L'anno è il 2020.
Il nome della donna è Crystal.
Il resto? Dettagli insignificanti, futili e caducei, niente di fronte alla perfezione e immortalità del digitale.
In qualsiasi momento, se il tuo deck* era connesso e tu interfacciato via neuro-link* alla rete, non dovevi fare altro che aprire il menù SEARCH FOR sull'interfaccia* e digitare il suo nick.
Crystal, appunto.
Nessuno conosceva il suo vero nome, nessuno sapeva se fosse davvero donna...alcuni arrivavano a dubitare perfino che esistesse.
Certo, il bello della Rete è proprio la mancanza di un'identità indefinita, con la possibilità di personalizzare il proprio avatar virtuale, chiunque può essere chiunque, come disse il grande cowboy Rache Bartmoss.
In ogni caso, Lei tendeva ad assumere sempre lo stesso aspetto, perfetta, sinuosa, sensuale.
Alcuni la amavano pur sapendo che, forse, era un ciccione enorme, o un depravato qualunque.
Ma la amavano non per la sua interfaccia virtuale, ma poichè lei era LA Netrunner*.
Immaginate ora il Cyberspazio. Per citare il maestro, essa è un'allucinazione consensuale vissuta ogni giorno da migliaia di operatori legali e non, da bambini a cui vengono insegnati i più elementari concetti matematici, in ogni nazione. Una rappresentazione grafica dei dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema informatico umano. Impensabile complessità. Linee di luci allineate nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di di dati. Alberi e case di funzioni e logaritmi. Una complessità impensabile.
E nel mezzo Lei, che con eterea semplicità si muoveva al suo interno, senza difficoltà alcuna nell'interpretarli, comprenderli...riscriverli da zero.
Non l'avevano mai presa, nemmeno una volta. Prima o poi capita a tutti i Netrunner, dicono. Vuoi strafare, esageri con un virus o ti inserisci in un sistema...bè diciamo poco pulito e...zac.
O per mano della NetWatch* o per mano di yakuza* dal grilletto facile, una scottata te la prendi.
Sempre che non ti vada peggio...ora...tu non sei un Netrunner e quindi immagino che tu non sappia cosa sia un I.C.E....bè, hai presente lo spinotto che ci mettiamo in testa per volare? Ecco...da lì un ICE ti può friggere il cervello...un programma studiato per uccidere i ficcanaso con una scarica diretta di corrente.
La sedia elettrica virtuale.
In ogni caso...Crystal conosceva queste cose, ma mai, mai e giuro mai una volta aveva rischiato, nonostante compisse alcune delle azioni più rischiose nella rete.
E poi, vederla in azione era fantastico...
Una volta la vidi nella proiezione di Central Park.
Non so cosa ci facesse lì, ma di sicuro non era un viaggio di piacere. Vicino a lei c'erano tre grosse icone digitali, dei quali uno era sicuramente un altro 'Runner, forse al soldo di una Megacorp*.
Capite...quando sei un 'Runner e le 'Corp non ti piacciono, tendi a pestargli molto spesso i piedi. Il grosso problema per noi, oltre alle rappresaglie fisiche, sono anche quelle digitali.
Comunque, dicevo, questi tre grossi tizi. Non potevo sentire cosa dicessero, parlavano su di un canale schermato e io non riuscii ad accedervi ma diavolo se meritava lo spettacolo!
Dopo qualche secondo il 'Runner corporativo apre l'interfaccia e fa partire un paio di programmi. Ragazzi, è sempre fantastico vedere i pixel che si assemblano a formare un Mastino*! Questi cosi a forma di cane le saltarono addosso, andando a schiantarsi dritti dritti sui firewall personali, esplodendo in mille pixel lampeggianti rossi!
Poi, con un paio di veloci comandi di interfaccia, Crystal si buttò a lato e fece partire un flatlineatore* nella sua direzione...in un mezzo secondo, l'interfaccia virtuale del tizio si dissolse.
Credo abbiano trovato il cadavere qualche mese dopo, a Tokyo, il cervello esploso.
Eh sì...la Rete ha proprio qualcosa di magico.
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Deck = l'equivalente di un computer molto avanzato, di solito a controllo vocale o neurale
Neuro-Link = sistema di interconnessione diretta tra deck e cervello dell'utente
Interfaccia = menù di debug usato per l'hacking dai Netrunner
Netrunner = i cowboy della rete, abili nell'infiltrazione telematica dei sistemi
NetWatch = la polizia della rete, operatori governativi contro i 'Runner
Yakuza = la mafia giapponese
Megacorp = multinazionali tanto potenti da controllare direttamente i governi locali
Mastino = virus ad alto tasso infettivo, attacca i dati frammentandoli in sezioni più piccole e cancellandone alcune a caso
Flatlineatore = il massimo per i 'Runner, un programma simile a un ICE, in grado di colpire e azzerare l'ECG del bersaglio, se connesso a un deck. Il nome deriva dalla linea piatta dell'ECG (flatline, appunto)
The Net - Introduction to Crystal
Author: The_Dreamer / Etichette: CyberpunkPep
Author: Jager_Master / Etichette: Il complesso residenzialeKenyon riappese la cornetta del citofono, dopodiché andò a spegnere la tv che in quell’istante stava trasmettendo il meteo serale. Prima di premere il tasto off cliccò rapidamente su 5/6 tasti di canali in fretta e furia, giusto per uno zapping compulsivo che era solo istinto di un vizio comune; le immagini si mossero rapide e senza un significato prima che spegnesse definitivamente. C’era altro a cui pensare.
Controllò attorno a sé che il mini appartamento fosse in ordine...o meglio: controllò che in giro non ci fossero aggeggi compromettenti o cose inutili. Non che non si fidasse di Pep, ma sappiamo tutti come sono i messicani, curiosi ed impiccioni.
Sì, decise che la sala era in un accettabile ordine, ed a passo lento andò solamente a chiudere la finestra che dava sul complesso residenziale. L’aria fresca della sera andava bene solo per una sigaretta, e già se n’era fumata una poco prima, mentre attendeva l’arrivo di Pep. Anzi, nemmeno se l’era finita perché la spense sul davanzale quando lo vide arrivare e andò subito ad aprirgli col citofono (Pep non aveva la combinazione, non essendo inquilino del complesso Hitachi).
Prima di staccarsi dal davanzale fece solo in tempo a vedere il ragazzino del piano di sotto che arrivava a razzo con il suo trabiccolo, infilandosi nel portico sotto casa assieme a Pep. Ma non era importante che il suo complice fosse stato visto da qualcuno: primo perché non era riconducibile a nessuno e a niente, e secondo perché il ragazzino lo conosceva bene, ed era uno che stava con la bocchia chiusa. Tutti lo erano, all’Hitachi. Ad ogni modo nessuno lo avrebbe visto uscire.
Tre tocchi alla porta e Kenyon aprì a Pep senza nemmeno guardare dallo spioncino. Basso e coperto da un giubbotto nero, Pablo Pespe era un messicano di circa un metro e settanta, poco meno. Rasato alla meno peggio, sembrava appena uscito da un film di Zorro, se non fosse che alla sua epoca Zorro non aveva giubbotti.
Entrò senza dire una parola, salutò solo con un cenno del capo, e taciturno si sedette sul divano centrale. Buttò un occhio in giro, mentre Kenyon chiudeva a doppia mandata la porta usando anche il chiavistello superiore. La casa era ordinata e abbastanza grande per essere di uno Yankee squattrinato e di bassa levatura sociale, ma Kanyon sapeva il fatto suo e la cosa non stupì più di tanto Pep, che dimenticò in fretta l’abitazione e si concentrò sul complice.
“Ti ha visto nessuno?”
“No, solo un ragazzo con la bici. E’ entrato anche lui nel palazzo”
“Lui è ok, come un pò tutti qua dentro”
“E allora perchè chiedi?”
“Così. Meglio essere sicuri”
“Se lo dici tu. Comunque, parliamo di cose serie: spiegami tutto”
“Una cosa alla volta. Vuoi da bere?”
"Che hai?”
“Credo solo birra” e andò verso il minifrigo. Lo aprì e lo sportello regalò un pò di luce all’appartamento buio. Kenyon ci rovistò dentro con la testa e ne uscì con due lattine da 33, della solita Krup Beer, una sottomarca della peggio specie. Ma andava bene, almeno era fresca. Ne lanciò una a Pep che l'aprì con gesto secco delle dita.
Trangugiarono un lungo sorso a testa, e senza togliere lo sguardo dal messicano Kenyon aggiunse: “E’ un gioco da ragazzi, almeno per te”.
“Prima voglio sapere tutto, e poi deciderò. Non è per sfiducia, hombre, ma nel mio lavoro è meglio un'informazione in più che una in meno”.
Kenyon sorrise. Sapeva che il messicano aveva ragione, ma si divertiva a vederlo guardingo e professionale sull’argomento. A vedere quel piccolo messicano non gli avresti dato un dollaro, e invece. E la cosa lo divertiva abbastanza.
Smise comunque di sorridere e si sedette di fronte a Pep.
“Va bene, stammi a sentire. Si tratta di questo tizio”
Dalla tasca tirò fuori una serie di polaroid in bianco e nero, tutte riguardanti un uomo di razza bianca, altezza media, pettinato con la figa. Nelle foto saliva o scendeva da un’auto, oppure sedeva in un bar o stava ad una fermata dell’autobus. Evidentemente Kenyon lo aveva pedinato per diverso tempo perché in alcune era avvolto in un cappotto, in altre era in polo e calzoncini. Si chiese da quanto tempo gli stava alle calcagna, ma non proferì parola, annuendo solo col capo. Era importante ascoltare bene, riordinare le idee e chiedere alla fine.
Kenyon continuò. “34 anni, impiegato della Gate Insurance Corporation, convivente, niente figli. Abita a una ventina di Km da qui, ti darò poi indirizzi e numeri utili”.
Pep continuò ad annuire, osservando meccanicamente le foto, alcune anche più volte, ritornandoci e confrontandole all’americana, come fossero monetine.
Kenyon si appoggiò al cuscino e proseguì nella sua presentazione dell’obiettivo. “Ha passato la sua vita in quella Compagnia, sempre la solita routine, sempre i soliti clienti, poi casa tv e poco altro. Un uomo di merda. Non che ce ne freghi granché ma da qualche tempo ha deciso che la sua squallida vita può cambiare e ha ficcato il naso dove era meglio non mettercelo. Non so se rendo l’idea”
Pep alzò per la prima volta lo sguardo da quando era iniziata la spiegazione. Incrociò gli occhi di Kenyon, che dietro la lattina che sorseggiava erano immobili e più neri del normale.
“Si, capisco” disse, e ritornò alle fotografie. Girò la lampada da tavolo verso di sé, e premendo col dito sparò il fascio di luce verso il grembo, dove teneva le polaroid. Ora la sua concentrazione era tutta sul volto dell’uomo.
“Che te ne pare?”
“Rischi?”
“Praticamente zero, a parte vicini e parenti, è una persona neutra. Neanche i suoi clienti gli dedicano più di un saluto”
“Allora può sparire”
Kenyon sorrise, Pep si era convinto.
“Quanto tempo ho?” chiese il messicano.
La sala si fece più buia ancora, e l’aria dell’appartamento spirò da diversi pertugi facendo scricchiolare ante e mobilia.
“Una settimana. Fatti i tuoi giri, e poi chiudi la cosa. Lo sai che Lui non vuole attendere troppo”
L’aria era elettrica, frizzante. Ma paradossalmente calda.
Pep si passò la mano fra i nuovi capelli con la riga, accarezzandoseli in fare pensoso.
“Va bene” disse. Poi sorrise, raccolse la ventiquattrore che prima non aveva e si alzò, gustandosi il suo metro e ottanta d’altezza. Abituarsi ormai era cosa facile, tempo di scendere al primo piano e già sarebbe stato a suo agio. Dopo anni, questo lavoro era una seconda pelle. Letteralmente.
Si lisciò la pelle rasata di fresco, godendosi il preciso lavoro che solo un assicuratore abitudinario poteva aver fatto. Se ne rallegrò, gli piacevano i clienti puliti.
Andò alla porta, aprì il chiavistello. Poi si girò verso Kenyon.
“Una settimana”. Gli ricordò Ken, senza alzarsi dal divano. “Ah, Pep”.
“Si?” disse il messicano, con già la mano sulla maniglia.
“Stai perfettamente, così. Sei sempre il migliore”.
“Lo so”.
Aprì la porta ed uscì, senza salutare.
Kenyon rimase solo, a meditare su quello che era appena accaduto. Ormai la cosa non lo faceva ammattire come le prime volte, ma Pep gli dava comunque la pelle d’oca. Nel contempo si sentiva parte di un progetto immenso, importante ma intimorito. Intimorito da quelli come il messicano, ed il fatto che Pep fosse il migliore non lo metteva certo a proprio agio.
Finì in un solo sorso la lattina e la gettò nel lavello. Seduto sul divano non poté non pensare all’assicuratore, a quello che lo aspettava.
Strano cliente questa volta, un paradosso: un venditore che si trova ad affrontare una trattativa più grande di lui.
Come tutte le volte si ritrovò a pensare all’incontro fra Pep ed il cliente. Ci pensava ogni volta, ma non riusciva ad immedesimarsi in nessuna delle due parti, anche perché non sapeva bene come si sarebbe svolta la cosa. Nessuno partecipava mai, nessuno aveva mai visto Pep in azione.
Però sapeva.
Sapeva che avrebbe dato un braccio piuttosto che essere al posto di quell’uomo. Pep era famoso per non usare mezze misure, e sperò che l’assicuratore fosse accondiscendente.
Non lo fosse stato...beh.
Però lo avrebbe capito. D’altra parte, non è facile per nessuno incontrare Sé stessi.
Corporation
Author: Matteo Piovanelli / Etichette: No tagUn altro giorno:
“La nostra azienda” dice quello più vecchio, che sembra sempre sul punto di sbavare un poco e ha lo sguardo del predatore sessuale sotto dei capelli ingrigiti e diradati, “si occupa in poche parole di tutoring per specialisti del settore dell'intrattenimento, in particolare per i media classici come televisione e radio. Siamo degli agenti, se vuoi, ma i nostri compiti vanno oltre la cura dei contratti: forniamo il servizio di sicurezza, organizziamo la logistica, diamo insomma ogni tipo di supporto di cui i nostri clienti abbiano bisogno.”
Lei è dall'altra parte del tavolo. Trema e suda sotto la camicetta di seta. I boccoli di rame le cadono sugli occhi mentre fissa la bocca aperta di quello che parla, e tenta di gettare occhiate a quello più giovane, che finora non ha aperto bocca neppure per salutarla. Sta lì elegante all'inverosimile, coi capelli spettinati da poco da un parrucchiere omosessuale, la sedia un po' scostata indietro per lasciare la scena a quello più anziano, probabilmente tra i due più alto nelle gerarchie.
Quello intanto continua così: “E con noi lavorano professionisti in ogni campo: musica, televisione, cinema, teatro, arti visive, intrattenimento per adulti.” Pausa. Uno sguardo di vittoria rabbiosa. Lei non sa più contenersi e scappa fuori dalla porta.
Un'altra ora, prima:
Lei è in un bagno unisex. Lui ha chiuso la stanza e la guarda, e lei chiama cattiveria il suo sguardo, ma non sa come muoversi, si limita a tremare tra le mani di lui, e pensa che dovrebbe dibattersi e gridare, ma non sa come fare, e lui le dice che quello è il vero provino, non quello di prima, e la spinge in ginocchio, e si cala la zip dei pantaloni, le forza la testa. E lei piange, ma non si osa a singhiozzare.
Dopo, sempre quel giorno:
Ha corso e corso, senza sapere la strada, spalancando porte e gettandocisi attraverso. Nessuno ha dato la benché minima impressione di accorgersene o sembrare stranito. Ha corso e corso, finché è incappata in un'aula e c'era tutta sta gente ai banchi, come a scuola, ma tutti ben vestiti, e i cappotti appesi ordinati sui ganci lungo la parete con le finestre alte. L'han guardata, ma poi sono ritornati ai loro fogli e alle loro matite, senza fare un rumore. Che altro poteva fare se non cadere in un angolo e piangere, cercando di non disturbarli, e nascondersi sotto le mani e i ricci?
Poco prima:
A lui basta uno sguardo e l'altro sa che non tornerà a casa per cena sta sera, né l'indomani.
Non si sa quanto dopo (anche se non è passato molto pare di sì):
Lui entra nell'aula. Quello giovane. Senza degnarla di uno sguardo parla a quelle persone che si comportano come studenti perfetti. “Uscite di qui.” Non ci sono accenti, e la voce è proprio bella e calma. Quelli semplicemente posano le matite, si alzano, recuperano i cappotti e escono. Lui guarda l'ultimo chiudersi la porta alle spalle, poi si avvicina alla cattedra (c'è una cattedra, e un telo bianco per le proiezioni) e scosta un poco la poltrona del posto del professore, girandola appena verso di lei. Poi va alla parete dei cappotti e premendo un pulsante le finestre cambiano colore e c'è parecchia più luce nella stanza. Adesso lui si stira in un raggio di sole poi va a a prendere una sedia, la porta di fronte alla cattedra, ma girata verso la classe, e ci si siede cavalcioni, ossia verso il telo per le proiezioni e la sedia scostata.
Lei ha smesso di piangere e lo guarda tra i capelli e le dita, senza capire.
Lui continua quel che fa, qualunque cosa sia. Si allarga la cravatta, se la leva, la mette ben dritta sulla cattedra, apre i primi due bottoni del colletto.
Circa un mese prima:
Lei ha appena finito di interpretare Ofelia nella versione mezzo-musical di Amleto del suo liceo, ed ora si sta cambiando e struccando dietro le quinte. Quando è uscita sul palco per inchinarsi e salutare, sua madre piangeva.
Intanto la professoressa che ha curato la regia sta parlando con una donna in tacchi e tailleur blu scuro, e le getta sguardi frettolosi. La donna ha i capelli di una miriade di tonalità di biondo raccolti dietro la nuca. Quei capelli inspiegabilmente hanno l'aria di essere naturalmente di quel colore e non tinti. Quando stringe la mano alla prof, inforca un paio di Ray-Ban dal taglio classico, e stranamente non sembra un poliziotto.
Ancora quel giorno:
Lui è bello, ma non in modo appariscente. Non ha niente che spicchi in modo particolare, eppure lei è curiosa quando le chiede se vuole per favore andare a sedersi davanti a lui. Non sa perché, né si chiede perché, ma si alza e va a prendere posto a quella sedia che lui le ha preparato.
“Ti posso assicurare che non vedrai mai più quell'uomo.” Nella voce non c'è compassione, non un fremito di comprensione. Sta esponendo dei dati, come se le dicesse quanto ha piovuto in India con l'ultimo monsone, e il tono non accenna a cambiare, né a vibrare anche solo per un attimo. Se parlasse appena più veloce lei potrebbe perdersi qualche parola, ma così come sta facendo ciascuna è scandita perfettamente.
“Capirei se tu non volessi più considerarlo, ma noi vorremmo davvero lavorassi con noi. L'abbiamo già deciso quando ti abbiamo vista alla recita. Chiaramente non posso farti pressioni. In effetti preferirei parlare d'altro, visto che mi pari scossa.”
Per un attimo lui guarda la cattedra, e sembra leggere qualcosa nel blu tinta unita della cravatta. La mano di lei sposta un suo ciuffo che pendeva tra i due, ma lei non ne è conscia.
“Silvietta. Da quanto tempo vi frequentate?” Lei ha appena il tempo di cominciare a mancare un respiro, perché lui non aspetta una risposta. “State assieme, no? Però, non saprei, non mi pare tu sia troppo convinta.”
Mesi prima, d'estate:
Lei e Silvietta sono appena andate a correre assieme: han deciso di iniziare assieme ed in anticipo la preparazione per la stagione, e visto che i genitori dell'amica sono in vacanza passeranno qualche giorno assieme a casa sua.
Lei è la prima ad andare in bagno per farsi la doccia, e come sempre ammira la vasca immensa dell'idromassaggio. Si è appena spogliata e ha messo i vestiti sudati nella borsa che si è portata apposta da casa. Apre la porta della doccia, entra, chiude, apre l'acqua calda. Silvietta entra nella stanza e comincia a riempire l'idromassaggio, senza dire niente. Apre la porta della doccia, entra, chiude l'acqua. Lei è presa di sorpresa, e lo sguardo dell'amica le chiede di non parlare mentre l'altra comincia ad accarezzarla e baciarle via il sudore di dosso, intanto portandola fino alla vasca.
È passato giusto il tempo di rabbrividire, quel giorno:
“Giocate entrambe a calcio, vero? Ma in due squadre diverse. E tu sei centrocampista e mezza-punta. Il 10 penso sia un numero un po' pesante da portare, non trovi anche tu? Eppure mi pare di capire che ha sempre dato buoni risultati nel tuo ruolo. Goals e assists, anche se mai da fare il salto di qualità.” Per la prima volta lei si chiede chi mai sia questa persona, e capisce ufficialmente che quello più anziano non era il suo superiore., e comunque pensa che sia proprio bello.
“Lei è portiere, e tra due settimane giocate assieme. Immagino te le abbia promesse.”
Lui riprende in mano la cravatta e la guarda un poco come una cosa aliena rigirandosela qua e là, prima di rinfilarla. Lei non riesce a non seguire i suoi movimenti.
Solo il giorno prima:
Lei e Silvietta sono nude sotto le lenzuola. L'amica, che è più alta, ha i capelli corti con una frangia e ha meno seno, le sta coricata sopra e gioca con le ciocche che lei ha sempre sul volto. Il sorriso è quello di una persona esuberante sempre e comunque, con tante energie emotive da sembrare un piccolo sole vagante. Lei si chiede come finiscano sempre così, a letto assieme, anche se lei non sente di averlo mai desiderato. Il suo corpo le dice che le piace, ma lei non sa se ascoltarlo.
“Tra due settimane preparati che non vedi palla.”
Lei chiude gli occhi, gira la testa da un lato e si limita a sospirare. L'altra probabilmente fraintende: le scosta i capelli e le sfiora l'orecchio con le labbra. Parla e la mordicchia delicatamente. “Ho detto alla numero 3 di pensare solo a te, e piuttosto di morderti. Hai presente la 3, quella che chiamiamo Stam.”
Quel giorno, immediatamente:
“Non sto per farti una domanda, né una richiesta. Prendilo come un ordine: tra due settimane vincerai. Prima non voglio tu decida niente riguardo a noi e al nostro lavoro, il mio e il tuo.” Lei si limita a fissarlo, e lascia che un boccolo le dondoli davanti agli occhi per un bel po', senza sapere cosa farci. Lui le fa una domanda: “Quanti anni pensi che abbia?”
Lei risponde, e sono le prime parole che gli abbia mai detto. “Non sono brava a indovinare queste cose.”
Lui si alza, mette una mano nella giacca e prende un biglietto da vista nero e argento e i suoi Ray-Ban. Guarda le lenti, appoggia il cartoncino sulla cattedra e le dice: “Tu ne compi 18 tra due mesi.” Se ne va.
Oggi:
Sono ad un tavolo accanto alla vetrata che da sulla strada, in un ristorante al nono piano di un grattacielo newyorkese. Il sole splende sul loro tavolo riflettendosi in mille modi su posate e bicchieri, e un cameriere minorenne ha appena portato le loro ordinazioni. Lui ha davanti alla bocca la punta di una lancia di asparago, e le dice: “Sei bellissima, lo sei ogni volta che sei così radiosa.”
“Grazie.” Dice lei in mezzo ad una minuscola risata, mentre cerca di capire da che lato cominciare ad intaccare la sua omelette per non rendere il piatto meno bello.
Lui: “Avresti mai immaginato di poterti trovare qui oggi?”
Lei: “Prima, non sapevo neppure questo posto potesse esistere, né la differenza tra frittata ed omelette.” Mentre alza lo sguardo per guardarlo negli occhi, i ricci ramati saltano ovunque davanti a lui, e lei vorrebbe scoppiare a ridere.
Lui: “E pensare che solo cinque anni fa, dopo la partita, mi hai chiamato e hai solo pianto.”
Lei: “E tu per tutta la telefonata non hai parlato, e quando ho smesso di piangere hai chiuso la comunicazione” Lei sorride nel ricordare quella ragazzina che era, e si chiede che fine han fatto tutti, ma non lo vuole sapere o già lo saprebbe.
Lui: “Ma l'indomani c'ero, e anche tu.”
Quel giorno, la sera:
A casa, per l'ennesima volta lei legge entrambe le facce del biglietto: nome e recapiti da una parte, e dall'altra una scritta a matita: “I vampiri vestono Ray-Ban.”
One shot
Author: The_Dreamer /Premessa:
Dicasi one shot per quanto riguarda una sessione di gioco di ruolo o racconto un qualcosa di molto breve. Mi è venuto in mente di dedicare il racconto ad un mercenario assorbito completamente dal lavoro. Ecco l'incipit.
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Il fumo della sigaretta si attorciglia in una sottile, eterea voluta, poco più che uno sbuffo, ma appena raggiunge le mie narici, è sufficiente a farmela desiderare.
Sputo, e sento il tacchino precotto ingollato poco fa che risale il mio esofago; il flusso caldo di vomito mi ustiona la gola, già martoriata gravemente.
Fottuti figli di puttana...io gli chiedo una sigaretta e loro mi tagliano la gola.
Odio questo lavoro...
Il mio nome è Chambers, Elmer Chambers e se mi avete incontrato, qualche volta, non vi biasimo per quello che potreste aver pensato di me.
Mi drogo per lavorare e lavoro per drogarmi, come si dice nel giro sono un "dead man walking" o uno "zombie" ma la verità è che mi sento bene.
Ci sono momenti, nella vita di un soldato, in cui vorresti chiuderti in un angolo e piangere. Non per te o per le persone che hai ammazzato...semplice valvola di sfogo quel pianto.
Io non ho mai avuto la possibilità.
Nè la voglia in ogni caso.
E' il mercato che lo esige. La reputazione per un mercenario è tutto. Puoi anche beccarti una pallottola e morire come un cane in qualche guerra-fantasma in Cambogia o Colombia e se ti sei sempre comportato da duro nell'ambiente sarai ricordato, ma pisciati addosso una volta e puoi scordarti di lavorare. Diventi una macchina a poco a poco...le cose iniziano a cambiare nome e significato. Bambini sulla linea di tiro non sono più "innocenti" ma "moscerini", per la facilità e la quantità che ne crepa con una bomba (che in quel caso chiamiamo "insetticida")
So di farti schifo, ma credimi, tu ne fai di più a me.
E' per mantenere il tuo stile di vita che ammazzo persone. E' per mantenere il tuo stile di vita che combatto delle guerre. E' per te che lo faccio.
Se qualche bambino muore nel frattempo tu non te ne accorgerai mai, a meno che qualche fottuto colletto bianco della NBC, CBS, FOX o altro decida che lo devi sapere, per piangerci un pò su e aumentare lo share.
Ma sto divagando.
Voglio raccontarti di come siamo finiti qui.
Fine prima parte
Lungo Hudson Street, col tramonto a sinistra e l'acido lattico che pompa nelle cosce. Il traffico della sera che strombazza e puzza tutto intorno (maledetti taxisti immigrati e le loro carrette a gasolio). Un calcio al paraurti di un qualche idiota che esce dalla tredicesima alla cieca, senza guardarlo in faccia. Il clacson già alle spalle all'incrocio con la quattordicesima, mentre si tuffa in mezzo ai pedoni, costringendoli a scansarsi di qua e di là.
È l'ultima consegna della giornata. Ancora tre chilometri dritto sulla nona, fino quasi all'incrocio con la cinquantaseiesima, ed anche per oggi avrà finito. Non è stata una giornata pesante: poche consegne, e tutte più o meno nella stessa zona. Questo vuole anche dire che la paga non sarà altissima, ma fa il pari con il fine settimana passato, in cui aveva stabilito il suo record di chilometri.
Trentaquattresima e quarantaduesima. Ancora un chilometro.
Shane non era il più veloce della compagnia di corrieri, né il più puntuale, ma forse era quello che traeva più soddisfazione dal suo lavoro. Correre con la bici in mezzo al traffico di una metropoli era il suo piccolo sogno da quando, ancora ragazzino, aveva letto Virtual Light. Per lui New York valeva San Francisco, fintanto che poteva pedalare.
Citofono o porta aperta? La seconda.
L'ingresso del palazzo puzzava di polvere e birra dimenticata in qualche angolo. La bici bagnava il pavimento con l'acqua delle pozzanghere putride lasciate dalla pioggia della mattina, ma Shane, dopo avere gettato uno sguardo intorno pensò che forse stava facendo un favore alla donna delle pulizie.
Il corriere mostrò la spalla col badge al portiere. “Consegna al B124.” L'altro appena annuì con gli occhi, ritornando a impolverarsi dietro al suo giornale. Davanti alle porte dall'aria decadente dell'ascensore: una cartina smunta del palazzo ed un cartello di fuori servizio.
“Merda.” La fatica sui pedali gli andava più che bene, ma i gradini gli rimanevano sempre sullo stomaco. Catena all'inizio del corrimano per assicurare la bici, e poi fino al secondo piano, scivolando un poco sul metallo che avrebbe dovuto fermare la plasticaccia anti-scivolo, o forse della moquette (quelle scale avevano un'aria da moquette, effettivamente). Poi a destra, contando i numeri sulle porte, tutti pari, crescenti a destra e decrescenti a sinistra. A metà corridoio ecco il 124.
Toc toc coi guanti, fatti di un tessuto il cui nome è protetto da copyright. Dei grugniti da un punto non precisato dietro al legno. Uomo, quarantina, barba mal fatta e vestiti sporchi; puzza di sudore e birra mischiati sulla maglietta; pantofole. Invece ad aprire la porta è uno che sembra appena uscito da un'importante università di economia, infilato in un abito che ha tutta l'aria di costare più che quell'appartamento squallido. L'unica pecca sono i capelli un po' stropicciati, e forse lo sguardo spento dove ci si aspetterebbe il sorriso di un vincente.
“Una consegna per Mr. K. Ross.” Un pacco della forma di un cartone da pizza, ma più piccolo. Una mini pizza, ma più pesante del dovuto, e senza i profumi e untumi d'ordinanza.
“Sarei io.”
“Dovrei vedere un documento, se non le dispiace.”
“Certo.” Ed eccolo! Mentre infilava la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, dove un newyorkese non dovrebbe mai tenere il portafoglio, il sorriso da vincente del vero bugiardo. Il pezzo di plastica che presenta, comunque, convince il lettore di ID, per cui Shane può dirsi soddisfatto, salutare, e tornare dalla bici e sulla strada. Stavolta il portinaio polveroso non lo degna neppure di un battito di ciglia, per non disturbare lo sporco faticosamente accumulato stando immobile al suo posto.
Il cielo sporco della metropoli promette di pisciare sulle teste dei newyorkesi ancora un po' di smog, mentre Shane pedala verso il Bellevue, ciclista e non più corriere. La radio gracchia il suo nome. È Phil Thomas, il capo, che lo cerca.
“Dimmi capo.”
“Stacchi per oggi?”
“Sì. Te l'avevo detto che era il mio ultimo giro.”
“Merda. Ne ho una comoda comoda dalle tue parti.”
“Non c'è nessun altro?”
“Per dove sei, è davvero una cosuccia comoda comoda...”
“Mi spiace capo, ma sono sul serio di fretta, ora.”
“Fanculo, devi una birra a Carmen.”
Carmen, all'anagrafe William Carmelo, per chi ancora si cura di queste formalità. Un ispanico dell'agenzia nato nel Queens da una famiglia con sangue che arrivava da ogni continente. Aveva già quel soprannome quando Shane lo aveva conosciuto, e non aveva voluto raccontargli niente a riguardo. O era gay, o era un transessuale part-time, o c'era dietro una storia più complicata e divertente.
“Il bastardo è musulmano, quindi è come se gliel'avessi già pagata. Salutamelo e ringrazia.”
“Fottiti ragazzina. Buona serata. Spero che la tua donna almeno te lo succhi come si deve.”
“Sto andando da mia madre, capo.”
“E quindi?”
A questo punto Shane chiuse la linea: che altro poteva fare?
Il Bellevue era vicino, ormai. Tagliando nel centro ospedaliero dell'università, con la notte che svogliata incombeva, ecco che si avvicinava la griglia dove il corriere assicurava la bici. I lampioni si stavano svegliando dai loro sogni diurni, perché nessun uomo potesse conoscere il buio.
La porta automatica lo stava aspettando, e si spalancò lungo le sue rotaie mentre lui le andava incontro. L'infermiera della reception sembrava la copia femminile di quell'ultimo portiere: lo stesso sguardo vuoto, come un televisore fisso su un canale inesistente; la stessa polvere, come quella su di un soprammobile di cui ci sia dimenticata l'utilità; lo stesso contegno strafottente da nullità che vuole mostrarsi superiore.
L'ascensore lasciò tutta la giornata fuori. Chissà chi avrebbe incontrato oggi in camera di sua madre: la giovane ballerina innamorata, la donna malata e consapevole, una via di mezzo... Quell'immondizia che lei aveva in testa e che stava sostituendosi al suo cervello rivelava continue sorprese.
“Mamma...”
“Shane, bambino mio! Che bello vederti.”
I capelli sciolti le nascondevano il cuscino in un'inondazione di ricci. Dalle lenzuola azzurre spuntava il suo pigiama, dello stesso colore delle lentiggini che le avevano gettato in viso da piccola.
Ecco la solita domanda idiota. Zero originalità, tutta sincerità.
“Come stai mamma?”
“Oggi va molto bene. A cena c'era un buon purè, con un arrosto decente. Tu hai già mangiato?”
“No, mangio qualcosa più tardi quando torno a casa. Torno ora da lavoro.”
“Ancora in giro in bici a portare i pacchi a spasso a fare la pipì?”
“Sì mamma. Le lezioni riprendono tra più di un mese, quindi ho tempo di mettere da parte qualche cosa.”
“Ma non ti serve davvero, con lo stipendio di tuo padre e tutto il resto.”
Suo padre era stato un ricercatore per molte aziende tra Europa e Stati Uniti. Era morto da un anno dalle parti di Parigi, nell'incendio del laboratorio dove si trovava. Shane ancora non si capacitava dei fermimmagine presi dai filmati della sorveglianza: una palazzina di due piani, poi una palla di fuoco (sfocata dal rumore elettrostatico sulla telecamera), poi pozzanghere dove prima c'era l'edificio, e suo padre sparso in una o alcune di quelle, in qualche modo fuso con tutto il resto nell'incidente. L'assicurazione aveva pagato sontuosamente, e la pensione era copiosa, ma il grosso Shane lo teneva per le spese mediche della madre. Lui si accontentava di un mezzo cubicolo che nel complesso Hitachi chiamavano appartamento, e del necessario per vivere. Per coprire le necessità di svago usava la sua paga ed il suo tempo libero.
“Non posso mica starmene fermo a fare niente, no?”
“Come vuoi... Quand'è che sei venuto qui l'ultima volta? Era ieri o due giorni fa?” La memoria scarsa era stato uno dei primi sintomi, ed all'inizio ci scherzavano su tutti e tre.
“Ieri. Passo tutto le sere.”
“Giusto. Beh, dopo che te ne sei andato è passato tuo padre. Mi ha sorpresa perché pensavo fosse ancora in Europa. Ma mi ha voluto fare una sorpresa, perché non mi aveva detto niente che tornava.”
“Quel bastardo non mi ha detto nulla neppure a me!” Tenerle il gioco, non dirle niente: quante volte l'aveva fatto, negli ultimi tempi? Mentre lei inesorabile scalava la sua parete verso la fine, sempre più spesso si immaginava questi incontri con suo padre. Shane non soffriva la sua mancanza, ma sentiva di non essersi ancora separato da lui, come se non fosse convinto della sua morte: ogni volta che incombeva l'argomento, gli saliva un nodo di acido alla gola.
“Ah, non l'hai ancora visto? Deve avere avuto qualche impegno, e non avrà voluto disturbarti solo per dirti che era in giro, così non ti sei sentito obbligato a incontrarlo sputtanando i tuoi programmi.”
“Vabbè...”
“Comunque, cosa dicevo? Ecco, mi ha detto di dirti, poi quando ti vedevo, di spicciarti a trovarti una bella ragazza, possibilmente europea, perché ultimamente aveva voglia di nipoti.”
“Cosa?”
“Così mi ha detto. Ha detto che le europee come me sono meglio delle americane, perché camminano più vicine alle loro radici. Sai come parla sempre, no? Mezzo per enigmi...”
Per un po' andarono avanti a parlare, raccontandosi la vuotezza delle rispettive giornate, cercando di infarcire il tutto per renderlo più interessante. Dopo qualche minuto, cominciarono a finire ancora e ancora sulle stesse parole: Shane si tirò fuori dal circolo vizioso augurandole la buona notte. Prima che potesse chiudere la porta, lei si era assopita.
Né un cenno del capo né un gesto della mano smossero l'infermiera alla reception, fossilizzata nel suo costume di acari. Ecco la bici, ignara della sera che stava sorgendo dal fiume. Cuffie nelle orecchie: brani tristi, brani allegri, brani infantili, vecchi successi, nuove ed effimere hit.
Via dal fiume, sulla prima, e poi in Stuyvesant Square, ad ordinare del pollo con noodles nel minuscolo locale thai all'angolo. Tutti i posti liberi, il tizio dietro al bancone che gratta le pentole. Oltre a questo c'è solo il rumore di Shane che mangia, a tenere fuori il traffico, Shane che non vede l'ora di mettere le mani sui rubinetti della doccia, a casa, e poi immergersi sotto le lenzuola col portatile sulla pancia a vedere un film. Il locale aspetta senza fretta di tornare deserto, l'acciaio dell'arredamento freddo e artificiale tutto intorno a lui, pronto a vibrare delle sue note private non appena non ci sarà più nessuno ad ascoltarlo.
Di nuovo a pompare sui pedali, alla volta del Greenwich Village e dello stupro paesaggistico che aveva di fronte: il complesso abitativo Hitachi, un numero incalcolabile di cubi di cemento incassati uno tra gli altri, cubicoli che chiamavano case; una maxi-mensa, frequentata da chi non aveva tempo di procurarsi qualcosa di vero da mangiare; stanze comuni, in cui il piano originario prevedeva bar e parchetti sintetici, ma dove stalagmiti di urina incrostavano gli angoli. Casa, per Shane, che tutto sommato non viveva male nella sua scatola grigia, che più che altro rappresentava una doccia ed un letto facili ed un contenitore per le sue cose.
Il tastierone di combinazione e citofono all'ingresso lo rattristava un poco, col suo blu tecnologia tanto sporco e consumato da parere una sfumatura tra il grigio topo ed il grigio ciminiera, col fatto che tutta l'umanità in quel casermone veniva ridotta a combinazioni di dieci cifre, sia che volesse entrare sia che la si cercasse. Un omone nero nero, le cui spalle nella vita precedente erano state il bullbar di un tir, occupava la porta sussurrando nel microfono, troppo vicino, a parere di Shane, per farsi mettere a fuoco dalla telecamera. L'aveva già visto altre volte sotto casa sua, siccome una volta aveva una mezza storia con una che abitava lì nell'Hitachi. L'aveva anche visto in giro, bazzicare per posti dove tutti sapevano potere trovare di tutto.
Al ronzare dell'apriporta, l'omone sospinse dentro la sua massa; Shane gli schizzò dietro come un'ombra, trascinandosi assieme la bici. Scambiandosi mezzo sguardo imbarazzato, un quarto a testa, entrarono nell'ascensore. Per Shane solo sette piani, un breve corridoio, e poi la pace della sua tana. Stasera non voleva fare e sapere niente: niente feste, niente locali con gli amici. Se la sentiva che era una di quelle serate da stare tranquilli con sé stessi, andare a dormire presto, riposare.
Finalmente la doccia che si era promesso. Intanto la bici si concedeva già il meritato riposo bagnando le stuoie che le facevano da letto, mentre la luce della strada attraverso la finestra percolava lenta a rischiarare timidamente il monolocale spoglio. Poi, ecco il momento delle lenzuola, fresche e piacevoli sulle gambe stanche del corriere. Per un attimo l'idea di guardare un film parve anche sensata, ma affogò rapida nella nebbia dei sogni.
Shane era nel letto. Il materasso era più grande di come lo ricordasse, lungo e largo quanto la sua stanza. Tutto era immerso in un buio particolare, un po' blu, in cui si distinguevano chiaramente le forme. Nel corridoio, fuori dalla porta aperta del suo appartamento, correva una nebbia fluorescente. Lui faticava a tenere gli occhi aperti per il sonno, ma li spalancò quando sentì che il materasso si spostava in risposta ad un nuovo peso: una ragazza si muoveva gattoni, scostando le lenzuola, senza guardarlo. Capelli corti, probabilmente chiari. Non gli riusciva di scorgerne i lineamenti, ma dove era scoperta la pelle nuda era chiara come la luna.
Shane si mise a sedere, col lenzuolo che gli cadde di dosso sulle gambe, e si accorse che sul letto c'erano molte lenzuola, tutte misteriosamente appuntate a dovere. La ragazza si spostava dall'una all'altra, sempre gattoni, e lui non sapeva ancora distinguerne il volto. Sentendosi le labbra pesanti di sonno chiuse per un istante gli occhi, per riaprirli un tempo qualunque dopo, quando lei gli si sedette sulle cosce. Guardandole la linea della schiena nuda, seppe limpidamente che avrebbe dovuto iniziare a massaggiarle il collo. Lei lasciava che la testa le ciondolasse da una parte e dall'altra, mentre le mani di Shane scioglievano la giornata dal suo collo, dalle sue spalle. Prese a muovere il bacino avanti ed indietro, sempre seduta su di lui e dandogli le spalle.
Shane si svegliò triste e con un'erezione umida. Era ancora piena notte: sbuffando si girò sull'altro fianco e si riaddormentò.
Di nuovo la stanza e il materasso erano lì trasformati. La riconobbe dai capelli e dall'odore, ma ancora non riusciva ad afferrarne i lineamenti. Erano coricati, lei sopra di lui, lui dentro di lei, lei che si muoveva avanti e indietro e da una parte e dall'altra, come un serpente che strisci, ma senza spostarsi da dove era.
Ancora Shane si svegliò, con le stesse sensazioni di prima. Trovò la forza di raggiungere il frigo per bere un po' d'acqua, prima di immergersi finalmente in un sonno immemore.
Racconto di fate sul cemento (6)
Author: la zuppa / Etichette: Fate sul cementoEra una mattinata di scuola. Una lezione di cinema su Robert Altman.
Il cielo era ossuto, fuori dalle finestre ovali antiproiettile. Marco stracciava una rivista di musica sotto il banco. In mille pezzi, quasi esatti. Andrea non riusciva a parlare con Marco, mentre con calma provava a girare una sigaretta di tabacco disgustoso. Marco aveva delle pesanti occhiaie che gli scavavano il viso. Sembrava Kinsky in Aguirre furore di dio. Picchiettava la punta del piede contro il piede del banco. Andrea notò che aveva iniziato a mangiarsi le unghie. Gli chiese cosa stava succedendo. Notò che si stava divorando il pollice.
-tu che dici dell’ultimo di Altman? Chiese Andrea a Marco, deglutendo.
Lui la guardò storto e aprì la bocca stracciata.
-che la troietta della Lohan ora non la ferma più nessuno-
-in che senso?-
Marco smise per un attimo di sbattere il piede. E per la prima volta guardò Andrea.
-nel senso che è una che fa la reginetta in tutti i film, in ogni film. Poi diventa un’attrice matura. un’intellettuale, c’è da scommetterci. E poi.
E poi la ficcherei in un costume da velociraptor per Jurassic Park 5-.
Marco distolse lo sguardo da Andrea. Tornò a succhiarsi il sangue dal pollice nascondendo un avambraccio sotto i brandelli di rivista.
-che esagerato, mica una deve essere etichettata una volta per sempre. E poi chissenefrega, ti ho chiesto del film, mica degli attori-.
-hai ragione-.
Andrea attraversò una corrente d’odio bollente.
-cos’ hai, Marco? Ti odio quando fai così-.
-ti devo parlare- si confidò Marco.
Andrea lo guardò preoccupata, nervosa.
Marco spazzò via i pezzetti di rivista e scoprì un corpicino inerme di donna, dalle dimensioni di un feto abortito al quarto mese. Andrea trattenne un urlo acidissimo e vomitò bile silenziosamente tra le gambe. Marco le accarezzò la schiena. Strappò un’ala dal corpo del cadavere della fata e la lasciò cadere a terra, leggera.
In quel momento il freddo dei colori dell’aula di cinema sembrava quasi accogliente.
-ieri qualcosa mi seguiva. Qualcosa come questa- indicò la fata con lo sguardo -le ho filmate, sono sicuro di averle filmate tutte, queste cose-.
Andrea guardava il professore fisso tra le rughe della fronte. Non parlava. Pensava che ci fosse scritto qualcosa, tra le rughe.
-Andrea-
In quel momento sentirono un colpo sordo provenire dalla finestra. Solo Marco e Andrea si voltarono. Quando videro una fata sanguinare sul vetro, Andrea strillò. Forte. Tutti si voltarono e non capirono. Andrea chiese scusa, poi chiese scusa ancora.
Marco notò una crepa nel vetro antiproiettile.
Fate sul cemento e trainspotting
Author: Matteo Piovanelli / Etichette: Comunicazioni di servizioNon so se qualcuno qui ha letto trainspotting. Io lo sto leggendo in questi giorni (in lingua originale è commuovente e illegibile, cazzo di scozzesi). Non è un romanzo, di fatto, qualunque cosa si possa dire a riguardo. Il libro è strutturato come una raccolta di racconti giustapposti uno dietro l'altro senza un vero ordine. Effettivamente non pare ci sia nemmeno un ordine cronologico, nè un racconto si presenta a continuarne un altro più o meno di quello prima o quello dopo.
Questo è più o meno quello che ho in mente con le fate sul cemento. Certo, i raconti fino a qui sono spesso in ordine cronologico, e quel che succede di uno si ripercuote sui successivi. Ma l'idea di fondo è che siano solo un insieme di racconti, accomunati dai luoghi e da alcuni dei personaggi, anche se i personaggi già introdotti possono anche solo apparire sullo sfondo a dare colore.
Detto questo, me ne vado in giro.
Restyling
Author: Jager_Master / Etichette: Comunicazioni di servizioCiao ai pochi che leggeranno.
Suggerito da Alan e avvallato dal sottoscritto, il sito auspica un ridimensionamento.
Che dite se torniamo allo scopo originale del blog che è quello di SCRIVERE RACCONTI e non CHATTARE SULLA NONNA DI CHI SAPPIAMO?
Proporrei di togliere immagini sceme, chat, merda e quant'altro e rimetterci a sfornare racconti più o meno decenti.
Se poi nessuno vuol scrivere...amen. O lo chiudiamo o starà fermo per un pò. Ma vedo che bovaz ci sta mettendo impegno....direi di fare come lui.
Tutti d'accordo?
Racconto di fate sul cemento (5)
Author: Matteo Piovanelli / Etichette: Fate sul cementoGecko
Max. Max quella notte era andato a dormire con un'arrabbiatura col mondo da doposbronza, senza essersi neppure sbronzato propriamente. Poi, era tardi, ma un po' di luce superava incolume le vecchie veneziane scrostate della camera. La fatica che non aveva fatto ad addormentarsi, sentendosi ad un certo punto colpito come da un pugno allo stomaco, ma dall'interno, fatto d'aria ed un senso di colpa immotivato. Che cazzo.
Dopo troppo poco, il caldo. Estate di merda, che si fottesse con chi aveva deciso di accoppiarla con l'asfalto e l'umido. Via le lenzuola, scalciate in fondo al letto, ma ancora niente. Fu costretto ad aprire gli occhi. Gli spiragli che davano fuori gli dissero che non era più notte, ma neppure era giorno. Che odio quell'ora, quando tutto si sveglia e tu vorresti chiuderti profondo dentro la tua testa e gridare contro quell'emicrania che senti incombere, eh, Max?
E poi, ad un tratto, il freddo. Intenso, da far gelare il fiato. Eppure non tagliava come il vento invernale, da cui nessuna sciarpa era mai sufficiente a nasconderlo. Era solo. Quasi un rumore, o forse l'ombra di un movimento al limitare del campo visivo, attrasse il suo sguardo al soffitto. Lui era lì, e gli sorrideva velenoso con gli occhi malvagi.
“Ciao ragazzino.”
Questa volta un gecko. Non più il buon vecchio serpente, ormai tristemente familiare. Se ne stava lì piccino picciò appeso al soffitto, che sembrava l'avessero disegnato lì, non fosse che era davvero troppo realistico. Si riusciva a vedere il tipico viscidume del rettile.
“Ho una piccola curiosità per te: se potessi essere appeso per tutta la mia pelle, sarei lungo dieci metri.”
Il ragazzo di limitò a deglutire, come qualche anno prima, come qualche giorno prima. Era diverso, ma era indiscutibilmente lui.
“Ho anche una notizia: i debiti si pagano. E tu mi dovevi un pegno. Ma sono stato clemente, e non ti ho chiesto nulla. Hai fatto di testa tua, mi hai deluso. E avresti dovuto pagare. Ma sai che cosa abbiamo fatto?”
“Non lo so.”
“No, non lo sai mai, inutile moccioso. Abbiamo fatto pagare a chi di vita ne aveva più di te da perdere. Voglio solo che tu sappia chiaramente che è colpa tua, della tua pretesa che niente cambiasse. Adesso dormi verme.”
Il sole era alto dietro alle nuvole e allo smog colorato. Non l'aveva strappato ai suoi sogni neri. Era stato il clamore del traffico davanti alla facciata di casa sua. L'inutile clang clang degli ingranaggi della società che andavano al loro posto sempre uguali, sempre stupidi, senza capire, senza sapere niente della macchina che facevano trascinare stanca a mangiare sé stessa.
Erano sogni? Oppure no? Fissando il soffitto sapeva dove erano state incollate le zampe della bestia, ma voleva credere che fosse successo tutto nel mondo della sua testa, come aveva voluto crederlo le altre volte.
Si tirò seduto sul bordo del letto. Mentre lasciava che i suoi piedi cercassero le ciabatte, passò il tempo a grattarsi la pancia sudata, cercando di convincersi ad alzarsi del tutto. Passando davanti al bagno ebbe l'impulso di lavarsi i denti: non ne valeva la pena, decise. Scese per fare una tarda colazione, o pranzo, o merenda, o qualunque cosa comportasse riempirsi lo stomaco. Quel pugno interiore della sera era ancora al suo posto che batteva e batteva.
Sentì sua madre che piangeva in salotto: probabilmente la stupida era sul divano che guardava qualche soap opera idiota importata dal sudamerica. E invece:
“Max, Chad, tuo cugino, è all'ospedale. L'ha investito una macchina sta notte.”
Con quanta intensità si può arrivare a maledire sé stessi? Bestemmiando, i pezzi del puzzle cadevano al loro posto. Ogni pezzo che si incastrava, un taglio profondo per Max.
Il serpente.
Un taglio.
Marlene.
Un taglio.
Le fate.
Un taglio.
Chad.
Un taglio.
Il sogno.
Un taglio.
Sua madre.
Un taglio.
Mentre contava i pezzi della sua anima rimastigli fortuitamente tra le mani, ecco Max davanti al Jourdan, l'ospedale dove c'era il pronto intervento chirurgico. Quel pomeriggio non lo fecero entrare a vedere suo cugino, che era ancora in terapia intensiva dopo l'operazione d'emergenza della notte. Merda.
Riuscì solo due giorni dopo a raggiungere la sua camera. Non lo volevano fare entrare, bollandolo come un altro della processione di tifosi all'ospedale, ma aveva avuto rapporti professionali con alcuni degli infermieri, che lo riconobbero. Contando i minuti dal primo tentativo fino a quando arrivò alla porta della stanza, aveva immaginato ucronici passati alternativi in cui fosse riuscito a non fottere la sua vita, sbattendo ogni volta la faccia contro il muro rappresentato dal presente. Se si avesse avuto davanti, si sarebbe preso a sberle forte, fino a farsi bruciare le mani.
Chad, cazzo, sorrideva. Max era diviso tra gli impulsi di prenderlo a pugni, piangere, e buttarsi dalla finestra, così stava immobile a guardarlo dalla porta, con gli occhi puntati sulla maglietta che chiedeva a caratteri cubitali “Ask me about your mom.”
“Ciao cugino.”
“Cazzo è successo?”
“Eh, lei era così bella.”
“Che cazzo stai dicendo?”
“La ragazza. Mi han detto che si è lussata una spalla, poveretta.”
“Pezzo di deficiente, tu ti sei spezzato tutte e due le gambe e ti preoccupi della troia che ti ha investito?”
“No, non dico lei. Il tizio che guidava è morto quando sono arrivati i paramedici. Poveretto.”
“Meglio così. Se l'è meritato.”
“Non dire così. Nessuno merita una morte del genere.”
“Fanculo... Te piuttosto?”
“Sono innamorato.”
Max si limitò a fissarlo in silenzio. Cos'era quella rabbia che sentiva e non riusciva a deglutire? Era venuto a vedere come stava il cugino, soffocato dai sensi di colpa, ed ora se la pigliava con lui? Ma la sua calma non poteva non dargli al cazzo...
“Ora va meglio. Prima faceva un mal fottuto, ma poi un infermiere gentile mi ha drogato e ora non sento più niente. Spero non mi cominci a prudere il ginocchio, se no con ste ingessature divento scemo.”
“Idiota. È colpa mia.”
“Ecco mio cugino: pronto a dichiararsi responsabile di ogni male del mondo, dal buco dell'ozono alla televisione. Ti sei ripreso dall'altra sera? Eri piuttosto giù...”
“No, ascolta, devi ascoltarmi.”
Max si avvicinò in un solo passo al capezzale: non sopportava più il sorriso di Chad.
“Di qui non mi muovo, cugino.”
“Sono serio, guardami. Ti parlo seriamente, o sono completamente pazzo. Probabilmente è così. C'era il serpente, che mi ha chiesto di uccidere Marlene, e Joshua, e quelli. E io ho accettato, tipo. Ho preso la spada e l'armatura, e giovedì sera sono andato al parco. Ma non ce l'ho fatta. E c'erano le fate. È colpa loro. Sono loro che mi hanno fermato. Tutti i colori, non il nero. E ieri è tornato il serpente, solo che era un gecko, e mi ha detto che era deluso. E che dovevo pagare, ma avrebbe pagato chi aveva più da perdere, al mio posto. Capisci?”
Da qualche parte nel discorso erano scese delle lacrime, e ora il ragazzo si reggeva la faccia, cercando di ignorarle. Oltre il suo sguardo annebbiato vedeva Chad che non sorrideva più.
“Cugino, sono preoccupato per te. Seriamente. Che storia è questa? Che cazzo stai dicendo?”
“Ho ancora la spada sotto al letto. Non l'ho più toccata. Non mi sono neanche osato di guardarla.”
“Per favore, Max, vai via e cerca di tranquillizzarti un poco prima di tornare.”
E Chad era serio quando lo diceva.
In corridoio incrociò una ragazza col braccio appeso al collo. Lei lo vide e gli sorrise. Gli pareva di averla già vista da qualche parte. La odiava: sapeva che appena non l'avesse potuta sentire avrebbe riso di lui.
Racconto di fate sul cemento (4)
Author: Matteo Piovanelli / Etichette: Fate sul cementoChad
Semplicemente non era preparato: nei 22 anni passati a camminare le strade del mondo niente lo aveva preparato al puro e semplice dolore fisico. Era bastato un bicchiere di troppo, il piede appesantito dall'ora tarda, forse una pozzanghera, di quelle che per tutta la primavera fiorivano sull'asfalto. L'auto aveva sbandato, lei si era trovata in mezzo. Per un poco aveva tardato a riconoscere le grida: che razza di animale poteva ruggire in tale modo? Che crudeltà potevano avergli inferto? Invece era lui. Alla fine se ne era reso conto: non era preparato al puro e semplice dolore fisico.
Chad fino a quel giorno si era mosso in una sorta di aura di invulnerabilità, o almeno aveva dato questa impressione. Il bambino grande e grosso che era stato non aveva mai subito le violenze dei compagni, nemmeno di quelli più grandi di lui. Dotato negli sport, era più facile fosse lui a fare male a qualcuno che non viceversa, nonostante la delicatezza con cui cercava di muovere la sua mole. Il rugby era parsa la scelta giusta, ai suoi genitori, già alle scuole elementari, quando il loro figliolo le suonava sui campi a quelli delle medie.
Gli allenatori, nel tempo, ci avevano provato: volevano tramutare il sorriso nei suoi occhi in uno sguardo che incutesse terrore negli avversari. Gli sarebbe bastata anche fosse solo finzione, ma non c'era niente per cui Chad non sapesse sorridere, sul campo. Era temuto, perché correva di più, placcava di più, spingeva di più. In un paio di occasioni qualcuno ci aveva provato a fargli male, riuscendo solo a rischiare infortuni più o meno gravi.
Chad, ovviamente, non era perfetto. Essendo quel che era nello sport, non poteva pretendere di essere anche tagliato per lo studio. Così, mentre trascinava i suoi compagni verso l'area di meta, aveva bisogno che qualcuno lo trascinasse a scuola, e gli ficcasse in zucca quel tanto che bastava a superare gli anni. Sua madre scuoteva la testa; suo padre era segretamente compiaciuto del suo campione.
Ai tempi del liceo, ecco i primi soldi precoci. Chad e la famiglia si trasferirono per seguire la carriera del piccolo. La nuova scuola era più facile, la società aveva permesso a suo padre di trasferirsi a lavorare in un'altra filiale della stessa banca nella nuova città, ma a Chad mancava il suo cuginetto Max: per lui era un poco come un fratello minore, e lo proteggeva dove l'aria dell'altro lo metteva nei pasticci.
Decise di non pensarci, e si gettò a capofitto nello sport. In un paio d'anni, fu già tempo di prima squadra: un esordio coi fiocchi, coronato da una meta. Gli avversari sarebbero stati facilmente asfaltati anche senza di lui, ma era cominciato il suo cammino tra i big.
Da lì in avanti, poco da dire: giocava bene, poi un po' meglio, poi meglio ancora, e sempre meglio. Gli anni andavano avanti così. Per quel poco che la stampa si interessava al rugby, tendeva ad interessarsi a lui, che pian piano diventava una sorta di personificazione mediatica di quel gioco. A parte questo, niente deviò di un grado la sua traiettoria da stella.
E ciononostante, eccolo, quella fatidica sera, impreparato. E dire che col suo gioco, di botte ne aveva prese, si direbbe, da sapere cosa aspettarsi. Nessun infortunio grave in carriera, ma comunque...
Lì, nella sua vecchia città, che chiamava da sempre casa. Un birra con i vecchi amici. Poi un'altra. Max sembrava strano, assente: da solo in disparte bofonchiava di fate, serpenti, e di quella ragazza che gli piaceva da un po'. Ancora una birra per tirare su Max, poi una per brindare al fallimento della prima. Piano piano la compagnia si disperse, ciascuno trascinato sulla strada dalla vita e dal giorno che sarebbe venuto.
Lui e Max, al bancone, ultimi in quel pub, bevevano la loro birra in silenzio: la musica e il vociare della serata avevano lasciato il posto allo strofinare del panno sui tavoli; le gran pacche sulle spalle e le grasse risate erano rimpiazzate dal fruscio della scopa.
Il cuginetto ancora non aveva tirato fuori il casino che gli si ingarbugliava in testa: non è mica che aveva cominciato a darsi a quella roba che prima si limitava a dare? Ma no, non era il tipo. Eppure, le fate...
“Scusa per la serataccia che ti sto facendo, cugino...”
“Figurati. Il buon umore l'han portato gli altri. Tu vuoi spiegarmi che ti piglia?”
Max si limitò a sbuffare, emettendo un poco di quel vuoto di cui sentiva piene tutte le sue interiora, ma tornando a berselo l'istante dopo dal boccale.
“Sempre la solita ragazza? Come si chiama? Marlene, vero? Qualcosa del genere, mi pare...”
“Lei, sempre lei, non solo lei... La situazione è un bel casino, di certo. Oppure sono semplicemente impazzito del tutto.”
Chad fece segno al proprietario se poteva andare dietro al bancone a servirsi un bicchierino. Cliente di lunga data, gli fu concesso il privilegio. Mentre sceglieva il whisky e puliva due bicchieri, continuava a rivolgersi all'altro:
“Ma vuoi spiegarti cazzo?”
“Se ti dicessi che il diavolo mi ha chiesto di uccidere una persona, ma non ho potuto farlo perché ho visto delle fate danzare e sono rimasto illuminato, mio malgrado?”
“Mi riprenderei il bicchiere che ti ho appena versato.”
“Scusa, devo proprio andare.”
Chad rimase senza capire a guardare l'altro alzarsi veloce e prendere la porta.
“Che diavolo...?”
Bevve anche il bicchiere del cugino, brindando allo spazio dove le sue spalle avevano attraversato l'uscio, poi diede una mano a riordinare il locale, nonostante venisse supplicato di lasciar perdere.
Che ore saranno state, quando Chad si scoprì impreparato? Alle tre si era bevuto un ultimo bicchierino per salutare il pub, rimesso in ordine. Poi si era messo in marcia verso la sua vecchia casa, pochi isolati più in là, chiedendosi dove andasse a finire tutto l'alcol che trincava ogni volta, senza riuscire a farsi neppure barcollare. Se ne stava sulle sue, nascosto tra i suoi pensieri, cercando di interpretare Max; intanto i suoi occhi sorridevano tutto intorno, riconoscendo ogni dettaglio tra quelli visti in passato: le crepe nei marciapiedi, il gatto rachitico di quella vecchia che lo spaventava da bambino, l'ombra bassa della nebbia che gli correva tra i piedi cercando di farlo inciampare.
Improvvisamente l'innominabile: come un'apparizione, una ragazza che non aveva mai visto, che non era nemmeno mai riuscito a sognare, o non avrebbe mai voluto svegliarsi. La vedeva, solo pochi passi più avanti sul marciapiede, e stava per spalancare la bocca, sbavare magari. Gli camminava incontro; parve notarlo; sorrise. Ecco, finalmente era felice: ricambiò, e voleva dire qualcosa, mentre i loro passi tardi li portavano a portata di voce, poi di sussurro, poi di mano.
Ma il rumore! Non se lo aspettava, non c'era tempo di pensare: era il genere di situazione per cui Chad era nato.
Come fosse un fiore, sollevò la ragazza tra le mani. L'auto sollevò sé stessa, appena un poco, con le gomme che usavano il bordo del marciapiede come un trampolino. Il paraurti centrò Chad proprio sopra il ginocchio: solo il ragazzo sentì il crack di ossa e articolazioni, e solo perché proveniva da dentro di lui. Per la ragazza, per il conducente ubriaco, per gli abitanti delle palazzine, ci fu solo il ruggito di un animale ferito, quell'ululato che Chad si rese conto di dover reclamare come suo.
L'attesa era il succo della sua vita. A Smith pareva proprio che ogni momento della sua vita per una ragione o per un'altra si potesse descrivere con l'attesa. Smith che aspettava di sapere il risultato delle analisi. Smith che aspettava in coda alla cassa. Smith che ritardava al solito ritrovo con gli amici, facendoli aspettare. Smith che aspettava Campbell. Smith che aspettava Campbell.
Smith che aspettava Campbell.
Ultimamente era il tema che più ricorreva nella sua vita. Aspettare Campbell. Lui non era mai puntuale. Non lo era mai stato. Nessuno si aspettava che un giorno lo sarebbe stato. E in quel momento non faceva eccezione.
Smith prese il portatile e lo aprì. La luce asettica del monitor le schiariva il volto mentre si lasciava cadere sul divano, che sbuffò lamentandosi per il brusco risveglio. Sfilò la penna del touch-screen dall'alloggiamento.
Posta. Un nuovo messaggio. La mamma, naturalmente. “Yurie-Ann, quando è che passi a trovare tuo padre? È dal funerale che non ti fai vedere da queste parti. Chiamami.” Sicuro. L'avrebbe fatto. Dopo che era morto suo padre, la mamma era diventata ancora più fastidiosa ed asfissiante.
Portale del gossip. Chissà chi aveva fatto le corna a chi? E chi aveva mostrato quel centimetro di pelle in più che fa sbavare i giornalisti? Smith non stava leggendo: faceva scorrere le pagine, lasciando che i colori delle foto incriminate guidassero i suoi pensieri. Non riconosceva neppure volti e forme così famigliari di quegli sconosciuti.
Arrivava Campbell? Aveva già maturato i suoi soliti 10 minuti. Le servivano quelle dannate medicine, perché le sue scorte sarebbero bastate appena un altro paio di giorni. Maledetto braccio, chi glielo aveva operato, chi le aveva maciullato l'originale.
Campbell sicuramente le avrebbe trovate. Trovava sempre tutto, lui. Era così che funzionava: serve qualcosa? Chiedi a Campbell, e vedi che lui te la trova. Servono droghe? Campbell. Armi? Campbell. Un lavoro? Campbell. Cibi oltre al razionamento? Campbell.
Basta chiedere e pagare. E sottomettersi al fatto che il tutto arriverà in puntuale ritardo.
Questa commissione, per lo meno, gliela faceva gratis. Era una cliente affezionata. Quasi un'amica. Per qualche tempo era anche stata un'amante occasionale e insoddisfatta. Tanto faceva aspettare nella vita, quanto si sbrigava nell'intimità.
Citofono.
Bene, ormai solo quattordici piani d'ascensore la separavano dalle sue medicine.
Chiamò sul monitor l'immagine della telecamera. Solo il marciapiede, grigio di cemento e polvere.
«Chi c'è?»
«Ciao Yurie-Ann.»
Quella voce. Smith la conosceva. Era una voce di copertoni ed alluminio. La voce della fine dei suoi sogni di diventare neurochirurga. Sogni infranti uscendo da un club, spezzati da un ululato metallico montato su una moto. Una voce che non aveva mai sentito se non attraverso l'effetto di qualche droga, anestetici per lei o stimolanti per lui. Oggi non era l'eccezione che conferma la regola.
«Come va il braccio Yurie-Ann?»
Non voleva rispondergli. Dopo avere pagato l'operazione che le aveva restituito un braccio, era diventato la sua ossessione. Forse lei era diventata l'ossessione di lui, in effetti, ma lui aveva troppi soldi perché le autorità potessero liberarla dalla sua presenza. L'aveva visto la prima volta accanto ai suoi legali, che gli consigliavano scappatoie per non rimediare al danno fatto. Lui le aveva sorriso, la luce folle di uno stimolante negli occhi.
Poi quando era uscita dalla clinica, con il braccio vecchio che le prudeva da qualche parte in un bidone dell'immondizia e quello nuovo troppo perfetto per essere suo, lui era lì, a chiedere il perdono di mamma e papà Smith.
«Non mi apri qua sotto, Yurie-Ann?»
Era passato quasi un anno, e l'aveva visto fin troppo spesso nei club, che la fissava dai privè dove entravano solo in pochi e con troppi soldi nelle tasche. Poi era diventato audace. Le si avvicinava sulle piste. Le si attaccava alle spalle, sussurrandole insulti che puzzavano di wizard, la droga più di moda in quella stagione, raccontandole oscenità immaginarie che la vedevano protagonista, toccandola. Terrorizzata, per un po' aveva assunto degli ansiolitici illegali, che la intontivano quanto basta per ignorarlo.
Quando avevano cremato papà, lui era lì. Anche se non pioveva aveva un ombrello, nero, e ci si appoggiava sotto l'ombra di un cipresso particolarmente orribile. Questo era parte del motivo per cui Smith si rifiutava di andare a casa dalla madre: sentiva che quel posto era profanato di ogni intimità.
Poi il braccio aveva iniziato a darle qualche fastidio.
«Non vuoi lasciarmi qua fuori al freddo, vero?»
Ora era sotto casa sua. Il suo volto infine nel monitor: un ghigno alieno e folle, gli occhi infiammati dalla droga quelli di un insetto gigante, disgustoso ed ipnotico.
Smith si ritrasse sul divano, senza toccare il computer, ma incapace di distogliere lo sguardo.
«Sai Yurie-Ann, ho qualcosa per te quaggiù.»
Infilò la mano nel cappotto nero e opaco, e tirò fuori una piccola scatola. Mentre la avvicinava alla telecamera, Smith si protendeva verso lo schermo.
«Brutta storia, quella del tuo braccio. È proprio una sfortuna che le sinapsi sintetiche siano impazzite, vero Yurie-Ann? Se solo la medicina per tenerle a bada non fosse così costosa...»
Aveva una confezione dei suoi cerotti, quelli che anestetizzavano i nervi del suo braccio artificiale per evitare che diventassero ultrasensibili e reattivi. Ogni giorno un cerotto nuovo, altrimenti lo sfiorare il braccio con la maglia le avrebbe causato fitte lancinanti, e l'arto si sarebbe mosso in maniera convulsiva.
«Questo pacchetto,» lo guardò rigirandoselo in mano e se lo rimise in tasca, «per quanto ti durerebbe? Per quanto ti permetterebbe una vita normale? Altri venti giorni?»
Istintivamente Smith annuì, mentre si stringeva le ginocchia e fissava il portatile appoggiato al bracciolo opposto.
Da quanto andava avanti col braccio? La fase in cui contava i giorni uno per uno era già passata. Dopo gli ansiolitici per placare la paura, era stato il momento degli anestetici per calmare il dolore. Anestetici sempre più forti, e sempre meno locali, perché se il dolore non taceva alla fonte, almeno poteva filtrarlo in testa.
Un angolo dello schermo le disse che aveva ricevuto un messaggio.
«Sai una cosa che trovo divertente, Yurie-Ann?»
Smith voleva leggere il messaggio, ma la paura di avvicinarsi al monitor era troppa. Gli occhi incorniciati da anni di chirurgia che la stavano fissando le impedivano ogni movimento. Le sembrò che il braccio le prudesse, ma era una sensazione troppo lontana perché potesse reagire.
«Il fatto che stamattina mentre quelli della Hitachi riempivano la mensa di questa squallida scatola di cemento che tu chiami casa, una delle troie che mi puliscono casa mi ha fatto un pompino, e io pensavo a te. L'ho assunta apposta perché ti assomiglia, e quando ha finito l'ho picchiata. Ancora non mi apri la porta?»
Le aveva già “raccontato” di avere assunto quella povera ragazza, una sera che lei non era stata rapida a scappare dalla sua voce e dalle sue mani insistenti sulla pista di un locale. Non era mai più entrata in quel posto, e a passarci davanti rabbrividiva.
L'espressione di lui era diventata per un attimo pensierosa, perdendo la sua forza. Mentre Smith cominciava ad avvicinarsi per leggere il messaggio, lui riprese.
«Credo che la farò operare di nuovo, perché non ti assomiglia ancora abbastanza. Comunque preferire che ci fossi te a succhiarmelo ogni mattina, Yurie-Ann.»
Un messaggio da Campbell.
«Sai cos'altro trovo divertente?»
“Scusami Smith, ma non riesco ad essere da te nel pomeriggio come ci eravamo messi d'accordo. Passerò in serata, se per te va bene. Se non rispondi lo prendo per un sì.”
«Il fatto che l'azienda che produce i tuoi cerottini, da questa mattina, è mia.»
“Comunque ho già la tua medicina, ma il mio amico mi ha detto che potrebbe essere difficile procurarsela da qui in avanti.”
«Per cui quando te e quel negro cercate di fregare qualche confezione, mi fate un danno economico. Quando subisco danni economici, mi arrabbio, ed il mio nuovo analista dice che non mi fa bene.»
“Stanno aumentando la sicurezza, pare, e si parla di spostare molte produzioni in qualche laboratorio asiatico. La tua medicina dovrebbe essere tra queste. C'è un bel casino laggiù, visto che han cambiato proprietari.”
«Visto che non vuoi essere cortese e farmi salire, me ne vado Yurie-Ann. Ti lascio questo bel regalino nella buca delle lettere. Se ti serve altro sai dove trovarmi.»
“Io vedrò cosa posso fare, ma il mio amico era un po' preoccupato, e ha detto che non si sentiva sicuro ad aiutarmi ancora. Comunque te ne parlo bene più tardi. Ciao Smith.”