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Capitolo 8: Musica e Ballo

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Dimitri era pensieroso.

Non gli era troppo chiaro in che cosa sarebbe consistito il suo ruolo nella missione, e ciò gli impediva di trovare la sua solita concentrazione.
“Sarai la copertura di Vatslava.” Aveva detto il generale. “Dovrai fornirle tutto il supporto che lei riterrà necessario ed ubbidire ai suoi ordini.”

Poi però lui e la Sika si erano uniti ad un plotone di VDV per essere trasportati nei pressi del punto convenuto della missione. Sulla camionetta i soldati avevano badato bene a tenersi rispettosamente a distanza dalla donna, ma non avevano lesinato sguardi derisori per il cecchino.

Lui aveva fatto finta di niente, carezzando Dalia per prepararla al suo lavoro, ma si sentiva piccolo accanto a quegli uomini coi loro equipaggiamenti da sogno.

L'odore particolare di Vatslava lo disturbava molto meno, ora, ma era sempre in un angolo della sua mente. In certi momenti Dimitri aveva avuto la sensazione che lei lo stesse fissando, ma con quelle lenti da insetto era impossibile dirlo per certo.

Quando erano arrivati a destinazione e dai cassoni coperti dei veicoli i VDV si erano riversati in strada, la Sika lo aveva preso in disparte, ignorando palesemente il caporale dei corpi speciali che gesticolava ordini, alcuni dei quali incomprensibili per il cecchino. Il fatto di trovarsi isolato con la donna lo metteva a disagio, facendogli sentire più acutamente quella specie di profumo.
Dimitri si scoprì a stringere le mani intorno al suo fucile come una matricola, ed istintivamente abbassò il capo per la vergogna.

La voce di Vatslava era resa appena più roca dalla maschera che indossava quando disse:
“Tu, cecchino, seguimi.”
Poi si voltò senza guardare se lui stesse ubbidendo.
Naturalmente non si sarebbe mai neppure sognato di trasgredire all'ordine.

Senza parlare procedettero tra rovine prodotte da bombardamenti passati. Gli occhi del cecchino andavano istintivamente da una parte e dall'altra, valutando possibli posizioni vantaggiose, ma la sua mente non registrava. Ogni sua fibra era impegnata ad imitare i movimenti perfetti della sua guida, quella danza con cui lei si spostava da un ombra ad muro diroccato come se fosse una cosa ovvia e naturale. Dimitri si chiedeva perchè lei non stesse usando la divisa fotomimetica, ma suppose che fosse per permettere a lui id avere un riferimento da seguire.

Dopo che per qualche minuto si furono allontanati dal resto del gruppo, tenendo un'andatura che il cecchino non pensava di poter sopportare ancora per molto, la Sika gli fece cenno di fermarsi. Si trovavano in uno stanzino adiacente ad un magazzino, indatabile nel suo stato di abbandono. Sparse a terra c'erano le carcasse di vecchie attrezzature elettroniche, saccheggiate dell'oro dei loro circuiti.
Senza fiatare Vatslava portò una mano sul fianco della divisa. Lì si formò un'apertura, come di due labbra che si schiudessero, e lei ne estrasse una sottile pellicola trasparente.
“Questo” disse lei con la sua voce filtrata “ti aiuterà a tenere il passo, e ci permetterà di comunicare.”
Senza aspettare una reazione, che comunque Dimitri non avrebbe saputo avere, gli fu addosso, e gli appiccicò quella pellicola sul collo. L'istinto disse al cecchino di proteggersi da quel movimento, ma non avrebbe mai potuto fare in tempo. Inolte sapeva di non volerci nemmeno provare.

Uno strano pizzicore. Poi una sensazione diffusa di calore. Dal suo pomo d'Adamo si diffuse in lui un nuovo vigore, sicuramente dovuto a qualche droga che si trovava sul cerotto. La stanchezza svanì dalle sue membra, assieme con la rigida sensazione dell'acido lattico che si stava iniziando a formare.
“Mi senti, cecchino?”
La voce proveniva direttamente da dentro la sua testa, come se stesse parlando da solo. La voce di una donna, chiara e priva di inflessioni.
“A questo punto dovresti essere in grado di udire la mia voce.”
Dopo un attimo di smarrimento Dimitri riconobbe la voce della Sika, ma non riusciva ad immaginare come fosse possibile che gli arrivasse dall'interno della sua nuca, attraversando agevolmente il velo delle droghe.
Dunque parlò.
“Cosa diavolo sta succedendo?”
Il suo sguardo avrebbe tradito una vena di paura, se le droghe che stavano via via penetrando ogni sua cellula non gli avessero dato la sensazione di essere un dio.
“Un nanocomunicatore si è installato sulla tua corteccia cerebrale. Era nel cerotto. Ora non serve parlare per tenerci in contatto.”
La sorpresa venne in qualche modo mitigata dalle sostanze che Dimitri aveva in circolo, mentre pensava a come diavolo fosse possibile comunicare senza parlare.
“Il trasmettitore è collegato direttamente alla parte del tuo cervello che comanderebbe la voce. Potresti non riuscire a controllare la trasmissione, ma per fortuna il segnale non può essere intercettato. Ora seguimi cecchino: abbiamo del lavoro.”

Ora i due si spostavano molto più rapidamente. La roba che gli si trasferiva in corpo dal derma rendeva Dimitri in condizione di tenere il passo senza sforzo, anche se non con la stessa grazia della sua guida.

Mentre proseguivano verso il loro obbiettivo, la Sika gli diede qualche informazione di cui lui aveva bisogno, anche se l'uomo non sapeva se lo facesse perchè era necessario o per rispondere a domande che non era sicuro di avere posto attraverso quel nuovo canale che li univa.
“Dovremo dare l'attacco ad una postazione dei ribelli. Il tuo compito sarà coprirmi dall'alto di un palazzo lì vicino. Dovrai sparare esattamente a quello che ti dirò e quando te lo dirò io, altrimenti la situazione si farà molto complicata per entrambi. Sono stata chiara?”
Intorno a loro ancora rovine causate da attacchi aerei.
“Sì certo.” Dimitri si sforzava di non pensare a nulla, per non comunicare segnali inutili. Aveva il terrore di potere apparire un dilettante non riuscendo a tenere il controllo del suo trasmettitore.
Un movimento attirò per un istante la sua attenzione: da una finestra al secondo piano di quello che doveva essere stato un condominio pendeva una coperta a brandelli.
“L'obiettivo principale è recuperare un prigioniero di valore che si trova nella base. Se non sarà possibile, o se dichiarerò la missione compromessa, il prigioniero dovrà morire. D'accordo?”
“Va bene.”
Si fermarono un attimo accostati a quello che rimaneva di una parete di una scuola. Nel cortile davanti a loro c'era uno scivolo arrugginito, coricato sul cemento di quello che aveva dovuto essere il salone, ora a cielo aperto.
“Qualche domanda?”
Vatslava lo stava palesemente fissando attraverso le sue lenti d'olio.
Il cecchino avrebbe voluto dire di no, ma non seppe trattenere i suoi pensieri.
“Perchè? Perchè io? Cosa ci faccio qui con te? Non dovrebbe esserci uno come te al mio posto?”
Se ne pentì, ma non riuscì a distogliere lo sguardo dalla maschera dell'altra.
Dopo un attimo di silenzio, la Sika si voltò, quasi con fretta.
“Il mio compagno non era disponibile per questa missione, a cause delle conseguenze della missione passata.”

Dopo di ciò il Silenzio. Vatslava non lo degnò più neppure di uno sguardo, e si limitò a fare strada.

Dimitri provò a concentrarsi su Dalia, che gli ballava comoda sulla schiena. Nonostante fossero passati parecchi minuti il vigore dovuto alle droghe non accennava ad attenuarsi, ma lui non volle chiedersi il perchè. Aveva paura ad interrompere il silenzio della donna.
Una parte di lui la riteneva sua compagna in questa missione. Un'altra parte pensava che lei era più un suo superiore, lì per osservarlo e valutarlo. Questa parte tremava all'idea di poter commettere qualche sbaglio.

Dalia non pareva riuscire a dargli alcun conforto. La sentiva, ma era come se fosse diventata fredda. O forse era lui che non riusciva a sporgere la sua mente verso di lei, timoroso di scagliare i suoi pensieri più privati verso al Sika.

Non seppe dire dopo quanto, arrivarono ai piedi di un rudere più alto degli altri. Vatslava comunicò che sarebbero saliti sul tetto ad aspettare il momento giusto, poi sarebbe iniziata l'azione vera e propria.
Il cecchino fu sorpreso del fatto che non ci fosse nessuna sentinella su quella posizione così vantaggiosa, se il loro obbiettivo era vicino quanto immaginava. Non riusciva ad immaginare nessuna possibile ragione per cui ciò fosse possibile.
“Coi satelliti che passano sulla città ad intervalli di otto minuti non è troppo facile restare nascosti allo scoperto.” Spiegò la Sika.
Erano le prime parole che gli rivolgeva da quel loro scambio. Lui non si era nemmeno reso conto di avere fatto al domanda.

I minuti trascorsero.
Il cecchino cercava di riprendere il suo contatto col fucile, smontandolo e rimontandolo a memoria, andando a verificare la perfezione di ogni giuntura ed ogni movimento. Nel frattempo osservava l'altra.
Vatslava semplicemente se ne rimase accucciata in un angolo, con la fronte appoggiata sulle ginocchia. Non fece un movimento, né proferì parola. Non produsse nemmeno il suono più minimo.
Per tutto il tempo Dimitri si rifiutò di guardare l'orologio, perchè aveva paura che il tempo non sarebbe mai trascorso se lui avesse cercato di misurarlo.

Quando la voce della Sika si rifece sentire nella sua mente, lui era pronto.
“Cecchino, prendi questo.”
La osservò estrarre degli occhiali da una tasca. Sembravano dei visori con intensificatori di luce. Quando li ebbe in mano, li trovò leggerissimi.
Li indossò e per un attimo il mondo fu nero. Poi la sua vista ritornò, come attraverso il fondersi di macchie di tutti i colori che creassero i confini delle cose.
“Guardami.”
La donna sembrava diversa, come racchiusa in una leggera patina luminescente.
“Cosa diavolo...?”
“La mia fotomimesi è attiva. Quegli occhiali ti permettono di bypassarla e vedermi. Funzionano attraverso il collegamento che ho creato prima.”
“Capisco.”
In realtà non aveva idea di che cosa volesse dire esattamente, ma era pronto ad accettare quel dono. Gli avrebbe permesso di non rischiare di colpirla mentre lei era in azione.

Poi la Sika se ne andò via di corsa, senza disattivare il potere della sua tuta. Contemporaneamente gli ordinò di prendere posizione armato sul lato ovest, tenendo pronti almeno quattro colpi.

Dimitri non vedeva nulla di particolare nela piazza che si trovava ad ovest della sua posizione. Ad un certo punto la sagoma di Vatslava entrò nel suo campo visivo, saettando a zig zag. Non potendo non stare ad ammirarla, si stupì non poco quando la vide scomparire. Letteralmente.
Un attimo prima stava correndo verso il centro della piazza. Poi più niente.

Proprio mentre stava per farsi prendere dal panico, la Sika ricomparve pressappoco nel punto dove era svanita. Attraverso il loro contatto gli giungeva una canzoncina, quasi sottovoce. Una di quelle canzoni che si imparano da bambini e non si scordano più, che anche se non si ricordano le parole ci si ritrova a canticchiarle.
Senza che la nenia si interrompesse, arrivarono delle parole.
“Ora vedrai un punto illuminarsi. Quando te lo dirò io dovrai colpirlo.” Proprio in quel momento Dimitri vide un piccolo cerchio diventare lievemente azzurrognolo. La donna continuò. “Gli altri tre colpi che ti ho detto di preparare dovrai spararli a intervalli di cinque secondi. Riconoscerai gli obbiettivi in delle antenne di comunicazione.”
Ok, perfetto, quello era qualcosa che poteva fare. Accarezzò un istante il bossolo che teneva in tasca. Poi si proclamò pronto.

Ed iniziò la danza.

Dimitri parlava con Dalia. Non si preoccupava più del fatto che la Sika potesse sentirlo: ora doveva solo essere perfetto.
Nell'unico occhio che condivideva col suo fucile c'era quel punto blu: fermo e immobile aspettava solo la contrazione del dito del cecchino per svanire per l'eternità.

Vatslava correva misurando i passi verso il punto dove era svanita prima. La nenia continuava in sottofondo, come un mantra ripetuto per dare calma, per controllare e coordinare i movimenti.

“Ora.”

Un semplice sussurro, seguito a breve dal suono attutito del dardo metallico che lasciava il comodo alloggiamento del suo bossolo e attraversava il silenziatore ad effetto campo.
Cominciava il conto alla rovescia.

...5...
Il primo proiettile attraversò il centro della zona azzurra proprio mentre la Sika scompariva come prima. Dopo un attimo si udì uno scoppio. Il primo bossolo veniva rigettato da Dalia, scarto della sua canzone ritmica.

...4...
La donna riapparve, ed intorno a lei c'era una base nemica. Alcune guardie sembravano sul punto di svegliarsi, ma lei ballava al ritmo del suo motivetto. La sua pistola vomitava spilli mortali. La mano sinistra baluginava di metallo mortale.

...3...
Ecco le antenne. Il colpo era già in canna, pronto per diventare morte non appena l'occhio del cecchino avesse dato il suo ok. Nella mano sinistra della Sika c'era una lama che sembrava cambiare forma continuamente per meglio colpire i suoi nemici.

...2...
Da lontano giunse il suono di un'esplosione, completamente ignorato da tutti. Alcune guardie iniziavano a gridare ordini, ma non potevano fare granchè contro quel mortale angelo invisibile che stava falciando le loro vite canticchiando sottovoce.

...1...
Dimitri era pronto.

Fuoco.

Mentre il bossolo volava di nuovo fuori da Dalia, anche lei iniziò a cantare, accordandosi alla musica dell'assassina.

Il cecchino stava preparandosi al suo terzo colpo, e Vatslava continuava la sua splendida danza, spargendo nemici ignari della bellezza che li stava mutilando.

Poi successe l'imprevisto.

Nessuna guardia si trovava ormai in grado di fuggire, né di combattere. Non c'era nessuno in vista che potesse nutrire i movimenti terribili della Sika.
Ad un tratto, proprio mentre il terzo proiettile ubbidiva all'indice di Dimitri ed iniziava il suo folle ed effimero volo, qualcosa rimbalzò accanto alla donna. Un istante dopo una luce accecante si portò via ogni immagine della base.

Quando il cecchino ritrovò la vista, non c'erano più antenne da colpire. Il baluginio intorno all'assassina era svanito, ma ciò che preoccupava di più l'uomo era il fatto che lei non stava più cantando.
Mentre il suo occhio ispezionava tutta l'area intorno alla sua compagna, la sua voce gridava.
“Che cosa succede? Cosa è successo?”

“Vassilij.”
“Cosa dici Vatslava, che cosa sta succedendo?”
Non ricevendo nessuna risposta, Dimitri continuò a cercare, cercare e chiedere.
La Sika parlava, ma era evidente che l'aveva completamente escluso dai suoi pensieri.

“Cosa hai intenzione di fare?”
“Vatslava con chi diavolo stai parlando?”
“Non puoi pretendere che io ti creda, che io ti ascolti. Non dopo quello che hai fatto.”
“Vatslava, rispondimi merda.”
“NO. No... Smettila.”


“Potrebbe non finire così.”
Sentendo il tono rassegnato della donna, Dimitri si preparò a coprirla col fucile, anche se non riusciva ad immaginare da che cosa avrebbe mai potuto difenderla.
“L'hai voluto tu. L'ha deciso quando te ne sei andato.”

Poi la Sika ricominciò la danza, ma era diversa. Era diverso il ritmo, erano diverse le posizioni che teneva.

Finalmente il cecchino capì: stava duellando con un avversario invisibile, come lei lo era stata per le guardie. Solo che pareva che lei lo vedesse bene, al contrario di lui che avrebbe dato tutto per poterlo vedere anche solo per un istante chiaramente, per poterlo fermare prima che potesse ferire l'assassina, o peggio.

Assistette allo strano combattimento per un po', imprecando per la propria inutilità. Le continue parate che Vatslava sembrava dover compiere, e i suoi pochi affondi, gli diedero la convinzione che fosse in svantaggio.
Il colpo era già in canna, in attesa, e Dimitri si trovò a pregare.
“Dalia, ti prego, aiutami. Dalia, guida il mio occhio. Occhio, guida il mio dito. Sono l'incarnazione del Silenzio. Sono l'incarnazione del Silenzio. Dalia, mira tu per me.”

La donna portò la sua strana lama liquida davanti al petto. Nell'istante stesso in cui stava per arrestare il movimento l'arma si aprì a diventare uno scudo.
Dimitri premette il grilletto. Il suo colpò si mosse lentamente, sfuggendo dal bossolo in un attimo infinitamente dilatato, attraversando le barriere a vuoto del silenziatore e correndo sull'aria verso un preciso punto vuoto di fronte alla difesa di Vatslava. Quel vuoto si riempì di un'esplosione di rosso.

Dimitri gridò.

Vatslava gridò.

Dimitri sentì Dalia gridare.

Davanti alla Sika una sagoma tracciata da sangue sospeso nell'aria gridava.

“È finita Vassilij.”
Lo scudo della donna divenne una spada, che attraversò la figura di sangue scomparendovi all'interno, ed aggiungendo nuovo colore ai suoi contorni.

Poi la sagoma fu quella di un uomo, e quest'uomo indossava la maschera di un Sika.

Dopo un Silenzio vuoto, Vatslava parlò di nuovo.
“La missione è conclusa. L'obiettivo è morto. Torniamo a casa.”

Capitolo 7 - Non siamo soli

Author: Jager_Master / Etichette: ,

Sergej si voltò e si diresse verso l’uscita secondaria che stava dietro di lui. L’unica, a questo punto, era uscire verso l’obiettivo, dato che di tornare indietro non se ne parlava nemmeno. Per quello che ne potevano sapere erano seguiti da un esercito intero, anche se Sergej ne dubitava.
Il caporale ragionava velocemente, mentre con Yuri apriva la strada agli altri, uscendo in direzione Sud, proprio verso il punto x che ora stava a meno di 300 metri, leggermente a Est, più vicino alla Squadra A Zona destra, dove stava Idarov.
Già. La squadra A. Secondo gli ordini era da escludere una comunicazione radio: dopo che si erano divisi ognuno doveva arrangiarsi, ed era tassativamente vietato cercare aiuto anche in caso di emergenza. Troppo pericoloso: c’erano possibilità di essere intercettati e non si doveva fare casini fino alle ore 6:00, cioè fino all’uscita del convoglio.
Il fatto è che anche la Squadra A e Idarov potevano essere sotto mira e in pericolo, ma la Squadra B di Sergej aveva le mani legate, e volente o nolente doveva sbattersene.
Decise così di arrangiarsi. Una soluzione (e fu quella che scelse) era di dirigersi sempre verso Sud, verso l’obiettivo. Certo: il rischio di trovarsi di fronte un gruppo di ribelli c’era, ma Sergej optò per quella direzione, anche perché le altre 3 erano da escludere.
Di tornare indietro, come detto, non se ne parlava. Sarebbe stato come cadere in bocca a uno squalo.
A Est, verso la squadra di Idarov era troppo pericoloso, avrebbero dovuto attraversare un largo tratto di strada fra due isolati, lasciando campo libero ai possibili cecchini, o a chi li stava seguendo.
A Ovest c’era la Zona Sinistra della Squadra A, più vicina in linea d’aria. E proprio verso di loro Sergej voleva dirigersi: l’idea era di muovere verso Sud, e quando la strada l’avrebbe permesso, avrebbero svoltato, lasciando il culo libero in mezzo alla strada, come nel caso Est, ma con meno strada da percorrere e meno probabilità di essere colpiti. Inoltre avrebbero portato gli eventuali inseguitori in bocca ai VDV.
E poi, cazzo, non avevano scelta.
Andarono a passo veloce, convinti di avere un seppur minimo vantaggio, dato che Sergej concludeva di essere stato visto sotto la scala. Dunque i ribelli non sapevano che lui sapeva. O almeno se lo augurava.
Utilizzò questo vantaggio dirigendo i suoi 3 uomini di casa in casa, arrivando a 50 metri dal punto x. Si erano mossi con prudenza e relativa velocità: non avevano perso terreno.
A quel punto però dovevano svoltare, non c’erano cazzi.
Si trovavano spalle al muro, dietro di loro la finestra che portava sulla strada. Dall’altra parte della strada c’era una fila di case. Dietro le case i VDV. Facile no?
Manco per il cazzo.
Se avessero sbagliato manovra o coordinazione, mettere il naso in strada sarebbe stato come far da sagoma in un poligono di tiro.
I 4 erano completamente sudati malgrado i –13° della temperatura esterna. Un pò la tuta termica, un pò (molto) la tensione...ed ecco che le schiene erano totalmente bagnate, nessuno escluso.
Ora dovevano uscire da quella finestra, scavalcare e correre per circa 15-20 metri tagliando la carreggiata della strada. Sergej mise il naso fuori dal davanzale, e scosse la testa.
Dall’altro lato della strada c’era un lungo muro, che non presentava aperture o brecce per circa 30 metri a sud e 30 a nord. In sostanza anche se fossero arrivati vivi dall’altra parte (cosa ancora tutta da conquistare) non avrebbero trovato riparo né passaggio alcuno.
Si sedette.
“Merda: qui rischiamo di farci bucherellare”
“Uscite voi” disse Nikolaj “io vi copro: appena uscite sparo a raffica finchè non siete di là”.
“No, è da escludere” rispose il caporale scuotendo la testa. “Non abbiamo abbastanza tempo per trovare un passaggio da qui, e poi riveleresti la tua posizione diventando carne da macello. No, è un suicidio”.
“Sappiamo quanti sono, Caporale?” chiese Ivan
“No. Per quanto ne so possono essere mille” rispose Sergej. “O magari solo 3, ma non possiamo basarci sui forse o sui magari”.
E aveva ragione.
Prese il binocolo e si alzò, puntando l’obiettivo verso l’altra parte della strada. Non è dato sapere come caspita ci riuscì, ma nella sua lente comparve dall’altra parte della strada (leggermente a Sud) un punto bianco, riconoscibilissmo.
Era la tuta di un VDV, non c’erano dubbi. Aveva avuto fortuna: ad occhio nudo non era visibile, ma da quella angolazione e col binocolo ci era riuscito; aveva visto la truppa A.
Dunque i rinforzi non erano lontani: erano solo ignari.
Aprì il quadrante dell’orologio.
Yuri bloccò il braccio del comandante mettendoci sopra la mano. “Non possiamo chiamarli, Caporale, è contro gli ordini.”
“Lo so”rispose duro Sergej “ ma devo avvisarli che siamo a 80 metri da loro, ci devono coprire o siamo morti”.
Yuri tolse il braccio e lo fissò. Poi abbassò la testa dopo qualche istante “Si. Forse avete ragione”.
Sergej premette il tasto della comunicazione e disse nel microfono “Squadra A, qui B. Rispondete, passo”.
Attese.
Dal microfono solo un fruscio e un gracchiare senza risposta.
“Rispondete A. Passo.”
Niente.
“MERDA” disse a denti stretti. E con un gesto secco lanciò l’orologio contro il muro di fronte. “Hanno coperto il campo con gli elettromagnetici. La radio è inutilizzabile, non possiamo contattarli”.
Poi Nikolaj alzò la testa e con aria allarmata disse: “Ma così se i ribelli erano in ascolto col radar di localizzazione hanno captato la nostra esatta posizione. O sbaglio?”
Tutti guardarono Sergej che sgranò gli occhi.
“Si, cazzo” disse. “Via, via, via!”
E indicò una porta a Sud. Ormai erano scoperti.
La speranza era di arrivare a unirsi con i VDV, ma il rischio ora era raddoppiato. Se passavano davanti alla Squadra A e senza farsi riconoscere...beh...forse avrebbero rimpianto i fucili dei ribelli.
Erano come in una morsa: fuoco amico a destra, fuoco nemico alle spalle, e a sinistra non potevano andare.
Sergej era un bagno di sudore, e sentiva già il fiato sul collo di quei maledetti ribelli. La tensione lo invase, la paura gli rallentava la corsa. Ma doveva rimanere lucido.
O sarebbero morti.
Tutti.

Uscirono dalla casa ed entrarono in un capannone che confinava a mezzo metro dalla porta di uscita. Aprirono il portone dimenticando la prudenza: a questo punto era solo un freno. A fanculo tutto.
Le persiane, osservando dall’interno, erano sprangate, ed alcune finestre avevano chiusura con lastre metalliche. Da lì non si poteva uscire.
Sergej osservò la disposizione della muratura della casa, dopodiché disse: “Se andiamo avanti usciamo proprio nella piazza dove fra..”
Ed osservò l’orologio che segnava le 5:27.
“....circa mezz’ora uscirà il cingolato di punta dei ribelli. Ci saranno già le canne dei VDV puntate sull’apertura del terreno. Se usciamo da lì...” Indicò l’ultima porta da sud della stanza. Poi finiva la casa e con essa l’isolato intero.
“...finiamo sotto il tiro amico e sputtaniamo la missione”
Il gruppo fece silenzio. Non sapevano che fare.
“Cominciamo a levarci da qui, saliamo sopra” continuò il caporale. Ma non era convinto della situazione nemmeno lui.
Il capannone aveva una struttura rettangolare, con un soppalco di circa 5 metri più alto sul terreno, dove erano stipati casse, contenitori e scaffali. Un magazzino dimenticato, insomma.
Salirono in fretta sulla scala metallica che portava al soppalco, sempre tenendo i fucili puntati in cima al pianerottolo, e poi sopra in mezzo a quel disordine incredibile.
La roba era ammucchiata in blocchi senza senso o in casse di metallo, senza ordine o logica.
Si sedettero puntando le ginocchia per terra, e si girarono: la canna del fucile di Yuri indirizzata alla scala da dove erano saliti. Lo stesso fece Ivan.
Poi Sergej disse a Nikolaj: “Metti via quell’affare: se ti parte un colpo qua viene giù tutto”.
Nikolaj capì, mise la sicura al lanciarazzi e lo posò dentro ad una scatola di sintoplastica vuota.
Dopodiché mise mano alla fondina e impugnò la Magnum d’ordinanza.
Attesero.

Passarono minuti interminabili, finché un click della porta sotto di loro segnalò ai loro orecchi che qualcuno stava entrando nel capannone.
Una cosa era certa.
Non tutti ne sarebbero usciti.
I loro occhi saettarono da una parte all’altra del soppalco, aspettandosi di vedere qualcuno saltare su da un secondo all’altro; le mani ben impugnate sui manici, col dito fremente al grilletto.
Poi rumore di passi. Più passi.
Sergej fece segno agli altri con la mano. Secondo lui erano almeno 4-5.
Era certo che non sarebbero usciti dalla porta: sapevano che lì c’era il piazzale. E nemmeno avrebbero sparato verso l’alto bucando il soppalco da sotto: poca probabilità di colpire e certezza di essere visti e sentiti. Dovevano salire.

Poi un casco. Senza visiera, solo legato sotto il mento. Un secondo e sparì, nascosto a fianco del primo scaffale del soppalco. Uno era salito, e per pochi istanti Sergej l’aveva avuto sotto mira.
Imprecò nella sua testa e serrò i denti. La punta del fucile saltava dallo scaffale alla scala. Dalla scala allo scaffale.
Poi un altro: aveva visto la schiena sbucare e andare dalla parte opposta rispetto al compagno. Correva accucciato e sparì subito dalla loro vista.
CascoSenzaVisiera si mosse aggirando lo scaffale, ma rimpianse di non avere un giubbotto antiproiettile e una visiera in plastica infrangibile praticamente subito.
Yuri lo crivellò all’altezza del torace, senza risparmiare colpi. Cadendo, qualche colpo gli entrò anche nel naso.
A quel punto fu inferno.
Sergej scattò a destra, intercettando la traiettoria del secondo che era salito, e sparì alla vista di Ivan, che invece teneva puntata la canna sulla scala. In quell’istante entrarono accucciati 3 uomini, che evidentemente stavano aspettando sul pianerottolo.
Il terzo si prese un paio di pallottole nella schiena, grazie a Ivan che si alzò di colpo e annullò la loro copertura da accucciati.
Nikolaj si mosse sulla sinistra, andando verso la scala e CascoSenzaVisiera che giaceva immobile. Fu un errore, perché in quel modo tolse copertura a Ivan che stava in piedi.
Quattro colpi secchi, dalla canna di un mitra a colpo variabile proveniente dalla sua destra prese Ivan sul braccio destro e lo fece cadere su un mucchio di rottami.
Il primo della comitiva di 3 che erano entrati accucciati aveva appena vendicato il compagno preso alla schiena. Anche lui si rese però visibile, e di questi quattro colpi a segno non poté mai vantarsene. Yuri gli bucò la testa con 3 saette che volarono di seguito dal suo fucile.
Nikolaj non si rese conto dell’errore, e continuò a tenere sotto mira la scala, dalla quale, però, non salì più nessuno.
Sergej era da qualche secondo appostato dentro a uno scatolone rovesciato: capì subito la posizione strategica di quel nascondiglio e si lanciò dentro. Pochi istanti e il secondo, che era salito subito dopo CascoSenzaVisiera gli passò a pochi centimetri, accucciato e con un vecchio fucile dell’esercito ribelle in mano.
Non vide Sergej alla sua sinistra, e fu un errore. Si fermò davanti a lui dandogli la schiena, ignaro di tutto, pensando di prendere alle spalle l’intero gruppo; e questo fu stupido. Lasciò il tempo a Sergej di estrarre la lama dalla fondina che aveva sulla spalla.
Lo Stupido lanciò un grido, quando 30 cm di coltello gli entrarono nella gamba lacerandogli i muscoli.
Cadde all’indietro per il dolore e per lo spavento. Sergej afferrò il suo polso, ruotò la mano e gli tolse il fucile, poi con la destra gli puntò il coltello alla gola, tenendolo immobilizzato.
Lo Stupido capì e pur con un dolore lancinante al polpaccio tenne i denti serrati e non urlò. La sua vita era appesa a quella lama, che già odorava del suo sangue. Ne sentì il calore salire dal filo del coltello, e decise saggiamente di non fiatare.
Yuri mise a segno la sua terna prendendo anche l’ultimo dei 5 che erano saliti, piantantogli una manciata di proiettili nel cranio; niente da dire: era in perfetta forma. Poi ruotò la testa: appurato che Nikolaj copriva la scala scattò in direzione di Sergej, ma non c’era bisogno del suo aiuto nemmeno lì. Senza dire una parola fece cenno col capo al suo caporale e si diresse da Ivan, che ancora stava coricato supino sul mucchio di rottami.

Passò quasi un minuto, poi la situazione si calmò, non si sentivano spari, nè grida: i 5 che erano saliti erano veramente 5.
Sergej ruotò il corpo del ribelle, lo mise schiena a terra e gli urlò faccia a faccia: “quanti siete? Parla”.
Lo Stupido era veramente tale e non diede problemi. “5, siamo 5”.
“Non ci sono altri? Solo voi ci avete seguito? Dove sono gli altri come te?”
“Non so” disse Lo Stupido “Io dovevo solo seguire voi con la squadra.”
“Seguirci e ammazzarci tutti, vero?” Insistette Sergej.
Lo Stupido fece segno di si con la testa, evidentemente in soggezione.
“Quanti come te ci sono la fuori?”
“Non so, ma non farmi del male, mi sono arreso”
“PARLA MALEDETTO STRONZO” e lo sbatté con la nuca a terra “PARLA O TI TAGLIO A PEZZI! QUANTI SONO LA FUORI?!?” Ora Sergej era fuori di se.
“Cr...credo una cinquantina, ma non so dove siano. Io av...avevo la mia zona”
Cinquanta.
Merda.
Doveva avvertire i VDV, ma mancavano meno di 15 minuti alle 6.
Lasciò andare il corpo del ribelle. Non lo avrebbe ucciso, non era nemmeno un soldato: era un ragazzo con un fucile in mano che sapeva fare il suo mestiere come lui era un ristoratore.
Appena tolse la lama dalla gola del ribelle ruotò il polso e lo colpì due volte all’altezza del mento.
Cadde svenuto. E da lì non si rialzò.
Corse dai suoi uomini, e capì subito come Ivan era sul filo tra la vita e la morte. All’altezza del braccio non era coperto dalla tuta, per lasciare i movimenti fluidi. E dunque i proiettili erano entrati; due in maniera molto seria.
Lo caricarono a spalle in 2, con Nikolaj che apriva la strada fino alla scala. Aveva appreso da Yuri del suo errore di copertura, e si insultò nella mente per la sua avventatezza e stupidità. Ma ora non poteva farci nulla, doveva solo concentrarsi sulla strada da aprire.
Scesero la scala con Sergej che teneva Ivan sorreggendogli il braccio destro.
In fondo al capannone andarono alla porta di uscita Sud.
Il piazzale davanti a loro. Meno di 8 minuti all’uscita del convoglio. La sola speranza è che gli spari avessero messo in allarme i VDV, ma non potevano avere certezze.
Sergej depositò il corpo a terra, controllò la cartuccia della Magnum e disse a Nikolaj: “Prendi il lanciarazzi. Noi continuiamo per la nostra strada. Quel cazzo di convoglio deve saltare.”
Nikolaj ubbidì, ma con qualche riserva che tenne per se.
“Con o senza VDV noi fra 6 minuti usciamo”. Con un click secco posizionò il caricatore.

Capitolo 6. Tagliare i rifornimenti.

Author: Jager_Master / Etichette: ,

Era la prima volta che Dimitri non partecipava ad una missione con il gruppo, e di questo Sergej sentiva la differenza. Aveva la sensazione di correre a piedi nudi sull’asfalto, o di imbracciare un fucile scarico; insomma: mancava qualcosa. C’era poco da dire.
Il successo delle missioni fin d’ora intraprese dalla sua squadra si basava su poche ed efficaci regole, ed una di queste era l’unità di gruppo, l’unità di intenti, la convinzione che la vittoria del singolo è frutto del lavoro di tutti. Da soli non si è nulla. Insieme si è tutto.
Ed ora un braccio della squadra sarebbe mancato; si chiedeva se questa fosse stata una decisione saggia, ma nella sua posizione aveva ben poco da obiettare: era stato addestrato per ubbidire e così avrebbe fatto, nei confronti di ogni decisione del Generale Andriej.

La camionetta lasciò la zona delle quattro mura poche ore dopo la loro cena con il Generale. Avevano avuto giusto il tempo di prendere sulle spalle il loro equipaggiamento, di vestirsi e di farsi trovare pronti nello spiazzo dietro le camerate, dove ben pochi potevano vedere le operazioni che si sarebbero svolte.
Appena arrivati alla camionetta saltarono sul cassone coperto, come da ordini, e si nascosero seduti dietro a delle casse di metallo che contenevano rottami di armi e di struttura.
Aspettarono pochi minuti, dopodiché chiunque fosse alla guida accese il motore e fece una veloce manovra a U dirigendo la camionetta verso un’uscita secondaria.
Erano 4 nel cassone, e dalle facce dei suoi ragazzi Sergej capì che l’umore non era dei migliori.
Scrutò gli occhi di Nikolaj, e non si sorprese di leggerci una vena di preoccupazione. In effetti la loro missione non era semplice: in codice era di livello giallo, giusto un gradino sotto il rosso che era il massimo.
Avevano ricevuto ordine di unirsi ad un gruppo di truppe VDV a 10 km dall’obiettivo, per poi spostarsi a piedi fino alla zona x.
Da lì avrebbero agito separati. Punto.
Questo per loro era sufficiente, e dunque nessuno di loro aprì bocca per tutto il tragitto, rimanendo nascosti dietro le casse, e perdendosi nei pensieri.
Dopo una buon’ora di viaggio senza sorprese, l’autista colpì con un pugno secco la zona metallica della porta che conduceva al cassone dietro. Il gruppo alzò di colpo la testa, all’unisono.
Avevano 1 minuto.
Controllarono per la decima volta l’equipaggiamento, le armi e la temperatura corporea, com’era da prassi e da buon senso. Dopodiché attesero.
Un minuto dopo i colpi dall’abitacolo furono due; Sergej si lanciò fuori dal cassone, atterrando sulla terra gelida, mantenendo un discreto equilibrio. Aiutati dalla velocità ora ridotta della camionetta Yuri, Nikolaj e Ivan seguirono il loro caporale saltando fuori a catena, e atterrando con gli scarponi ben saldi sul terreno.
La camionetta accelerò di colpo e in pochi istanti sparì all’orizzonte. Ma nessuno della squadra degnò l’automezzo neanche di un’occhiata: un secondo dopo che toccarono terra erano già ai lati della strada, nascosti dietro un muro e a grossi blocchi di ghiaccio.

Sergej fece l’analisi della situazione in modo rapido. La sua vista si stava velocemente abituando alla zona, aiutato dal fatto che nel cassone erano al buio e quindi in pochi secondi distinse le 3 sagome attorno a se. Fece un cenno con la testa che tutta la squadra capì al volo e in perfetta coordinazione si mossero piegati su loro stessi correndo lungo la strada, a pochi metri di distanza dalla stessa. Dopo mezzo chilometro circa che correvano accucciati ripresero fiato accanto ad una casa diroccata, distrutta anni addietro dai bombardamenti.
Si appiattirono al muro e osservarono la zona dinanzi a loro, osservando come il buio, il silenzio e la devastazione coprivano l’intero orizzonte.
Poco dopo l’orologio di Sergej emise luce verde. Portò rapidamente il polso all’altezza della bocca, e premette un tasto accanto al display.
“Zona uno. Gruppo B. Attendo” furono le parole del caporale.
Gli altri 3 uomini non mossero un muscolo attendendo precisi ordini, e continuarono a guardare dinanzi a loro.
“Gruppo B. Muovi avanti. Ora.” Appena l’orologio gracchiò Sergej cominciò a correre in avanti, sempre accucciato. “Muoversi” disse al resto della squadra, che prontamente lo seguì in fila indiana. Ivan chiudeva la comitiva.
Corsero per un’ottantina di metri e rimasero colpiti ed affascinati da ciò che videro. A pochi metri da loro erano appostati una ventina di uomini, divisi in due gruppi, alla loro destra e alla loro sinistra. Erano lì da chissà quanto, e nessuno di loro li aveva notati.
Non un rumore, non un movimento, non la sensazione di essere osservati. Se qualcuno, ignaro, fosse passato fra Sergej e la Squadra A, sarebbe stato abbattuto senza possibilità di salvezza alcuna.
Erano di un’efficienza mostruosa.
Uno di loro, il caporale della Squadra A, mosse verso Sergej.
Si sedettero per terra, e la maschera protettiva del primo si aprì. Tese la mano verso Sergej e disse: “Caporale Idarov”.
“Caporale Sergej”, rispose, stringendo la mano del suo pari grado.
“Vi abbiamo visti mentre muovevate verso A” - disse Idarov – “poi vi abbiamo controllato per qualche minuto prima della comunicazione. Normale sicurezza, lei mi capisce.”
Sergej non nascose il disappunto. Pensava di essere stato perfetto nella manovra, ma evidentemente avevano sbagliato qualcosa.
“Non la prenda come una critica, caporale, sapevamo del vostro arrivo, del punto A e della zona di avvicinamento. Ma siete stati alti nel movimento” e sorrise amaramente.
La critica era invece fin troppo chiara, pensò Sergej. Sbagliare il movimento rimanendo alti sul terreno era uno degli errori più frequenti, ma non sapeva chi di loro avesse sbagliato la manovra e d’altra parte poteva farci ben poco.
“Vedremo di non ripeterlo” rispose secco Sergej, cercando di rimanere impassibile.
Idarov lo osservò per qualche istante, dopodiché riallacciò la maschera, indicò un punto alle spalle di Sergej e disse “Punto C. Colonna centrale, vi copriremo ai fianchi”.
Si alzò di poco dal terreno e oltrepassò Sergej alla sua destra. Un piccolo plotone di una decina di uomini lo seguì tenendosi praticamente a pelo del terreno. E sparirono.
Sergej fece segno ai suoi 3 uomini che lo osservavano attentamente da qualche minuto, in attesa di ordini. Subito lo raggiunsero, per poi dirigersi al punto C. Il loro obiettivo.

Corserò per un chilometro circa, poi si alzarono in piedi quando dalla comunicazione radio di Idarov arrivò l’ordine “Alti ora. Zona sicura”.
La cosa facilitò non poco la corsa, soprattutto a Nikolaj che portava un’arma non proprio d’ordinanza.
E proseguirono per circa 15 minuti, sempre coscienti che alla loro destra e alla loro sinistra, da qualche parte, c’erano venti uomini che correvano fianco a loro. Un pò sicurezza, un pò agitazione.
L’adrenalina cominciava a crescere e i 4 soldati ne sentivano la potenza scorrere nella saliva, nel sangue, nel cervello.
Sapevano di essere parte di un meccanismo che doveva funzionare come un orologio. O molti uomini sarebbero morti. Lo sapevano bene. Ma la sensazione di non essere all’altezza di quelle macchine di morte che stavano correndo con loro...ogni tanto arrivava, e minava la sicurezza mentale, faceva sudare le mani, e toglieva concentrazione.
Un soldato questo non poteva permetterselo. La tua insicurezza è la tua morte. O la morte del tuo compagno.
Niente di più vero.

Proprio per questo motivo, per ritrovare tranquillità, concentrazione, forza interiore, il gruppo di fermò di colpo. E le due ali fecero lo stesso.
Ognuno era fermo e sapeva che lo stesso stavano facendo gli altri. Era una manovra tipica, per ritrovare fiato, compattezza, sicurezza di se.
Davanti a loro un zona completamente devastata. Palazzi a pezzi, strutture cadenti, ghiaccio e metallo ovunque.
Eppure laggiù, da qualche parte, in mezzo a quel nulla, sarebbe uscito di lì a poco un convoglio diretto alla strada che tagliava la radura a poche centinaia di metri da loro.
Quel convoglio alla strada non ci doveva arrivare.
Sergej respirò a fondo.

La missione a questo punto avrebbe preso una svolta fondamentale. Il gruppo di copertura avrebbe aggirato la zona dai due lati, stringendo come una morsa intorno al punto x, da dove sarebbe uscito il convoglio.
Il gruppo di Dimitri, invece, doveva fare la voce grossa, cercando di colpire frontalmente il primo degli autocarri facendolo saltare con un lanciarazzi di grosso calibro. In questo modo l’esplosione avrebbe tagliato la strada alla colonna al seguito, favorendo il fuoco da entrambi i lati della squadra A.
Insomma, a Dimitri spettava metter fuori le chiappe per primo, rischiando di avere subito il fuoco contro come primo bersaglio visibile. Tutto doveva andare liscio, o sarebbero morti in quattro e quattr’otto.
Il fatto è che, secondo il principio di prima, dovevano basare parte della loro sopravvivenza su altre persone, ovvero il gruppo A, che doveva fornire anche fuoco di copertura. Della loro efficienza, comunque, si poteva contare. E questo tranquillizzò in parte Sergej.

Scesero la collina a passo veloce, perdendo di vista la Squadra A in poco tempo. Idarov scese alla sinistra di Sergej, guardandosi l’ultima volta alle spalle. I due sguardi si incontrarono per pochi istanti, poi il caporale della Squadra A si lanciò giù per la collina con il resto del plotone alle spalle.
Sergej lo vide sparire dietro il crinale che portava ad est della cittadina bombardata.
Fu l’ultima volta lo vide.
A destra, in perfetta coordinazione, la seconda parte del plotone scese verso ovest. A sergej, infine, come detto, rimaneva il centro, la zona scoperta.
Erano 4, e per questo meno visibili delle squadre numerose, ma il pericolo era comunque notevole.

Entrarono in una finestra della prima casa che incontrarono, immergendosi nel buio della struttura, e si accucciarono appena entrati. Col fucile a puntamento laser Yuri mirò nel vuoto della stanza coprendo i compagni e si addentrò.
Percorse il perimetro e scoprì presto che la stanza era di forma quadrata, completamente spoglia. Spense la visione notturna e la riaccese, giusto per controllare che il meccanismo funzionasse velocemente in caso di necessità. Non era pignoleria: era la differenza tra una pallottola nel cranio e una pallottola che sfila a fianco. E non era poco. Chi fa il macho muore, e nessuno di loro quattro lo era.
Fece segno ai 3 che erano rimasti sotto la finestra, e il gruppo di riunì dove stava Yuri.
“Troviamo una uscita secondaria”, disse Sergej. “Nikolaj passi per terzo, Ivan lo copri chiudendo la fila. Yuri: apri tu”. Tutto era chiaro, ognuno sapeva che fare.
Uscirono da una porticina dopo che Sergej e Yuri aprirono la strada tenendo sempre i cannoni putanti verso l’esterno. Camminavano a passo sicuro, senza correre, tenendo le natiche attaccate ai muri e la schiena curva.
Nella mappa della città devastata si trovavano praticamente nella zona centrale, spazialmente più vicini in linea d’aria, anche se di poco, alla Squadra A Zona Sinistra.
Per non correre in linea retta ogni tanto entravano da una finestra, o da uno squarcio nella parete, passando da un lato all’altro delle abitazioni. Un paio di volte salirono di un piano, passando dai balconi. L’importante comunque, oltre a non dare riferimenti ad eventuali nemici, era non scoprirsi, e dunque non misero mai il naso lontano dalle murature, non attraversarono mai la strada e non passarono sui tetti.

La manovra di avvicinamento durò circa mezz’ora, nella quale percorsero 2 km nella zona abbandonata, arrivando a 400 metri dall’obiettivo.
A questo punto attesero che arrivasse l’ora giusta.
Secondo le indicazioni del Generale Andriej Korazov i rifornimenti dei ribelli sarebbero usciti dalla zona sotterranea alle 6 del mattino. Come faceva il Generale a sapere questa informazione nessuno lo sapeva. E a nessuno fondamentalmente importava.
Erano le 4:56 all’orologio di Sergej. Secondo il breafing dovevano aspettare nel punto in cui erano le 5:48, per poi puntare le armi verso l’apertura.
Era importante arrivare prima, come avevano fatto: questo perché dovevano avere un margine operativo per permettere alla squadra A di raggiungere la posizione di copertura. In altre parole: dovevano sperare che alle 5:48 la squadra A avesse le canne puntate sulle loro chiappe, o sarebbero stati cazzi amari.
Ma avevano avuto fortuna fino a quel punto: neanche un cecchino, neanche un soldato o un’avvisaglia di imboscata, segno che i ribelli si sentivano al sicuro. E non avevano sentito spari: dunque anche la squadra A non aveva trovato ostacoli.
Ma per Sergej queste erano stronzate. Mai abbassare la guardia, mai fidarsi. Era sempre la solita storia dell’uomo morto.
E spesso quando la situazione è troppo tranquilla...è il momento in cui piovono cazzi.

Poi Sergej aprì bocca; era quasi un’ora che nessuno fiatava: “Ivan: stai a quella parete e copri la zona. Yuri: vieni con me”.
I 3 soldati si scambiarono sguardi interrogativi. “Signore, le indicazioni sono...”
“Lo so quali sono le indicazioni. Saremo qui in 20 minuti al massimo. Ora fate quello che dico. Nikolaj: copri la parete opposta”. Detto questo si mosse verso la porta da cui erano entrati, la aprì e sparì all’esterno. Sapeva che Yuri era dietro di lui anche se aveva dato da intendere che non capiva la manovra: era addestrato per svolgere operazioni chiare e precise: fai questo, copri quello, spara a quell’altro. E lo faceva. Sempre.
Infatti poco dopo Sergej si accucciò al fondo di una scala interna, scrutando la rampa che saliva, e sentì la mano di Yuri sulla sua spalla.
Non si girò, sapeva che era lui, sapeva che era la prassi, sapeva che quello voleva dire “copertura ok. Non sei solo”. Rimase con lo sguardo fisso verso l’alto, osservando il buio che portava al secondo piano.
In linea d’aria erano tornati indietro di 40 metri circa, nella casa a fianco rispetto a Nikolaj e Ivan.
Rimase fermo con lo sguardo fisso, contemplando il vuoto. Yuri manteneva la mano sinistra sulla spalla del caporale, e con la destra teneva il fucile a canna corta puntato davanti a se: fissava la porta di fronte, pronto a far fuoco nel caso fosse entrato qualcuno. In questo modo Sergej era libero di pensare ad altro e non alla propria schiena.
Questa posizione durò più di 8 minuti, segno che Sergej non era convinto, non voleva salire le scale. Yuri cominciò a sudare, ma non voleva girare la testa per osservare il suo capo: sapeva che non doveva pensare ad altro che osservare quella dannata porta.
Poi Sergej impercettibilmente si mosse. Spinse la testa più avanti, e ruotò il collo osservando verso l’alto.
I suoi occhi si mossero veloci verso la rampa delle scale che finiva al secondo piano, sopra la sua testa e il suo cuore si fermò per qualche istante. C’era qualcosa al secondo piano. O qualcuno. E quel qualcuno oltrepassò veloce il pianerottolo, disegnando un’ombra sul muro.
Sergej ritrasse la testa. Poi con la mano sinistra toccò la mano di Yuri, che subito arretrò tornando nella stanza di provenienza. Ruotò su se stesso ed entrò, con il caporale che lo seguiva.
Camminò svelto tornando sui propri passi, col cuore in gola. Sergej aveva visto qualcosa, ne era sicuro!
Incontrò la porta da cui erano passati ormai 3 volte, i propri compagni a 20 metri circa. Ruotò una seconda volta poggiando le spalle al muro, la porta in cui entrare alla propria destra, Sergej davanti alla sua faccia.
Senza fermarsi Sergej fece cenno con la testa ed entrò a fucile spianato, Yuri dietro di lui.
In 1 minuto e mezzo arrivarono alla stanza dove stavano Nikollaj e Ivan.
Per non essere bucati dal fuoco amico toccò la porta due volte, bussando piano. Poi una terza a distanza di qualche secondo.
E si fiondò all’interno. Alla sua destra vide Nikolaj con la coda dell’occhio mentre entrava lanciato. Ivan era davanti a lui e lo mirava in fronte, nel caso fosse un trucco. Abbassò il fucile appena vide che era il proprio comandante.
La porta si chiuse dietro Yuri, poi al cenno di Sergej il gruppo si riunì.
Il Caporale guardò rapidamente gli occhi dei suoi uomini e disse la frase che Yuri si aspettava. Ma fu lo stesso un colpo, anche perché il tono era allarmato e il sangue freddo di Sergej era improvvisamente sparito : “E’ un’imboscata, cazzo! fuori di qui!”.


Capitolo 5: Il profumo del Silenzio

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Seduto sulla polvere fuori dalla baracca dove avrebbero dormito, Dimitri stava pulendo Dalia. Rifletteva su una piccola modifica da fare al caricatore, in maniera da renderne il funzionamento più fluido.

Perso coi pensieri nel suo fucile, guardava distratto i VDV di scorta del Generale Korazoj, imponente nella sua ATC. Guardava le loro armi, rassicurando sottovoce Dalia sul fatto che i loro accessori tecnologici non le rendevano meglio di lei.

Il Generale stava parlando. Al solito era un discorso pieno di frozoli, detto col tono di uno che sa di essere immensamente superiore alle persone che ha davanti. Dimitri non gli prestava molta attenzione.

Ci fu una pausa, che il cecchino prese per una pausa ad effetto del discorso. Non era solo quello.
Mentre la figurava del Sika appariva come per magia dal nulla, il tempo per Dimitri si fermò, come quando stava per premere il grilletto. Ma questa volta con lui non c'era Dalia c'erano solo lui e il Sika, quell'espressione così perfetta del Silenzio, come lui poteva soltanto aspirare a diventare.

Una parte di lui registrò l'eccezionalità di quell'uniforme fotomimetica, ma la maggior parte del suo essere stava osservando il modo in cui l'assassino si muoveva, con una grazia terribile, senza sprecare neppure il più impercettibile movimento. La polvere sotto i suoi stivali era immobile: neppure un granello si alzava da terra intorno ai suoi passi.

La sua divisa ora era nera, e assorbiva ogni luce come petrolio sul mare. Le ampie lenti che gli coprivano gli occhi sembravano gli occhi di un qualche insetto, mostruosi eppure ipnotici.

Quando il Sika si battè il pugno sul petto, nel tipico gesto di saluto del suo corpo, quei battiti divennero il ritmo inseguito dal cuore di Dimitri, che ancora non riusciva a distogliere lo sguardo da quell'immagine così splendida di morte, mentre ogni altra cosa era solo un panorama sfocato.

Se il cecchino ancora stava respirando, smise quando l'assassino estrasse la sua pistola e con un unico fluido movimento produsse tre tonfi, attuttiti dal silenziatore, ma che risuonarono a lungo nella mente di Dimitri, fino a che l'ufficiale non fu terra con un tonfo più forte e sordo.

Un'eternità prima che la polvere si riposasse, il Sika aveva già riposto la sua arma nella fondina, e si era riportato sull'attenti davanti al generale.

Mentre gli ufficiali si disperdevano l'incanto si spezzò, e Dimitri fu di nuovo in sé, abbracciato a Dalia, seduto sulla polvere fuori dalla baracca.
Riflettendo, non riuscì a capacitarsi del movimento dell'assassino, di come aveva estratto l'arma e sparato, e con che precisione, e di come poi era ritornato sullìattenti, come riavvolgendo il nastro delle sue azioni.

Il Caporale Ciolkovskij si fermò un po' più degli altri ufficiali al centro del piazzale. Sembrava che il Generale avesse qualcosa di particolare da dirgli.
Un attimo dopo si stava dirigendo verso la baracca, con un'espressione indecifrabile dipinta in volto.
Dentro Ivan stava probabilmente per iniziare a lamentarsi per la fame, in una pantomima che proponeva ogni giorno, da quel che aveva avuto modo di vedere il cecchino.

“Dimitri” disse Sergej, “Chiama gli altri, e digli che si sbrighino.”
“Sissignore” in fretta, puntellandosi sul calcio del fucile, Dimitri si alzò in piedi, badando bene a far fare rumore a qualche articolazione, come si era allenato a fare per dare un dettaglio in più alla maschera che era il Dimitri che tutti conoscevano.
Fatto un passo nell'edificio chiamò a gran voce i suoi compagni: “Ivan. Yuri. Nikolaj. Uscite che il caporale ha bisogno di noi.”
“Ma è ora di pranzo.” Ivan.

Quando furono tutti fuori, allineati disordinatamente (Yuri si stava radendo quando era stato chiamato, ed ora stava gelando con addosso solo una maglietta) davanti a Sergej, questi li guardò serio: in cosa stavano per cacciarsi?
“Siamo stati invitati a mangiare alla mensa del generale.”
Ivan non seppe trattenere un moto di gioia, bloccato sul nascere dall'espressione del caporale e da uno sbuffo di disapprovazione di Nikolaj. Questi prese al parola, intuendo la preoccupazione del superiore. “E in che cosa questo non è un bene, signore?”
“Magari vogliono darmi un premio per averti salvato la vita, caporale” Dimitri. La sua personalità maschera che cercava di sdrammatizzare.
“Spero che tu abbia ragione Dimitri. Ora avete cinque minuti per farvi trovare pronti” occhiata allo stato di Yuri “al centro del piazzale. Andate.”

Dopo un rapido saluto i quattro rientrarono nella baracca. Dimitri era già pronto e doveva solo posare Dalia, perchè non si potevano portare armi a tavola. Questa era una cosa che il cecchino non aveva mai capito: se l'accampamento fosse stato attaccato durante i pasti, più di metà della guarnigione sarebbe stata inerme.

Al centro del piazzale, Dimitri cercò di portarsi pressappoco dove era stato il Sika, cercando, inutilmente, di scovarne una traccia, qualcosa. Ma dentro di sé sospettava che anche se gli ufficiali, quando il Generale aveva dato il rompete le righe, non si fossero dispersi calpestando e smuovendo la polvere, non avrebbe trovato nulla.

Dopo un paio di minuti arrivarono anche gli altri. Per primo il caporale, che lo salutò con un cenno del capo, ancora perso in preoccupanti pensieri. Poi tutti gli altri, che si mostravano più spensierati. Ivan fantasticava già sulle leccornie che gli avrebbero servito. Nikolaj era un po' più serio, e squadrava dubbioso Sergej. Yuri aveva finito di sbarbarsi e si era vestito. Naturalmente era riuscito a tagliarsi, ma la medicazione sotto il mento era quasi invisibile.

Giudicando i suoi uomini con un rapido sguardo, e trovandoli presentabili quanto lo si poteva essere in quelle condizioni, il caporale Ciolkovskij li condusse attraverso l'accampamento fino alla mensa ufficiali. Superato il picchetto di guardia, i cinque attraversarono tutto il refettorio, ovviamente più piccolo di quello riservato ai soldati comuni, ma meno chiassoso.
Arrivarono fino ad una porta, a custodia della quale c'erano due VDV, colossali nei loro esoscheletri. Uno piegò leggermente la testa di lato, evidentemente per ascoltare un comunicazione alla radio, e poi fece entrare il gruppo.

Altri VDV, armi in pugno, erano schierati lungo le pareti, interrotte solo da un'altra porta che dava direttamente sulle cucine. Al centro della stanza un tavolo apparecchiato per sei. Seduto al capo più lontano dalla porta c'era il Generale, che sorrise ai nuovi arrivati con uno sguardo privo di significati, o con così tanti significati nascosti da essere inintelleggibile. Alle sue spalle altri due VDV, all'apparenza meno minacciosi dei loro colleghi, ma in realtà racchiusi dentro un modello più avanzato di armatura.

“Benvenuti, cari compagni, sedetevi, accomodatevi.” Il generale parlava in privato con lo stesso tono che usava per le folle, anche se Dimitri dubitava che classificasse questa situazione come privato.
Dei VDV si staccarono dalle pareti e guidarono gli ospiti verso i loro posti, che erano evidentemente stati stabiliti in precedenza. Sergej alla destra del generale, e poi sullo stesso lato Yuri e Ivan. Davanti a questi due furono fatti accomodare Dimitri e Nikolaj. In questo modo alla sinistra di Andrej c'era spazio per un'altra persona, benchè quel posto non fosse apparecchiato.
Dimitri ebbe modo di notare che nessuno si sedette al capotavola opposto al generale.

Tutti erano silenziosi. L'unico che non dava a vedere di essere a disagio era il Generale, che anzi pareva godere dello stato degli altri.
Dimitri era combattuto: ci si aspettava che lui fosse il Dimitri che mostrava in genere, oppure il Dimitri cecchino? Il risultato del suo tumulto interiore gli donava un'espressione simile a quella dei suoi compagni.

Dopo qualche eccessivo istante di silenzio, Andrej riprese la parola.
“Sono felice che abbiate accettato il mio invito.”
Gli altri seppero nell'istante in cui pensavano un commento caustico alla parola invito che anche i loro compagni avevano avuto lo stesso pensiero.
Il Generale proseguì.
“A volte è un po' solitario qui, a pochi passi dai miei compagni di grado più basso, eppure separato da loro dal muro delle mie responsabilità.”

Pro-pa-gan-da. La parola era chiara nella mente di Dimitri, che però non era sicuro fosse quella più adatta a rappresentare il vano discorso del superiore.

Mentre l'uomo continuava a riversare parole, l'attenzione del cecchino venne attirata da qualcosa.

Una sensazione, qualcosa di imprecisato, come un odore dolce, ma non fastidioso o intenso come i profumi che Ivan si spruzzava addosso a profusione durante le libere uscite. Definirlo un odore, però, era riduttivo, perchè non era solo quello.

C'era l'odore, sì, un odore non identificabile, né individuabile, che lo attirava verso la non direzione dei suoi pensieri, e che gli ricordava gli attimi con Dalia, in qualche modo. Un odore che il cecchino seppe non poter provenire dalle pietanze che stavano per essere servite.

Ma oltre all'odore c'era anche qualcosa di non ben definibile. Qualcosa come un brivido lungo la schiena, ma non dovuto al freddo. La sensazione di essere osservati, e al contempo di avere qualcuno che ti legge da sopra la spalla. Dimitri non sapeva se avrebbe dovuto avere paura, ma non ci riusciva, non con quell'odore sottile che gli riempiva i polmoni.

Si guardò intorno per cercare di capire cosa potesse essere, per cogliere qualcosa, o anche solo l'ombra di qualcosa.

Fu fortunato, perchè l'intervento di Nikolaj, che approfittò di una pausa che il Generale si era preso per bere un bicchiere di vino con l'aria di chi ne sa, permise alla sua distrazione di passare inosservata.

“Mi scusi signore, posso parlare liberamente?”
“Ma certo compagno Bychkov.”
“Grazie signore. Non vorrei sembrare un ingrato, né desidero mancarle di rispetto. Ma sia io che i miei compagni abbiamo il sospetto che la nostra presenza alla sua tavola non sia solo dovuta al suo desiderio di compagnia. E credo di parlare a nome di tutti se affermo che potremmo goderci maggiormente il pranzo se sapessimo perchè siamo stati invitati.”

Andrej Korazoj sorrise prendendo tempo, ed alzò la mano sinistra che reggeva il tovagliolo con cui si era tamponato le labbra dopo avere bevuto.

Quell'odore dolce si fece debole, fino a minacciare di sparire, causando in Dimitri un desiderio acuto e quasi fisico, benchè non identificabile in nulla di preciso. Poi tornò quando il Generale cominciò a rispondere.

“Sergej, hai proprio degli ottimi elementi nella tua squadra.” Senza attendere un grazie proseguì, appuntando lo sguardo su Nikolaj. “Sì, Nikolaj, hai ragione. Vi ho invitati a pranzare con me perchè ho una missione per voi, e non è cosa di cui i nostri compagni debbano sapere.”

Durante la pausa che si prese per osservare i presenti e l'effetto delle sue parole, Andrej notò in Sergej lo sguardò di chi aveva avuto conferma dei propri sospetti, mentre i suoi sottoposti parevano accettare la cosa con meno preoccupazione.
Solo l'espressione del cecchino era indecifrabile: i suoi occhi sembravano vedere una lunghezza d'onda diversa da quelle del mondo, e nulla si poteva leggere in essi.

“Ho bisogno che creiate un diversivo, per un'operazione Sika. Mi serve che attacchiate un convoglio di rifornimenti dei ribelli, in un punto in cui emergerà in superficie dalle linee sotterranee che usano abitualmente. Non voglio che nessuno si metta a fare l'eroe, ma dovete tenere su di voi l'attenzione del nemico fino a che non riceverete ordine contrario. Partirete stasera, e riceverete più dettagli sull'operazione una volta che avrete lasciato l'accampamento. Qualche domanda?”

Silenzio. Dimitri si trovò involontariamente a trattenere il respiro, quando lo sguardo del Generale si spostò su di lui.

“Tu, compagno Dimitri, non sarai con i tuoi compagni. Ho bisogno che tu dia copertura all'agente Sika. Ti presento Vatslava.”

Dimitri udì accanto a sé, in corrispondenza dello spazio libero tra lui ed il Generale, un debole sibilo. Dall'aria apparve una testa, poi un corpo sinuoso, poi arti aggraziati. Il corpo di una ballerina. Il corpo di un'assassina.

L'odore si fece improvvisamente più forte.
Era l'odore dolce di una morte precisa e pulita, promessa dagli occhi che lui non poteva vedere, celati com'erano dietro quelle lenti di resina nera antiproiettile.
L'odore dell'assasinio, filtrato dai respiratori che coprivano il volto della Sika.

Un'odore inebriante e a cui lui non poteva resistere.
Un'odore che i suoi compagni, questo lo sapeva chiaramente ora, non potevano percepire.

Era l'odore del Silenzio, che riempì la sua mente, promettendogli che avrebbe assistito allo stato dell'arte del suo lavoro, in quella missione.
Istintivamente i suoi pensieri si protesero ad accarezzare Dalia, mentre la sua maschera si osservava sorridere nella maschera di Vatslava.

Capitolo 4: Rendevouz

Author: Anonimo / Etichette: ,

COMPENDIO II: L’ESERCITO ESPERIANO


++++ACCESSO DATABASE MILITARE++++


++++BENVENUTO CAPORALE SERGEJ CIOLKOVSKIJ++++


Al tempo della colonizzazione di Esperia, fu subito necessario che la popolazione indigena era troppo barbara per coesistere con i coloni. Furono tentate diverse vie di coesistenza, ma tutte fallirono.


Si optò perciò per lo sterminio.


Al fine di evitare danni irreversibili al territorio, vennero evitati i metodi più rozzi, ma anche più efficaci, quali gli ordigni atomici.


Di conseguenza furono messi a punto e utilizzati diversi tipi di armi chimiche e batteriologice. Gli indigeni dimostrarono un tasso di resistenza pari al 70% a entrambe.


Stupiti, ma non abbattuti, i coloni iniziarono gli addestramenti del primo corpo militare Esperiano. Anche questo tentativo fallì, nonostante si debba ammettere che le truppe si dimostravano capaci nei raid degli accampamenti. Comunque, la conoscenza del territorio degli indigeni rendeva i loro uomini superiori nelle imboscate.


Cosi, con il supporto della neonata Confederazione Mercantile, furono stanziati ingenti fondi per lo sviluppo della tecnologia bellica. Furono fondati i VDV e l’NKVD


Il primo, il VDV, e’ancor oggi uno dei corpi migliori a disposizione dei generali Esperiani. Addestrati ai massimi livelli, il corpo del VDV (Vozdushno-Desantnye Vojska, Truppe Aviotrasportate) dispone di tattiche ed equipaggiamenti impensabili per le truppe standard. Grazie al loro intervento, la maggior parte degli eserciti indigeni furono attaccati in notturna con attacchi aerei e paracadutisti, debellandoli.


Altro contributo importante alla guerra fu il corpo dell’NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni) che si occupò dell’indottrinamento dei civili, delle epurazioni dei trasgressori e svolse compiti di polizia segreta per il paese. Da notare il contributo all’esercito fornito dai Commissari, individui dotati di un forte senso della patria e indottrinati a tal punto da morire per portare a termine un compito. Altra divisione fondamentale del NKVD e’ il corpo dei Sika, assassini addestrati fin da bambini per eliminare importanti figure di rilievo del nemico, per spiare i piani o sabotare insediamenti e veicoli. Il loro ruolo sul campo di battaglia divenne fondamentale.


In tempi più recenti, l’esercito esperiano ha iniziato a disporre di flotte aeree, navali e spaziali, rendendosi una potenza militare di grande importanza all’interno della Confederazione.


+++++FINE DELLA TRASMISSIONE+++++


Capitolo 4: Rendevouz


La città ormai era vicina e, nonostante l’incidente di percorso e la perdita di un carro, la compagnia si sentiva sollevata.

La colonna sferragliava sulla strada asfaltata della città, più lineare e meglio mantenuta di quella della periferia, ma comunque sconnessa in alcuni punti. A ogni sobbalzo, Dimitri imprecava rumorosamente.

Sergej scrutava con attenzione ogni angolo, pronto a rispondere a una nuova imboscata, ma non ce ne furono, in ogni caso l’occasione si rivelò adatta a uno studio della zona.

La maggior parte dei palazzi, adibiti per lo più ad abitazioni, erano rovinati e squarciati in più punti. Su molti si potevano osservare gli effetti di esplosivi ad alto potenziale.

“Carri. E sabotatori. Visto come ci hanno colto alla sprovvista direi i sabotatori, e devono averne parecchi” rifletté il caporale.

Nikolaj parve cogliere i suoi pensieri e cosi Yuri.

“Sembrano organizzati bene, caporale” sentenziò Yuri “non mi sorprende che la guerra sia cosi dura. Quei fottuti bastardi strisciano come topi nelle fogne fino all’obiettivo.”.

Sergej annuì. Avrebbero dovuto fare molta più attenzione in futuro.

Giunsero al campo base mentre Icarus II sorgeva a est.

L’accampamento era protetto da spesse mura di sintocemento, alte circa quattro metri, sorvegliate da una ventina di soldati. Di forma quadrata, possedeva quattro torri, ognuna sormontata da riflettori e armi pesanti.

Dai volti delle guardie di picchetto, Sergej intuì che la sorveglianza doveva essere parecchio movimentata. Visi stanchi e pallidi li seguivano, mentre entravano passando dai cancelli in lega metallica.

I soldati calarono rapidamente dai camion, i più si diressero verso i dormitori o la mensa, mentre gli ufficiali si radunarono al centro della piazza, in attesa di ricevere disposizioni.

Un drappello di VDV, le truppe aviotrasportate dell’esercito, giunse a passo rapido. Vestiti delle loro uniformi cromocangianti e protetti da esoscheletri in plastacciaio, impugnavano fucili KriegCommando, a canna corta, con ottica e puntatori laser. Il massimo della tecnologia in mano al massimo degli uomini.

In mezzo a loro, torreggiava la figura possente del Generale Andriej Korazoj, rinchiuso nella sua ATC, l’Armatura Tattica Corazzata, riservata agli alti gradi.

Giunti di fronte agli ufficiali, i VDV si aprirono a ventaglio, facendo spazio al Generale.

E facile immaginarsi perché molti tra le file dell’esercito e tra i civili mitizzassero gli ufficiali. Rivestito nella corazza bianca della ATC, il generale appariva come un Dio in mezzo agli uomini, possente oltre ogni immaginazione. Una pistola di grosso calibro giaceva nella fondina magnetica al suo fianco, le sole dimensione facevano immaginare i danni causati da una sola delle sue pallottole.

Poi il Generale parlò, la sua voce amplificata dai diffusori fonici piazzati sul torace della corazza.

“Figli miei!” esordì “Compagni di battaglia! Diplomati all’onorata Accademia! Sono felice di avervi qui, oggi!”

“I discorsi del Generale sono sempre zeppi di fronzoli” rifletté Sergej “ma cosi carichi di carisma”

“Gli ordini del Collettivo sono chiari, ma difficili da portare a termine. Non dubito che voi e le vostre compagnie sarete in grado di portarli a termine” riprese, poi con tono più grave “In caso contrario, i Commissari si prenderanno cura di voi”

Alcuni dei presenti deglutirono rumorosamente…tutti conoscevano le storie sulle punizioni dei Commissari.

“Ma immagino che adesso sarete stanchi. Ho saputo dell’attacco alla colonna…i miei agenti sono discreti”

Si udì un sibilo breve e basso, mentre qualcosa, in mezzo agli ufficiali, si disattivava. Una figura cominciò a prendere forma dal nulla, prima apparve la testa, poi un corpo, infine gli arti.

L’uniforme ottica fotomimetica dell’assassino si disattivò infine, e la snella figura giunse ad ampi passi di fronte al Generale, battendo il pugno destro sulla spalla per tre volte, come usavano fare i membri dell’NKVD di fronte agli ufficiali. Il vestito, completamente nero adesso, era dotato di una maschera dalle grandi lenti e completo di respiratore. Dalla cintola che aveva in vita pendevano diversi attrezzi, tra cui un lungo pugnale dalla lama in metallo scuro e una pistola di piccolo calibro con silenziatore.

Andriej sorrise all’assassino, il quale rispose con un rantolo simile a una risata.

“Generale” esordì con quel tono gorgogliante e meccanico “Ho recuperato i dati che avevate ordinato. Sono pronto a portare a termine il mio compito”

“E allora non attendere oltre” replicò il Generale con volto cupo.

Meno che un battito di ciglia e l’assassino aveva estratto la pistola, tre colpi erano risuonati nel mattino.

Uno degli ufficiali cadde a terra, tre fori si aprivano nel suo cadavere. Due alla testa e uno al cuore. La pistola era di nuovo nella fondina. Non uno dei presenti si era mosso di un millimetro. Era successo tutto troppo in fretta. Il Sika aveva estratto e fatto fuoco senza nemmeno muoversi, allargando il braccio dietro la schiena, come non sarebbe stato possibile a un normale umano.

Un sorriso arcigno tagliava la faccia del generale da parte a parte.

“Come avrete capito, ci sono traditori in seno al nostro Glorioso Esercito. E per questo motivo non intendo divulgare gli ordini pubblicamente. Andate alle baracche, raggiungete le vostre compagnie. Al più presto riceverete ordini.”

Gli ufficiali, come risvegliatisi da un improvviso sogno ad occhi aperti, quindi ognuno andò per la sua strada.

“Caporale Sergej” richiamò Andriej “Vorrebbe farmi il piacere di fermarsi a mangiare con me e l’Alto Comando?”

Sergej si arrestò di colpo…si immaginava qualcosa del genere ma non fino a questo punto. Del resto, aveva conosciuto il Generale parecchi anni prima, quando ancora studiava all’Accademia. Si voltò per rispondere: “Mi farebbe molto piacere, Generale”

Nikolaj si voltò, i VDV ripresero la formazione per scortarlo.

Come una frustata, giunsero le ultime parole del Generale: “E porti con sé anche i suoi uomini. Ci sono molte cose di cui discutere”

La vera guerra cominciava adesso

Capitolo 3: Dimitri.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

L'urlo della sirena squarciò la notte, e il Silenzio si ritrasse come ferito.
Dimitri era già sveglio, disteso sotto le coperte a fissare le forme che il suo fiato tracciava prima di disperdersi nell'aria fredda.
Lentamente, quasi con timidezza, il Silenzio tornò a prendere possesso della notte, coprendo l'eco innaturale della sirena, di quel suono che non sarebbe mai dovuto essere.
Anche quella notte il cecchino non era riuscito ad addormentarsi, come sempre prima di una missione. Come sempre prima di una missione aveva rivissuto gli istanti della sua prima missione, quegli attimi in cui aveva premuto il grilletto e visto cadere Maximilian Korolev, padre di due figli ed una bambina, marito di Susanna, ma colpevole di aver venduto dati tecnici al nemico.
Dopo quella volta si era fatto un punto d'onore nel conoscere il meno possibile dei suoi bersagli. I superiori avevano accettato questa presa di posizione, non dando a vedere di badarci affatto.
Scostate le coperte si mise a sedere, nella pallida luce che entrava dai doppi vetri della finestra.
Il bossolo di Maximilian era sul comodino, un semplice suppellettile nel meticoloso disordine della stanza.
Dimitri si alzò, muovendosi a memoria fino all'armadio. Dentro c'era la sua divisa. La indossò, tutti e tre gli strati che dovevano garantirgli un completo isolamento dal rigido ambiente di Esperia.
Nel frattempo la sirena si lamentò ancora, sorprendendo il Silenzio della stanza del cecchino. Questa volta l'orribile ululato si ripetè due volte.
L'uomo lo ignorò, riportando la sua attenzione sul bossolo di Maximilian. Si baciò il polso sinistro: sotto gli strati che dovevano isolarlo dal mondo c'era il tatuaggio di una zampa di coniglio, il suo portafortuna.
Poi prese quel ricordo della prima missione e lo mise nel taschino sul cuore, dove era sempre stato dopo quel giorno.
Dalia, il suo fucile lo attendeva nella cassapanca in fondo al letto. Dimitri lo montò rapidamente, con gesti precisi guidati dall'esperienza di ore passate a farlo.
Al terzo grido della sirena Dimitri era fuori, nel gelo, ed aveva indossato la maschera del Dimitri che tutti conoscevano, una maschera che anche il cecchino aveva imparato a conoscere e a fare sua.
Quando, dopo pochi attimi di attesa, passò la camionetta corazzata, l'uomo che saltò sul cassone sorrideva per nulla indispettito dal gelo che lo circondava. Nonostante questo non mancò di lamentarsi sonoramente: “Lavoriamo proprio su un diavolo di sasso dimenticato da Dio.”
Il vecchio Nikolaj sorrise del suo commento annuendo, seduto vicino alla cabina di guida. Mentre facevano il giro a raccogliere gli altri membri del gruppo non smise mai di tamburellare le dita sulla sua arma gigantesca.
Nell'ordine salirono Ivan e Yuri. Per tutto il tragitto Dimitri si lamentò ad ogni scossone, mostrandosi allegro, o perlomeno rilassato.
L'ultimo a salire a bordo fu il caporale Sergej Ciolkovskij.


La guerra civile in corso aveva dato al gruppo fin troppo lavoro.
Era a questo che pensava Dimitri, mentre si lamentava per i continui scossoni che doveva sopportare dalla sua posizione sul cassone. E pensare che qualche anno prima dei visionari avevano pronosticato la fine di ogni ostilità.
C'erano state le armi di distruzione di massa, le vetuste armi nucleari che polverizzavano tutto e rendevano una zona inabitabile per anni.
Poi qualcuno aveva pensato che fosse più utile uccidere senza distruggere, ed erano nate le prime armi di uccisione di massa: bombe piene di microrobot che avevano il solo scopo di disintegrare qualunque forma di vita, per poi disattivarsi e diventare innocue nel giro di pochi giorni, se non ore.
Ma ormai tutti i corpi armati avevano in dotazione dei nanocontrollori che rendevano inefficaci quei minuscoli assassini tramite impulsi elettromagnetici.
Quindi si era tornati indietro, ai vecchi metodi per fare la guerra. Si era tornati ad usare gli uomini per uccidere altri uomini, perchè in fondo nient'altro lo sapeva fare così bene.
Uomini come i membri delle squadre di epurazione che stavano bruciando dei cadaveri ai margini della strada. Nessuna macchina avrebbe mai potuto fornire un'immagine così agghiacciante ed in grado di rappresentare così completamente cosa era l'uomo.


L'urlo del suo caporale riposrtò bruscamente la sua attenzione alla situazione attuale. Un istante dopo tutto si fece nero.


Rialzando il capo, Dimitri provò a guardarsi intorno, ma il fischio nelle sue orecchie lo rendeva cieco.
Poi sentì degli spari, delle grida. Un'imboscata. Questo lo spinse a gettare la sua maschera.
“Sono l'incarnazione del Silenzio. Sono l'incarnazione del Silenzio.” Nella sua mente continuò a ripetersi il suo mantra speciale, mentre preparava il fucile. Ci fu un click quando impostò la sua arma in modalità raffica breve, ma il cecchino dubitava che se si fosse messo ad urlare qualcuno l'avrebbe sentito.
Nikolaj attivò la sua vulcan. Dimitri riconobbe il cambio nel tono degli spari. Si spostò sul lato del cassone da cui sentiva provenire i colpi amici, e prese a giudicare la situazione. Decise che per il momento sarebbe rimasto accovacciato, nascosto, per coprire le spalle dei compagni da nuove sorprese. Rimise Dalia nella modalità colpo singolo, quella che preferiva.
Esplose una granata, poi subito dopo esplose il Silenzio.
Il Silenzio, che era stato messo in fuga dalle sporche armi degli uomini, tornò a reclamare l'aria che era sua di diritto. I passi dei compagni di Dimitri non potevano competere con l'ampiezza di quel Silenzio.
Un movimento. Un cadavere si rialzò dal mucchio dei nemci ed afferrò Sergej alle spalle. Disse qualcosa, ma il Silenzio che aveva riempito l'aria impedì al cecchino di cogliere le esatte parole.

Gli istanti successivi si distesero a durare tutta una vita, per il cecchino, come sempre in quei momenti di comunione con Dalia, in cui lui le parlava, le chiedeva di essera perfetta, la blandiva con complimenti sinceri, lei gli rispondeva, gli diceva di non preoccuparsi, che tutto sarebbe andato bene. Poi da qualche parte nella mente di lui, facevano l'amore, e quando tutto era finito l'uomo che prima era nel mirino cadeva a terra. Morto.

Distante, Dimitri sentì Dimitri urlare.
“Me ne devi una, caporale! E questa ti costerà davvero cara.”
Di nuovo la maschera.

Capitolo 2: Verso la citta'

Author: Anonimo / Etichette: ,

COMPENDIO: ESPERIA NEGLI ARCHIVI DELLA CONFEDERAZIONE

+++++INCOMING MESSAGE+++++

Esperia.

Dodicesimo pianeta del terzo sistema.

Classificato come mondo ghiacciato, la sua superficie e’ composta dal 10% d’acqua e dal 90% di terre emerse. La quasi totalità di queste ultime e’ completamente congelata.

Esperia ruota attorno al suo sole, Icarus II, con un periodo di rivoluzione pari a 735 giorni terrestri e di rotazione di 34 ore-Terra.

Icarus II e’ una stella gialla, di classe G, e la sua temperatura, pari a circa 5mila gradi Kelvin, e’ troppo bassa per scaldare la superficie di Esperia.

Ciò che spinse eoni fa a colonizzare il pianeta furono i grandi giacimenti di Deuterio siti sottoterra. Da allora Esperia commercia il Deuterio in tutti i pianeti della Confederazione Mercantile.

L’autorità’ governativa del Collettivo, composto dagli esponenti delle più grandi famiglie mercantili planetarie, dirige tutti gli aspetti della vita quotidiana, standardizzando il tenore di vita per tutti i cittadini. Al di sopra del Collettivo si trova il Dictator, figura sconosciuta a tutti, il quale non e’ ne’ più ne meno che il vero imperatore planetario.

Attualmente, il Collettivo si e’ scisso in due differenti fazioni: Lealisti e Separatisti, le cui differenze sono per lo più superficiali…il vero obiettivo di entrambi e’ quello di ottenere il controllo del pianeta

+++++END OF MESSAGE+++++



PARTE SECONDA: VERSO LA CITTA'


TUNK!

Il cassone sobbalzò violentemente per la terza volta, da quando erano partiti. La cenere della sigaretta accesa di Sergej si librò nell’aria, leggera.

Il vento freddo e pungente della notte, che di lì a presto sarebbe diventata alba, convinse il caporale che era venuto il momento di attivare i termoregolatori innestati dentro l’uniforme. Con uno schiocco, i microreattori iniziarono a ronzare, portando la temperatura interna a livelli sopportabili.

Sergej si crogiolò per un attimo nel calore artificiale, ad occhi chiusi, poi abbassò la testa, aspirando avidamente un’altra boccata dalla sigaretta.

“Nervi scossi, caporale?” domandò Dimitri con tono neutro.

Sergej scosse la testa. Non aveva voglia di parlare, tantomento delle sue condizioni.

Dimitri sbuffò rumorosamente, alcuni dei soldati si voltarono a guardarlo.

In molti, nella compagnia, si erano domandati più volte come potesse un cecchino essere tanto rumoroso quanto Dimitri. Sapeva piazzare una pallottola nel cranio di un uomo a quasi un chilometro di distanza, e, bisogna ammetterlo, era in grado di strisciare alle spalle di chiunque senza farsi sentire. Altrimenti, non taceva per un secondo.

TUNK!

E quattro…

“Dannazione!” sbottò il cecchino afferrando il suo fucile, che stava cadendo.

Nel mentre, Sergej osservava in panorama di fronte a loro. I grattacieli della città, alcuni alti oltre il chilometro, si stagliavano di fronte a loro, ossute dita grigie illuminate dalla luna.

Ma in particolare, il suo sguardo si soffermava sui fuochi.

Sono in pochi, anche tra i veterani temprati come Sergej, che non rabbrividiscono di fronte a una pira di cadaveri. Il puzzo di carne bruciata infestava l’aria, si infilava nelle narici, si attaccava alle uniformi. E’ un odore che non ti abbandona per mesi.

Due soldati, in uniforme nera, camminavano da una pira all’altra, aprendo il getto dei lanciafiamme quando uno dei fuochi non prendeva bene.

Sergej sorrise amaramente: ” Anche le squadre di epurazione. Non e’ più un focolaio di guerra civile. E’ uno sterminio”

Dimitri osservava la scena senza un’emozione: ” Fanno il loro lavoro, caporale, rispondono agli ordini. Niente di strano”

Già, niente di strano per un soldato di fanteria, ma quando si diventa ufficiali, si entra a far parte anche dell’Intelligence dell’Esercito. E quando questo succede si scoprono molte, forse troppe cose.

Se le squadre di Epurazione si trovavano lì, sicuramente c’era di più.

Qualcosa che gli alti papaveri del comando non intendevano rivelare, per il momento.

Poi accadde.

Sergej si stava alzando in piedi, per osservare meglio il resto del paesaggio.

Un tombino, parecchi metri più avanti sulla strada, si stava aprendo e qualcosa sporgeva dalla fessura.

Un lanciarazzi.

“TUTTI A TERRA!” ebbe appena il tempo di urlare, poi il razzo volò dritto verso il carro in testa alla colonna, centrando in pieno la torretta.

Esplose, coinvolgendo nel botto la munizione in canna al veicolo. Un bocciolo di fuoco squarciò il carro in due.

Sul blindato, Dimitri stava rialzando la testa, un fischio penetrante gli riempiva le orecchie. Cercava con lo sguardo Sergej, ma non trovava ne’lui ne’altri della compagnia.

Pian piano il fischio si attenuava e adesso poteva sentire i colpi. E le urla.

Sergej si trovava già ai piedi del carro, con lui c’erano Nikolaj, Ivan e Yuri.

.
Nel frattempo, il tombino da cui era partito il razzo era ora completamente aperto e un gran numero di uomini, senza uniformi e vestiti di stracci, stava sciamando all’esterno.

I quattro correvano, cercando copertura, da un veicolo all’altro, sparando alla cieca come potevano per permettere a Nikolaj di avanzare.

Nikolaj. Veterano della Prima Guerra di Conquista. Imbracciava la sua pesante Vulcan a canne multiple, arrancando per il suo peso dietro gli altri.

L’ultimo ufficiale che aveva contestato per il calibro non-standard dell’arma era sparito.

Sergej aveva imparato la lezione, e non aveva detto nulla.

Gli straccioni aprirono il fuoco, investendo le lamiere del carro con una grandine di proiettili. Yuri innescò una granata e la lanciò nella loro direzione.

Poi Nikolaj si mosse.

La Vulcan iniziò a ronzare, le canne ruotavano sempre più in fretta. In un battito di ciglia decine e decine di pallottole volarono verso le linee nemiche, falciando i soldati come grano maturo. L’esplosione della granata fece a pezzi i cadaveri e uccise i pochi che ancora erano vivi.

La squadra si mosse verso il tombino, tutti camminando chinati, preparati ad altre sorprese. Raggiunti i cadaveri, o quello che ne restava, Sergej diede un calcio a uno dei corpi, facendolo ruotare.

Indossavano respiratori a ossigeno concentrato, di quelli che usano i minatori nei pozzi di estrazione del Deuterio. Sotto gli stracci, infatti, si intravedeva il simbolo del Collettivo.

Una goccia circondata da una ruota dentata.

“Traditori” sibilò Ivan a denti stretti “Mi danno il voltastomaco quelli come loro”

Uno degli operai, alle spalle del gruppo si alzò, il torace crivellato di colpi e sanguinante, ma ancora vivo. Con lentezza ma accortezza si mosse alle spalle di Sergej, afferrandolo alla gola con un coltello in mano.

Yuri alzò il fucile, ma fu costretto ad abbassarlo…troppo tardi per aprire il fuoco.

Con un rantolo, l’uomo parlò: “ Può darsi che io muoia qui, ma il vostro comrad viene con me”

Sergej cercava di ruotare il polso abbastanza da sparare un paio di colpi all’inguine del suo aggressore, quando uno sparo lacerò l’aria.

Il sibilo di una pallottola a pochi centimetri dall’orecchio può voler dire solo due cose: o che sei stato mancato, oppure…

“Me ne devi una, caporale!” urlò Dimitri dal blindato “E questa ti costerà davvero cara”

Cronache della Guerra Esperiana

Author: Anonimo / Etichette: ,

PRELUDIO



Un sottile raggio di luna filtrava tra le assi sconnesse e dissestate, da troppo inchiodate alla finestra, tanto che la muffa oramai le aggrediva, divorandole, come un mostro famelico. L’uomo si rigirò su un fianco, tirando verso di sé quanta più coperta poteva.
Addormentato, respirava profondamente e il fiato caldo mutava in uno spettro nebbiforme per il freddo della stanza.
Di fianco a lui giaceva una donna, una meretrice, che per pochi crediti aveva sanato, quella notte, la mancanza di calore e gli aveva svuotato la mente.
In lontananza, una sirena ululò due volte, poi, come a farle eco, l’orologio digitale al polso di Sergej trillò, illuminandosi di verde.
Un respiro profondo.
Sergej era sveglio.
Aprì gli occhi, luminose gemme azzurro ghiaccio, screziati di verde ai bordi e osservò la stanza.
“E’ il momento” pensò.
Scese dal letto, facendo attenzione a non svegliare la prostituta; non che gli importasse essere gentile, ma voleva evitare di parlarle prima di andarsene. La freccia argentea che penetrava dalla finestra illuminò il suo corpo, facendolo apparire come marmo lavorato.
Cercò con lo sguardo i suoi vestiti, che la notte prima aveva lanciato dove capitava, aggredito da un impeto di passione.

Trovò i pantaloni sotto il letto, vicino agli anfibi, la giacca era in un angolo, annegata in una pozza di umidità, da essa baluginava un guizzo metallico, riflesso dallo specchio accanto alla porta. Il simbolo di una ruota dentata, con una goccia al centro. Il simbolo di un mondo, un ideale, per cui combattere, per cui morire.
Agganciò la fibbia della fondina sotto la spalla, controllando la sicura della semiautomatica custodita all’interno.

Ancora una volta la sirena ululò in lontananza. Tre squilli.
“Stai diventando lento, Sergej…una volta saresti corso fuori al primo avviso” sussurrò con tono caldo e suadente una voce.
Alina. Dolce piccola venditrice d’amore. Per quanto si provi ad andarsene senza svegliarla, lei se ne accorge sempre.
“Quante volte, Sergej?” domandò “Quante volte ancora potremo rivederci? E quando?”

Sergej era davanti allo specchio, immobile, a contemplare l’uniforme appena indossata. Sollevò il berretto e lo calcò sulla testa, cercando di assumere un portamento dignitoso, come si addice a un membro dell’esercito.
Poi, cercando le parole adatte tra mille, parlò.
“La domanda non e’ quando, Alina. La domanda e’: se”

Poco dopo, con passo pesante, si stava già dirigendo fuori. I termometri digitali incastonati nei dirigibili segnavano -15 C. Sputò per terra, e non fu sorpreso nel vedere che la saliva si congelava appena toccava terra.
Dentro la giacca, la fondina ballava, insieme al suo letale carico, quasi a incitarlo, quasi a pregarlo di usarla. E evitare di ascoltarla si faceva sempre più difficile…
Un rombo alle sue spalle lo risvegliò dalla trance, richiamandolo alla realtà.
Dimitri, in piedi, sul cassone del camion corazzato, gli sorrise e gli tese la mano.

“E’ ora, caporale” disse “C’e’ una guerra da combattere”