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ATTO SECONDO: L'elfa, l'Antico, L'addio

Author: The_Dreamer / Etichette: , ,


Senti l'odore del sangue, tutt'intorno a te.
Lentamente, mentre i soldati si schierano, la tua mente si annebbia.
E comincia il ronzio.
Non sai cosa sia né da dove venga.
Ma quando la battaglia comincia, ti senti chiamare.
E lasci che emerga in te senza alcun ostacolo.
Adesso vedi te stessa sollevare la pesante ascia.
Come se non fossi tu.
Come se il corpo non fosse il tuo.
E quel dannato ragazzino che cerca sempre di farsi ammazzare vicino a te.
Non che sia stupido sia chiaro.
E nemmeno che sia incapace di cavarsela da solo.
Ma...
Ma ai tuoi occhi è così fragile. Così bisognoso di aiuto.
Così...così...
No.
Scuoti la testa e scacci i pensieri.
Adesso è ora di combattere.


Ci voleva almeno un'ora, un'ora e mezza a raggiungere la Majesty da dove si trovavano, a passo di marcia insieme ai rimanenti soldati, cercando di evitare lo scontro il più possibile.
Se non fossero caduti in un'imboscata.
A circa mezzo miglio di distanza dal luogo di attracco della nave, iniziavano le trincee e i terrapieni, fotrificazioni di nessuno, per entrambi gli schieramenti; quando le linee del fronte si rompono, diventa difficile stabilire a chi appartiene il territorio.
Qui un gruppo di segugi infernali li aveva braccati.
Simili a cani, ma grossi almeno due, tre volte tanto, il pelo arruffato e rovinato, la pelle divelta in molti punti e le ossa scoperte. L'odore di carne bruciata e zolfo appestava le bestie come una malattia, e sebbene alcuni di essi andassero letteralmente a fuoco non parevano soffrire dolore alcuno.
Degli uomini che erano rimasti a Caleb, più della metà erano periti attraversando le fortificazioni, per trappole o repentini attacchi dei segugi ed ora appena una decina resistevano.
Lo zoccolo duro della formazione, per fotuna.
Fermo su un leggero declivio formato da calcinacci bianchi e rocce vulcaniche, il mago osservava lo svolgersi della battaglia.
Alla sua destra, Eris faceva danzare l'ascia bipenne in archi complessi e posture marziali, mentre con colpi precisi ricacciava indietro assalto dopo assalto dei canidi. In breve tempo, attorno a lei si venne a formare il classico cerchio di sfidanti, ognuno dei segugi ringhiava alla sua direzione, ma nessuno osava attaccarla.
Più avanti, almeno ad una ventina di passi dalla tiefling, quattro dei suoi uomini se la stavano vedendo con una bestia più grossa, dal pelo nero e gonfio, più rabbiosa e insolitamente forte.
Altri quattro, separati tra loro, combattevano con la furia dei morenti, già consapevoli che presto sarebbero stati soverchiati dalla forza dei segugi.
Mentre dalle trincee abbandonate altri segugi si univano ai loro compagni, ognuno di loro, Eris compresa, era certa della sconfitta.

Insicuro sul da farsi, Caleb piantò il bastone in terra, dritto davanti a sé, concentrandosi sulla luminescenza arancione, calda e rassicurante, che emanava il cristallo sulla sua sommità.
“Ci sono almeno tre regole che un Mago deve apprendere per la battaglia, Caleb”
Improvvisamente, quasi inconsciamente, alla sua memoria riaffioravano le parole del suo vecchio maestro, Karvan.
“La prima è conosciuta come Legge dell'Utilità. Ogni incantesimo ha un costo in termini di tempo e energie. Molti maghi non si curano di quello che fanno, e si limitano a scatenare la furia del loro potere su chiunque gli si pari davanti, solo per venire pugnalati alle spalle mentre pronunciano un nuovo incantesimo o esauriscono ogni stilla della loro energia”.
Meccanicamente, le parole affiorarono alle sue labbra, come un mantra.
“Pondera con attenzione. Ogni incantesimo ha forze e debolezze. Ogni magia è nata per un fine”
Con un paio di gesti e parole misurate cariche di potere, Caleb richiamò una leggera brezza, che lentamente iniziò a soffiare più forte.
“La seconda legge è la Regola del Tempo. La magia è conosciuta come l'Arte. A differenza della spada di un combattente o degli ordini furibondi e spesso repentini di un ufficiale, la magia richiede i suoi tempi, solo così otterrà la sua pienza perfezione”.
Le vesti del mago ondeggiarono lentamente, mentre il vento si faceva progressivamente più forte e uno strano odore iniziava a diffondersi nell'aria. Si concesse ancora un attimo per scrutare il campo di battaglia, prima di serrare gli occhi, occhi normalmente azzurri e spenti, ora carichi di un blu mare e pervasi da una forza antica.
“Ogni gesto fluido e conseguenza dei precedenti. Ogni parola misurata.”

Tormento, la cui mente era ancora pervasa dal ronzio della battaglia, dalla frenesia estatica del massacro, a malapena si rese conto di cosa stava accadendo. In un attimo di lucidità, vide il ragazzo, fermo su una collinetta, gli occhi chiusi.
I tielfing sono esseri per metà di magia. Inconsciamente essi sono in grado di percepirla.
E, come se ciò non bastasse, le nubi che si stavano avvicinando e l'odore di elettricità statica nell'aria erano sufficienti.
Spalancò gli occhi felini in un moto di pura paura, per poi prorompere in un urlo feroce.
“VUOI AMMAZZARTI E UCCIDERE ANCHE NOI, MAGO!? DANNAZIONE AGLI DEI FERMATI!”

“La terza regola, ragazzo mio, è il Giuramento del Mago. Come ricordi di certo, i nostri progenitori hanno usato per anni il loro potere per dominare, opprimere e guadagnare potere. Noi non tolleriamo che si ripeta. Il nostro potere, nel bene o nel male, non deve essere mai usato per ferire gli innocenti”
Una leggera scossa attraversò le palpebre di Caleb mentre terminava l'incantesimo.
“Osserva quanto possiedi. Potere e controllo. Essi marciano di pari passo.”

Poi spalancò gli occhi. Vide solo Tormento che correva nella sua direzione, una mano in avanti come a fargli segno di fermarsi.
Come l'inchiostro nell'acqua si espande e copre la purezza cristallina del liquido, così una massa nera e amorfa velocemente si espandeva dalla sua pupilla, inquinando l'iride e coprendo il bianco.

Non percepiva più il tempo.

Viaggiava su ali nere, su nubi temporalesche di arcana origine. Viaggiava portato dal vento, in forma di energia.
E il suo nome era Morte.
Quando le nubi giunsero sul campo di battaglia, cadde come fulmini, le braccia tese in un abbraccio elettrico, una promessa di morte. La sua volontà, già quasi allo stremo, spremette ogni stilla del suo essere, nel tentativo di canalizzare con precisione il colpo, di non ferire i suoi compagni.
Quando il vento cessò e il fulmine tacque, le energie lo abbandonarono.
Cadde.

Dove prima non c'era nessuno, ora una donna stava in piedi, e sorreggeva Caleb tenendolo con entrambe le braccia.
Eris, insieme ai soldati sopravvissuti, immediatamente circondarono la sconosciuta, puntando le armi nella sua direzione.
“Chi sei?” ruggì la tiefling “Lascialo andare, se non vuoi finire peggio di quei cani”
Una mano guantata scostò leggermente la cappa del manto violaceo che indossava. Una chioma di capelli dorati sembrò cadere da essa. Poi, sollevandosi con grazia ultraterrena, la sconosciuta si voltò a fronteggiare i soldati.
Il suo volto, leggero e aggrazziato, con la pelle liscia e pallida, lasciò di stucco gli uomini, mentre Tormento, riconoscendola, accentuò il cipiglio di fastidio.
“Ci rivediamo, Gilraen. Hai sempre le orecchie a punta e l'aspetto di una che sta per asfissiare, vedo”.
L'elfa Gilraen per tutta risposta, sorrise a Eris, per poi parlare con i soldati: “Sono stata mandata dal Capitano Artemis, a cercare l'ultimo pilota della Majesty” gli otto uomini la osservavano imbabmolati, difficilmente capendo cosa l'elfa dai modi gentili stesse dicendo “presumo che voi siate la sua scorta...”
Sfilò con lentezza e calma misurata il guanto e accarezzò la guancia del mago svenuto.
Pur senza vederla in viso, Tormento sapeva che l'elfa gli stava sorridendo con malizia.



Lo scafo della Majesty beccheggiava insistentemente e come Eris potè subito notare, anche alcuni dei marinai addetti al carico faticavano a trovare l'equilibrio, cercando di puntellarsi con i piedi reggendo i pesanti barili di polvere nera.
Gilraen procedeva a passo sicuro, leggera e aggrazziata nei movimenti, precedendo di qualche passo il gruppetto di uomini, Tormento in testa, i quali avevano caricato Caleb su una lettiga di fortuna. Da una mezz'ora non faceva altro che balbettare frasi incoerenti e muoversi a scatti.
Come se stesse sognando.
Giunti alla cabina di comando, a poppa della nave, i soldati sollevarono lo sguardo al di sopra di essa, dove sorgeva un'immensa cupola in vetro trasparente. L'elfa si fermò e battè gentilmente le nocche sulla porta in legno levigato di fronte a loro. Dall'interno qualcuno rispose in un linguaggio che Eris non comprese, ma che suppose essere elfico.
Il gruppetto fu fatto accomodare dentro la stanza, e con grande sorpesa di quasi tutti, appena aperta la porta si trovarono a muovere i passi dentro una sala veramente enorme. Avrebbe potuto benissimo essere la sala comune di una locanda: tre tavoli e diverse sedie erano sparsi in giro e un camino di grandi dimensioni stava sul fondo della stanza, un fuoco blu danzava al suo interno. Un uomo stava di fronte ad esso, e dava le spalle ai nuovi arrivati.
Stranamente, il fuoco sembrava raffreddare la stanza piuttosto che riscaldarla, ma del resto nell'Abisso questo sarebbe potuto essere utile.
L'uomo, senza muovere un muscolo, pronunciò ancora qualche parola in elfico e Gilraen rispose prontamente, intonando una litania e schioccando le dita.
Immediatamente, la fiamma blu si alzò di intensità, arrivando a riempire l'intera nicchia del camino.
L'uomo sospirò, come sollevato, poi, con tono cordiale si presentò.
“Comandante Artemis...di quella che una volta era la gloriosa flotta Seleniana, oggi solo un ricordo sbiadito.” alzò una mano, indicando i tavoli alle sue spalle, senza voltarsi “Accomodatevi, sarete stanchi immagin. Stendete il mago su uno dei tavoli, mi sono preso la libertà di preavvisare un apotecario del vostro arrivo...dovrebbe essere qui a momenti.”
Artemis afferrò qualcosa con l'altra mano e lo portò quindi alle labbra, inclinando di colpo la testa indietro con uno scatto e sorbendo un liquido dal calice.
“Brandy elfico, niente di meglio per rinsaldare i nervi di un uomo. Spero mi farete la compagnia di bere con me”
Iniziò a voltarsi lentamente, ruotando sui tacchi degli ornati stivali di cuoio. Indossava una giacchetta a doppiopetto bianca con grossi bottoni in madreperla, immacolata, al fianco una sciabola da marina in un fodero rosso e dalle rifiniture dorate e pantaloni blu. Ma quello che colpì gli uomini, più del vestito, fu il viso.
La metà destra del volto era letteralmente carbonizzata, lembi, anzi, placche di pelle nera erano divise le une dalle altre da sottili strice rosso fuoco, probabilmente il muscolo esposto, guizzante sotto quel velo incartapecorito di cenere. L'occhio destro era un pallido riflesso del sinistro, come un gemello malvagio di un giovinetto bello e in salute, un vecchio malato e ingiallito. E la bocca sembrava gonfia e putrida.
Preso alla sprovvista, la metà sinistra sembrò sorpresa, poi nel suo occhio buono si accese una scintilla di comprensione: “Ma certo, vogliate scusarmi. Sono imperdonabile”.
Armeggiò per un attimo sulla scrivania a lato del camino, rovesciando alcune mappe nella foga di cercare qualcosa. Poi, trionfante, alzò il braccio stringendo un pezzo di metallo dalla forma strana. Portò l'oggetto al volto e vi fu un sibilo, poi un leggero sbuffo di fumo. Quando si voltò ancora a fronteggiarli, fece un mezzo sorriso...letteralmente mezzo, dato che ora la metà destra del volto era coperta da una maschera del medesimo colore della giacca.
“Un piccolo incidente in battaglia anni fa” disse in tono cordiale “Niente di grave”.
Alcuni colpi di tosse, ma nessuno si azzardò a chiedere.
Nel frattempo, un ometto basso e calvo, con due occhiali dalle lenti spesse e leggermente curvo, entrò nella stanza, a passo strascicato. Strizzando gli occhi per guardarsi intorno, aprì poi la bocca in un'espressione soddisfatta mentre si avvicinava al tavolo dove era stato posto Caleb. Portava una cintura ricolma di borselli e sacchetti e iniziando ad armeggiare con queste, parlottava tra sé e sé, assorto nel suo lavoro.

Gilraen, che nel frattemposi era seduta in disparte e sfogliava un libro, si alzò in piedi, fissando lo sguardo sul comandante: “Torno alla mia posizione artemis, avverto gli altri sei del suo arrivo” disse indicando il mago incosciente sul tavolo.
Artemis fece appena un cenno e sembrò fare per parlare, ma l'elfa era già uscita, e la porta ondeggiava muta sui suoi cardini ben oliati.
A passo svelto, la maga salì i gradini esterni che separavano la cabina del capitano dalla Cupola. Dove ci sarebbe dovuta essere la porta, o un qualche mezzo di ingresso, stava invece una runa verde smeraldo.
“Shirak!” pronunciò l'elfa, e immediatamente una sezione di vetro di forma circolare sembrò diventare liquida, permettendo alla maga di passare, e risolidificandosi immediatamente dopo.
Poco prima di entrare, aveva sentito un rumore provenire dalla stanza del capitano...alcuni forti colpi di tosse.
“Forse Caleb si sta riprendendo” pensò.
Sei individui stavano in cerchio, formando un crocchio attorno a un grosso cristallo trasparente posto al centro della cupola.
Erano agghindati uno in maniera più buffa dell'altro, ma sopra tutti, Tardas, un umano altro e dalle spalle larghe era il più ridicolo: indossava solo una sorta di gonnello a strisce gialle e verdi, che gli arrivava alle caviglie, vestito che peraltro non copriva affatto le sue rotondità addominali.
Gilraen si affrettò a prendere posto insieme ai maghi.
La cupola di vetro, in tutto il suo splendore, lasciava trasparire la luce rossa delle pozze di lava infernale, e il cristallo stesso le deviava e rifletteva, creando i più bei giochi di colore dentro la bolla d vetro.
Qui erano raccolti i più strani tra gli oggetti che un mago potesse mai vedere.
Un grande astrolabio in ottone e gemme preziose ticchettava ritmicamente nel fondo della sala, abbastanza grande da coprire almeno un terzo della cupola intera. I suoi ingranaggi lucidi giocavano e danzavano, spostando le sfere costruite in diamante, zaffiro, rubino e decine di altre gemme l'una dall'altra, calcolando con precisione millimetrica chissà quali rotazioni planari e planetarie.Dalla parte opposta della sala, proprio di fronte al bordo interno della cupola, stavano sette colonne, della medesima altezza, costruite in quelle che a un primo sguardo pareva marmo. In quel punto della cupola, il vetro della medesima sembrava proiettare su di sé immaigni in movimento, strani simboli e flussi continui di diagrammi geometrici.
Quelli erano gli strumenti di navigazione usati dai maghi per controllare la nave, costruiti ormai secoli fa dai progenitori di Selenia, e il cui utilizzo, ad oggi, si diceva essere parecchio limitato, poiché molte delle formule erano andate perse.
Al centro della sala, all'interno del cristallo, vi era la più fantastica di tutte le meraviglie di quel luogo.
Incastonata nella gemma da chissà quanto tempo, vi era la metà superiore di un'armatura, completa di elmo, di dimensioni sicuramente non umane. Dentro la celata di metallo, pulsava una luce rossa, a intervalli intermittenti. L'armatura non aveva braccia né gambe. Due lettere campeggiavano sulla corazza metallica, scritte nell'alfabeto degli Dei.

Una A e una I.

AI, questo era il suo nome.
Molte erano state le speculazioni sul significato di quel nome, ma anche i più saggi tra gli uomini si erano dovuti arrendere. Anche venti anni fa, all'apice della potenza di Selenia, le conoscenze dell'uomo sugli dei erano limitate a poche leggende e scritti considerati non veritieri, e le divinità erano da tempo sparite dal mondo. AI era stato rinvenuto sepolto durante i lavori di cotruzione di Selenia, più di quattrocento anni fa, quando la magia ancora non era così diffusa nel mondo. All'epoca non si conosceva ancora la sua funzione, e si supponeva che fosse un'arma di qualche tipo, creata dagli dei come dono all'Uomo.
Le prime ricerche dimostrarono che AI deteneva un qualche tipo di intelligenza e di coscienza...ed era in grado di usare la magia.
Si può dire che, in gran misura, AI fosse responsabile della diffusione della magia a Selenia.
Quando Bramantis, il primo Reggente di Selenia, ordinò la costruzione della Majesty, volle anche che AI fosse rimosso dal laboratorio in cui veniva studiato, e che la sua Bara di Vetro, come era stato chiamato il cristallo che lo conteneva, fosse posta nella cupola.
Del resto, chi meglio di Bramantis, che aveva scoperto AI, era in grado di deciderne la funzione?

Gilraen si sistemò tra due dei suoi compagni, osservando il cristallo di AI. Tardas, che nonostante l'aspetto poco serio era considerato primo tra i pari tra quel gruppo di maghi, stava ponendo alcune domande a AI.
“Non riesci a trovare un punto adatto all'ancoraggio, 'ram?” chiese con voce esausta
'ram, nel dialetto di Selenia, aveva significato simile a qualcosa come “venerabile vecchio” o “l'Anziano”, un titolo di solito adibito agli insegnanti con molti anni di esperienza alle spalle, e Tardas usava chiamare AI con questo deferente vezzeggiativo.
La luce rossa dentro l'elmo di AI tremolò per alcuni secondi, poi, facendo vibrare le pareti in cristallo, AI parlò con la sua voce meccanica e cadenzata, precisa e pulita:
“NON POSSO EFFETTUARE I CALCOLI. LA ZONA SI TROVA AL CENTRO DI UN INTENSO MAELSTORM INFERNALE.”
Tardas sospirò rumorosamente, mentre anche Gilraen, nonostante fosse appena arrivata, aveva compreso la gravità della situazione.
“Non possiamo atterrare sull'Altopiano Cinereo, vero Tardas?” chiese con tono grave l'elfa.
“No, purtroppo” replicò l'uomo, gesticolando “E non c'è un altro punto abbastanza vicino alla Fortezza in cui sbarcare. La missione è destinata a fallire ancora prima di cominciare”.
Gilraen si perse un attimo a ragionare, cercando una soluzione al problema.
Il Consiglio aveva loro ordinato di spostare le riserve di polvere nera, portandole lontano dal Palazzo, e usandole per infliggere un duro colpo alla Fortezza infernale da cui partivano gli assalti dei diavoli.
Era il terzo contrattacco che i maghi organizzavano in quindici anni, e, se fosse fallito, le forze dell'Abisso si sarebbero consolidate e rafforzate, diventando sicuramente in grado di spazzarli via senza sforzo.

Intanto, dentro la cabina del comandante, Eris camminava con passo pesante avanti e indietro la stanza, mentre alcuni dei soldati di tanto in tanto le gettavano occhiate preoccupate.
Sapevano benissimo che quando la tielfing si innervosiva bastava poco a farla esplodere...e non era mai un bene.
I suoi occhi rossi indugiavano sul tavolo, dove il vecchio apotecario armeggiava con i suoi intrugli, mentre Caleb pareva pian piano riprendersi.
Poi, dopo un tempo che parve un'eternità, il mago emise un sospiro pesante e si mise a sedere sul tavolo con difficoltà. In un paio di lunghe falcate, Tormento raggiunse il tavolo, spingendo di lato il vecchietto, e parandosi di fronte a Caleb.
Lui sorrise a fatica vedendola: “Tormento...come...” ma non fece in tempo a finire che lei gli rifilò un tremendo manrovescio, mandandolo di nuovo a sdraiarsi di lato e facendogli sputare del sangue.
Un silenzio pesante.
Eris si voltò, e con parole gelide e taglienti, si rivolse a Caleb.
“Considero ripagato il mio debito Caleb. Terminata questa missione, non ti accompagnerò più...”
Il mago si levò di scatto, urlando un: “COSA? PERCHE'? PRETENDO SPIEGAZIONI!”.
Ma in risposta ricevette solo il silenzio.
Ferito più nei sentimenti che nel corpo chiese ancora: “E' stato per il mio incantesimo? Perchè pensavi vi avrei uccisi tutti per salvarmi? Lascia che...”
La tielfing battè pesantemente un pugno sul tavolo di fronte a lei, schegge di legno volarono in ogni dove quando il tavolo si ruppe: “Taci ora. Non abbiamo più nulla da dirci”.
Caleb si prese alcuni istanti per accusare il colpo, poi, ridotto quasi a uno spettro dal colpo ricevuto, anzi, dai colpi ricevuti, si lasciò scivolare a terra.
Fece alcuni passi nella sua direzione, e le pose una mano sulla spalla, senza dire nulla.
Poi si diresse alla porta, seguito immediatamente dai suoi uomini.

Ancora ferma, immobile, le spalle a un Caleb che non c'era più, Tormento non sentì nemmeno la domanda del capitano Artemis, un "Perchè?" che andava pronunciato.
Ma le sue lacrime, le lacrime di un demone, furono una risposta abbastanza eloquente.

ATTO PRIMO: Il Mago, Il Demone e La Nave.

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Abisso.
Dove le fiamme del fuoco infernale lambiscono senza sosta le folle dei dannati.
Dove i venti ustionanti strinano le carni di coloro che peccarono in vita.
Dove quindici anni fa la Tralsazione Planare operata dal Concilio dei Maghi trasferì erroneamente il Palazzo Arcano.
Le guglie una volta color del cielo delle bianche torri di alabastro sono ora spente, e le torri stesse invecchiate e annerite dai lapilli che incessantemente piovono dal cielo.
Le urla dei dannati e le grida dei demoni risuonano in ogni dove, tormentando il sonno e i sogni dei mortali che lì ancora dimorano sopravvivendo come possono.
Nella più alta delle Torri, la tredicesima, conosciuta dai maghi come il Nexus, il Concilio ha da poco operato una Traslazione; dopo anni di esilio in un luogo dimenticato dagli dei, i tredici maghi sono ritornati a Selenia, pronti a parlamentare con la popolazione il suo attuale reggente, a scusarsi per il passato e, in qualche modo, a riparare al danno fatto.
Avvertendoli.

Ma non è tempo per queste cose.
Adesso viriamo ad ovest rispetto al palazzo, proseguiamo dalla Piazza Azzurra fino al Quartiere degli Alchimisti.
Laggiù, diverse figure si stagliano contro la luce del mare di fuoco che incessantemente fluisce nelle gole abissali.
Laggiù si sta combattendo, come ogni giorno, per sopravvivere.

Lampi di fuoco.
Lentamente riprendi coscienza di quello che ti circonda. L'impatto è stato tremendo, e senti ancora l'odore di carne bruciata.
La tua carne.
Lei ti solleva prendendoti per un braccio. Non è gentile, né particolarmente educata. Ma del resto non può fare altrimenti.
Ti schiaffeggia, e ti dice qualcosa.
Questo se lo poteva evitare.
Scuoti la testa e ti convinci a riprenderti, consapevole del fatto che metà della tua unità è stata annientata, e che solo grazie a lei adesso sei vivo.
Però ragazzi...le sta davvero bene quell'armatura nera...

Il ragazzo sollevò un braccio, portandolo alla testa. Si asciugò il sudore dalla fronte, o perlomeno pensò di farlo, dal momento che cenere più sudore vuol solo dire una bella maschera di fango.
Come folgorato da un lampo di coscienza, fece scattare l'altra mano alla sua destra e quando le sue dita si posarono sulla copertina in pelle del pesante libro sospirò, soddisfatto.
Nel frattempo la donna si guardava intorno, sospettosamente. I suoi rossi occhi, che avevano in qualche modo del felino, saettavano a destra e a sinistra, come in cerca di qualcosa. Reggeva con entrambe le mani una grossa ascia dalla lama dentellata e ricurva, la cui foggia ricordava molto l'armatura ad anelli che le copriva il fisico scattante.
Lui si scoprì a guardarle il sedere.
Lei fece guizzare la coda, come per schiaffeggiarlo.
“Guardami ancora una volta, Caleb e ti prenderò a sberle con QUESTA” disse accarezzando l'impugnatura dell'arma e voltandosi a fronteggiarlo.
Caleb fece un passo indietro, imbarazzato, e osservando da un'altra parte fece finta di non aver sentito, contendo del fatto che non si fosse accorta che mentre lei lo ammoniva, lui aveva gettato un occhio anche al seno.
“Dovremmo muoverci Eris” bofonchiò Caleb, per poi riprendere con voce più ferma “l'unità di Raylord è sicuramente in difficoltà. Dobbiamo rinforzarli con i sopravvissuti della mia...o almeno quello che ne rimane”.
La mezzodemone (“Perchè questo è, una tiefling, metà donna metà demone!” pensò Caleb cercando di non trovarla attraente), sì voltò e velocemente prese a scalare le pareti del cratere in cui erano finiti.
“Va bene, Mago” pronunciò con tono canzonatorio “ma, e questo non te lo dimenticare, il mio nome è Tormento...e vedi di non guardarmi di nuovo il didietro mentre cerco di risalire!”

La battaglia tra le forze del Palazzo e i demoni proseguiva ormai da diverse ore e mentre i combattenti mortali erano stremati, gli esseri infernali non parevano risentire della fatica. Tra le loro fila quelli che più preoccupavano lo schieramento dei difensori erano grossi esseri del tutto e per tutto identici agli scorpioni...solo grossi come cavalli e, naturalmente come tutto in quel posto schifoso, in grado di emanare fiamme.
I soldati semplici del Palazzo, conosciuti come i Giovani Scudi, avevano formato una doppia linea difensiva attorno a uno degli edifici più stabili e resistenti del quartirere, costruendo barricate con legname, calcinacci e, talvolta, pile di cadaveri di entrambi gli schieramenti. Le regole dell'etica come quelle di una morte degna in battaglia erano le prime a cadere nell'oblio, come sempre.
L'edificio in questione era un vecchio magazzino a due piani, stipato ormai troppo tempo fa da casse contenenti le più rare e ricche merci dei regni circostanti le terre di Selenia: stoffe e sete preziose dalle terre di In'jan, dove gli uomini hanno gli occhi a mandorla e si impongono la morte per questioni d'onore; gioielli e gemme del più raffinato artigianato nanico ed elfico; spezie e polveri alchemiche usate in cucina come in magia.
Ad oggi, ciò che restava erano vieppiù arnesi dediti alla guerra, tra cui un grandissimo quantitativo della temuta Polvere Nera, ritrovato della tecnica nanica in campo di escavazioni.
Un piccolo quantitativo era in grado di rompere piccole rocce, mentre con dosi più consistenti si poteva persino minare la stabilità di una montagna.
Per questo le legioni infernali erano attirate da quel luogo: un attacco mirato avrebbe distrutto l'intero quartiere con i suoi difensori, con perdite trascurabili per i demoni, che avevano dalla loro il numero pressochè infinito.
Mentre al di fuori dell'edificio le reclute e i veterani combattevano fianco a fianco, strisciando al coperto, lanciandosi all'attacco e conducendo eroiche azioni di salvataggio, all'interno le unità dedicate allo sgombero si affrettavano il più in fretta possibile a recuperare i barili di Polvere e a caricarli nella stiva della Majesty, la nave volante orgoglio della flotta del Palazzo.
Lunga trecento metri, costruita con legno proveniente dalle foreste incantate dei Monti Argentei, la superficie intera incisa di rune rosso fuoco atte a difendere lo scafo e concedergli di volare, ospitante quasi un centianio tra personale di bordo e incantatori dediti alla guida, la vetusta nave aveva ormai 200 anni.
Ma ancora svolgeva a dovere il suo lavoro.
Sul soffito piatto e spoglio del magazzino era stata disegnata una luminescente runa arancione, e nel momento in cui i barili venivano poggiati su di essa, automaticamente levitavano verso l'alto, dove restavano sospesi a galleggiare finchè di bordo non venivano calate le reti e pescati.
A una finestra della cabina di poppa, il comandante Artemis sorvegliava le operazioni di carico, scrutando il cielo in cerca di possibili minacce.
Poi, con movimenti lenti e misurati, raccolse il calice di brandy speziato che stava sulla mensola al suo fianco.
Ancora il pilota non era arrivato.

Tormento correva scattando agilmente nonostante l'armatura di metallo, per la verità nemmeno così pesante. Per Caleb era impensabile che un essere potesse essere tanto veloce con così tanto metallo addosso. La vide saltare oltre una barricata di legno lanciando un grido e sollevando l'ascia sopra la testa, per poi schiantarla sulla testa a un demone di quelli piccoli e leggermente corazzati, quelli che i soldati chiamavano Legionari.
La faccia coperta di sangue, lei lanciò un ruggito e corse nel mezzo dello schieramento dei demoni, amputando teste, gambe e braccia senza particolare difficoltà.
Caleb si concesse un momento per osservare quello spettacolo, quella rossa valchiria che impunemente massacrava i suoi simili, senza rimorso alcuno, anzi quasi divertendosi.
Poi, con un mezzo sorriso, si volse verso i suoi uomini, ordinando di schierarsi e avanzare. Formarono una linea compatta di scudi, con la seconda linea pronta a colpire con le lance.
Rimasto solo in quella che fino a poche ore fa era la terza linea, formata dagi incantatori ormai decimati da un colpo di catapulta giunto da chissà dove, Caleb iniziò a sussurrare le parole di un rituale di Scudo, tessendo i fili della magia in maniera impalpabile. Mentre la linea avanzava, attorno a loro iniziarono a piovere sfere di fuoco infernale.
Senza cedere un passo i soldati avanzavano sicuri, protetti da una coltre invisibile di energia. Ogni tanto lo scudo cedeva in un punto, dove la volontà di Caleb non poteva focalizzarsi poiché da solo, e un soldato cadeva incenerito dalle fiamme, ma gli altri continuavano a mantenere la formazione.
Poi impattarono.
Come un sol uomo, una ventina di lance colpirono nel fianco della Legione, quasi come colpire una bestia mitologica alle costole, e aperto un varco, iniziarono a filtrare all'interno, impugnando le spade, pronti al conflitto corpo a corpo.
Era proprio ora che la forza di Caleb diventava debolezza. I Maghi non sono proprio propriamente persone dedite al combattimento, come non mancava mai di fargli notare Tormento. Quando veniva il momento della mischia, dell'odore del sangue e dell'acciaio, del dolore fisico e della fatica, Caleb esitava.
Restando come meglio possibile alle spalle dei propri uomini, si spostava da un punto all'altro del campo, scagliando dardi di ghiaccio elementale con poche parole e gesti arcani.
Alla sua destra, Tormento era circondata da Legionari, i quali mantenevano però almeno un metro di distanza, formando un cerchio pressochè perfetto attorno a lei.
La temevano, ma diversamente da come la temeva lui.
Alle spalle della tiefling, un Legionario ansioso di perdere la vita si lanciò su di lei a spada tratta.
Senza voltarsi, Tormento puntò un braccio verso di lui e il demone prese fuoco. Ridendo come un demente e proferendo alcuni insulti in lingua Infernale, il demone all'inizio parve non accorgersi delle fiamme.
Caleb ebbe come un'epifania, un momento, un secondo in cui il tempo divenne sospeso, mentre percepì l'incantesimo della tiefling perndere forma.
Come se quell'istante, cristallizzato, riprendesse poi a fluire nel corso del tempo senza preavviso.
Improvvisamente il demone venne lanciato indietro da una forza invisibile ed esplose in mezzo ai suoi compagni, aprendo un buco nella figura.
Gli altri si fecero meno sicuri e, dopo alcune parole sibilate tra loro, in molti si voltarono e cominciarono a correre.
I soldati del Palazzo, esultanti, iniziarono ad abbattere i fuggitivi, mentre Tormento, scrollandosi sangue e pezzi di demone di dosso, raggiungeva Caleb a passo tranquillo.
“Sembrano tosti” disse indicando i cadaveri “ma in realtà sono dei finocchi. Ricordatelo, la prossima volta che ti fai quasi ammazzare”.
Il ragazzo sbuffò:”Devi sempre ricordarmi quella volta sulle Pianure di Vetro? Sono stufo di quella storia!”
“Quella volta e quella dove ti hanno quasi sbudellato sulla Piazza Azzurra...già” replicò lei “Non mi hai ancora restituito il favore”.
Caleb si fece cupo in volto, non tanto per il commento sprezzante ma perchè tutte le volte che gli rinfacciava quelle situazioni si sentiva inferiore a lei...debole e infantile.
“Fratello Caleb!” risuonò la voce familiare di Raylord alle sue spalle. Caleb si voltò di scatto, facendo ondeggiare le sontuose anche se lacere vesti rosso e oro. Raylord giaceva a terra, con una tempia ferita. Due soldati si apprestavano a sollevare una barella su cui era adagiato. A passi svelti, il mago dalle vesti rosse raggiunse il suo fratello ferito.
“Fratello Raylord. Ti senti bene? La tua unità è salva?” chiese
“No” replicò il secondo “ci hanno inflitto un duro colpo, e se non foste arrivati voi adesso non avrei nemmeno più quel pugno di uomini. Ti devo la vita, Fratello. Ma adesso ci sono questioni più importanti”
Tormento si fece vicina a Caleb, mentre Raylord parlava, e il ragazzo sentì le guance avvampare di timidezza sentendo il suo corpo così vicino a lui.
Raylord continuò:”La Majesty è sotto attacco al Quartiere degli Alchimisti. Gli serve un Mago che possa pilotare la nave Caleb. Io stavo cercando di raggiungerli proprio per questo ma...adesso temo di non esserne in grado. Prendi questa” disse mettendogli in mano un pezzo di cristallo non più grosso di un fiammifero “è una...”
“Una Chiave Armonica” finì Caleb “lo so. Ho studiato come funzionano. Permettono ai Maghi che pilotano la Majesty di agire in simultanea, così da evitare azioni contrastanti. Ma Raylord io non posso pilotare la Majesty. Non l'ho mai fatto”
Raylord divenne duro in volto in un istante:”Ascolta Fratello. Viene un momento in cui ognuno di noi è chiamato a dominare energie potenti e caotiche. Anche tu ci sei passato, o non indosseresti quelle vesti. Adesso devi nuovamente apprendere. So che è un grande peso, molte vite dipendono dalle tue azioni. Ma DEVI, capisci?!?”
Caleb strinse il cristallo con forza. Una nota flebile, quasi impercettibile, si levò nell'aria a quel gesto.
“Tenterò fratello. Tenterò”

PROLOGO - Un ritorno inaspettato

Author: The_Dreamer / Etichette: , ,

La città, ogni città per essere obiettivi, è sempre confusa e in qualche modo caotica. Selenia, il gioiello delle città imperiali, non era assolutamente da meno.
I vicoli e i ciottolati erano perennemente gremiti di gente, e nella città la promiscuità razziale era oramai all'ordine del giorno.
Nei tempi antichi era difficile vedere elfi camminare tra gli uomini, o gruppi di nani sulla piazza centrale, intenti a discutere sul rincaro del carbone.
Non che la convivenza forzata fosse idilliaca, anzi, spesso era l'esatto contrario.
Recentemente le piccole comunità di elfi insediatesi pochi anni apprima si sentivano risentite e aggredite dagli umani, a causa dei danni che essi stavano causando alla cascata del Nivrot e di conseguenza alle foreste che quell'acqua aveva alimentato da sempre, i Boschi Neri, foreste millenarie conosciute da tutti come la sede delle più grandi città elfiche.

Oggi era giorno di mercato, ma a causa di una protesta organizzata dal Popolo (come gli umani definiscono grossomodo tutto quello che abita nei boschi) le bancarelle erano ancora chiuse nonostante il sole fosse già alto, e un gran numero di persone attendeva di poter accedere alla piazza, chiusa da un cordone di elfi, grossomodo un centinaio, legati con pesanti manette l'uno all'altro.
“Lasciate in pace le nostre foreste!” urlava una donna nel gruppo
“State uccidendo la nostra gente!” gli faceva eco un'altra
Ma nessuno nel mucchio degli astanti pareva interessato. Piuttosto, molti di loro si lamentavano del ritardo con cui avrebbero aperto le bancarelle, su quanto poco la milizia cittadina facesse per tutelare gli interessi dei cittadini e su come gli elfi fossero quasi malsanamente opposti al progresso.
La deviazione della cascata aveva in effetti privato i Boschi Neri di molta dell'acqua necessaria al loro sostentamento, ma la maggior parte della popolazione era ignara dell'accaduto o semplicemente non era interessata al destino dei suoi abitanti.
Le ore passavano e la milizia ancora non si era mostrata, ma un paio di ore dopo il mezzodì l'aria fu riempita da uno strano odore. Alcuni dei presenti lo descrissero poi come “come un odore di pioggia...quando ci sono lampi e fulmini”.
Un potente schiocco risuonò nell'aria, seguito poi da uno scoppio azzurro. Una bolla traslucida apparve a mezz'aria, per poi atterrare tra la folla che, spaventata e sorpresa, si aprì, liberando uno spazio circolare.
A poco a poco, mentre la bolla si andava dissolvendo, al suo interno presero forma una dozzina di figure, tutte avvolte in tuniche di diversi colori. Man mano che esse diventavano più visibili, la tensione tra la gente aumentava e, seppure molti lo avessero già capito, ancora si rifiutavano di crederlo.

Maghi.

Quando la bolla fu sparita, la folla si spinse ancora più in là, aumentando lo spazio tra loro e i nuovi arrivati.
La ragione del timore instillato dai maghi era del resto comprensibile.
Quindici anni prima, una ribellione tra la gente, che gli storici definiscono come “Rivolta dei Pezzenti”, riuscì a soverchiare la magocrazia di Selenia, aiutata da gruppi di avventurieri mercenari e dagli eserciti dagli occhi a mandorla dei regni dell'est di In'jan. In un ultimo, disperato tentativo, Karhioss, l'allora Arcimago e governante, riunì un consiglio di dodici potenti incantatori e condusse un rituale scellerato che squarciò il tessuto stesso della realtà, trasportanto il Palazzo Arcano, la sede del governo e dell'Accademia Arcana chissà dove nell'universo. Le conseguenze furono tremende.
Gli edifici e le case nel raggio di cinquecento metri dal Palazzo vennero schiantate da una poderosa onda d'urto, incenerite da fiamme di un innaturale azzurro o in qualche modo lanciate in aria da una qualche mistica e malvagia energia. Quel giorno i maghi erano definitivamente spariti, il loro disinteresse per le faccende dei cittadini dissolto. Selenia poteva finalmente rinascere e espandersi, come aveva fatto in questi anni.
Ma ora molti, sopratutto tra gli anziani, temevano un ritorno alle origini, e gli stessi giovani, che più e più volte avevano sentito raccontare le storie di quell'epoca buia in cui chiunque non fosse un mago viveva come un mendicante, erano intimoriti.

La bolla era ora dissolta e i dodici erano serrati a cerchio, spalla contro spalla.
“La Traslazione è andata bene, Fratello Archeos, ma credo che le coordinate fossero errate. Questa non sembra affatto la piazza del governo.” disse uno dei maghi rivolto al suo vicino
Dodici paia di occhi scrutavano i dintorni, analizzando ogni dettaglio, indugiando particolarmente sugli elfi incatenati a cerchio.
“Pare che siamo arrivati al momento sbagliato, Fratelli” disse ad alta voce quello che era stato chiamato Archeos “Non ricordo di elfi a Selenia, né tanto meno in atteggiamenti tanto plateali. Quindici anni senza la nostra guida e il popolo si è ridotto a commedianti...sporchi villici”
“Archeos!” disse un terzo in mezzo al gruppo, abbassando il cappuccio “Ti ricordo che siamo qui per parlamentare. Il tuo atteggiamento non aiuterà certo.”
Il mago che aveva parlato sembrava il più anziano tra di loro, non aveva capelli né barba e profonde rughe solcavano il suo viso, come fossi scavati da un'aratro. Questi si distaccò dal gruppo, muovendo qualche passo in direzione del cordone degli elfi. Al suo passaggio gli avventori del mercato si scansavano con furia, spingendo e sgomitando, come se la sola vicinanza potesse essergli letale.
Si venne a creare un canale di vuoto tra i maghi e gli elfi, una figura geometrica così affascinante che, di sicuro, aveva un qualche significato mistico.
L'anziano alzò una mano e sollevò tre dita: “Aken-thos, Popolo dei Boschi” disse “Vi saluto nel nome del Collegio Arcano. Il mio nome è Varimatras”
“Aken-thos a te, Varimatras” rispose un elfo dai lunghi capelli color rame “Ma non ti concedo il beneficio del mio nome. Potresti stregarmi.”
“Non mi importa cosa tu credi di me, elfo. Non ho tempo per mostrarti le mie vere intenzioni. Devo sapere dove è ora la sede del governo.” replicò il mago.
“Perchè lo chiedi proprio a me, umano? Perchè non a uno di loro?” sbottò indicando con il braccio incatenato la folla.
“Perchè loro ci temono, e temo che la nostra sola presenza sia troppo per loro. Voglio evitare il conflitto, così come i miei fratelli. Dobbiamo vedere l'attuale reggente”.
L'elfo annuì, comprensivo, quindi, rivolgendosi a lui in elfico, sussurrò “Nella folla, alcuni sono armati, credo abbiano dei sassi e dei bastoni. Non fategli del male.” Varimatras fece segno di comprendere. “E portatemi con voi. Ho anche io delle faccende da discutere col reggente. Vi guiderò fino al palazzo e cercherò di farvi da garante in città.”
“Tu? Non credo che il primo incontrato possa essere un buon pacere, senza offesa ovviamente” ridacchiò Varimatras.
L'elfo fece un mezzo sorriso e fece scattare il polso. Con un sonoro “click” una delle manette si aprì, permettendogli di liberare l'altra mano. Fece due passi indietro e recuperò uno zaino e vari oggetti gettati lì in terra, tra cui un liuto. “La gente apprezza la mia musica. Sono conosciuto e ben accetto in città. Non ho ancora ben chiare le vostre intenzioni ma sento di potermi fidare di te Varimatras. Il mio nome è Varael, ma la gente mi conosce come Sussurro”

I due si guardarono per qualche istante, mentre la piazza si faceva sempre più silenziosa. Poi, lentamente, Varimatras e Sussurro si riunirono agli altri maghi, e il piccolo corteo iniziò a marciare a passo svelto verso Piazza dell'Oro, la sede del Palazzo Imperiale.