protezione. E dato che nessuno sa, nessuno gli si avvicina.
Il Figlio del Bosco, alcuni lo chiamano, ma Atholas è il suo vero nome, e 292 anni dopo quella notte, entra oggi nel cerchio druidico. E nessuno se ne è accorto.
Ah no, questo voi già lo sapete.

Conrad il druido - 5

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Il consiglio si svolgeva ogni primavera, dalla notte della prima luna per 3 giorni e 3 notti ininterrottamente.
Fondamentalmente succedeva un pò di tutto durante queste giornate, seguendo un tradizionale canovaccio mai rispettato fino in fondo: puntualmente, infatti, veniva stravolto da capo a piedi.

Conrad arrivò fra i primi, nonostante il contrattempo del cinghiale.
Come ogni anno la prima cosa che vide nella radura fu il classico circolo azzurro, che rasoterra tagliava prati, alberi, sassi e foglie, disegnando un perimetro circolare a difesa del consiglio, grossomodo per un paio di miglia di diametro.
Bastò il classico cenno delle due dita congiunte e il circolo aprì un varco, attraverso il quale Conrad poté accedere alla zona riservata per i druidi.
A dirla tutta non era quel gran fuoco di sbarramento: niente più che un’aura protettiva, creata per evitare a bestie e curiosi di mettere becco nella zona druidica nei giorni sacri. Poi si sarebbe dissolta nell’ultima notte.

Può sembrare strano, ma anche Ceck era “catalogato” come curioso.
E dunque rimase fuori, in attesa, sarebbe rimasto lì, fino all’arrivo del padrone, se questi non si fosse girato poco dopo.
E infatti Conrad attraversò il varco, poi si girò.
Tornò sui suoi passi e con un sorriso sincero salutò il suo più caro amico, accarezzandolo dolcemente fra le folte orecchie. A Ceck bastò: era il saluto del “via libera” e d’istinto volse le spalle al padrone lanciandosi nella foresta dalla quale erano da poco usciti.
Si sarebbero rincontrati 3 giorni dopo. Puntuali. Come ogni anno.
Conrad aspettò che il suo lupo valicasse l’orizzonte, poi si voltò anche lui, diretto alla rupe del consiglio, a poche centinaia di metri, sotto la collina.

Atholas, come sua abitudine, osservò interamente la scena a pochi metri di distanza, accovacciato sottovento, nell’erba alta. Era talmente basso sul livello del terreno che sarebbe stato impossibile anche per Ceck vederlo; figuriamoci annusarlo, coperto di fango e foglie come era in quel momento.
Prima sembrò interessarsi dell’animale. Ma quando vide che i due si erano divisi, aveva apprezzato la cosa: quel lupo poteva diventare un problema, ma forse la fortuna stava girando, dopotutto.
Poi la sua attenzione virò decisamente sul mezzorco e il suo circolo azzurro: passarci attraverso per seguirlo era cosa decisamente impegnativa. Non alla sua portata.
Quindi attese, anche se Conrad, ormai, era ben all’interno della zona riservata e stava sparendo all’orizzonte.
Sapeva bene chi doveva arrivare. E in quanti.
Infatti attese pochi minuti, fino all’arrivo di un altro druido: un lucertoloide. Lo osservò da lontano e quasi riuscì a sentirne l’odore salmastro, di acqua stagnante e di selvatico. La pelle del druido era cosparsa di squame e la sottile veste copriva ben poco di quel corpo slanciato da rettile. Soprattutto lo colpì la coda: era lunga almeno 2 metri, e nonostante fosse sottile traspariva notevole velocità e forza.

Non attese oltre.
Con gesto lento e preciso incoccò la freccia nell’arco corto, tenendolo parallelo e orizzontale rispetto al terreno. Quanto la lucertola fece segno con entrambe le dita, il cerchio azzurro si aprì, e per Atholas fu il segnale dell’attacco.
La freccia sottile partì rapida senza alcun suono, diretta al torace della lucertola; appena la saetta lasciò l’arco, Atholas si alzò di scatto, estraendo nello stesso tempo una seconda freccia.
Guadagnò qualche istante, con questo movimento, e quando la freccia arrivò a bersaglio, la seconda era già incoccata. Ma nel frattempo l’arco era in posizione verticale, con la sua mano più forte, e il busto eretto, a gambe stabili e aperte sul terreno.
In piedi era fin troppo facile: era come colpire un cervo legato.

Stilf era un druido giovane, ma nella sua poca esperienza aveva già conosciuto il rumore e l’odore del legno. Nelle paludi aveva unito l’istinto lucertoloide con la saggezza druidica, e la natura aveva ben pochi segreti per lui.
Sentì arrivare la freccia quasi subito. Era come la sensazione di un fulmine attraverso le tempie: deciso, rapido, immediato: era impossibile non accorgersene. Il legno “parlava chiaro”, la sua voce era inconfondibile.
Ma il legno viaggiava anche veloce. Troppo veloce. Soprattutto il legno argento, degli alberi elfici.

La freccia colpì, all’altezza del costato. Stilf si voltò verso la sorgente di quel ramo, che conficcato dentro di lui bruciava come non mai.
Lo vide.
In piedi, a circa 20 metri da lui. Nella sinistra un arco corto, nell’altra una freccia che stava per essere rilasciata. La figura intera era difficilmente riconoscibile: la sagoma sembrava di un uomo, o di un elfo, o anche di un troll di statura minore.
Poteva essere chiunque, e con quel rivestimento di terra e foglie era totalmente irriconoscibile all’occhio.
Ma le orecchie a punta no, quelle erano un segno inconfondibile.

La seconda freccia partì, ma questa volta Stilf era pronto: riuscì a osservare il momento dalla partenza e si preparò. Con una mano tenne la freccia nel costato ferma, per non avere impedimenti e dolori, con l’altra creò uno scudo verde davanti a se, attraverso il quale la freccia argentata in arrivo si dissolse all’istante, ancora prima di raggiungere la sua testa, alla quale era diretta.

Ma la punta seghettata della prima freccia stava facendo il suo sporco lavoro, e cominciò a trascinare sangue a fiotti fuori dalla ferita. Sarebbe morto dissanguato a breve: doveva dunque estrarla.
Rilasciò lo scudo, per quanto era un gesto pericoloso, ma non aveva scelta.
Con gesto rapido afferrò la freccia conficcata, provando delicatamente a tirarla fuori.
Atholas ne approfittò. L’arco era già a terra, abbandonato dopo il secondo lancio; la mano destra dietro la schiena, attorno all’impugnatura. La sinistra ben larga, a bilanciare la preparazione del gesto.
Con un gesto secco rilascò la mano destra, lanciando a mezza altezza il pugnale che teneva nella cinta, se possibile ancora più rapido della prima freccia. Sicuramente più preciso.

Stiff vide il gesto.
Mollò la presa con la seconda mano e riaprì lo scudo.
Ma il pugnale non conosceva legno. Neanche di sfuggita.
La lama, totalmente d’acciaio, penetrò nella gola del druido fino all’impugnatura, anch’essa di metallo.

Per qualche istante nulla si mosse, nessuno parlò.
Stiff cadde sulle ginocchia, ancora con la mano aperta allo scudo verde, ancora con l’altra che afferrava la freccia nel costato. Poi si accasciò sul lato. Immobile.
Anche atholas rimase fermo: ora i suoi sensi erano concentrati sull’ambiente circostante. Annusava e ascoltava, dimenticandosi di quel corpo morto che aveva davanti; lui non poteva più nuocere ora.
Quando finalmente decise che attorno a lui non c’era nessuno, si fiondò verso il lucertoloide, afferrandogli la tunica e tirandolo rapido verso la boscaglia.
Gli bastò trascinare il corpo in una fossa poco distante, scavata forse dai cinghiali. Abbandonò lì il cadavere, lo coprì rapido con un cespuglio sradicato e tornò veloce all’apertura.
Vide che attorno al varco c’erano visibili tracce di sangue sull’erba secca, ma decise che non ci poteva poi fare molto. Dunque se ne disinteressò quasi subito.

Un ultimo sguardo dietro di sè, poi si lanciò nel varco, e sparì, sulla strada lasciata dall’ignaro Conrad.

Conrad il druido - 4

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Cominciò a piovere, l’aria pregna di umidità, il muro d’acqua praticamente insopportabile. Conrad camminava da ore, sempre a testa bassa ripensando alle sue parole al villaggio e alle reali conseguenze che avrebbe portato il consiglio.
Prendendo a male parole Mistier non aveva detto falsità: quello che avrebbe deciso con gli altri druidi avrebbe portato realmente distruzione o nuova vita nel mondo degli uomini. E delle altre creature, ovviamente.
Certo, l’uomo avrebbe subito maggiori sofferenze, perché ormai si era seduto nella realtà attuale, un popolo “vecchio”,bolso e debole, attaccato solo al metallo, alla ricchezza, ai piaceri della vita, e aveva perso il lume della ragione. Non sarebbe stato in grado di reagire ad una forza tremendamente superiore alla sua.
Non capivano gli umani, non capivano. La natura prima o poi avrebbe preteso ciò che aveva elargito. In prestito. Perché la natura non regalava nulla.
Stinse i pugni e i denti, in una smorfia di rabbia. E lì si accorse che ormai erano ore che camminava ed era inzuppato completamente.
Non che fosse un problema, aveva attraversato zone selvagge in condizioni peggiori, come quella volta che con Chek era andato a piedi sulla Monte Neve, e aveva dormito in una grotta senza riparo e con una tormenta mai vista da occhi umani.
I rigoli d’acqua e le gocce erano poca cosa.
Si fermò e si guardò attorno, ma col buio e la pioggia non vedeva quasi nulla. Si girò verso Chek e lo intravide sornione e tenerissimo dentro quel pelo bagnato, mentre sbatteva ripetutamente le palpebre per non farsi colare l’acqua negli occhi.
Conrad sorrise, e si diresse nella boscaglia, lontano dal sentiero. Camminò ancora per qualche minuto finché trovo dove dormire: davanti a lui una pozza d’acqua che stagnava sotto il getto della pioggia e di una piccola cascata.
Era acqua pulita, su di un fondale di qualche metro.
Aprì le mani e una luce giallo-verde scaturì dalle dita in un intreccio di nastri e dardi colorati. Chiuse gli occhi qualche istante e quando li riaprì si diresse verso il laghetto ormai vuoto, con l’acqua che sostava paziente ad un paio di metri di altezza sul livello del bordo.
Camminava piano, Conrad, osservando come il fondo fosse asciutto, senza traccia di umidità, terra morbida perché bagnata da poco. Mosse ancora le dita come ad indicare qualcosa sul fondale e da questo si alzarono sottili fili d’erba che intrecciarono un morbido prato d’erba sul quale Conrad si posò. Il laghetto scese delicatamente a pochi centimetri dal bordo, lasciando uno spiraglio per l’aria.
Dormì sereno, addormentandosi quasi subito; sopra di lui un tetto d’acqua fermava l’acqua.
Ma a Chek non piaceva dormire sotto l’acqua: era in perenne tensione. Così decise di mettersi sotto una roccia della cascatella, dalla quale poteva vedere il suo padrone dormire. Quando decise che Conrad era già nel mondo dei sogni abbassò il folto testone fra le zampe, e in poco tempo si addormentò anche lui.

La mattina seguente Conrad si svegliò perfettamente riposato dopo quattro o cinque ore di sonno sereno. Si alzò ed uscì dal suo giaciglio saltando il bordo del laghetto.
Poi si girò e con un breve movimento delle tozze dita comandò all’acqua di scendere al suo livello normale.
Poi si stiracchiò, sorridendo a Chek che lo osservava seduto sotto un albero. Dagli occhi soddisfatti il druido capì che aveva già fatto colazione.
Mise la mano nel suo sacco che aveva a tracolla e ne tirò fuori una mela e un pezzo di pane secco. Masticando allegramente riprese il cammino.
La breve colazione e il cielo sereno ristabilirono il buonumore del mezzorco, che quasi si dimenticò della discussione al villaggio del giorno precedente e delle amarezze che aveva coltivato nel cuore durante la notte.
Camminò fino a tarda mattinata, quando il sole era già alto nel cielo; l’erba era asciutta praticamente ovunque, e poche gocce coprivano ancora le foglie più nascoste degli alberi.
L’aria fresca spazzava il cielo e fra gli alberi volavano ancora uccelli e farfalle: era un momento sereno e felice e Conrad di questo si rallegrò, chiedendosi per quanto ancora avrebbe potuto godere di questo.
Il consiglio era a poche ore di cammino, ormai c’era, ed aveva annullato il ritardo per la caccia al cinghiale. Pensava ai compagni del consiglio e a chi avrebbe visto.
Camminava sereno, Conrad. In Armonia col mondo.

Di certo non sapeva di essere in compagnia, altrimenti avrebbe perso certamente il sorriso. Occhi vigili, di un azzurro cielo, quasi gelidi, lo osservavano da ore, forse da giorni.
E anche quando diede l’ultimo morso alla mela prima di sotterrarne il torsolo, neanche un suo movimento sfuggì a quegli occhi vigili e attenti.
Chek non sentì nulla, nè odorò nulla, e questo fu un male.
Ma nessuno era in grado di vedere nè sentire Atholas, se lui non voleva. E Atholas non voleva. Mai.
Conrad sparì all’orizzonte, lasciando dietro a se un immenso campo di grano giovane e si inoltrò nel boschetto.
A centinaia di metri di distanza, ancora prima del campo di grano, un essere agile scese dall’albero sui cui era appollaiato da ore. Aveva aspettato Conrad, sapendo del suo passaggio, lo aveva osservato quando aveva camminato sotto di lui, e lo aveva visto allontanarsi all’orizzonte.

La mano sottile e capace raccolse un pezzo di terra, e la portò al naso. L’odore di Conrad era inconfondibile e schedato dalle narici di Atholas. Buttò il mucchietto a terra, si abbassò all’altezza del grano e corse rapido e silenzioso osservando le tracce e sentendo l’odore.
Coperto di fango, Atholas correva veloce e invisibile, dietro a due viaggiatori ignari.
Correva Atholas. Sicuro e infallibile. Come il vento. Come il fuoco. Come la morte.

Conrad il druido - 3

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Camminava in silenzio a testa china, tirando a se il cinghiale strisciandolo sull’erba rada del sentiero. Ogni tanto chek ne odorava il corpo, sentendo il richiamo della carcassa dell’animale: aveva fame, ma per nulla ragione al mondo avrebbe toccato quel cinghiale davanti al suo padrone, e nemmeno lontano da esso. Piuttosto la morte.
L’ubbidienza era il suo miglior pregio, assieme alla fedeltà e alla forza; in effetti era un lupo veramente speciale, come pochi su questa terra. Era uno splendido animale dal pelo folto e morbido, cosa strana per una bestia selvatica, ma sembrava che nessun ostacolo, nessuna lotta, nessuna caduta potesse rovinargli quel manto meraviglioso.
Più di un cacciatore aveva adocchiato Chek nei periodi in cui Conrad col suo fedele compagno sostava in zone abitate. E più di un cacciatore lo aveva notato anche nelle terre selvagge: in fondo non era poi difficile, dato che Chek misurava quasi 2 metri di lunghezza e pesava poco più di 300 libre.
Aveva le orecchie a punta, che terminavano con un sottile ciuffo bianco, proprio in cima e un manto completamente fulvo, quasi rosso. Un colore particolare, ma che aveva avuto la sua importanza quando Conrad aveva fatto la sua scelta fra i lupi:aveva indicato Chek senza indugio, quella notte. Massa di muscoli e potenza, occhi verde muschio; l’intelligenza che sprigionava, poi, era quasi cosa viva. Quel lupo spuntava dal branco come un albero secolare immenso può sbucare dalla boscaglia. La scelta fu rapida e ovvia, e da quel giorno Chek calcava le orme del suo padrone giorno e notte.
Lo rispettava e lo temeva allo stesso tempo, ma col passare degli anni questo timore aveva lasciato posto ad un affetto profondo che valicava ogni sentimento di sola fedeltà; ora niente e nessuno avrebbe mai spezzato il loro rapporto.

Conrad, quasi a sentire il sentimento di Chek si voltò senza smettere di camminare, e i due si guardarono negli occhi profondi per qualche istante.
Non fu necessario dire alcunché, bastò quella rapida occhiata. Chek con un balzo rapidissimo si fiondò fuori dal sentiero e cominciò a correre a perdifiato nella foresta.
Conrad tornò a guardare la strada, sempre immerso nei suoi pensieri, sempre tirando a se quel pesante cadavere, pesante più per la mente che per il braccio. Continuò a camminare, ormai il paese era ad un’ora di cammino, e rallentò anche il passo.
Chek nel frattempo era una freccia nella boscaglia, evitava rami e arbusti come acqua fra le rocce, balzava fra gli alberi e inalava più odori che poteva. Sbuffava moltissimo ma non era sudato: avrebbe potuto correre per una giornata intera sudando solo al crepuscolo, ma sbuffava perché a lui interessava percepire quel preciso odore.
Che presto arrivò: come una freccia, gli si conficcò nel naso,e in quel preciso istante bloccò le zampe dove si trovava, accucciandosi col muso a terra.
Sbuffava ancora, questa volta più piano, le orecchie tese, e i muscoli pulsanti.
Era davanti a lui, a una trentina di metri, leggermente sulla destra. Non lo poteva vedere perché nascosto dall’erba alta, ma sapeva che era lì. L’odore era talmente forte da dare il mal di testa e quasi ne vedeva la sagoma disegnata nella sua mente.
Si spostò di qualche metro alla sua destra, indietreggiando per trovare riparo da un cespuglio in fiore, e si mise dietro ad esso. Poi cominciò anche a salivare: era pronto.
Durò tutto pochi istanti, il tempo di scattare per 20 metri: il cervo notò una macchia rosso scuro con la coda dell’occhio, ma fu l’ultima cosa che vide, poi una mascella di mezzo metro d’apertura gli si chiuse attorno al collo , e lo spezzò con un colpo secco.
Dall’altra parte del bosco Conrad sorrise amaro.
Mangiò, Chek, mangiò tutto, senza lasciare quasi nulla, come era nel rispetto della natura che Conrad voleva. Anzi: pretendeva.
Oltre a non sprecare nulla tutto ciò serviva anche per placare la fame per qualche giorno, evitando di lasciare il padrone troppo spesso per andare a caccia. E a Chek non piaceva lasciare Conrad. Voleva stare con lui, ogni istante, anche se spesso il richiamo della fame e della natura era impellente e non poteva essere rimandato.
Quando finì l’ultimo boccone Chek si concesse qualche minuto per leccarsi le zampe e pulirsi la bocca: detestava avere rimasugli delle prede addosso e adorava il proprio mantello come lo adoravano tutti i cacciatori che lo avevano visto almeno una volta.
E qualcuno di questi, a dire la verità, ci aveva provato a toccare quel mantello, prima ovviamente, di perdere la mano e subito dopo la vita.
Sia Conrad che Chek amavano il mondo e tutto ciò che esso donava. Tranne la malvagità dell’uomo. E il cacciatore in se ne incarnava lo spirito perfettamente: cacciava e sprecava il dono della natura solo per una pelle da rivendere al mercato, o per avere un paio corna o ancora per puro e stupido spirito di competizione.

Quella volta che un cacciatore aveva colpito Chek era ancora ben chiaro nella mente di entrambi. Chek stava consumando il suo pasto, e a qualche miglio di distanza Conrad sceglieva alcune erbe in una vasta radura, posandole delicatamente nel suo sacco. Ogni volta che Chek cacciava, il suo padrone non era mai presente: preferiva non vedere nulla, e si trovava qualche occupazione temporanea.
La freccia partì, la mano forte e decisa che teneva l’arco aveva avuto tutto il tempo per prendere la mira, e la punta di ferro si conficcò nella spalla di Chek. Il lupo urlò.
Conrad sentì quel grido come un lampo nella sua mente e si prese con le mani la testa: capì subito cosa era successo, si alzò e osservò l’orizzonte teso e attento, gli occhi puntati là dove la sua metà era stata colpita.
All’orizzonte stava Chek, dolorante e con una freccia infilata nel suo bel mantello.
La mano che teneva l’arco non aveva perso tempo e stava già incoccando una nuova freccia.
Chek, preso alla sprovvista, capì di essere stato stupido, e di aver abbassato la guardia come uno sciocco cucciolo. Osservò il punto da cui era partita la freccia e vide l’uomo praticamente subito: i contorni della sagoma che non poteva vedere venivano completati dal suo odorato.
Si lanciò nella corsa, a testa bassa saltando massi e cunette che intralciavano l’andatura. La seconda freccia partì, rapida e precisa come la prima, e si infilò subito sotto quella precedente, all’intaccatura del garrese.
Ma Chek nemmeno la sentì. Era tale e tanta la rabbia in corpo che ne avrebbe sopportate altre quattro almeno.
A un paio di metri dal bersaglio vide la mano del cacciatore cercare l’impugnatura di qualcosa nella cinta. Ma poteva farci granchè. Sapeva che una lama nella mano di un combattente esperto era peggio che venti frecce, ma ormai era lanciato e non gli importava di nulla, solo della gola del cacciatore.
Era questione di rapidità: il primo che avrebbe colpito avrebbe ucciso l’altro. E chek aveva un secondo nome: velocità.
La mano del cacciatore non uscì nemmeno dalla cintura: la massa fulva lo investì, l’impeto e la forza di un cavallo da guerra. Fu catapultato all’indietro e cadde. Ma parte della sua gola rimase fra le fauci di Chek, che ora lo osservava immobile, con quei profondi occhi verdi.
A qualche miglio di distanza Conrad riprese a respirare.

Ma in quei giorni Chek era ancora un lupo inesperto, per quando potente e forte nella sua giovinezza. In questi due anni, invece, aveva imparato molto dal suo padrone, molto più di quello che un lupo impara in un’intera vita.
Abbandonato il cervo raggiunse in fretta Conrad, che non si voltò. Riprese a camminare a passo deciso e Chek con lui.
Liskam era davanti a loro, in fondo alla collina.

Entrò in paese, scuro in volto e silenzioso. Nei suoi occhi brillava la forza e la determinazione degli orchi, e dovette reprimere il desiderio di prendere a botte e disintegrare quegli zotici villici che lo stavano accogliendo al suo ingresso in paese.
Accogliendo, poi, era una parola grossa; diciamo che lo stavano aspettando sulla soglia delle loro patetiche casupole sorridendo alla vista del grosso cinghiale che si stava trascinando dietro.
Arrivò in piazza e depose il corpo su un mucchio di assi, proprio a fianco della fontana. Chek, intanto gli stava a pochi metri e si accucciò seduto osservando le facce della gente intorno.
“Ecco qui” disse Conrad. “La promessa è stata mantenuta, ora mantenete la vostra”.
“Aspetta un attimo, druido”.
Conrad si voltò alla sua sinistra, sapeva di chi era quella voce. Davanti a lui vide uscire dalla folla che si era radunata in piazza un uomo di media statura.
Era Mistier, il capo del villaggio. Valente guerriero, e crudele nel suo farsi rispettare in paese, era l’unico a cui Condar avrebbe lasciato l’opportunità di ribattere. Nonostante fosse un uomo spregevole, il druido sapeva che i capi villaggio erano persone carismatiche, alle quali era meglio lasciare la parola. A un loro cenno tutto il paese lo avrebbe seguito, in vita o in morte.
E dunque non si adirò e nemmeno si stupì quando Mistier prese ancora parola, e lisciandosi la pelata disse: “Come facciamo sapere che quella bestia è quella che stavamo cercando?”
Conrad spostò gli occhi dal capo villaggio ed osservò ancora il maiale selvatico.
Dopo qualche istante incrociò nuovamente gli occhi dell’uomo e rispose: “Quanti cinghiali di due metri hai mai visto da queste parti, uomo? Quanti cinghiali oltre a questo sono in grado di distruggere un raccolto nel giro di una notte? È quello che cercavi”.
L’uomo non rispose e osservò la bestia. Poi ancora il druido. Non era convinto.
“Con la morte di questo animale hai avuto la tua....giustizia, Mistier. Ora torna al tuo lavoro e non abusare della mia pazienza”. Conrad stava perdendo le staffe davanti a tanta cocciutaggine, e aveva fretta di recarsi al consiglio dei druidi; aveva perso fin troppo tempo con questa gente.
“E va bene, orco” disse Mistier.
Conrad notò il tono con cui disse la parola “orco”. Ma sapeva bene che era per provocarlo, e d’altra parte essere mezzo orco era la sua natura e di questa andava fiero. Dunque si fece scivolare addosso la provocazione e ascoltò ancora l’uomo.
“Smetteremo di cacciare i cinghiali, ma ascolta le mie parole: se fra qualche tempo troveremo ancora il nostro raccolto rovinato, torneremo ad imbracciare gli archi. E non ci saranno Druidi sui nostri passi: avremo la nostra giustizia, che la natura lo voglia oppure no”.
Chek ringhiò di disappunto, ma Conrad con la coda dell’occhio lo zittì. In questo momento non aveva senso discutere con quell’uomo, tanto più che era sicuro che il cadavere di quella bestia era la soluzione giusta ai problemi del villaggio. Non avrebbero più avuto problemi con i cinghiali per qualche tempo. Sarebbe andato al consiglio e sarebbe tornato prima che qualche altra bestia potesse dar “disturbo” al paese. E avrebbe potuto gestire la situazione con più calma.
“Terrò a mente le tue parole, Mistier. Ma ascolta le mie” disse infine Conrad. “Fra poche lune sarò di ritorno, e da quel che accadrà al consiglio dipenderà la sorte di te e del tuo villaggio. E non solo. Cerca nel frattempo di non abusare della natura, o essa si ritorcerà su di te, e non ci sarà volontà di uomo, né arco che tenga”.
Mistier fu visibilmente colpito dalla frase che il druido gli aveva riversato contro utilizzando le sue stesse parole. E non disse più nulla.
Conrad di fece strada fra la folla, riempì il suo otre di acqua alla fontana e si diresse verso la strada che conduceva fuori dal villaggio, e da lì alla foresta.
Pochi metri dopo si fermò, nel naso ancora l’odore di morte del cinghiale, nelle orecchie la fastidiosa voce del capo villaggio. Doveva reprimere la rabbia, ma una frase uscì lo stesso dalla sua bocca: “Voi uomini non rispettate nulla di quello che avete attorno: sfasciate, tagliate, recidete senza pietà. Non piantate alberi al posto di quelli che abbattete. Uccidete per puro spirito competitivo e ferite a morte col vostro ferro ogni essere di questa foresta. Ma questa era deve finire, questo spirito immondo deve lasciare i vostri cuori e il vostro braccio deve posare la spada”.
Ora tutti lo guardavano. Un silenzio regnava nella piazza, solo la voce del druido riempiva l’aria. Conrad alzò il tono di voce: ”questo tempo è finito. E con essa la pazienza di questi boschi!”.
Alle sua parole una intensa brezza fredda frustò i volti delle persone in paese, e gli alberi furono scossi dallo stesso vento. Alcune foglie caddero, alcuni rami secchi furono portati via. La sabbia della piazza si alzò in piccoli vortici.
“Vi ho avvertito uomini. Tornate alla natura e vivete in essa. O essa verrà in voi, riversando anni di soprusi e oppressioni sulle vostre stupide case. Voi non sapete. Voi non conoscete cosa vuol dire rabbia".
Detto questo riprese il cammino puntando alla collina. In cima ad essa, seduto e fedele, lo aspettava Chek.

Conrad il druido - 2

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: , ,

Mentre la sua parte animale continuava nella corsa, Conrad rifletteva.
Questa caccia insensata che stava portando avanti proprio ora era un esempio di quello che voleva dire al circolo, di fronte agli altri druidi. Tutti loro erano i tutori e guardiani della natura, del mondo stesso. Non era possibile che nel loro ruolo dovessero sottomettersi alla "civiltà", e così sottomettere lo stesso ordine naturale ai bisogni di una sola specie, o comunque una minoranza. Le cosidette razze intelligenti avevano bisogno di essere guidate sulla strada del rispetto di ciò che li circondava, altrimenti sarebbero finite come gli elfi.
Conrad non aveva nulla contro gli elfi, ma pensava che fossero un buon esempio per rappresentare a cosa poteva portare l'allontanarsi dalla via della natura.
Un tempo erano la razza più diffusa e potente del mondo. Poi però avevano ceduto alle lusinghe di città e tecnologia, allontanandosi così dalla tradizione silvana in cui si erano formati. Ed ora si trovavano dispersi in piccoli insediamenti, neppure meritevoli di un confronto con gli antichi splendori, mentre molti erano morti o fuggiti chissà dove.
Davvero un caso esemplare, agli occhi di Conrad, ma poteva già vedere come molti membri del circolo si sarebbero opposti strenuamente alla sua visione: alcuni avrebbero chiesto che si continuasse a lasciare fare agli umani ed alle altre razze ciò che preferivano, intervenendo sporadicamente a limitare i danni; altri avrebbero estremizzato la sua visione, proponendo lo sterminio di tutti i popoli delle città. Lui proponeva una via di mezzo tra queste due posizioni limite: permettere le città, le coltivazioni, gli allevamenti, renderli anche migliori e più efficienti, ma in cambio le razze "civilizzate" avrebbero dovuto sottostare a regole precise, o i loro campi non avrebbero più dato loro i frutti sperati, i loro attrezzi avrebbero ferito le mani che li impugnassero, la pietra delle loro case sarebbe divenuta polvere.
Una soluzione che poteva dare molto da guadagnare a tutti, e molto da perdere a pochi. Il che, secondo Conrad, era più di quanto si potesse dire per l'attuale stato delle cose.
Per sostenere la sua proposta, aveva già valutato alcune possibilità per rendere i campi coltivati più fruttuosi, in maniera da sostenere una popolazione maggiore senza dovere strappare nuove terre alle aree "selvagge". Queste nozioni sarebbero state un incentivo per gli insediamenti che avessero accettato il nuovo ordine delle cose.

Conrad e Chek si trovavano ormai vicini alla loro preda. L'odore era più fresco sia nell'aria che sulle piante che il cinghiale aveva letteralmente attraversato. Sul tardo pomeriggio i due lupi poterono anche udire l'animale braccato, che, sofferente per la ferita infertagli dalla freccia, grugniva lamentoso ad ogni passo. Il druido sospettava che non fosse una ferita particolarmente grave, ma indubbiamente nessuno l'avrebbe trovata piacevole.
Quando Conrad ebbe l'animale in vista, cercò di inghiottire il nodo in gola che gli si era formato man mano che gli si avvicinava, e a non pensare a quello che stava per compiere. Era una cosa comune tra i druidi, stava solo perseguendo la via del male minore, e la morte di questo cinghiale avrebbe salvato la vita di molti altri. Nonostante questo trovava fosse molto difficile porre fine ad una vita in quel modo, e per lo stolto desiderio di vendetta di un villaggio ignorante.
Cercando coi suoi pensieri di rendersi sordo al dolore dell'animale tornò nella sua forma di mezzorco ed invocò un incantesimo per bloccarlo sul posto. Poi estraniandosi dai pensieri della bestia fece penetrare due incantesimi all'interno della sua ferita, uno di freddo ed uno di fuoco, finendo prematuramente quella vita.
Rimase a lungo a fissare il corpo immobile del cinghiale, rendendosi a malapena conto delle lacrime che gli scendevano rade e lente sul viso. Poi, sotto lo sguardo di uno spicchio di luna, si riscosse, e rafforzatosi magicamente prese a trascinare la sua vittima verso il villaggio. Lungo tutto il cammino si sforzò di non pensare a nulla, e Chek gli stette accanto in silenzio.

Conrad il druido - 1

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: , ,

Conrad stava osservando le tracce lasciate dalla sua preda sul tronco di un albero: macchie di sangue secco, dovute alla ferita causata da una freccia. Chek, il lupo che gli era compagno ormai da due anni, stava attendendo lì accanto, tranquillamente. La pista del cinghiale passava in maniera piuttosto evidente attraverso gli arbusti lì accanto. Gli spiaceva dovere seguire quell'animale per abbatterlo, ma questo avrebbe convinto gli abitanti del villaggio a non lanciare una caccia indiscriminata contro tutti i cinghiali della zona.
Questa grana gli era capitata a sproposito, mentre stava per partire, per recarsi al suo circolo druidico. La festa di primavera si avvicinava, e dalla radura sacra lo separavano cinque giorni di cammino. Conrad aveva avuto intenzione partire con una settimana di anticipo, ma questa caccia gli avrebbe preso tutta una giornata, ed un'altra l'aveva persa per convincere gli uomini del villaggio che non dovevano uccidere tutti i cinghiali della zona perchè uno aveva caricato un contadino. Zotici. E ora doveva trovare il responsabile della "aggressione", compito quello piuttosto facile, ma che svolgeva di malavoglia.
Per essere più rapido a seguire le tracce, decise di assumere la forma di un lupo, più adatta alla caccia di quanto fosse in veste di druido mezzorco. Chek gli girò un po' intorno, annusandolo in segno di riconoscimento, e poi gli si rivolse pronto a seguirlo. Si lanciarono nel sottobosco, lasciandosi guidare dal fiuto e dall'istinto attraverso la scia di rami spezzati e gocce di sangue rappresse. Queste si fecero via via più rade, fino a scomparire del tutto, ma i due animali avevano ormai le narici piene dell'odore della loro preda, e così non poterono perdere la traccia.