Yurie-Ann Smith

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

L'attesa era il succo della sua vita. A Smith pareva proprio che ogni momento della sua vita per una ragione o per un'altra si potesse descrivere con l'attesa. Smith che aspettava di sapere il risultato delle analisi. Smith che aspettava in coda alla cassa. Smith che ritardava al solito ritrovo con gli amici, facendoli aspettare. Smith che aspettava Campbell. Smith che aspettava Campbell.
Smith che aspettava Campbell.
Ultimamente era il tema che più ricorreva nella sua vita. Aspettare Campbell. Lui non era mai puntuale. Non lo era mai stato. Nessuno si aspettava che un giorno lo sarebbe stato. E in quel momento non faceva eccezione.
Smith prese il portatile e lo aprì. La luce asettica del monitor le schiariva il volto mentre si lasciava cadere sul divano, che sbuffò lamentandosi per il brusco risveglio. Sfilò la penna del touch-screen dall'alloggiamento.
Posta. Un nuovo messaggio. La mamma, naturalmente. “Yurie-Ann, quando è che passi a trovare tuo padre? È dal funerale che non ti fai vedere da queste parti. Chiamami.” Sicuro. L'avrebbe fatto. Dopo che era morto suo padre, la mamma era diventata ancora più fastidiosa ed asfissiante.
Portale del gossip. Chissà chi aveva fatto le corna a chi? E chi aveva mostrato quel centimetro di pelle in più che fa sbavare i giornalisti? Smith non stava leggendo: faceva scorrere le pagine, lasciando che i colori delle foto incriminate guidassero i suoi pensieri. Non riconosceva neppure volti e forme così famigliari di quegli sconosciuti.
Arrivava Campbell? Aveva già maturato i suoi soliti 10 minuti. Le servivano quelle dannate medicine, perché le sue scorte sarebbero bastate appena un altro paio di giorni. Maledetto braccio, chi glielo aveva operato, chi le aveva maciullato l'originale.
Campbell sicuramente le avrebbe trovate. Trovava sempre tutto, lui. Era così che funzionava: serve qualcosa? Chiedi a Campbell, e vedi che lui te la trova. Servono droghe? Campbell. Armi? Campbell. Un lavoro? Campbell. Cibi oltre al razionamento? Campbell.
Basta chiedere e pagare. E sottomettersi al fatto che il tutto arriverà in puntuale ritardo.
Questa commissione, per lo meno, gliela faceva gratis. Era una cliente affezionata. Quasi un'amica. Per qualche tempo era anche stata un'amante occasionale e insoddisfatta. Tanto faceva aspettare nella vita, quanto si sbrigava nell'intimità.
Citofono.
Bene, ormai solo quattordici piani d'ascensore la separavano dalle sue medicine.
Chiamò sul monitor l'immagine della telecamera. Solo il marciapiede, grigio di cemento e polvere.
«Chi c'è?»
«Ciao Yurie-Ann.»
Quella voce. Smith la conosceva. Era una voce di copertoni ed alluminio. La voce della fine dei suoi sogni di diventare neurochirurga. Sogni infranti uscendo da un club, spezzati da un ululato metallico montato su una moto. Una voce che non aveva mai sentito se non attraverso l'effetto di qualche droga, anestetici per lei o stimolanti per lui. Oggi non era l'eccezione che conferma la regola.
«Come va il braccio Yurie-Ann?»
Non voleva rispondergli. Dopo avere pagato l'operazione che le aveva restituito un braccio, era diventato la sua ossessione. Forse lei era diventata l'ossessione di lui, in effetti, ma lui aveva troppi soldi perché le autorità potessero liberarla dalla sua presenza. L'aveva visto la prima volta accanto ai suoi legali, che gli consigliavano scappatoie per non rimediare al danno fatto. Lui le aveva sorriso, la luce folle di uno stimolante negli occhi.
Poi quando era uscita dalla clinica, con il braccio vecchio che le prudeva da qualche parte in un bidone dell'immondizia e quello nuovo troppo perfetto per essere suo, lui era lì, a chiedere il perdono di mamma e papà Smith.
«Non mi apri qua sotto, Yurie-Ann?»
Era passato quasi un anno, e l'aveva visto fin troppo spesso nei club, che la fissava dai privè dove entravano solo in pochi e con troppi soldi nelle tasche. Poi era diventato audace. Le si avvicinava sulle piste. Le si attaccava alle spalle, sussurrandole insulti che puzzavano di wizard, la droga più di moda in quella stagione, raccontandole oscenità immaginarie che la vedevano protagonista, toccandola. Terrorizzata, per un po' aveva assunto degli ansiolitici illegali, che la intontivano quanto basta per ignorarlo.
Quando avevano cremato papà, lui era lì. Anche se non pioveva aveva un ombrello, nero, e ci si appoggiava sotto l'ombra di un cipresso particolarmente orribile. Questo era parte del motivo per cui Smith si rifiutava di andare a casa dalla madre: sentiva che quel posto era profanato di ogni intimità.
Poi il braccio aveva iniziato a darle qualche fastidio.
«Non vuoi lasciarmi qua fuori al freddo, vero?»
Ora era sotto casa sua. Il suo volto infine nel monitor: un ghigno alieno e folle, gli occhi infiammati dalla droga quelli di un insetto gigante, disgustoso ed ipnotico.
Smith si ritrasse sul divano, senza toccare il computer, ma incapace di distogliere lo sguardo.
«Sai Yurie-Ann, ho qualcosa per te quaggiù.»
Infilò la mano nel cappotto nero e opaco, e tirò fuori una piccola scatola. Mentre la avvicinava alla telecamera, Smith si protendeva verso lo schermo.
«Brutta storia, quella del tuo braccio. È proprio una sfortuna che le sinapsi sintetiche siano impazzite, vero Yurie-Ann? Se solo la medicina per tenerle a bada non fosse così costosa...»
Aveva una confezione dei suoi cerotti, quelli che anestetizzavano i nervi del suo braccio artificiale per evitare che diventassero ultrasensibili e reattivi. Ogni giorno un cerotto nuovo, altrimenti lo sfiorare il braccio con la maglia le avrebbe causato fitte lancinanti, e l'arto si sarebbe mosso in maniera convulsiva.
«Questo pacchetto,» lo guardò rigirandoselo in mano e se lo rimise in tasca, «per quanto ti durerebbe? Per quanto ti permetterebbe una vita normale? Altri venti giorni?»
Istintivamente Smith annuì, mentre si stringeva le ginocchia e fissava il portatile appoggiato al bracciolo opposto.
Da quanto andava avanti col braccio? La fase in cui contava i giorni uno per uno era già passata. Dopo gli ansiolitici per placare la paura, era stato il momento degli anestetici per calmare il dolore. Anestetici sempre più forti, e sempre meno locali, perché se il dolore non taceva alla fonte, almeno poteva filtrarlo in testa.
Un angolo dello schermo le disse che aveva ricevuto un messaggio.
«Sai una cosa che trovo divertente, Yurie-Ann?»
Smith voleva leggere il messaggio, ma la paura di avvicinarsi al monitor era troppa. Gli occhi incorniciati da anni di chirurgia che la stavano fissando le impedivano ogni movimento. Le sembrò che il braccio le prudesse, ma era una sensazione troppo lontana perché potesse reagire.
«Il fatto che stamattina mentre quelli della Hitachi riempivano la mensa di questa squallida scatola di cemento che tu chiami casa, una delle troie che mi puliscono casa mi ha fatto un pompino, e io pensavo a te. L'ho assunta apposta perché ti assomiglia, e quando ha finito l'ho picchiata. Ancora non mi apri la porta?»
Le aveva già “raccontato” di avere assunto quella povera ragazza, una sera che lei non era stata rapida a scappare dalla sua voce e dalle sue mani insistenti sulla pista di un locale. Non era mai più entrata in quel posto, e a passarci davanti rabbrividiva.
L'espressione di lui era diventata per un attimo pensierosa, perdendo la sua forza. Mentre Smith cominciava ad avvicinarsi per leggere il messaggio, lui riprese.
«Credo che la farò operare di nuovo, perché non ti assomiglia ancora abbastanza. Comunque preferire che ci fossi te a succhiarmelo ogni mattina, Yurie-Ann.»
Un messaggio da Campbell.
«Sai cos'altro trovo divertente?»
“Scusami Smith, ma non riesco ad essere da te nel pomeriggio come ci eravamo messi d'accordo. Passerò in serata, se per te va bene. Se non rispondi lo prendo per un sì.”
«Il fatto che l'azienda che produce i tuoi cerottini, da questa mattina, è mia.»
“Comunque ho già la tua medicina, ma il mio amico mi ha detto che potrebbe essere difficile procurarsela da qui in avanti.”
«Per cui quando te e quel negro cercate di fregare qualche confezione, mi fate un danno economico. Quando subisco danni economici, mi arrabbio, ed il mio nuovo analista dice che non mi fa bene.»
“Stanno aumentando la sicurezza, pare, e si parla di spostare molte produzioni in qualche laboratorio asiatico. La tua medicina dovrebbe essere tra queste. C'è un bel casino laggiù, visto che han cambiato proprietari.”
«Visto che non vuoi essere cortese e farmi salire, me ne vado Yurie-Ann. Ti lascio questo bel regalino nella buca delle lettere. Se ti serve altro sai dove trovarmi.»
“Io vedrò cosa posso fare, ma il mio amico era un po' preoccupato, e ha detto che non si sentiva sicuro ad aiutarmi ancora. Comunque te ne parlo bene più tardi. Ciao Smith.”

Racconto di fate sul cemento (3)

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Amico invisibile


Eccolo lì, Dean, di nuovo a sprecare una serata dietro la sua follia personale. Erano anni che sprecava il suo tempo inseguendola, in fondo nutrendola con il suo scetticismo a riguardo, con le attenzioni che dedicava al tentativo di negarla. Questa volta la malattia della sua mente lo aveva portato in un piccolo e tranquillo pub di quasi-periferia, frequentato esclusivamente da quelli che parevano essere amici di infanzia del proprietario, un uomo che andava per i sessanta portandosi a spasso una pancia non indifferente ed una pelata pallida. Sulle pareti pochi vecchi manifesti pubblicitari cercavano di passare inosservati sotto uno strato di polvere ed anni spalmati con abbondanza. Laggiù in un angolo sbiadiva il tucano di Gilroy.


"E allora Rici? Che mi dici di sto gruppo?"
Dean si era lasciato trascinare fin lì, cedendo all'insistenza della sua situazione, perché il centro del suo male, l'elemento attorno a cui il suo male era posizionato nella sua mente, la manifestazione stessa del suo problema, gli aveva parlato bene di un gruppo che ci avrebbe suonato. Pareva che qualcuno avrebbe davvero occupato il piccolo palco.
"Che vuoi sapere?"
Rici era seduto di fronte a lui. La sua figura asciutta ed elegantemente nervosa pareva gettata sulla panca contro la parete, come una marionetta abbandonata, ma qualcosa faceva sì che l'insieme del suo corpo abbigliato come un manichino Diesel, se la Diesel facesse una linea di abiti per rock star bohémien di lusso, non risultasse sgraziato.
"Che ne so... Un po' di tutto? Mi hai trascinato fin qui senza dirmi niente di preciso... Vieni," citò cercando di imitarne il tono e i gesti, "sentirai che la musica ti piacerà, ed il posto non è male."
"Già, è vero, ma non voglio rovinarti la sorpresa."
I lineamenti di Rici erano gli unici per i quali Dean avesse mai pensato che calzasse l'aggettivo affilati. In momenti di scarsa lucidità, o forse in quelli di lucidità eccessiva, gli era passato per la mente il fatto che lo avesse accarezzato si sarebbe ferito le mani.
"Che sorpresa, scusa?"
"Ti rendi conto che la tua è una domanda del cazzo, sì?"
Le mani di Rici, puntate contro di lui, erano alienamente grandi. Dean era giunto a questa conclusione solo dopo anni di osservazione, perché non erano di dimensioni tali da far pensare ad una malformazione. Semplicemente erano sottilmente sproporzionate, in maniera che la loro dimensione inumana se ne rimanesse in un angolo della coscienza ad annodare la gola. Se l'elfo era solo frutto della sua fantasia, probabilmente il ragazzo aveva qualche turba emotiva infantile legata alle mani.
"Volevo metterti alla prova."
"Già, certo..."
Normalmente i parti della propria immaginazione deridono?
"Senti, vaffanculo."
La risata dell'elfo era una musica a cui Dean aveva fatto ormai il callo, e graffiò le uniche orecchie che la potevano sentire, rese fredde da quella relazione solitaria. Era davvero difficile per un giovane dovere crescere sapendo che il proprio amico invisibile non è qualcuno che ci si possa scrollare di dosso con l'età, o con qualche seduta di psicoterapia, ma piuttosto la realizzazione in carne, ossa e sarcasmo del personaggio di un gioco di ruolo.
"Comunque, Dean, non è che ti abbia costretto a fare nulla..."
"Sai essere convincente."
Era la storia della sua vita: Rici decideva che lui avrebbe dovuto fare qualcosa, e poi gliela menava con talmente tanta insistenza che finiva per averla vinta. Come quando alle elementari gli aveva fatto iniziare a suonare il violino. O come ogni volta che c'erano dei vestiti da comprare (su quello Dean doveva però ammettere che l'opinione dell'altro era sempre corretta). O come quando aveva voluto portarlo in quel pub a sentire quel gruppo che si stava preparando.
"Wow, che complimentone. Stiamo diventando sentimentali?"
"E poi non avevo niente da fare."
"Saresti stato a leggere qualche enorme tomo polveroso."
"Probabile. E con questo?"
"No, niente. A me piacciono i tomi polverosi. Ma magari non tutte le sere di tutte le settimane..."
"Ehi, è il mio lavoro."
Dean si riteneva un ricercatore. Il suo lavoro, spesato da una fondazione che sospettava essere in qualche modo riconducibile a Rici, consisteva nel leggere antiche saghe e racconti per individuarne dei fili conduttori comuni, al di là delle tipiche trame fiabesche o dei vissero-tutti-felici-e-contenti. Qualcosa più come trovare un personaggio comune ad un racconto sumero ed uno tolteco, magari creati a secoli di distanza.
"La gente normale non lavora dopo cena."
"Il mestiere più antico del mondo si svolge principalmente dopocena."
"Ai miei tempi era una vocazione..."
L'elfo assunse un aria sospirante palesemente artificiale, col dorso di una mano a spingere in alto il volto. Non riuscì a tenerla a lungo prima di ridacchiare e riprendere.
"Scherzi a parte, da dove vengo io non ci sono le puttane. Non come da voi. Viene considerato normale il fatto che la gente faccia sesso un po' con chiunque, giusto per il piacere di farlo. E non è raro che in questi incontri ci si scambi anche dei regali, o altri tipi di favori."
"Questo spiega molte cose."
"Ad esempio?"
"Beh, il fatto che non siate avanzati tecnologicamente se non emulando noi altri."
"Spiegati."
"Immagino che questa vostra pratica, o abitudine, sia una cosa abbastanza consueta anche in quelli che sarebbero i vostri ambienti accademici, quindi scuole, università, centri ricerca. O quelli che sono gli analoghi del tuo mondo."
"Penso di capire dove vuoi arrivare, ma continua."
"Ecco. Immagino tra l'altro che non vi imponiate tabù sul sesso dei possibili partner."
"In effetti nella mia cultura non c'è ragione per avere certe limitazioni..."
"Quindi le generazioni che dovrebbero imparare, e le menti fresche che potrebbero creare, non hanno ragione di impegnarsi per ottenere qualcosa, poiché possono superare gli ostacoli scolastici semplicemente donandosi ai docenti."
L'elfo sorrideva. Si poteva vedere quanto era contento dal modo in cui le sue orecchie erano ben ritte. Quello era un segno che valeva un po' come lo scodinzolio dei cani. Le discussioni come questa facevano sempre un ottimo effetto all'umore comunque gioviale di Rici.
"Ok, il tuo ragionamento ha dei problemi."
"Ovvero?"
"Noi non abbiamo niente di analogo ad un centro ricerche, o ad un'università. L'istruzione è volontaria. In genere in famiglia si danno le basi necessarie, un'infarinatura generale, diciamo, e poi il o la giovane va a cercarsi qualcuno che possa insegnarle quello che più le interessa. Si instaura una relazione studente-insegnante che spesso include anche il sesso, ma volendo imparare, si passa cultura, oltre che fluidi corporei. I limiti al nostro progresso tecnologico sono, a mio parere, più da imputare al fatto che non abbiamo in pratica un riciclo generazionale, né delle ragioni interne che ci spingano a sviluppare nuove soluzioni. Siamo pochi, immortali, perennemente giovani: perché dovremmo annoiarci col progresso?"
Le emozioni di entrambi si stavano scaldando, come sempre succedeva quando si gettavano in discussioni simili. Nel frattempo la suonatrice d'arpa era arrivata, a braccetto con il proprietario del pub, allo sgabello di fronte al suo strumento, che ora stava accarezzando ad occhi chiusi. Dean la scrutava con la coda dell'attenzione.
"Appunto perché puntate a vivere per sempre, dovreste cercare soluzioni per rendere sempre più confortevole la vostra eternità."
Quando si accalorava, Dean gesticolava. Poi si rendeva conto del fatto che dall'esterno sembrava parlasse da solo, e allora cercava di moderarsi. Ma dopo poco se ne scordava, e ricominciava ad agitarsi, solo per poi di nuovo preoccuparsi dell'impressione che dava. E ancora, e ancora, e ancora. Al contrario Rici era molto contenuto. Non gesticolava. Si limitava ad esprimere le sue emozioni con le espressioni del viso, spesso limitandosi a sollevare un sopracciglio dubbioso.
"A che pro? Per diventare servi della nostra tecnologia? Per giungere al punto di chiuderci nelle nostre case, stesi su divani che ci danno tutto ciò di cui ha bisogno il nostro corpo, senza mai toccare altre persone? Oppure per scagliarci addosso armi nucleari per un capriccio lungo pochi anni?"
Da bambino Dean piangeva ogni volta che vedeva i filmati delle esplosioni delle bombe sganciate durante la guerra. I filmati dei test negli atolli tropicali, anni dopo, gli avevano causato un effetto solo di poco più blando. Ora Rici gli sorrideva sapendo di avere richiamato quel ricordo.
"Tu stai..."
Dean si fermò. Sugli avventori del pub era caduto il silenzio. Voltandosi incrociò lo sguardo di una ragazza immobile davanti ad un piatto d'arrosto con patate, e del ragazzo seduto al tavolo di lei. Erano gli unici, oltre a lui, ad abbassare l'età media del locale del locale, stonando con il resto degli avventori. In realtà era probabile che anche l'arpista fosse più giovane di lui, ma visto il suo ruolo la sua presenza calzava perfettamente quell'ambiente.
I primi gorgheggi di lei lo sorpresero. Ci fu un primo istante in cui Dean ebbe l'impressione che lo avrebbero stordito lasciandolo un ascoltatore inebetito. Poi il resto del gruppo le andò dietro, e questo in qualche modo spezzò l'incantesimo. Gli ci volle un attimo per riordinare le idee. La ragazza continuava a tenere gli occhi chiusi, lasciando che le sue mani danzassero cieche alla ricerche delle giuste note, ma lui sentiva il suo sguardo addosso.
Il sorriso soddisfatto dell'elfo non mostrava stupore né preoccupazione.
Dean decise che ora non gli avrebbe anche dato il piacere di rimanere intontito e chiedere cosa stesse succedendo. Con un sospiro tornò alla discussione che avevano interrotto.
"Dicevo."
"Dicevi?"
"Dicevo, che stai dicendo una cazzata, perché come la vedi tu, quelle distopie che prevedi, non c'entrano niente con la tecnologia in sé. È la gente che causerebbe quelle situazioni, e non i mezzi resi disponibili dal progresso. "
"Quindi è giusto realizzare armi nucleari, purché poi non le si usi?"
"Mi pare che questo non centri proprio un cazzo."
"Ma certi passaggi tecnologici sarebbero stati necessari, non credi? E tra questi l'energia nucleare, secondo me."
"E quindi?"
"E con quella, ci sarebbero le armi nucleari."
"Solo in teoria. Non sarebbe obbligatorio realizzarle. Né tanto meno utilizzarle."
"Ma poi mi chiedo: avrebbe senso?"
"Cosa?"
"Voi umani siete così tanti, sviluppate nuove tecnologie così rapidamente. Noi pochi elfi non potremmo starvi al passo. È così più comodo aspettare e copiare da voi le conoscenze utili che non fanno danni."
"Questo è proprio un ragionamento di merda. Con la possibilità di vivere in eterno, vi basterebbero pochi anni per colmare interamente il gap, e a quel punto avreste a disposizione individui che sanno tutto lo scibile in determinati campi, cosa irrealizzabile con il poco tempo a disposizione di noi altri. A quel punto la scienza progredirebbe, quantomeno per inerzia."
"Ma per accumulare quel sapere dovremmo trascorrere anni senza fare altro che non studiare."
"Per un bene futuro."
"Cazzate. Il concetto di bene futuro è così umano che non puoi pensare di adattarlo alla mia società."
"Casomai il contrario."
"No, vedi, sapendo di avere l'eternità per fare qualcosa di utile, ti affretteresti o coglieresti quello che ti capita man mano?"
Dean si fece silenzioso. Si chiuse in sé stesso riflettendo seriamente su quel punto. L'elfo aveva una posizione sensata, in fondo. Il gruppo stava continuando con la sua musica. I pensieri del ragazzo ne seguivano il ritmo. Seguivano il ritmo delle note pizzicate sulle corde dell'arpa. Seguivano il ritmo della treccia dell'arpista, che ondeggiava seguendo il capo. Aveva ancora gli occhi chiusi, ma Dean cercava lo stesso di leggere un'espressione. Ormai la discussione con Rici stava venendo accantonata.
"Meno male che non vi consumate a guardarvi." Furono le parole dell'elfo, che richiamarono l'attenzione dell'altro.
"Cosa?"
"La stai fissando da quando si è seduta."
"Ah."
"È bella, vero?"
"Già..."
"E perché fissi me, ora?"
"Non avevi mai commentato una ragazza. Mai."
"Naturale."
"Che intendi?"
"Nessun individuo normale della mia razza potrebbe trovare attraente qualcuno di voi."
"Beh, tu sì che sei di ampie vedute."
"Dico sul serio. Siete troppo... troppo... scusa, troppo animaleschi, ecco."
"Presenti esclusi, mi auguro."
"No, no. Anche tu."
"Beh, minchia, certo che sei simpatico."
"No, ascolta: non ti offendere. È che noi, fisicamente, siamo più fini, meno simili a scimmie. Voi siete pelosi, sudate; ecco, siete sgraziati, per i nostri standard."
Gli altri clienti del pub cominciarono ad applaudire, e Dean li imitò meccanicamente, rendendosi solo dopo un poco conto di essersi perso il finale. L'elfo rise, ma il ragazzo non gli badava. Cercò di leggere qualcosa che l'arpista stava sussurrando al padrone del locale, che le si era accostato. Fallì, ed ordinò due Guinness. Il cameriere non fece domande, e dopo un poco gliele portò.
"E comunque, questa musicista cosa ha di diverso? Ti hanno svelato che si rade? O che ha una malattia del sistema linfatico che le impedisce di sudare?"
Dean si chiese come avrebbero visto gli altri nel locale il suo amico che beveva. Il bicchiere sarebbe scomparso nell'invisibilità che caratterizzava l'elfo ai loro occhi? Oppure avrebbe fluttuato, versando il suo contenuto nero nel nulla?
"No, imbecille. L'hai sentita? Hai sentito che voce? Hai sentito che mani su quell'arpa?"
"Certo, è fenomenale. E con questo? Ci sono cantanti migliori, e migliori arpiste, in giro per il mondo."
"Beh, a parte il fatto che non ci scommetterei, ma comunque lei suona come un elfa."
"Uh, sarebbe?"
"Non te lo so spiegare, mi sa..."
"Se non ci provi sei proprio inutile."
"Funziona un po' come quando vedi uno sulla spiaggia con una palla, e ti accorgi che probabilmente quello, almeno un po' nella vita, a pallavolo ci ha giocato, per come si muove, per come si mette."
Lasciando la schiuma sul fondo della pinta, Rici si alzò, apparentemente spostando tutto il suo corpo in un unico movimento, come se ad un tratto il burattinaio fosse tornato ed avesse ripreso in mano bruscamente i fili.
"Vieni Dean, andiamo."
Il ragazzo si limitò a sorridergli interrogativo, mentre l'elfo tirava fuori da una tasca del cappotto di lana nera pettinata i soldi del conto. Posata la banconota sul tavolo, l'elfo fece il giro del tavolo, dando l'impressione che i suoi piedi si stessero godendo ogni passo nelle sue scarpe.
"Forza, alzati. Dobbiamo sbrigarci."
"Per fare cosa."
Dean era riluttante ad andarsene, perché doveva ancora finire la sua birra. Comunque, ne bevve solo ancora un sorso prima di alzarsi con ostentata svogliatezza.


Apparentemente più contento ad ogni falcata, Rici lo condusse fuori dal pub ed in una viuzza nascosta, fino al retro del locale. Un furgone aspettava silenzioso che i membri del gruppo caricassero gli strumenti.
Come un immagine in un sogno (o in un filmaccio di serie B a basso budget) l'arpista spiccava dalla semioscurità per l'oro dei suoi capelli ed il chiarore della pelle e del vestito. L'elfo si diresse verso di lei, gesticolando a Dean di aspettare. Il ragazzo approfittò dell'attimo di solitudine per accendersi una sigaretta: conveniva con l'altro che quello fosse un vizio disgustoso, ma smettere era troppo faticoso per un giovane che non riusciva ad avere compagnie normali a causa di un'invadente amico che non sarebbe dovuto esistere. Di nuovo si chiese se non era pazzo, se in realtà l'elfo non era una sua emanazione, come Brad Pitt per Edward Norton in Fight Club. Ma ora, cazzo, il suo supposto alter-ego stava portando fin lì la bella musicista.
"Ciao Dean."
La voce era la stessa che aveva cantato. Anzi, sembrava quasi che stesse ancora cantando mentre parlava.
"Dean," prese parola Rici, "ti voglio presentare Ana. Ana, Dean."
Senza pensare il ragazzo strinse la mano che gli veniva offerta, stupendosi di quanto poco fosse calda e del fatto che ancora la musicista teneva gli occhi chiusi.
"Ho assistito al concerto. Siete stati fantastici."
"Grazie Dean."
L'elfo non lasciò che cadessero più di due attimi di silenzio.
"Dean, non dovresti fumare."
"Lo so. Sono d'accordo."
"E allora perché non smetti?" Gli chiese Ana, sorridendo con un'aria così deliziosamente ingenua da volerle quasi fare del male.
"È difficile... E poi questo mio amico non mi aiuta affatto."
"Come mai?"
"Esiste."
E a questo punto si accese una lampadina nel cervello di Dean. Lui stava parlando con Ana. Che gli era stata presentata da Rici. Che le parlava.
"Ma tu puoi vederlo???"
La afferrò rudemente per le spalle, senza rendersi conto che la stava scuotendo mentre le urlava contro. Non gli era molto chiaro se si stava comportando così perché era felice di potere infine dividere il segreto della sua schizofrenia, o se era arrabbiato per qualche irrazionale motivo connesso agli anni passati solo con Rici.
Un secondo dopo l'elfo li separava, spingendo con forza inattesa il ragazzo, che barcollò qualche passo indietro. Dean però non era ancora pronto a sentirsi in colpa. Lo shock probabilmente per lui era stato troppo forte, e stava saturando completamente le sue possibilità emotive. Intanto una parte di lui registrava il fatto che nessun membro del gruppo pareva rendersi conto di loro, e di Ana che sembrava per qualche ragione ferita.
Pensando di far apparire glaciale il suo tono, ruppe il silenzio.
"Mi dovete delle spiegazioni. Tu, Rici, mi devi delle spiegazioni. Ho diritto a delle spiegazioni."
Ma man mano che parlava la carica di adrenalina, o quel che era, che lo sosteneva all'inizio andava scemando, e il suono della sua voce perdeva convinzione.
"Sei crudele." Gli rispose Ana, la voce tremante.
"Crudele? È tutta la vita che sono da solo perché nessuno poteva vedere l'uomo alto che avevo accanto. Ora arrivi tu parlandogli, e chiedere spiegazioni è crudele? Che cazzo di scherzo è questo?"
"Dean," Si intromise Rici pacificatore, "Ana non può vedermi, perché è cieca.
"Io... mi dispiace Ana, non sapevo... Ma questo non cambia la situazione. Nessuno ti aveva mai neppure sentito, Rici, nessuno."
"Beh, lei, come te, può sentirmi parlare. Se non fosse nata con questo problema agli occhi, potrebbe anche vedermi."
Il tono di Ana era tornato la musica che era in principio.
"Mi pare giusto, incontrare una persona con la mia stessa follia proprio la sera in cui lascio la città."
"Che cosa? Te ne vai?"
"Sì. Stanotte era la nostra ultima serata qui in città. Ci siamo fermati per un mese."
"E dove vai?"
"Non so, sai? Siamo ancora in giro a suonare, ma non mi interessa molto dove. Tanto in tutte le città i panorami sono gli stessi, e nessuna ha l'odore di casa."
Gli sorrise, e lui altrettanto.
"Rici," continuò lei, "bada al ragazzo, che poi ci vorremo rincontrare, e salutami le nostre amichette: le ho sentite anche stasera."
Baciò le guance di entrambi, poi si fece riaccompagnare dall'elfo fino al furgone, già pieno del suo carico.

Quando fu tornato da lui, Dean chiese all'amico:
"Che amiche?"
"Niente, fate."

racconto di fate sul cemento (2)

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Max. Max aveva iniziato a spacciare al liceo per questioni di emancipazione e mobilità sociale, dicevano i sociologi. Di soldi ne aveva pochi, ma non gli fregava. Era un tipo paffutello, Max e alle compagne non piaceva. Di questo gli fregava molto invece. Non piaceva a Marlene, la brunetta che se ne stava sempre con i suoi amici alternativi mezzi orchi e mezzi punk a fumare sotto le scale antincendio. Poi Max non piaceva al bidello Neo (lui lo stuzzicava sempre con battute pungenti e squallide sulla sua casa, sui suoi capelli). Non piaceva a nessuno, Max. Portava i capelli unti con la riga nel mezzo.
“vattene”, gli dicevano.
Da quando Max si mise a vendere erba le cose cambiarono.
Marlene lo cercava.
Tutti quanti lo cercavano. Il bidello Neo aveva fiutato la situazione e non esagerava più, perché suo figlio gli procurava la roba da lui. Stava meglio ora, Max. Meglio. Aveva iniziato ad esplorare l’esterno del suo guscio pesante incontrando parole buone qua e là. E fiori e i quadri e le spine velenose.

La sua casa era piccola e gialla e aveva un grosso baffo Nike inciso sulla facciata sotto una voragine bianca d’intonaco scrostato. Max la odiava, la sua casa, ma lei era anche il suo scudo e riparo dalla pioggia, dalla gente cattiva coi denti forti che abusava. (Il male che si nascondeva in qualcuno era il male che sentiva pesare sulle sue spalle. E piangeva, di tanto in tanto).
Stava meglio “perché le cose erano finalmente cambiate”, dicevano gli dei. Invece no, non cambiava niente, se non le nuove possibili combinazioni di sogni opachi da riordinare la mattina nel letto sfatto.
Sapeva che Marlene aveva degli occhi favolosi. (anche se il loro colore virava a seconda della posizione del sole o dell’umore e lei veniva riflessa ogni volta con una luce diversa, lui sapeva che la amava).

Vennero scattate molte foto, in quel periodo.
Max fuori dall’aula di Marlene che guarda dentro.
Max dietro a Marlene nel corridoio.
Max che aspetta Marlene nell’atrio alla fine delle lezioni.
Max che sogna Marlene e rotola.
Max che sistema l’erba per Marlene nel marsupio.
Max che aspetta Marlene.
Max che aspetta Marlene.

Col passare degli anni del liceo svanì l’abitudine della marijuana e Max iniziò a procurare occasionalmente dei minuscoli cartoncini a tutti. Gli acidi andavano forte, tra i super -punk psichedelici. Ne aveva una ricca scorta e la teneva divisa nelle varie scatole dei sandali della madre. Tutti si chiedevano da dove venisse, ma nessuno lo sapeva veramente. Svendeva e poi svendeva e poi regalava e svendeva e aspettava.

Max che si guarda nello specchio.
Max che sistema i cartoncini per Marlene nel marsupio.

Era insospettabile.
Indossava sempre uno dei suoi golfini pallidi firmati. Quello giallo o quello azzurrino.
Non si pettinava più prima di uscire, ma si schiacciava con cura tutti i brufoli gialli.
I prezzi li teneva bassi per tutti, perché a lui non importava dei soldi, a Max importava di lei. Lei che neanche gli chiedeva, che neanche lo guardava, che al massimo gli faceva un sorriso. O un saluto. O il sorriso o il saluto. (Non bisogna esagerare quando piaci a qualcuno).
Max non si faceva nemmeno, con la sua roba. A lui non andava di uscire da se. Voleva essere felice veramente, non voleva vedere le cose venir fuori dai muri e poi stare male e poi stare male di nuovo.
E allora aspettava l’appuntamento del giovedì sera impomatandosi il capo.
E aspettava ancora.
Ormai da un anno sopravviveva nell’attesa di una pillola settimanale di Marlene. Ricordava e sognava. Il giovedì sera a camminare intorno ai pesci rossi morti a pancia in su nel mezzo del parco. Lei che non era neanche la più bella di tutte, ma.
Gli regalava un cartoncino ogni tre, a Marlene. (Come faceva quel giordano vicino al parco coi kebab, crudi).
Poi.
Quando Joshua si era messo in testa di farla smettere, lei aveva iniziato a smettere e per Max la vita era diventata sottile. Iniziò a pregare e ad ascoltare il best of dei Culture Club ogni giorno, per ore, seduto in macchina. Gli si era gonfiato il viso a dismisura, e faceva fatica a parlare. Dopo poche settimane aveva perso sei chili e si sentiva come se avesse ingoiato un pompelmo intero. Bloccato nella bocca del suo stomaco. Il pompelmo e le malattie psicosomatiche. Le malattie psicosomatiche e il pompelmo.
Sospeso a testa in giù nell’esofago, i suoi piedi penzolavano.

Un martedì sera camminava in cerchio tra le mura del parco vuoto, pensando a Marlene e al senso di colpa stampato sul suo viso l’ultima volta. L’ultimo acido e l’ultimo sorriso, molti cartoncini prima. Pensò ad una poesia di Ferlinghetti e ad alcuni animali morti arenati nel catrame.
Joshua aveva sporcato il loro rapporto e aveva rovinato tutto.
L’aria correva e spaccava i muri, quando non riusciva ad evitarli. L’erba era umida per via della pioggia del pomeriggio e Max faticava a stare sui suoi piedi. Il perimetro del parco era nero e non si distinguevano i contorni degli alberi vicini alle mura alte del parco. Due. Solo un ciliegio storto e un melo e qualche cespuglio basso secco.
Sentì le foglie muoversi e raschiare tra loro producendo un suono dritto e continuo.
Pensò al vento e sorrise in direzione del melo.
Rimase sorpreso spaventato inorridito terrorizzato quando
vide un serpente enorme strisciare giù e penzolare da un ramo basso. Indietreggiò. Aveva gli occhi scuri che lo fissavano nel centro dei suoi occhi piccoli minuscoli castani. Il manto nero brillava, come qualche anno fa.
-ragazzino- lo chiamò il serpente. Max indietreggiò ancora fino a sbattere la nuca contro il palo di un lampione. –credi veramente che cambierà mai qualcosa?-
-io…-
-tu la vedi, poi la guardi, e ti accontenti di non sapere niente di lei, Marlene.
rinunci a tutto.
Per un sorriso, solo per quello-
Max lo ascoltava rapito da quella sua voce baritonale polifonica.
-poi qualcos’altro si mette in mezzo e ti toglie il tappeto e tu sei giù. A terra.
Credi che cambierà mai qualcosa?- lo incalza il serpente.
-io non lo so- rispose Max senza voce.
-no- lo interruppe -perché hai addosso quel golfino e tutte quelle croste in faccia. Perché non sai dire una parola. e nessuno parla con chi non sa parlare-
il serpente tacque per qualche secondo poi riprese a parlare –devi difenderti-
Cadde un’armatura di latta dall’albero.
Cadde pesantemente una spada di ferro vicino ai piedi di Max.
Il serpente si ritirò ruotando attorno al ramo più grosso.

Max si ricordava bene di lui. Era il serpente che gli aveva procurato il fattorino con l’erba e gli acidi. Ma adesso voleva che Max li facesse tutti a pezzi. Marlene, Joshua e i loro amici strani. Tutti quanti a pezzi.

Max tornò a casa e provò l’armatura. Calzava perfetta. E brillava d’argento.
Il mercoledì rimase a casa con indosso l’armatura e lucidò la spada tutto il pomeriggio.

Giovedì.
Conati di vomito.
Conati di vomito.
Sangue dal naso a fiotti. Una cascata.
Si incise sulla pancia con il coltello per il formaggio.
Non sapeva di preciso come sentirsi, come definire i fatti di quei giorni. Non sapeva cos’avrebbe fatto, ma non sapeva neanche quale male migliore lasciar appartenere al suo mondo. Voleva tutto e non riusciva ad afferrare le maniglie. Il male degli altri e il suo erano diversi, certo. Ma ai suoi occhi godevano entrambi degli stessi privilegi. Ai suoi occhi il male non aveva più alcun peso, e tutto era diventato piccolo e minuscolo. Un posto più alto in cui vivere, questo gli serviva. Aveva tagliato il cordone e si stava velocemente allontanando dal mondo a bordo di un’enorme mongolfiera. Il suo punto di vista era sempre più lontano da quello degli altri, sempre più vicino a quello di Dio. Quando vide Marlene nascosta nel parco aveva la spada nella mano. Pensò al serpente nero e strinse forte l’impugnatura, mentre notò stupito che la ragazza non lo stava guardando, non lo stava guardando.
Non stava guardando la sua armatura argentata, non stava guardando la sua spada lucida, non stava guardando la luce che il suo complesso d’argento stava riflettendo nel blu di quella notte gelida.

Fu in quel momento che vide le fate.

Seguendo lo sguardo rotondo di Marlene.
Erano molto colorate e molto piccole. Non riusciva a distinguere bene i loro lineamenti, ma erano dolci. Sembravano fatte di seta. Di una seta leggera. Danzavano in cerchio attorno alla fontana e ridevano di gusto mostrando i dentini. Brillavano ancora più dell’armatura d’argento e si muovevano velocissime.
Le vide danzare, le vide svanire.

Qualcosa si spezzò, dentro Max.
-ciao. Le hai viste anche tu?- le chiese stranita Marlene, all’improvviso di fronte a lui.
-s- sì-.
-e tu cosa ci fai vestito così? Cosa sta succedendo, stasera?- si guardò intorno.
-n- niente, credo- rispose Max lasciando cadere a terra la spada.

Max non aveva previsto sorrisi, fate, balli di gruppo, colori sgargianti.
Doveva essere tutto diverso, pensava. Doveva essere pieno zeppo d’odio. Tutto nero.
Ma qualcosa in lui si schiuse.
Aveva capito che il suo rapporto con le persone, che il suo rapporto con Marlene era continuamente innaffiato dalle cose che succedono. Lo sarebbe stato per sempre. Cose che non appartenevano a loro. Cose che lo avrebbero spinto da lì all’eternità su una barca senza vele e senza remi. E la distruzione avrebbe trascinato tutto giù, nell’abisso delle cose orribili.
Tutto quanto sepolto.
Giù.
Senza fate e senza niente di condiviso. Nient’altro che niente.

Vennero scattate molte altre foto, in quel periodo. (autoscatti).
Il sorriso di Max e ogni sua ferita non rimarginata.

Uno 3- durante il viaggio...

Author: la zuppa / Etichette:

Faceva un rumore forte, la moto che sfrecciava sulla strada per Bressanone. Nel raggio di chissà quanti chilometri doveva essere l’unico rumore. L’unico rumore. Carlo pensava al vuoto e alle pareti d’aria chiuse attorno alla sua vita. pensava alla paura che lo stava tenendo d’occhio, mentre piegava sui tornanti ghiacciati.
Ricordava quella faccia, quel giorno bollente di primavera, anni fa. Gli occhi che da lassù lo guardavano cadere. La promessa.
Il disordine nella sua testa esplosa lo faceva girare e girare e dovette fermarsi per respirare. Era la sua vita precedente, o forse un incubo. Un giocatore di tennis nella nebbia. Non vedeva le righe, la rete, il fondo e non vedeva l’avversario. Ma le palline continuavano a rimbalzargli sugli occhi.
Era fermo in mezzo alla strada, ancora sulla moto. Il vento era leggero e le foglie cadevano. Quando tossì per schiarirsi la voce si sentì minuscolo.
Non mancava molto alla città e il cielo si era chiuso in un recinto di nuvole grigie minacciose.
Ingoiò una delle due brioches.

Decise di ripartire, ma prima si voltò. Con la sensazione che qualcosa lo avrebbe seguito. Qualcuno o qualcosa di immenso lo avrebbe seguito ancora e sempre. Ma Carlo andava avanti. E si sentiva incastrato tra il caldo della speranza e il gelo della fine.
Lui sapeva di essere solo nel raggio di chilometri, ma sapeva di non essere l’unico.
Qualcosa che non voleva affrontare lo stava aspettando. Alle sue spalle.
Ma Carlo non sapeva ancora dove, quando e le braccia tremavano sul manubrio.

Vide il cartello “Bressanone” e si sentì meglio. Rallentò e si guardò nuovamente alle spalle.
I suoi occhi si dilatarono insieme alla pelle del viso, mentre le fiamme altissime avvolgevano la sua e altre case al villaggio.
Si morse il labbro inferiore fino a farsi sanguinare ed entrò di fretta in città sfrecciando lungo la via principale. Macchine vuote sparse sulla carreggiata, un furgone dell’ambulanza rovesciato, qualche bici legata a qualche albero nero di smog. Questa era la città, sotto le finestre chiuse degli appartamenti. Imboccò una traversa e si infilò in un vicolo molto stretto, mentre pensava alla sua casa di legno carbonizzata. Notò dei vetri frantumati a terra e l’ombra fredda dei palazzi. Sentì un rumore e ne rimase sorpreso. Individuò la melodia di un pianoforte sintetico. La riconobbe, la localizzò e si irrigidì davanti alla porta aperta di un negozio di souvenir.
Iniziò a piovere fuliggine.

Le avventure di una Gallina - Capitolo due: La decisione di Yaya

Author: Apo / Etichette:

La mattina seguente Yaya si alzo molto presto..... aveva occhiaie enormi....
Usci sull'uscio e si accese una sigaretta....
Yaya "Mauro, cazzo...dove sei?"

Nella fattoria regnava un silenzio di tomba....

Yaya "Ce l'ho nel culo.... cosa posso fare?"
Era tutta la notte che ci pensava....

Finita la sigaretta entrò in casa e si sedette sulla sedia a dondolo....stava per addormentarsi quando il telefono squillò....

Yaya "Ma puttana troia, chi cazzo è?"... esclamò avvicinandosi al telefono...
Yaya "Pronto?"
Operatrice "Buongiornocasapollaio?ChiamopercontodellatelevisioneEARTH,sa,lapeiperviù...leièlafortunatavincitricedelpianoEARTHPremiumepotràoràsceglieredivederecalciopornosportfilmbruttifilmbelliprogrammiperbambinipornoperbambinilesuperchicchelesupercheccheemoltoaltroancoraallamodicacifradiquattromilanovecentosettantasetteeuroalmese..."
Yaya "MA MUORI TROIA, HO ALTRI CAZZI PER LA TESTA"
Operatrice "Masignoraèunprezzoincredibilemenodisedicicaffèalgiorno...cipensiperf...."
CLICK
Yaya chiuse il telefono in faccia all'operatrice....in fondo aveva sperato che fosse Mauro.
Si risedette sulla sedia sconfortata....dormì a lungo Yaya quel giorno....e quando si risvegliò era già sera...

I giorni seguenti passarono veloci...troppo veloci per trovare una soluzione....
Il sesto giorno Yaya organizzò un'assemblea...
Yaya "Gente, mi spiace....siamo nella merda fino al collo...senza Mauro non posso far nulla visto che la Gang del Bosco ha preso in ostaggio le vostre mogli...non ci rimane che firmare...."
Si alzò un brusio...c'era chi era d'accordo...chi dissentiva e chi si cagava addosso....causando fastidio agli animali vicini....che si incazzavano disgustati.
L'assemblea proseguì per ore fino a che tutti furono convinti a firmare....e Yaya non si incazzò nemmeno una volta.... sembrava l'ombra di se stessa...

Il giorno dopo Yaya si incontrò con la Gang del Bosco...
Miguel "Allora chica....avete firmato tutti? Eh...?"
Yaya "Se..."
Paco "HAHA avete paura eh? Mierde...."
Miguel "Taci demente....Allora Yaya....fammi controllare..."
Yaya porse il documento al toporagno....
Miguel "Manca la tua, bella alcaciofa...volevi prenderce per el culo? Ora ti mostrerò cosa succede a prenderse gioco de la Gang del Bosco....HERMAN!!!"
Dal bosco uscì Herman, un grosso toporagno muscolosco accompagnato dai suoi sgherri....
Miguel "Herman es el capo de la squadra de attacco...."
Herman fece un cennò ad uno dei suoi sottoposti che portò allo scoperto un ostaggio...era Eva!!!
Yaya "EVA!!!! PORCA PUTTANA EVA!!!!!"
Miguel "Herman.... Matala!!!"... il toporagno sguainò la sua spada...era enorme e ricurva e si preparò a colpire la scrofa...
Yaya "Luridi figli di troia....non ve lo permetterò...."
E partì verso Herman, ma mentre stava per colpirlo fu atterrata da uno dei toporagni suoi sottoposti....
Herman guardò Yaya e le sorrise con un ghigno beffardo
Herman "Prepàrate....vi ucciderò entrambe"...e con tutta la sua forza caricò il colpo verso Yaya...
Yaya chiuse gli occhi.... quando.....
Miguel "Porca loca....che es accaduto?".....
Herman aveva mancato Yaya e al posto suo aveva sgozzato uno dei suoi compagni....
Miguel "Donde està la pollastra?"....
??? "HEHEHE è un gioco da ragazzi per me...."
Miguel "Esci fuori vigliacco...."
??? "Vigliacco? Io non rapisco le donne per ottenere ciò che voglio....a me basta la mia potenza e affronto sempre il nemico a viso aperto....mi sembra che tra i due il vigliacco sia tu..."
Miguel "Bastardo!!!! Fatti vedere che ti ammazzo..."

In quel momento dagli albeli sbucò una sagoma che con un salto si porto di fianco alla machina di Miguel portando con se Yaya....
Yaya "MAURO!!! Lurido pezzo di merda!!!!! Dove cazzo eri? Bastavano due o tre giorni di vacanza e invece te ne sei stato per i cazi tuoi tutta la settimana...stronzo."
Mauro "Mi sono allenato Yaya....ma conserva il tuo spirito combattivo per il nemico...del resto parleremo dopo..."
Yaya "Hai ragione...ora inculiamo sti stronzetti...."

Miguel "HAHAHA anche in due non potete far nulla...." e fece un cenno con la mano....
Yaya "Che cazzo succede?"
Miguel "Non otros siamo furbi... eravamo pronti a qualsiasi eveniensa...."
In quel momento Herman sguainò la spada e si lancò all'attacco nemmeno Yaya e Mauro assiene riuscivano a fornteggiarlo e Herman li spingeva sempre più vicino al bosco...
Yaya "Merda...se fossi più riposata...."
Mauro "Yaya ci spinge verso il bosco....avranno in mente qualcosa...."
Yaya "Non c'è bisogno che me lo dici cretino..."

Ma in quel momento Herman si fermò...
Mauro "E ora? Che cazzo fai?"...Herman sorrise e si voltò di lato... Yaya e Mauro guardarono nella stessa direzione.....
C'era Paco...con un cannone in mano....
Yaya "Mapputtanatr..."
Paco sparò...edal cannone uscì una gigantesca rete che li imprigionò.... Yaya e Mauro erano prigionieri....

Miguel "Mira chica....ho vinto io e da oggi la fattoria è sotto il nostro controllo....."
Yaya "Stronzo..."
Miguel "Ora....voi andrete nella prigione del nostro covo... a voi penserò dopo...perchè ora...Emiliano..."... e si girò verso uno dei toporagni in moto...questi scese dalla moto e si avvicinò a Miguel....si inchinò e gli porse un sombrero....
Miguel "Esto es el SOMBRERO DEL DIABLO.... es el simbolo del capo....e ora sono el governator de esta fatoria....portate via i prigionieri....devo preparare il mio discorso de insediamento..."
Yaya e Mauro furono portati via....mentre tutti gli altri animali sbirciavano dalle finestre impauriti.... sembrava proprio che fosse la fine per la fattoria...

a niu member

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

su mia iniziativa, discussa con bianconiglio (e forse con altri, non ricordo), benvenuta a bimbapixie

Conrad il druido - 5

Author: Jager_Master / Etichette: , ,

Il consiglio si svolgeva ogni primavera, dalla notte della prima luna per 3 giorni e 3 notti ininterrottamente.
Fondamentalmente succedeva un pò di tutto durante queste giornate, seguendo un tradizionale canovaccio mai rispettato fino in fondo: puntualmente, infatti, veniva stravolto da capo a piedi.

Conrad arrivò fra i primi, nonostante il contrattempo del cinghiale.
Come ogni anno la prima cosa che vide nella radura fu il classico circolo azzurro, che rasoterra tagliava prati, alberi, sassi e foglie, disegnando un perimetro circolare a difesa del consiglio, grossomodo per un paio di miglia di diametro.
Bastò il classico cenno delle due dita congiunte e il circolo aprì un varco, attraverso il quale Conrad poté accedere alla zona riservata per i druidi.
A dirla tutta non era quel gran fuoco di sbarramento: niente più che un’aura protettiva, creata per evitare a bestie e curiosi di mettere becco nella zona druidica nei giorni sacri. Poi si sarebbe dissolta nell’ultima notte.

Può sembrare strano, ma anche Ceck era “catalogato” come curioso.
E dunque rimase fuori, in attesa, sarebbe rimasto lì, fino all’arrivo del padrone, se questi non si fosse girato poco dopo.
E infatti Conrad attraversò il varco, poi si girò.
Tornò sui suoi passi e con un sorriso sincero salutò il suo più caro amico, accarezzandolo dolcemente fra le folte orecchie. A Ceck bastò: era il saluto del “via libera” e d’istinto volse le spalle al padrone lanciandosi nella foresta dalla quale erano da poco usciti.
Si sarebbero rincontrati 3 giorni dopo. Puntuali. Come ogni anno.
Conrad aspettò che il suo lupo valicasse l’orizzonte, poi si voltò anche lui, diretto alla rupe del consiglio, a poche centinaia di metri, sotto la collina.

Atholas, come sua abitudine, osservò interamente la scena a pochi metri di distanza, accovacciato sottovento, nell’erba alta. Era talmente basso sul livello del terreno che sarebbe stato impossibile anche per Ceck vederlo; figuriamoci annusarlo, coperto di fango e foglie come era in quel momento.
Prima sembrò interessarsi dell’animale. Ma quando vide che i due si erano divisi, aveva apprezzato la cosa: quel lupo poteva diventare un problema, ma forse la fortuna stava girando, dopotutto.
Poi la sua attenzione virò decisamente sul mezzorco e il suo circolo azzurro: passarci attraverso per seguirlo era cosa decisamente impegnativa. Non alla sua portata.
Quindi attese, anche se Conrad, ormai, era ben all’interno della zona riservata e stava sparendo all’orizzonte.
Sapeva bene chi doveva arrivare. E in quanti.
Infatti attese pochi minuti, fino all’arrivo di un altro druido: un lucertoloide. Lo osservò da lontano e quasi riuscì a sentirne l’odore salmastro, di acqua stagnante e di selvatico. La pelle del druido era cosparsa di squame e la sottile veste copriva ben poco di quel corpo slanciato da rettile. Soprattutto lo colpì la coda: era lunga almeno 2 metri, e nonostante fosse sottile traspariva notevole velocità e forza.

Non attese oltre.
Con gesto lento e preciso incoccò la freccia nell’arco corto, tenendolo parallelo e orizzontale rispetto al terreno. Quanto la lucertola fece segno con entrambe le dita, il cerchio azzurro si aprì, e per Atholas fu il segnale dell’attacco.
La freccia sottile partì rapida senza alcun suono, diretta al torace della lucertola; appena la saetta lasciò l’arco, Atholas si alzò di scatto, estraendo nello stesso tempo una seconda freccia.
Guadagnò qualche istante, con questo movimento, e quando la freccia arrivò a bersaglio, la seconda era già incoccata. Ma nel frattempo l’arco era in posizione verticale, con la sua mano più forte, e il busto eretto, a gambe stabili e aperte sul terreno.
In piedi era fin troppo facile: era come colpire un cervo legato.

Stilf era un druido giovane, ma nella sua poca esperienza aveva già conosciuto il rumore e l’odore del legno. Nelle paludi aveva unito l’istinto lucertoloide con la saggezza druidica, e la natura aveva ben pochi segreti per lui.
Sentì arrivare la freccia quasi subito. Era come la sensazione di un fulmine attraverso le tempie: deciso, rapido, immediato: era impossibile non accorgersene. Il legno “parlava chiaro”, la sua voce era inconfondibile.
Ma il legno viaggiava anche veloce. Troppo veloce. Soprattutto il legno argento, degli alberi elfici.

La freccia colpì, all’altezza del costato. Stilf si voltò verso la sorgente di quel ramo, che conficcato dentro di lui bruciava come non mai.
Lo vide.
In piedi, a circa 20 metri da lui. Nella sinistra un arco corto, nell’altra una freccia che stava per essere rilasciata. La figura intera era difficilmente riconoscibile: la sagoma sembrava di un uomo, o di un elfo, o anche di un troll di statura minore.
Poteva essere chiunque, e con quel rivestimento di terra e foglie era totalmente irriconoscibile all’occhio.
Ma le orecchie a punta no, quelle erano un segno inconfondibile.

La seconda freccia partì, ma questa volta Stilf era pronto: riuscì a osservare il momento dalla partenza e si preparò. Con una mano tenne la freccia nel costato ferma, per non avere impedimenti e dolori, con l’altra creò uno scudo verde davanti a se, attraverso il quale la freccia argentata in arrivo si dissolse all’istante, ancora prima di raggiungere la sua testa, alla quale era diretta.

Ma la punta seghettata della prima freccia stava facendo il suo sporco lavoro, e cominciò a trascinare sangue a fiotti fuori dalla ferita. Sarebbe morto dissanguato a breve: doveva dunque estrarla.
Rilasciò lo scudo, per quanto era un gesto pericoloso, ma non aveva scelta.
Con gesto rapido afferrò la freccia conficcata, provando delicatamente a tirarla fuori.
Atholas ne approfittò. L’arco era già a terra, abbandonato dopo il secondo lancio; la mano destra dietro la schiena, attorno all’impugnatura. La sinistra ben larga, a bilanciare la preparazione del gesto.
Con un gesto secco rilascò la mano destra, lanciando a mezza altezza il pugnale che teneva nella cinta, se possibile ancora più rapido della prima freccia. Sicuramente più preciso.

Stiff vide il gesto.
Mollò la presa con la seconda mano e riaprì lo scudo.
Ma il pugnale non conosceva legno. Neanche di sfuggita.
La lama, totalmente d’acciaio, penetrò nella gola del druido fino all’impugnatura, anch’essa di metallo.

Per qualche istante nulla si mosse, nessuno parlò.
Stiff cadde sulle ginocchia, ancora con la mano aperta allo scudo verde, ancora con l’altra che afferrava la freccia nel costato. Poi si accasciò sul lato. Immobile.
Anche atholas rimase fermo: ora i suoi sensi erano concentrati sull’ambiente circostante. Annusava e ascoltava, dimenticandosi di quel corpo morto che aveva davanti; lui non poteva più nuocere ora.
Quando finalmente decise che attorno a lui non c’era nessuno, si fiondò verso il lucertoloide, afferrandogli la tunica e tirandolo rapido verso la boscaglia.
Gli bastò trascinare il corpo in una fossa poco distante, scavata forse dai cinghiali. Abbandonò lì il cadavere, lo coprì rapido con un cespuglio sradicato e tornò veloce all’apertura.
Vide che attorno al varco c’erano visibili tracce di sangue sull’erba secca, ma decise che non ci poteva poi fare molto. Dunque se ne disinteressò quasi subito.

Un ultimo sguardo dietro di sè, poi si lanciò nel varco, e sparì, sulla strada lasciata dall’ignaro Conrad.

UNO: Capitolo 2....Il passato ritorna...

Author: Jager_Master / Etichette:

La fase successiva fu un misto di incredulità, giramento di testa a palla, balbettio, una serie di gh gh gh e mani nei capelli.
Si girò più volte su se stesso, sempre con le dita che gli toccavano ora la tempia, ora la cintura. Non sapeva che fare, giocherellava con i buchi della cinta e intanto roteava gli occhi come saette, a destra e a sinistra, mugolando come un bambino che sta per scoppiare in urla e strepiti.
E in effetti si lasciò sfuggire qualche singhiozzo, trattenendo le lacrime a stento.
Il mondo sfuocato dal pianto, tremolante e vacuo. Si asciugò con un gesto rapido, ma non smise di soffrire.
Sembrava una giostra di cavallini, Carlo, di quelle che con movimento lento ruotano e ruotano, ma ora con in più una cantilena di gh gh a ritmare la malinconica marcia.
Ruotava, Carlo, che quasi il mal di testa divenne giramento insopportabile.
E si sedette, sull’asfalto, per evitare di cadere disteso.
“Non è possibile. Alla fine è successo”.

Si, se lo aspettava, sapeva che prima o poi sarebbe accaduto, ma non immaginava ora, non adesso; non ora che a 64 anni aveva messo il cuore in pace.
L’incubo era stato riposto nel cassetto ormai da....quand’era? il ’78? Si, forse. O giù di lì.
La baita dietro la collina, la pace della vita da boscaiolo, la solitudine della vecchiaia: ecco, erano queste le sue prospettive di vita, ora.
Mai più pensava di ritrovarsi davanti a questa prova: per quanto, diciamocelo, era scritto.
E a pensarvi un secondo di più si poteva aggiungere che averlo dimenticato (o riposto nel cassetto, che fosse) era stato un errore madornale. Ingenuo. Per non dire pericoloso, ma quello era chiaro, non c’era bisogno di ripeterselo.

Passarono lenti e veloci i minuti. Mille pensieri, mille cassetti riaperti.
Carlo provò a rinfrescare la memoria, lucidare i risvolti e gli aspetti addormentati dalla polvere del tempo.
Era solo, ora.
Ma non poteva rimanere tale a lungo, doveva reagire, alzarsi e affrontare il destino, che prima o poi ti viene sempre a pescare, ovunque tu sia, porca miseria. E se lo era dimenticato.
Che idiota.
Anche in una baita di montagna sperduta fra le pinete del trentino. Non gli scapperai mai.
Che fesso, che imbecille.
Come poteva credere che una baita potesse nasconderlo dagli incubi? Come poteva aver pensato di trasferirsi lì, a costruirsi una nuova vita, lontano dalla città, lontano dal suo passato?
Solo ora, in quel parcheggio, seduto sull’asfalto, le cose riprendevano colore (o lo perdevano, a seconda del punto di vista).
Solo ora si ricordava, e riusciva nuovamente ad afferrare l’inafferrabile.

Poi il lampo.
Guardò l’orologio d’istinto.
Era fermo, certo, lo aveva notato anche prima.
04:42.
Quanto tempo era passato dal blocco? 3-4 ore? Forse 6? Sperò 6, ma si sarebbe giocato 50 euro sulle due ore: aveva albeggiato da poco, la valle era ancora stropicciata dalla rugiada e dal fresco mattutino. La luce del sole campeggiava sulle cime delle montagne vicino, aspettando il debutto nel cielo, di lì a poco.
Si, più o meno erano le 6 e mezza, forse qualche minuto di più.
Non aveva più molto tempo, doveva scappare.
Aveva tempo fino alle 8 più o meno per andarsene da lì, allontanarsi il più possibile. Poi Lui sarebbe arrivato.
Alle conseguenze era meglio non pensare.

Entrò nel bar di Dino sbattendo la porta, mise una mano dietro al bancone, lanciandosi sopra con la pancia. Afferrò un paio di brioches, e la chiavetta dentro alla scatoletta di metallo.
Poi corse nel rentro, e mettendo in tasca la colazione armeggiò con la chiave, aprendo un bauletto chiuso a lucchetto.
Aprì con un gesto secco il coperchio, afferrò la doppietta di Dino, una scatola di cartucce e se lo mise a tracolla.
Poi lasciò tutto così com’era e si lanciò nel cortile: non aveva molto tempo.
Via via via!

Saltò sul Suzuki, buttò sul sedile di fianco la doppietta, ingranò la prima grattando decisamente la marcia e si lanciò sulla statale, a perdifiato.
Destinazione Bressanone: nella città avrebbe avuto più possibilità, e forse Lui non lo avrebbe trovato.

bisogna pur fare qualcosa

Author: la zuppa /

1.
Zoe se ne sta lì, seduta su una roccia piatta. La spiaggia è vicina, a un passo. Piena di persone. Piena di parole lanciate in aria che ricadono pesantemente a un metro dalle sue orecchie. Tante minuscole goccioline le pungono la pelle ogni volta che il mare sbatte contro i suoi piedi. E si asciugano subito. Oggi che il vento è leggero e non stanca, il sole delle cinque è ancora giallo e gli ombrelloni sono ancora tutti aperti.

Zoe ha venticinque anni e il fiato corto. Da qualche minuto sta fissando una ragazza tatuata sul dorso del piede e decide di chiamarla Andrea come sua madre.Andrea indossa il suo stesso modello di costume a due pezzi, rosa e giallo. Ha la pancia piatta e l’ombelico in fuori. Con una mano sta sfiorando il fianco abbronzato di un ragazzo mulatto e sorride, mentre lo guarda sbirciando sotto la lunga frangia curata. Sono entrambi in piedi, uno di fronte all’altra. Proprio sul confine tra la spiaggia e il mare.Lui ha il fisico da surfista.Lei disegna dei cerchi sulla sabbia con il piede. “Che carini”, mastica Zoe con la bocca chiusa.
Click.(…)
Zoe agita la polaroid e la mette nel quaderno in mezzo alle sue foto di paesaggi (Cascata. Cascate. Sabbia al tramonto. Erba con pecore. Sabbia all’alba. Città di Mosca. Comitiva di cinesi con strapiombo. Comitiva di Italiani sotto il mare. Andrea e il ragazzo surfista).Pensa che si sente sola, più di sempre.Mentre rovista nervosa nella borsetta per cercare la scatola col tabacco, le cartine lunghe e qualche sigaretta già fatta, alcune urla mozzate stridule provenienti dalla spiaggia la stordiscono.Un Mammuth si è accovacciato al centro del campo da beach soccer.Zoe è convinta che i Mammuth si siano estinti.Zoe pensa ai peli dritti sulla pelle delle persone. All’eccitazione disegnata sui loro volti.Pensa alla paura e alla curiosità. Ai grossi animali estinti.Pensa alle parole gridate che si incrociano davanti a lei.A Jurassic Park
e pensa ad altri film con super-rettili gommosi.Pensa ai supereroi. Alla sua vita recente.Poi si volta per accendere una sigaretta lunghissima. E la accende subito. La accende proteggendola con una mano dal vento leggero e quasi impercettibile.Per un istante prova eccitazione anche lei. Ma la respinge. Poi fuma.

Si ricorda di quando fumava tabacco col suo ragazzo. Sul balcone facendo cadere la cenere sui vicini di sotto. Si ricorda anche di quando il suo ragazzo aveva fatto smettere anche lei, dopo che era morto suo zio. Aveva metastasi dappertutto. Ricorda che si erano lasciati e che lei aveva ripreso. Lui no. E che ogni volta che le loro strade sterrate si erano incrociate nei mesi successivi si era fatta trovare in una nuvola di fumo.Forse Dio avrà pensato male di lei.
Ma Zoe doveva pur fare qualcosa.

Spegne la sigaretta sulla roccia e la infila in una bustina di plastica contenente i resti del suo pranzo.Nel farlo si lascia scappare una pallina di carta dal sacchetto. Rimane fissa a guardarla. La guarda sciogliersi nel mare. Con gli occhi socchiusi.Pensa non sia l’unica cosa che le sta sfuggendo di mano.Pensa ed espira. Poi si volta e vede la ragazza col tatuaggio sul dorso del piede. Andrea. Le sta venendo incontro dalla spiaggia, mano nella mano col suo fidanzato dai lineamenti duri.Sono carini, ancora.Andrea si fa avanti e il suo viso si apre in un sorriso bianchissimo e sottile. -Posso chiederti una sigaretta? per favore-Quando si è felici si è sempre molto carini.Zoe gliela porge sorridendo a sua volta, meccanicamente. Sta pensando a tutt’altro (ormai è troppo tempo che il sole splende sul suo universo di sabbia bagnata).-Grazie- risponde Andrea tremando, ancora eccitata per l’apparizione del mammuth sul campo da beach soccer.È solo un suono ovattato senza più significato, e si scioglie nelle orecchie.I due ragazzi si voltano e affondano le dita uno nella mano dell’altra. Si allontanano lentamente dalle rocce, camminando sulla scia delle loro ombre lunghissime sulla sabbia.-Scusa!- urla Zoe per richiamare l’attenzione della ragazza (solo per ricordarsi che le cose attorno continuano a succedere nonostante tutto). Dopo averla distratta alza un braccio e aspetta di essere rimessa a fuoco.La coppia torna rapida sui suoi passi.-Cosa vuol dire quello?- le domanda indicando il tatuaggio sul dorso del piede.Andrea sorride cercando sarcasticamente aiuto negli occhi di lui.–niente-Zoe non sembra interessata. Non sembra importargli della risposta. Si chiede cosa stia facendo. Cosa sta facendo?Continua a guardare il suo viso pieno di pomeriggio felice e notti insonni.-e come ti chiami?--io sono Chloe. E lui è Josè- risponde Andrea imbarazzata.-messicano?--no, americano. Stati Uniti- risponde lui brusco e a voce bassa in italiano stentato.A Zoe non importa di lui, sta solo cercando di vedere come si guida l’inerzia delle cose.-anche tu sei americana?--no, i miei sono di qui. Ma io sto a Boston a studiare-segue un silenzio bello e imbarazzante per tutti.-Zoe- pausa. -Mi chiamo Zoe- sorride facendo un cenno con la mano. Poi prende fiato e guarda Andrea sorridere a sua volta. Ancora.-ci vediamo, allora- si schiarisce la voce –in giro per qua- pausa. -Buona serata, eh. E restate belli sempre-Il silenzio si spezza, la tensione si spezza, l’equilibrio si spezza.Zoe si dimentica ogni parola.-ciao Zoe, grazie ancora-Solo quando i due se ne vanno per sempre dietro alle loro ombre sempre più lunghe, Zoe presta nuovamente attenzione ad Andrea.Un’attenzione maniacale.Un particolare. “Quel costume a due pezzi rosa e giallo”. Respira. “È proprio identico al mio” pensa mentre accende un’altra sigaretta.

2.
Sono rimasta sulla spiaggia tutta la notte. A scrivere. È arrivata la protezione civile. Per via del mammuth. L’hanno sedato, ma non sanno ancora come trasportarlo.Lo porteranno in una palestra, magari. E poi lo studieranno gli esperti per tutto il resto dei suoi giorni.Scopriranno un sacco di cose interessanti, anche dopo che muore. Scopriranno cose da scrivere sui libri di storia e di biologia, mentre la gente continuerà a sopravvivere nelle capanne.Qualcuno riderà.Lui però adesso non vuole andarsene, glielo leggo negli occhi dilatati dalle iniezioni.Adesso sa che non se ne andrà mai dal campo da beach soccer.
La spiaggia non è mai stata così vicina.

Racconto di fate sul cemento

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:


— Non posso credere che ci credi davvero... — Joshua era seduto a cavalcioni della balaustra di legno del molo piccolo. Il leggero vento salmastro di quella giornata grigia trattava la sua giacca slacciata di finta-pelle blu come fosse un mantello, ma non riusciva a peggiorare la situazione caotica dei ciuffi biondastri che aveva in testa. Lì seduto, appuntava su Marlene lo sguardo che si usa coi bambini che dicono una bugia palesemente troppo fantasiosa.
— Non ho bisogno di crederci. — La ragazza si era infervorata già da qualche battuta. Ora teneva i pugni stretti ai fianchi, le braccia tese fino a farle male dentro le maniche dello spolverino che le nascondevano lo sbiancare delle nocche. Il colletto rialzato si piegava verso il collo a sinistra e si mischiava nella danza dei capelli castani. Intanto Marlene gridava. — Non si crede in ciò che si sa: lo si sa e basta.
— Quindi tu sai che ci sono delle fate — pose particolare enfasi su questa parola, a sottolineare che era il fulcro intorno a cui ruotava tutto il suo scetticismo — che se ne vanno in giro per la città.
— è esatto.
— Stavo riepilogando. E mi dici anche che sai dove si trovano la sera.
— Non proprio. So dove si vedono il giovedì sera. Le ho viste l'altro giorno, e anche la settimana prima e quella prima ancora. — Marlene si stava quietando: pareva soddisfatta del fatto che l'altro le sembrava si stesse convincendo.
— Ok. Quindi sai dove si incontrano le fate il giovedì sera, qui in città. Bene. Dove?
— Al parco dei principi.
— Quella specie di prato abbandonato e sporco, con tutte quelle statue dall'aria lugubre?
— Già.
— E che cosa cazzo ci facevi al parco dei principi di giovedì sera, e per tre settimane di fila nientemeno?
— Beh... — D'un tratto la ragazza si chiuse timida.
— Ti dovevi incontrare con Max, vero? — Max era il loro spacciatore di fiducia, se così si può dire. La cosa bella era che non si sarebbe mai detto che Max spacciava, non conoscendolo, perché dava l'impressione che fosse sua madre a scegliergli i vestiti. Il suo business era cominciato al liceo: per evitare di essere preso in mezzo dai compagni più popolari, si era ingegnato a trovare un modo di rendersi importante o almeno utile. La sua strategia si era effettivamente rivelata vincente.
— Solo la prima volta... — Rivelato questo piccolo dettaglio, Marlene si era fatta piccola piccola, perché sapeva che poteva invalidare tutta l'opera di convincimento in cui si era impegnata quel pomeriggio
— Ecco... E magari Max ti ha concesso un piccolo assaggino prima di darti quello che volevi?
— Non ero fatta! — La ragazza era di nuovo esplosa nella sua furiosa dialettica da bambina capricciosa di nove anni. — Non ho allucinato!
— Hai visto delle fate! — Concluse Joshua con un tono che voleva ironicamente darle ragione, ossia no.
— Ti odio quando fai così. — E in quel momento ci credeva davvero, soprattutto considerato il sorriso a mille carati d'avorio con cui rispose l'amico. — E comunque le altre due volte di sicuro non mi ero fatta di niente.
— Sicura?
— Ma cazzo! Te lo sto dicendo!
— Ammetterai che delle fate al parco dei principi...
— Cosa? — In pratica gli strillò la domanda in faccia, perché la sua pazienza aveva un limite, e non ne poteva più di spiegare a quel cazzo di scettico cosa aveva visto chiaramente con quei suoi due occhi.
— No, dico... è strano... difficile da credere... — Merda, Marlene era talmente convinta che quasi quasi ci voleva credere anche lui, quanto meno per farla contenta. Era stato un pomeriggio lungo, stare ad ascoltarla, e adesso stava cominciando a fare freschino. Pensò di allacciarsi la giacca, ma gli sovvenne che così era molto più bella.
— Infatti, d'accordo. Anche io pensavo di avere preso un abbaglio, cazzo, la prima volta. Ma tre volte di fila no. Non è possibile che mi sia immaginata tutto per tre volte di fila. Sono andata lì ogni fottuta sera degli ultimi venti e passa giorni, e ti dico che ogni giovedì sera ecco che spuntano le fate.
— E che fanno?
— Non so. Niente. Se ne stanno lì a svolazzare e dopo un poco se ne vanno. Magari decidono che fare della serata. Non lo so. Ma nemmeno me ne importa, cazzo. Per ora mi importa saperne di più, magari andare a conoscerle.
— A conoscerle? E cosa pensi di fare? Scavalchi il cancello e ti butti in mezzo al loro gruppo, o sciame, o stormo, o come-diavolo-vuoi-chiamarlo?
E fu così che l'entusiasmo della ragazza si estinse. Fu come vedere un fiore appassire, solo sedicimila volte più veloce. Quasi sembrò che Marlene cambiasse anche colore. — Cazzo. Non ci avevo pensato così.
— Ascolta. — cercò di razionalizzare Joshua. — Facciamo così. Giovedì che viene vengo con te al parco, e mi fai vedere 'ste fate, ok? Poi magari cerchiamo di scoprire come si dovrebbe fare ad avvicinarsi a dei piccoli esseri mitologici inesistenti.
L'altra non colse l'ultima parola, o la ignorò completamente. Per il piacere degli anonimi occhi castani del ragazzo quelli quel giorno grigi di Marlene si illuminarono dall'interno. — Perfetto.


Il giovedì successivo Marlene era già davanti al cancello del parco una buona mezz'ora prima di quando si fosse data appuntamento con Joshua. Lui arrivò poco dopo, con in mano un felafel.
— E quello cosa cazzo è?
— Un felafel. Là dietro — gesticolio della mano libera ad indicare vagamente la direzione da cui era arrivato il ragazzo — c'è un georgiano che lo fa stupendo.
— Quando ci eravamo messi d'accordo non si era parlato di cibo.
— E allora?
— Metti che adesso non vengono per colpa del tuo panino?
— Punto primo: è un felafel.
— Un felafel-panino.
— Punto secondo: — Continuò lui allontanando la risposta con un gesto della mano che non reggeva il panino-felafel — se questi esseri magici hanno paura di un cazzo di felafel, allora hanno problemi ben più gravi del fatto che probabilmente non esistono. Punto terzo: sto felafel è proprio buono, e quindi vale la pena di non vedere delle fate per mangiarselo. E inoltre non ho ancora cenato.
— Beh, io ti ho avvisato. Se non vengono sai che è colpa tua.
Joshua rispose un mugugno di assenso addentando con piacere il suo felafel, e scoprendo con ancora più piacere che negli occhi, quella sera vagamente dorati, dell'amica era palese il desiderio di assaggiare. Ma era troppo orgogliosa per cedere, accettando la presenza di un felafel al suo sacro incontro con il magico mondo delle fate. Ok, non aveva mai usato questa espressione, perché altrimenti lui l'avrebbe derisa davvero troppo. Ma se non fosse per questo l'avrebbe potuta usare tranquillamente. Anzi, se aveva un diario segreto da ragazzina, probabilmente aveva descritto così quella serata.
Mentre lui finiva il suo panino (ci si poteva ingozzare per quel che la riguardava), Marlene si appoggiò alle sbarre del cancello, immaginando saette che lo colpivano con effetti da cartone animato, attirate dalla polpetta vegetale che stava masticando. Quando lui le parlò seppe che aveva finito di mangiare, e che quindi poteva guardarlo senza ricordarsi di essersi dimenticata di cenare.
— A che ora è che dovrebbero arrivare le tue amiche?
— Le altre volte sono comparse intorno alle nove.
— Porca puttana! E allora perché cazzo mi hai detto di essere qui per le otto?
— Non volevi mica rischiare di essere in ritardo? — La voce le uscì più acida del voluto, ma non era riuscita a trattenersi.
— Cazzo... E io che sono anche arrivato in anticipo...
Dunque i due si misero ad aspettare. Marlene tornò ad appoggiare la testa tra le inferriate del cancello. Ogni tanto si voltava verso l'altro, ma lo scopriva sempre intento a camminare avanti e indietro fumando sigarette a ripetizione, un po' per il vizio, un po' per il nervoso, un po' per rispondere alla domanda (Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?) che gli frullava in testa. Dopo una mezz'oretta Joshua cristonò sonoramente.
— Che cosa cazzo c'hai adesso?
— Ho finito le sigarette, porca troia. Vado a comprarle.
— Sbrigati.
— Altrimenti? Mi perdo il balletto delle fatine?
Il tono con cui la domanda era stata posta consentiva una sola risposta. — Fanculo!
Marlene prese a guardare ossessivamente l'orologio fino a quando non fu tornato il ragazzo. Aveva bisogno che qualcuno le credesse, e sapesse quello che sapeva lei. Non che dubitasse di quello che aveva visto, ma se si fosse sbagliata?
Alle nove spaccate, non sentirono alcun rumore. Pochi attimi dopo Joshua stava per fare una battuta sul fatto che quelle piccole stronzette volanti se la prendevano pure comoda a farsi vedere, ma preferì evitare una discussione in quel momento. Il viso dell'amica era dipinto in un'espressione così puramente implorante da essere dolorosa agli occhi. E inoltre, se avesse avuto ragione? Non che lui ci credesse, ma mettiamo caso che avesse ragione, e facendo casino le fate, spaventate o chissà che, decidessero di non mostrarsi? Meglio non rischiare. Non aveva ancora deciso se l'avrebbe derisa quando nulla sarebbe apparso. A giudicare dagli occhi che aveva Marlene in quel momento, forse non sarebbe stato il caso, per qualche tempo. Magari le avrebbe offerto qualche cosa da bere per tirarla su, prima. Ripensandoci era meglio di no: con la delusione che sembrava dovere patire da un momento all'altro l'alcol l'avrebbe resa una compagnia frignona e fastidiosa. La sentì trattenere il fiato, e si rese conto che era rimasto con lo sguardo puntato su di lei, senza davvero vederla, sovrappensiero.
La ragazza si era portata una mano davanti alla bocca. Con l'altra, quasi in lacrime per l'emozione, indicava nel parco. Seguendo la traiettoria del braccio e del dito che lo terminava, gli occhi di Joshua arrivarono a delle luci che fluttuavano davanti alla statua derelitta di chissà chi. E queste luci parevano lasciare una scia come di polvere, che cadeva lenta e si disperdeva in fretta. E ce n'erano di tutti i colori: verdi, gialle, rosse, azzurre, bianche, viola. Di tutti i colori che si potrebbero dare a delle luci allegre. Senza parole, il ragazzo provò ad aguzzare lo sguardo, ma quelle cose erano troppo lontane, e troppo piccole, e non riuscì a cogliere altri dettagli. Si limitò a fissarle, allora, e altrettanto faceva Marlene.
Ad un certo punto le fate volarono tutte nella stessa direzione, scomparendo nel buio del parco deserto.
Al ragazzo ci volle ancora un po' di tempo per staccare lo sguardo dalle ombre dove prima avevano volato quelle cose. Quando lo fece incrociò quello dell'altra: uno sguardo felice, ebbro di trionfo. Non seppe cosa dirle, e lei si limitò ad attendere.
— Cristo... — fu tutto quello che infine lui riuscì a cavare fuori dalla sua gola secca. Aveva bisogno di bere qualcosa, e anche in fretta.
Marlene gli si gettò al collo. Era il suo modo per iniziare a festeggiare la cosa. La seconda parte dei festeggiamenti doveva assolutamente includere un pasto. Così non pensò nemmeno di rifiutare quando Joshua propose di andare ad un pub che aveva visto arrivando, vicino al georgiano del felafel.
Il pub in questione era piccolo e aveva un'aria molto familiare. Di più non si può dire, perché i due amici, presi come erano dai loro pensieri e da ciò che avevano visto, non registrarono nessun dettaglio. Si sedettero ad un tavolo. Joshua lasciò la giacca di simil-pelle blu sullo schienale della sedia ed andò ad ordinare due guinness, e chiedere che c'era da mangiare per Marlene. Visto che la ragazza si era dichiarata disposta a infilarsi in pancia qualunque cosa, le ordinò un po' dell'arrosto di maiale al miele-e-mostarda con patate che c'era stato per cena. Mentre aspettava le due stout, stette appoggiato al bancone fingendo di badare al gruppo che si stava preparando sul piccolo palco del locale. Fisarmonica, chitarra acustica, arpa, flauto. La ragazza dell'arpa (arpista?) era già seduta al suo posto che accarezzava lo strumento con gli occhi chiusi, un mezzo sorriso, un'aria nel complesso divertita ma concentrata, come se cercasse di capire, appena sfiorando le corde, se tutte le note sarebbero suonate come dovuto. Ecco le sue due pinte.
Anche Marlene stava guardando il gruppo. Accolse con piacere la birra che gli portava l'amico, e con un po' di dubbio l'ordinazione che aveva fatto per lei.
— Domattina a che ora apre il parco? — Chiese lui tutto ad un tratto.
— Non so... Non sono nemmeno sicura che apra. Hai visto in che stato è?
— Se non apre, tanto meglio.
— Ma che ci vuoi fare?
— Voglio andare dove abbiamo visto volare quelle cose
— Fate — lo interruppe.
— Ok, le fate. — Acconsentì Joshua abbassando la voce. — Voglio che andiamo lì.
— E perché, scusa?
— Perché quella specie di scia, di polvere colorata che si lasciavano dietro. Deve essere finita per terra quella roba. E allora dobbiamo raccoglierne e capirne di più.
— Certo, cazzo. — Rispose Marlene, illuminandosi (anche perché aveva adocchiato un piatto uscire dalla cucina) — Non ci avevo mai pensato.
Nell'istante in cui il cameriere stempiato sulla cinquantina posava il piatto davanti alla ragazza, nel pub cadde il silenzio. Il gruppo era pronto e stava per cominciare. Joshua si guardò un attimo attorno, e scoprì che erano sicuramente i più giovani in quel posto. Tutti i clienti sembravano avere quasi l'età del tizio che li aveva serviti, se non di più, tranne un ragazzo sulla ventina che se ne stava in un tavolino d'angolo, dando col viso verso il posto vuoto contro il muro. Ora anche lui però guardava verso il palco, in attesa.
Le prime note giunsero dalla voce dell'arpista, che ancora teneva gli occhi chiusi, e né Marlene né il suo compagno avrebbero saputo dire se erano parole o che altro. Sicuramente non le capivano, quindi potevano tranquillamente essere semplici suoni. Lentamente tutti gli strumenti si unirono alla canzone, e nel pub ripresero i dialoghi, con toni sommessi come a non volere disturbare i musicisti. Il ragazzo nel tavolo d'angolo si mie a parlare da solo, conferendo ad ampi gesti con un interlocutore inesistente, ma nessuno parve farci caso, e quindi anche Joshua decise di ignorarlo.
La mattina seguente i due si trovarono davanti a scuola con largo anticipo rispetto alla campanella, e presero il bus per andare al parco dei principi. Trovarono chiuso, ma non si scoraggiarono. Mentre Marlene faceva da palo, l'altro scavalcò il cancello. Guidato dalla memoria e dalle mezze indicazioni dell'amica, fu sul punto dove le fate avevano volato. Si guardò per terra, tra i piedi, ma niente. Non c'erano polveri colorate. Si mise gattoni per controllare meglio. Né polveri, né null'altro di insolito. Niente di niente. Rimase lì per un bel po' a trascinare il naso per terra, col ritmo e il volume delle bestemmie che aumentavano man mano. Neanche le imprecazioni però cambiarono la faccenda. Non c'erano tracce delle creature che erano volate su quel punto la sera prima.
All'ennesimo — Cazzo! — Marlene rispose.
— Basta, se non c'è niente non c'è niente. Vieni fuori.
— Ma non è possibile...
— Nemmeno che ci fossero delle fate ieri sera lo era...
— Cazzo...
— Ok, hai messo in chiaro la tua opinione. Ora andiamo a fare colazione.
— Dobbiamo tornare.
— Va bene...
— E sai cosa? Chiamiamo Marco e Andrea, e gli diciamo di portare una telecamera.
— Giusto. Dopo colazione andiamo a vedere se Marco è a casa.
— Perfetto.
Così dopo colazione andarono dal loro amico Marco, che abitava con la sua ragazza Andrea in un appartamento per universitari, e che aveva una telecamera perché studiava per diventare regista. Andrea non c'era, ma Marco fece che accettare la proposta per entrambi, dichiarandosi scettico ma ben disposto, nel caso si fosse sbagliato, a riprendere delle vere fate.


Il giovedì Marlene e Joshua si presentarono alla stessa ora. Come la volta precedente, per scaramanzia o fame, il ragazzo si presentò con un felafel. Il che fece ridere l'amica.
— Cosa?
— Niente.
Poi arrivarono Marco e Andrea. Lui era armato di una telecamera piccola piccola, ma che garantì essere perfetta per riprendere qualunque cosa con qualunque luce. Lei si era messa addosso i vestiti più sgargianti che aveva trovato nell'armadio, perché pensava che sarebbe stato il modo giusto di agghindarsi. Si era anche ricoperta il viso di trucco colorato, come si potrebbe dipingere la faccia di una bambina per carnevale. Joshua aveva la sua giacca in simil-pelle blu, slacciata, ed un paio di jeans; i suoi capelli erano disposti in una maniera talmente caotica che si poteva pensare solo fosse dovuta a ore davanti ad uno specchio. Marlene indossava il suo spolverino; teneva i capelli sciolti, ma sopra ci portava un basco morbido che non si faceva notare troppo. I suoi occhi erano tra l'argento e l'oro. Marco si era infilato dentro ad una camicia chiara, e poi in un gilet a tinte smunte ed un paio di pantaloni slavatissimi. Aveva i suoi occhiali inutili (dovevano servire per riposare gli occhi, tipo quando usava il computer, ma li portava sempre, e quindi erano inutili) e la tracolla della telecamera.
Le nove. Da qualche parte sicuramente delle campane stavano suonando nei loro comodi campanili. Marlene non ne sentiva: fissava le ombre del parco fremendo per l'attesa. Dentro di sé sapeva che non sarebbe stata delusa. Joshua dubitava di avere visto ciò che aveva visto la volta precedente, e pregava di non essere considerato pazzo: quelle fate dovevano ricomparire. Marco si era già stufato di aspettare. Aspettare era una cosa da fotografi: lui doveva cogliere la vita, il momento, e questi erano sempre in moto e non si fermavano ad aspettare. Andrea non sapeva cosa pensare, ma d'altronde lei non lo sapeva mai. In genere si limitava a non pensare affatto: l'importante era dare all'esterno l'impressione di essere a proprio agio, buttando magari vaghi commenti privi di significato ed aggirando le domande dirette.
Un altro rintocco da qualche parte dichiarò che erano le nove e un quarto.
— Beh, si fanno attendere le vostre amiche... — Dal tono di Marco era palese che si sarebbe divertito a deriderli pubblicamente non appena gli si fosse presentata l'occasione.
Joshua rispose bruscamente. — Che cazzo vuoi che ne sappiamo?
— Tranquilli ragazzi. — Si interpose Andrea, tutta moine. — Non è il caso di arrabbiarsi, mi pare. Siamo usciti una volta noi quattro tutti assieme, approfittiamone per berci qualcosa e fare quattro chiacchiere da amici, no?
— Per me va benissimo. — La appoggiò Marco. — Purché nessuno tiri in ballo elfi, orchi, o altre cazzate simili.
Senza dire niente, Marlene se ne andò. Joshua, mandando affanculo gli altri due, la seguì preoccupato. Andrea disse che non era modo di comportarsi, e Marco dichiarò che si sarebbero calmati e avrebbero sistemato le cose. Loro due se ne tornarono a casa, passando subito a parlare di nulla con spensieratezza.
Marlene e Joshua tornarono al pub, appena lei riuscì a convincersi che non avrebbe pianto dalla delusione, e lui fu in grado di non essere troppo acido per la figura fatta. Non c'erano gruppi che suonavano, e nemmeno l'arrosto.

Eh be, la signora in giallo...

Author: GiAn /

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