One shot

Author: The_Dreamer /

Premessa:
Dicasi one shot per quanto riguarda una sessione di gioco di ruolo o racconto un qualcosa di molto breve. Mi è venuto in mente di dedicare il racconto ad un mercenario assorbito completamente dal lavoro. Ecco l'incipit.
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Il fumo della sigaretta si attorciglia in una sottile, eterea voluta, poco più che uno sbuffo, ma appena raggiunge le mie narici, è sufficiente a farmela desiderare.
Sputo, e sento il tacchino precotto ingollato poco fa che risale il mio esofago; il flusso caldo di vomito mi ustiona la gola, già martoriata gravemente.
Fottuti figli di puttana...io gli chiedo una sigaretta e loro mi tagliano la gola.
Odio questo lavoro...

Il mio nome è Chambers, Elmer Chambers e se mi avete incontrato, qualche volta, non vi biasimo per quello che potreste aver pensato di me.
Mi drogo per lavorare e lavoro per drogarmi, come si dice nel giro sono un "dead man walking" o uno "zombie" ma la verità è che mi sento bene.

Ci sono momenti, nella vita di un soldato, in cui vorresti chiuderti in un angolo e piangere. Non per te o per le persone che hai ammazzato...semplice valvola di sfogo quel pianto.
Io non ho mai avuto la possibilità.

Nè la voglia in ogni caso.

E' il mercato che lo esige. La reputazione per un mercenario è tutto. Puoi anche beccarti una pallottola e morire come un cane in qualche guerra-fantasma in Cambogia o Colombia e se ti sei sempre comportato da duro nell'ambiente sarai ricordato, ma pisciati addosso una volta e puoi scordarti di lavorare. Diventi una macchina a poco a poco...le cose iniziano a cambiare nome e significato. Bambini sulla linea di tiro non sono più "innocenti" ma "moscerini", per la facilità e la quantità che ne crepa con una bomba (che in quel caso chiamiamo "insetticida")
So di farti schifo, ma credimi, tu ne fai di più a me.

E' per mantenere il tuo stile di vita che ammazzo persone. E' per mantenere il tuo stile di vita che combatto delle guerre. E' per te che lo faccio.

Se qualche bambino muore nel frattempo tu non te ne accorgerai mai, a meno che qualche fottuto colletto bianco della NBC, CBS, FOX o altro decida che lo devi sapere, per piangerci un pò su e aumentare lo share.

Ma sto divagando.

Voglio raccontarti di come siamo finiti qui.

Fine prima parte

2 wheeled heart

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Lungo Hudson Street, col tramonto a sinistra e l'acido lattico che pompa nelle cosce. Il traffico della sera che strombazza e puzza tutto intorno (maledetti taxisti immigrati e le loro carrette a gasolio). Un calcio al paraurti di un qualche idiota che esce dalla tredicesima alla cieca, senza guardarlo in faccia. Il clacson già alle spalle all'incrocio con la quattordicesima, mentre si tuffa in mezzo ai pedoni, costringendoli a scansarsi di qua e di là.
È l'ultima consegna della giornata. Ancora tre chilometri dritto sulla nona, fino quasi all'incrocio con la cinquantaseiesima, ed anche per oggi avrà finito. Non è stata una giornata pesante: poche consegne, e tutte più o meno nella stessa zona. Questo vuole anche dire che la paga non sarà altissima, ma fa il pari con il fine settimana passato, in cui aveva stabilito il suo record di chilometri.
Trentaquattresima e quarantaduesima. Ancora un chilometro.
Shane non era il più veloce della compagnia di corrieri, né il più puntuale, ma forse era quello che traeva più soddisfazione dal suo lavoro. Correre con la bici in mezzo al traffico di una metropoli era il suo piccolo sogno da quando, ancora ragazzino, aveva letto Virtual Light. Per lui New York valeva San Francisco, fintanto che poteva pedalare.
Citofono o porta aperta? La seconda.
L'ingresso del palazzo puzzava di polvere e birra dimenticata in qualche angolo. La bici bagnava il pavimento con l'acqua delle pozzanghere putride lasciate dalla pioggia della mattina, ma Shane, dopo avere gettato uno sguardo intorno pensò che forse stava facendo un favore alla donna delle pulizie.
Il corriere mostrò la spalla col badge al portiere. “Consegna al B124.” L'altro appena annuì con gli occhi, ritornando a impolverarsi dietro al suo giornale. Davanti alle porte dall'aria decadente dell'ascensore: una cartina smunta del palazzo ed un cartello di fuori servizio.
“Merda.” La fatica sui pedali gli andava più che bene, ma i gradini gli rimanevano sempre sullo stomaco. Catena all'inizio del corrimano per assicurare la bici, e poi fino al secondo piano, scivolando un poco sul metallo che avrebbe dovuto fermare la plasticaccia anti-scivolo, o forse della moquette (quelle scale avevano un'aria da moquette, effettivamente). Poi a destra, contando i numeri sulle porte, tutti pari, crescenti a destra e decrescenti a sinistra. A metà corridoio ecco il 124.
Toc toc coi guanti, fatti di un tessuto il cui nome è protetto da copyright. Dei grugniti da un punto non precisato dietro al legno. Uomo, quarantina, barba mal fatta e vestiti sporchi; puzza di sudore e birra mischiati sulla maglietta; pantofole. Invece ad aprire la porta è uno che sembra appena uscito da un'importante università di economia, infilato in un abito che ha tutta l'aria di costare più che quell'appartamento squallido. L'unica pecca sono i capelli un po' stropicciati, e forse lo sguardo spento dove ci si aspetterebbe il sorriso di un vincente.
“Una consegna per Mr. K. Ross.” Un pacco della forma di un cartone da pizza, ma più piccolo. Una mini pizza, ma più pesante del dovuto, e senza i profumi e untumi d'ordinanza.
“Sarei io.”
“Dovrei vedere un documento, se non le dispiace.”
“Certo.” Ed eccolo! Mentre infilava la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, dove un newyorkese non dovrebbe mai tenere il portafoglio, il sorriso da vincente del vero bugiardo. Il pezzo di plastica che presenta, comunque, convince il lettore di ID, per cui Shane può dirsi soddisfatto, salutare, e tornare dalla bici e sulla strada. Stavolta il portinaio polveroso non lo degna neppure di un battito di ciglia, per non disturbare lo sporco faticosamente accumulato stando immobile al suo posto.

Il cielo sporco della metropoli promette di pisciare sulle teste dei newyorkesi ancora un po' di smog, mentre Shane pedala verso il Bellevue, ciclista e non più corriere. La radio gracchia il suo nome. È Phil Thomas, il capo, che lo cerca.
“Dimmi capo.”
“Stacchi per oggi?”
“Sì. Te l'avevo detto che era il mio ultimo giro.”
“Merda. Ne ho una comoda comoda dalle tue parti.”
“Non c'è nessun altro?”
“Per dove sei, è davvero una cosuccia comoda comoda...”
“Mi spiace capo, ma sono sul serio di fretta, ora.”
“Fanculo, devi una birra a Carmen.”
Carmen, all'anagrafe William Carmelo, per chi ancora si cura di queste formalità. Un ispanico dell'agenzia nato nel Queens da una famiglia con sangue che arrivava da ogni continente. Aveva già quel soprannome quando Shane lo aveva conosciuto, e non aveva voluto raccontargli niente a riguardo. O era gay, o era un transessuale part-time, o c'era dietro una storia più complicata e divertente.
“Il bastardo è musulmano, quindi è come se gliel'avessi già pagata. Salutamelo e ringrazia.”
“Fottiti ragazzina. Buona serata. Spero che la tua donna almeno te lo succhi come si deve.”
“Sto andando da mia madre, capo.”
“E quindi?”
A questo punto Shane chiuse la linea: che altro poteva fare?

Il Bellevue era vicino, ormai. Tagliando nel centro ospedaliero dell'università, con la notte che svogliata incombeva, ecco che si avvicinava la griglia dove il corriere assicurava la bici. I lampioni si stavano svegliando dai loro sogni diurni, perché nessun uomo potesse conoscere il buio.
La porta automatica lo stava aspettando, e si spalancò lungo le sue rotaie mentre lui le andava incontro. L'infermiera della reception sembrava la copia femminile di quell'ultimo portiere: lo stesso sguardo vuoto, come un televisore fisso su un canale inesistente; la stessa polvere, come quella su di un soprammobile di cui ci sia dimenticata l'utilità; lo stesso contegno strafottente da nullità che vuole mostrarsi superiore.
L'ascensore lasciò tutta la giornata fuori. Chissà chi avrebbe incontrato oggi in camera di sua madre: la giovane ballerina innamorata, la donna malata e consapevole, una via di mezzo... Quell'immondizia che lei aveva in testa e che stava sostituendosi al suo cervello rivelava continue sorprese.
“Mamma...”
“Shane, bambino mio! Che bello vederti.”
I capelli sciolti le nascondevano il cuscino in un'inondazione di ricci. Dalle lenzuola azzurre spuntava il suo pigiama, dello stesso colore delle lentiggini che le avevano gettato in viso da piccola.
Ecco la solita domanda idiota. Zero originalità, tutta sincerità.
“Come stai mamma?”
“Oggi va molto bene. A cena c'era un buon purè, con un arrosto decente. Tu hai già mangiato?”
“No, mangio qualcosa più tardi quando torno a casa. Torno ora da lavoro.”
“Ancora in giro in bici a portare i pacchi a spasso a fare la pipì?”
“Sì mamma. Le lezioni riprendono tra più di un mese, quindi ho tempo di mettere da parte qualche cosa.”
“Ma non ti serve davvero, con lo stipendio di tuo padre e tutto il resto.”
Suo padre era stato un ricercatore per molte aziende tra Europa e Stati Uniti. Era morto da un anno dalle parti di Parigi, nell'incendio del laboratorio dove si trovava. Shane ancora non si capacitava dei fermimmagine presi dai filmati della sorveglianza: una palazzina di due piani, poi una palla di fuoco (sfocata dal rumore elettrostatico sulla telecamera), poi pozzanghere dove prima c'era l'edificio, e suo padre sparso in una o alcune di quelle, in qualche modo fuso con tutto il resto nell'incidente. L'assicurazione aveva pagato sontuosamente, e la pensione era copiosa, ma il grosso Shane lo teneva per le spese mediche della madre. Lui si accontentava di un mezzo cubicolo che nel complesso Hitachi chiamavano appartamento, e del necessario per vivere. Per coprire le necessità di svago usava la sua paga ed il suo tempo libero.
“Non posso mica starmene fermo a fare niente, no?”
“Come vuoi... Quand'è che sei venuto qui l'ultima volta? Era ieri o due giorni fa?” La memoria scarsa era stato uno dei primi sintomi, ed all'inizio ci scherzavano su tutti e tre.
“Ieri. Passo tutto le sere.”
“Giusto. Beh, dopo che te ne sei andato è passato tuo padre. Mi ha sorpresa perché pensavo fosse ancora in Europa. Ma mi ha voluto fare una sorpresa, perché non mi aveva detto niente che tornava.”
“Quel bastardo non mi ha detto nulla neppure a me!” Tenerle il gioco, non dirle niente: quante volte l'aveva fatto, negli ultimi tempi? Mentre lei inesorabile scalava la sua parete verso la fine, sempre più spesso si immaginava questi incontri con suo padre. Shane non soffriva la sua mancanza, ma sentiva di non essersi ancora separato da lui, come se non fosse convinto della sua morte: ogni volta che incombeva l'argomento, gli saliva un nodo di acido alla gola.
“Ah, non l'hai ancora visto? Deve avere avuto qualche impegno, e non avrà voluto disturbarti solo per dirti che era in giro, così non ti sei sentito obbligato a incontrarlo sputtanando i tuoi programmi.”
“Vabbè...”
“Comunque, cosa dicevo? Ecco, mi ha detto di dirti, poi quando ti vedevo, di spicciarti a trovarti una bella ragazza, possibilmente europea, perché ultimamente aveva voglia di nipoti.”
“Cosa?”
“Così mi ha detto. Ha detto che le europee come me sono meglio delle americane, perché camminano più vicine alle loro radici. Sai come parla sempre, no? Mezzo per enigmi...”
Per un po' andarono avanti a parlare, raccontandosi la vuotezza delle rispettive giornate, cercando di infarcire il tutto per renderlo più interessante. Dopo qualche minuto, cominciarono a finire ancora e ancora sulle stesse parole: Shane si tirò fuori dal circolo vizioso augurandole la buona notte. Prima che potesse chiudere la porta, lei si era assopita.

Né un cenno del capo né un gesto della mano smossero l'infermiera alla reception, fossilizzata nel suo costume di acari. Ecco la bici, ignara della sera che stava sorgendo dal fiume. Cuffie nelle orecchie: brani tristi, brani allegri, brani infantili, vecchi successi, nuove ed effimere hit.
Via dal fiume, sulla prima, e poi in Stuyvesant Square, ad ordinare del pollo con noodles nel minuscolo locale thai all'angolo. Tutti i posti liberi, il tizio dietro al bancone che gratta le pentole. Oltre a questo c'è solo il rumore di Shane che mangia, a tenere fuori il traffico, Shane che non vede l'ora di mettere le mani sui rubinetti della doccia, a casa, e poi immergersi sotto le lenzuola col portatile sulla pancia a vedere un film. Il locale aspetta senza fretta di tornare deserto, l'acciaio dell'arredamento freddo e artificiale tutto intorno a lui, pronto a vibrare delle sue note private non appena non ci sarà più nessuno ad ascoltarlo.
Di nuovo a pompare sui pedali, alla volta del Greenwich Village e dello stupro paesaggistico che aveva di fronte: il complesso abitativo Hitachi, un numero incalcolabile di cubi di cemento incassati uno tra gli altri, cubicoli che chiamavano case; una maxi-mensa, frequentata da chi non aveva tempo di procurarsi qualcosa di vero da mangiare; stanze comuni, in cui il piano originario prevedeva bar e parchetti sintetici, ma dove stalagmiti di urina incrostavano gli angoli. Casa, per Shane, che tutto sommato non viveva male nella sua scatola grigia, che più che altro rappresentava una doccia ed un letto facili ed un contenitore per le sue cose.
Il tastierone di combinazione e citofono all'ingresso lo rattristava un poco, col suo blu tecnologia tanto sporco e consumato da parere una sfumatura tra il grigio topo ed il grigio ciminiera, col fatto che tutta l'umanità in quel casermone veniva ridotta a combinazioni di dieci cifre, sia che volesse entrare sia che la si cercasse. Un omone nero nero, le cui spalle nella vita precedente erano state il bullbar di un tir, occupava la porta sussurrando nel microfono, troppo vicino, a parere di Shane, per farsi mettere a fuoco dalla telecamera. L'aveva già visto altre volte sotto casa sua, siccome una volta aveva una mezza storia con una che abitava lì nell'Hitachi. L'aveva anche visto in giro, bazzicare per posti dove tutti sapevano potere trovare di tutto.
Al ronzare dell'apriporta, l'omone sospinse dentro la sua massa; Shane gli schizzò dietro come un'ombra, trascinandosi assieme la bici. Scambiandosi mezzo sguardo imbarazzato, un quarto a testa, entrarono nell'ascensore. Per Shane solo sette piani, un breve corridoio, e poi la pace della sua tana. Stasera non voleva fare e sapere niente: niente feste, niente locali con gli amici. Se la sentiva che era una di quelle serate da stare tranquilli con sé stessi, andare a dormire presto, riposare.
Finalmente la doccia che si era promesso. Intanto la bici si concedeva già il meritato riposo bagnando le stuoie che le facevano da letto, mentre la luce della strada attraverso la finestra percolava lenta a rischiarare timidamente il monolocale spoglio. Poi, ecco il momento delle lenzuola, fresche e piacevoli sulle gambe stanche del corriere. Per un attimo l'idea di guardare un film parve anche sensata, ma affogò rapida nella nebbia dei sogni.



Shane era nel letto. Il materasso era più grande di come lo ricordasse, lungo e largo quanto la sua stanza. Tutto era immerso in un buio particolare, un po' blu, in cui si distinguevano chiaramente le forme. Nel corridoio, fuori dalla porta aperta del suo appartamento, correva una nebbia fluorescente. Lui faticava a tenere gli occhi aperti per il sonno, ma li spalancò quando sentì che il materasso si spostava in risposta ad un nuovo peso: una ragazza si muoveva gattoni, scostando le lenzuola, senza guardarlo. Capelli corti, probabilmente chiari. Non gli riusciva di scorgerne i lineamenti, ma dove era scoperta la pelle nuda era chiara come la luna.
Shane si mise a sedere, col lenzuolo che gli cadde di dosso sulle gambe, e si accorse che sul letto c'erano molte lenzuola, tutte misteriosamente appuntate a dovere. La ragazza si spostava dall'una all'altra, sempre gattoni, e lui non sapeva ancora distinguerne il volto. Sentendosi le labbra pesanti di sonno chiuse per un istante gli occhi, per riaprirli un tempo qualunque dopo, quando lei gli si sedette sulle cosce. Guardandole la linea della schiena nuda, seppe limpidamente che avrebbe dovuto iniziare a massaggiarle il collo. Lei lasciava che la testa le ciondolasse da una parte e dall'altra, mentre le mani di Shane scioglievano la giornata dal suo collo, dalle sue spalle. Prese a muovere il bacino avanti ed indietro, sempre seduta su di lui e dandogli le spalle.

Shane si svegliò triste e con un'erezione umida. Era ancora piena notte: sbuffando si girò sull'altro fianco e si riaddormentò.

Di nuovo la stanza e il materasso erano lì trasformati. La riconobbe dai capelli e dall'odore, ma ancora non riusciva ad afferrarne i lineamenti. Erano coricati, lei sopra di lui, lui dentro di lei, lei che si muoveva avanti e indietro e da una parte e dall'altra, come un serpente che strisci, ma senza spostarsi da dove era.

Ancora Shane si svegliò, con le stesse sensazioni di prima. Trovò la forza di raggiungere il frigo per bere un po' d'acqua, prima di immergersi finalmente in un sonno immemore.

Racconto di fate sul cemento (6)

Author: la zuppa / Etichette:

Era una mattinata di scuola. Una lezione di cinema su Robert Altman.
Il cielo era ossuto, fuori dalle finestre ovali antiproiettile. Marco stracciava una rivista di musica sotto il banco. In mille pezzi, quasi esatti. Andrea non riusciva a parlare con Marco, mentre con calma provava a girare una sigaretta di tabacco disgustoso. Marco aveva delle pesanti occhiaie che gli scavavano il viso. Sembrava Kinsky in Aguirre furore di dio. Picchiettava la punta del piede contro il piede del banco. Andrea notò che aveva iniziato a mangiarsi le unghie. Gli chiese cosa stava succedendo. Notò che si stava divorando il pollice.

-tu che dici dell’ultimo di Altman? Chiese Andrea a Marco, deglutendo.
Lui la guardò storto e aprì la bocca stracciata.
-che la troietta della Lohan ora non la ferma più nessuno-
-in che senso?-
Marco smise per un attimo di sbattere il piede. E per la prima volta guardò Andrea.
-nel senso che è una che fa la reginetta in tutti i film, in ogni film. Poi diventa un’attrice matura. un’intellettuale, c’è da scommetterci. E poi.
E poi la ficcherei in un costume da velociraptor per Jurassic Park 5-.

Marco distolse lo sguardo da Andrea. Tornò a succhiarsi il sangue dal pollice nascondendo un avambraccio sotto i brandelli di rivista.
-che esagerato, mica una deve essere etichettata una volta per sempre. E poi chissenefrega, ti ho chiesto del film, mica degli attori-.
-hai ragione-.

Andrea attraversò una corrente d’odio bollente.
-cos’ hai, Marco? Ti odio quando fai così-.

-ti devo parlare- si confidò Marco.
Andrea lo guardò preoccupata, nervosa.
Marco spazzò via i pezzetti di rivista e scoprì un corpicino inerme di donna, dalle dimensioni di un feto abortito al quarto mese. Andrea trattenne un urlo acidissimo e vomitò bile silenziosamente tra le gambe. Marco le accarezzò la schiena. Strappò un’ala dal corpo del cadavere della fata e la lasciò cadere a terra, leggera.
In quel momento il freddo dei colori dell’aula di cinema sembrava quasi accogliente.

-ieri qualcosa mi seguiva. Qualcosa come questa- indicò la fata con lo sguardo -le ho filmate, sono sicuro di averle filmate tutte, queste cose-.

Andrea guardava il professore fisso tra le rughe della fronte. Non parlava. Pensava che ci fosse scritto qualcosa, tra le rughe.
-Andrea-

In quel momento sentirono un colpo sordo provenire dalla finestra. Solo Marco e Andrea si voltarono. Quando videro una fata sanguinare sul vetro, Andrea strillò. Forte. Tutti si voltarono e non capirono. Andrea chiese scusa, poi chiese scusa ancora.
Marco notò una crepa nel vetro antiproiettile.

Fate sul cemento e trainspotting

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

Non so se qualcuno qui ha letto trainspotting. Io lo sto leggendo in questi giorni (in lingua originale è commuovente e illegibile, cazzo di scozzesi). Non è un romanzo, di fatto, qualunque cosa si possa dire a riguardo. Il libro è strutturato come una raccolta di racconti giustapposti uno dietro l'altro senza un vero ordine. Effettivamente non pare ci sia nemmeno un ordine cronologico, nè un racconto si presenta a continuarne un altro più o meno di quello prima o quello dopo.
Questo è più o meno quello che ho in mente con le fate sul cemento. Certo, i raconti fino a qui sono spesso in ordine cronologico, e quel che succede di uno si ripercuote sui successivi. Ma l'idea di fondo è che siano solo un insieme di racconti, accomunati dai luoghi e da alcuni dei personaggi, anche se i personaggi già introdotti possono anche solo apparire sullo sfondo a dare colore.

Detto questo, me ne vado in giro.

Restyling

Author: Jager_Master / Etichette:

Ciao ai pochi che leggeranno.
Suggerito da Alan e avvallato dal sottoscritto, il sito auspica un ridimensionamento.
Che dite se torniamo allo scopo originale del blog che è quello di SCRIVERE RACCONTI e non CHATTARE SULLA NONNA DI CHI SAPPIAMO?

Proporrei di togliere immagini sceme, chat, merda e quant'altro e rimetterci a sfornare racconti più o meno decenti.
Se poi nessuno vuol scrivere...amen. O lo chiudiamo o starà fermo per un pò. Ma vedo che bovaz ci sta mettendo impegno....direi di fare come lui.

Tutti d'accordo?

Racconto di fate sul cemento (5)

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

Gecko


Max. Max quella notte era andato a dormire con un'arrabbiatura col mondo da doposbronza, senza essersi neppure sbronzato propriamente. Poi, era tardi, ma un po' di luce superava incolume le vecchie veneziane scrostate della camera. La fatica che non aveva fatto ad addormentarsi, sentendosi ad un certo punto colpito come da un pugno allo stomaco, ma dall'interno, fatto d'aria ed un senso di colpa immotivato. Che cazzo.

Dopo troppo poco, il caldo. Estate di merda, che si fottesse con chi aveva deciso di accoppiarla con l'asfalto e l'umido. Via le lenzuola, scalciate in fondo al letto, ma ancora niente. Fu costretto ad aprire gli occhi. Gli spiragli che davano fuori gli dissero che non era più notte, ma neppure era giorno. Che odio quell'ora, quando tutto si sveglia e tu vorresti chiuderti profondo dentro la tua testa e gridare contro quell'emicrania che senti incombere, eh, Max?
E poi, ad un tratto, il freddo. Intenso, da far gelare il fiato. Eppure non tagliava come il vento invernale, da cui nessuna sciarpa era mai sufficiente a nasconderlo. Era solo. Quasi un rumore, o forse l'ombra di un movimento al limitare del campo visivo, attrasse il suo sguardo al soffitto. Lui era lì, e gli sorrideva velenoso con gli occhi malvagi.
“Ciao ragazzino.”
Questa volta un gecko. Non più il buon vecchio serpente, ormai tristemente familiare. Se ne stava lì piccino picciò appeso al soffitto, che sembrava l'avessero disegnato lì, non fosse che era davvero troppo realistico. Si riusciva a vedere il tipico viscidume del rettile.
“Ho una piccola curiosità per te: se potessi essere appeso per tutta la mia pelle, sarei lungo dieci metri.”
Il ragazzo di limitò a deglutire, come qualche anno prima, come qualche giorno prima. Era diverso, ma era indiscutibilmente lui.
“Ho anche una notizia: i debiti si pagano. E tu mi dovevi un pegno. Ma sono stato clemente, e non ti ho chiesto nulla. Hai fatto di testa tua, mi hai deluso. E avresti dovuto pagare. Ma sai che cosa abbiamo fatto?”
“Non lo so.”
“No, non lo sai mai, inutile moccioso. Abbiamo fatto pagare a chi di vita ne aveva più di te da perdere. Voglio solo che tu sappia chiaramente che è colpa tua, della tua pretesa che niente cambiasse. Adesso dormi verme.”

Il sole era alto dietro alle nuvole e allo smog colorato. Non l'aveva strappato ai suoi sogni neri. Era stato il clamore del traffico davanti alla facciata di casa sua. L'inutile clang clang degli ingranaggi della società che andavano al loro posto sempre uguali, sempre stupidi, senza capire, senza sapere niente della macchina che facevano trascinare stanca a mangiare sé stessa.
Erano sogni? Oppure no? Fissando il soffitto sapeva dove erano state incollate le zampe della bestia, ma voleva credere che fosse successo tutto nel mondo della sua testa, come aveva voluto crederlo le altre volte.
Si tirò seduto sul bordo del letto. Mentre lasciava che i suoi piedi cercassero le ciabatte, passò il tempo a grattarsi la pancia sudata, cercando di convincersi ad alzarsi del tutto. Passando davanti al bagno ebbe l'impulso di lavarsi i denti: non ne valeva la pena, decise. Scese per fare una tarda colazione, o pranzo, o merenda, o qualunque cosa comportasse riempirsi lo stomaco. Quel pugno interiore della sera era ancora al suo posto che batteva e batteva.
Sentì sua madre che piangeva in salotto: probabilmente la stupida era sul divano che guardava qualche soap opera idiota importata dal sudamerica. E invece:
“Max, Chad, tuo cugino, è all'ospedale. L'ha investito una macchina sta notte.”

Con quanta intensità si può arrivare a maledire sé stessi? Bestemmiando, i pezzi del puzzle cadevano al loro posto. Ogni pezzo che si incastrava, un taglio profondo per Max.
Il serpente.
Un taglio.
Marlene.
Un taglio.
Le fate.
Un taglio.
Chad.
Un taglio.
Il sogno.
Un taglio.
Sua madre.
Un taglio.

Mentre contava i pezzi della sua anima rimastigli fortuitamente tra le mani, ecco Max davanti al Jourdan, l'ospedale dove c'era il pronto intervento chirurgico. Quel pomeriggio non lo fecero entrare a vedere suo cugino, che era ancora in terapia intensiva dopo l'operazione d'emergenza della notte. Merda.

Riuscì solo due giorni dopo a raggiungere la sua camera. Non lo volevano fare entrare, bollandolo come un altro della processione di tifosi all'ospedale, ma aveva avuto rapporti professionali con alcuni degli infermieri, che lo riconobbero. Contando i minuti dal primo tentativo fino a quando arrivò alla porta della stanza, aveva immaginato ucronici passati alternativi in cui fosse riuscito a non fottere la sua vita, sbattendo ogni volta la faccia contro il muro rappresentato dal presente. Se si avesse avuto davanti, si sarebbe preso a sberle forte, fino a farsi bruciare le mani.
Chad, cazzo, sorrideva. Max era diviso tra gli impulsi di prenderlo a pugni, piangere, e buttarsi dalla finestra, così stava immobile a guardarlo dalla porta, con gli occhi puntati sulla maglietta che chiedeva a caratteri cubitali “Ask me about your mom.”
“Ciao cugino.”
“Cazzo è successo?”
“Eh, lei era così bella.”
“Che cazzo stai dicendo?”
“La ragazza. Mi han detto che si è lussata una spalla, poveretta.”
“Pezzo di deficiente, tu ti sei spezzato tutte e due le gambe e ti preoccupi della troia che ti ha investito?”
“No, non dico lei. Il tizio che guidava è morto quando sono arrivati i paramedici. Poveretto.”
“Meglio così. Se l'è meritato.”
“Non dire così. Nessuno merita una morte del genere.”
“Fanculo... Te piuttosto?”
“Sono innamorato.”
Max si limitò a fissarlo in silenzio. Cos'era quella rabbia che sentiva e non riusciva a deglutire? Era venuto a vedere come stava il cugino, soffocato dai sensi di colpa, ed ora se la pigliava con lui? Ma la sua calma non poteva non dargli al cazzo...
“Ora va meglio. Prima faceva un mal fottuto, ma poi un infermiere gentile mi ha drogato e ora non sento più niente. Spero non mi cominci a prudere il ginocchio, se no con ste ingessature divento scemo.”
“Idiota. È colpa mia.”
“Ecco mio cugino: pronto a dichiararsi responsabile di ogni male del mondo, dal buco dell'ozono alla televisione. Ti sei ripreso dall'altra sera? Eri piuttosto giù...”
“No, ascolta, devi ascoltarmi.”
Max si avvicinò in un solo passo al capezzale: non sopportava più il sorriso di Chad.
“Di qui non mi muovo, cugino.”
“Sono serio, guardami. Ti parlo seriamente, o sono completamente pazzo. Probabilmente è così. C'era il serpente, che mi ha chiesto di uccidere Marlene, e Joshua, e quelli. E io ho accettato, tipo. Ho preso la spada e l'armatura, e giovedì sera sono andato al parco. Ma non ce l'ho fatta. E c'erano le fate. È colpa loro. Sono loro che mi hanno fermato. Tutti i colori, non il nero. E ieri è tornato il serpente, solo che era un gecko, e mi ha detto che era deluso. E che dovevo pagare, ma avrebbe pagato chi aveva più da perdere, al mio posto. Capisci?”
Da qualche parte nel discorso erano scese delle lacrime, e ora il ragazzo si reggeva la faccia, cercando di ignorarle. Oltre il suo sguardo annebbiato vedeva Chad che non sorrideva più.
“Cugino, sono preoccupato per te. Seriamente. Che storia è questa? Che cazzo stai dicendo?”
“Ho ancora la spada sotto al letto. Non l'ho più toccata. Non mi sono neanche osato di guardarla.”
“Per favore, Max, vai via e cerca di tranquillizzarti un poco prima di tornare.”
E Chad era serio quando lo diceva.

In corridoio incrociò una ragazza col braccio appeso al collo. Lei lo vide e gli sorrise. Gli pareva di averla già vista da qualche parte. La odiava: sapeva che appena non l'avesse potuta sentire avrebbe riso di lui.

Racconto di fate sul cemento (4)

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

Chad

Semplicemente non era preparato: nei 22 anni passati a camminare le strade del mondo niente lo aveva preparato al puro e semplice dolore fisico. Era bastato un bicchiere di troppo, il piede appesantito dall'ora tarda, forse una pozzanghera, di quelle che per tutta la primavera fiorivano sull'asfalto. L'auto aveva sbandato, lei si era trovata in mezzo. Per un poco aveva tardato a riconoscere le grida: che razza di animale poteva ruggire in tale modo? Che crudeltà potevano avergli inferto? Invece era lui. Alla fine se ne era reso conto: non era preparato al puro e semplice dolore fisico.

Chad fino a quel giorno si era mosso in una sorta di aura di invulnerabilità, o almeno aveva dato questa impressione. Il bambino grande e grosso che era stato non aveva mai subito le violenze dei compagni, nemmeno di quelli più grandi di lui. Dotato negli sport, era più facile fosse lui a fare male a qualcuno che non viceversa, nonostante la delicatezza con cui cercava di muovere la sua mole. Il rugby era parsa la scelta giusta, ai suoi genitori, già alle scuole elementari, quando il loro figliolo le suonava sui campi a quelli delle medie.
Gli allenatori, nel tempo, ci avevano provato: volevano tramutare il sorriso nei suoi occhi in uno sguardo che incutesse terrore negli avversari. Gli sarebbe bastata anche fosse solo finzione, ma non c'era niente per cui Chad non sapesse sorridere, sul campo. Era temuto, perché correva di più, placcava di più, spingeva di più. In un paio di occasioni qualcuno ci aveva provato a fargli male, riuscendo solo a rischiare infortuni più o meno gravi.
Chad, ovviamente, non era perfetto. Essendo quel che era nello sport, non poteva pretendere di essere anche tagliato per lo studio. Così, mentre trascinava i suoi compagni verso l'area di meta, aveva bisogno che qualcuno lo trascinasse a scuola, e gli ficcasse in zucca quel tanto che bastava a superare gli anni. Sua madre scuoteva la testa; suo padre era segretamente compiaciuto del suo campione.
Ai tempi del liceo, ecco i primi soldi precoci. Chad e la famiglia si trasferirono per seguire la carriera del piccolo. La nuova scuola era più facile, la società aveva permesso a suo padre di trasferirsi a lavorare in un'altra filiale della stessa banca nella nuova città, ma a Chad mancava il suo cuginetto Max: per lui era un poco come un fratello minore, e lo proteggeva dove l'aria dell'altro lo metteva nei pasticci.
Decise di non pensarci, e si gettò a capofitto nello sport. In un paio d'anni, fu già tempo di prima squadra: un esordio coi fiocchi, coronato da una meta. Gli avversari sarebbero stati facilmente asfaltati anche senza di lui, ma era cominciato il suo cammino tra i big.
Da lì in avanti, poco da dire: giocava bene, poi un po' meglio, poi meglio ancora, e sempre meglio. Gli anni andavano avanti così. Per quel poco che la stampa si interessava al rugby, tendeva ad interessarsi a lui, che pian piano diventava una sorta di personificazione mediatica di quel gioco. A parte questo, niente deviò di un grado la sua traiettoria da stella.

E ciononostante, eccolo, quella fatidica sera, impreparato. E dire che col suo gioco, di botte ne aveva prese, si direbbe, da sapere cosa aspettarsi. Nessun infortunio grave in carriera, ma comunque...
Lì, nella sua vecchia città, che chiamava da sempre casa. Un birra con i vecchi amici. Poi un'altra. Max sembrava strano, assente: da solo in disparte bofonchiava di fate, serpenti, e di quella ragazza che gli piaceva da un po'. Ancora una birra per tirare su Max, poi una per brindare al fallimento della prima. Piano piano la compagnia si disperse, ciascuno trascinato sulla strada dalla vita e dal giorno che sarebbe venuto.
Lui e Max, al bancone, ultimi in quel pub, bevevano la loro birra in silenzio: la musica e il vociare della serata avevano lasciato il posto allo strofinare del panno sui tavoli; le gran pacche sulle spalle e le grasse risate erano rimpiazzate dal fruscio della scopa.
Il cuginetto ancora non aveva tirato fuori il casino che gli si ingarbugliava in testa: non è mica che aveva cominciato a darsi a quella roba che prima si limitava a dare? Ma no, non era il tipo. Eppure, le fate...
“Scusa per la serataccia che ti sto facendo, cugino...”
“Figurati. Il buon umore l'han portato gli altri. Tu vuoi spiegarmi che ti piglia?”
Max si limitò a sbuffare, emettendo un poco di quel vuoto di cui sentiva piene tutte le sue interiora, ma tornando a berselo l'istante dopo dal boccale.
“Sempre la solita ragazza? Come si chiama? Marlene, vero? Qualcosa del genere, mi pare...”
“Lei, sempre lei, non solo lei... La situazione è un bel casino, di certo. Oppure sono semplicemente impazzito del tutto.”
Chad fece segno al proprietario se poteva andare dietro al bancone a servirsi un bicchierino. Cliente di lunga data, gli fu concesso il privilegio. Mentre sceglieva il whisky e puliva due bicchieri, continuava a rivolgersi all'altro:
“Ma vuoi spiegarti cazzo?”
“Se ti dicessi che il diavolo mi ha chiesto di uccidere una persona, ma non ho potuto farlo perché ho visto delle fate danzare e sono rimasto illuminato, mio malgrado?”
“Mi riprenderei il bicchiere che ti ho appena versato.”
“Scusa, devo proprio andare.”
Chad rimase senza capire a guardare l'altro alzarsi veloce e prendere la porta.
“Che diavolo...?”
Bevve anche il bicchiere del cugino, brindando allo spazio dove le sue spalle avevano attraversato l'uscio, poi diede una mano a riordinare il locale, nonostante venisse supplicato di lasciar perdere.

Che ore saranno state, quando Chad si scoprì impreparato? Alle tre si era bevuto un ultimo bicchierino per salutare il pub, rimesso in ordine. Poi si era messo in marcia verso la sua vecchia casa, pochi isolati più in là, chiedendosi dove andasse a finire tutto l'alcol che trincava ogni volta, senza riuscire a farsi neppure barcollare. Se ne stava sulle sue, nascosto tra i suoi pensieri, cercando di interpretare Max; intanto i suoi occhi sorridevano tutto intorno, riconoscendo ogni dettaglio tra quelli visti in passato: le crepe nei marciapiedi, il gatto rachitico di quella vecchia che lo spaventava da bambino, l'ombra bassa della nebbia che gli correva tra i piedi cercando di farlo inciampare.
Improvvisamente l'innominabile: come un'apparizione, una ragazza che non aveva mai visto, che non era nemmeno mai riuscito a sognare, o non avrebbe mai voluto svegliarsi. La vedeva, solo pochi passi più avanti sul marciapiede, e stava per spalancare la bocca, sbavare magari. Gli camminava incontro; parve notarlo; sorrise. Ecco, finalmente era felice: ricambiò, e voleva dire qualcosa, mentre i loro passi tardi li portavano a portata di voce, poi di sussurro, poi di mano.
Ma il rumore! Non se lo aspettava, non c'era tempo di pensare: era il genere di situazione per cui Chad era nato.
Come fosse un fiore, sollevò la ragazza tra le mani. L'auto sollevò sé stessa, appena un poco, con le gomme che usavano il bordo del marciapiede come un trampolino. Il paraurti centrò Chad proprio sopra il ginocchio: solo il ragazzo sentì il crack di ossa e articolazioni, e solo perché proveniva da dentro di lui. Per la ragazza, per il conducente ubriaco, per gli abitanti delle palazzine, ci fu solo il ruggito di un animale ferito, quell'ululato che Chad si rese conto di dover reclamare come suo.

Yurie-Ann Smith

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

L'attesa era il succo della sua vita. A Smith pareva proprio che ogni momento della sua vita per una ragione o per un'altra si potesse descrivere con l'attesa. Smith che aspettava di sapere il risultato delle analisi. Smith che aspettava in coda alla cassa. Smith che ritardava al solito ritrovo con gli amici, facendoli aspettare. Smith che aspettava Campbell. Smith che aspettava Campbell.
Smith che aspettava Campbell.
Ultimamente era il tema che più ricorreva nella sua vita. Aspettare Campbell. Lui non era mai puntuale. Non lo era mai stato. Nessuno si aspettava che un giorno lo sarebbe stato. E in quel momento non faceva eccezione.
Smith prese il portatile e lo aprì. La luce asettica del monitor le schiariva il volto mentre si lasciava cadere sul divano, che sbuffò lamentandosi per il brusco risveglio. Sfilò la penna del touch-screen dall'alloggiamento.
Posta. Un nuovo messaggio. La mamma, naturalmente. “Yurie-Ann, quando è che passi a trovare tuo padre? È dal funerale che non ti fai vedere da queste parti. Chiamami.” Sicuro. L'avrebbe fatto. Dopo che era morto suo padre, la mamma era diventata ancora più fastidiosa ed asfissiante.
Portale del gossip. Chissà chi aveva fatto le corna a chi? E chi aveva mostrato quel centimetro di pelle in più che fa sbavare i giornalisti? Smith non stava leggendo: faceva scorrere le pagine, lasciando che i colori delle foto incriminate guidassero i suoi pensieri. Non riconosceva neppure volti e forme così famigliari di quegli sconosciuti.
Arrivava Campbell? Aveva già maturato i suoi soliti 10 minuti. Le servivano quelle dannate medicine, perché le sue scorte sarebbero bastate appena un altro paio di giorni. Maledetto braccio, chi glielo aveva operato, chi le aveva maciullato l'originale.
Campbell sicuramente le avrebbe trovate. Trovava sempre tutto, lui. Era così che funzionava: serve qualcosa? Chiedi a Campbell, e vedi che lui te la trova. Servono droghe? Campbell. Armi? Campbell. Un lavoro? Campbell. Cibi oltre al razionamento? Campbell.
Basta chiedere e pagare. E sottomettersi al fatto che il tutto arriverà in puntuale ritardo.
Questa commissione, per lo meno, gliela faceva gratis. Era una cliente affezionata. Quasi un'amica. Per qualche tempo era anche stata un'amante occasionale e insoddisfatta. Tanto faceva aspettare nella vita, quanto si sbrigava nell'intimità.
Citofono.
Bene, ormai solo quattordici piani d'ascensore la separavano dalle sue medicine.
Chiamò sul monitor l'immagine della telecamera. Solo il marciapiede, grigio di cemento e polvere.
«Chi c'è?»
«Ciao Yurie-Ann.»
Quella voce. Smith la conosceva. Era una voce di copertoni ed alluminio. La voce della fine dei suoi sogni di diventare neurochirurga. Sogni infranti uscendo da un club, spezzati da un ululato metallico montato su una moto. Una voce che non aveva mai sentito se non attraverso l'effetto di qualche droga, anestetici per lei o stimolanti per lui. Oggi non era l'eccezione che conferma la regola.
«Come va il braccio Yurie-Ann?»
Non voleva rispondergli. Dopo avere pagato l'operazione che le aveva restituito un braccio, era diventato la sua ossessione. Forse lei era diventata l'ossessione di lui, in effetti, ma lui aveva troppi soldi perché le autorità potessero liberarla dalla sua presenza. L'aveva visto la prima volta accanto ai suoi legali, che gli consigliavano scappatoie per non rimediare al danno fatto. Lui le aveva sorriso, la luce folle di uno stimolante negli occhi.
Poi quando era uscita dalla clinica, con il braccio vecchio che le prudeva da qualche parte in un bidone dell'immondizia e quello nuovo troppo perfetto per essere suo, lui era lì, a chiedere il perdono di mamma e papà Smith.
«Non mi apri qua sotto, Yurie-Ann?»
Era passato quasi un anno, e l'aveva visto fin troppo spesso nei club, che la fissava dai privè dove entravano solo in pochi e con troppi soldi nelle tasche. Poi era diventato audace. Le si avvicinava sulle piste. Le si attaccava alle spalle, sussurrandole insulti che puzzavano di wizard, la droga più di moda in quella stagione, raccontandole oscenità immaginarie che la vedevano protagonista, toccandola. Terrorizzata, per un po' aveva assunto degli ansiolitici illegali, che la intontivano quanto basta per ignorarlo.
Quando avevano cremato papà, lui era lì. Anche se non pioveva aveva un ombrello, nero, e ci si appoggiava sotto l'ombra di un cipresso particolarmente orribile. Questo era parte del motivo per cui Smith si rifiutava di andare a casa dalla madre: sentiva che quel posto era profanato di ogni intimità.
Poi il braccio aveva iniziato a darle qualche fastidio.
«Non vuoi lasciarmi qua fuori al freddo, vero?»
Ora era sotto casa sua. Il suo volto infine nel monitor: un ghigno alieno e folle, gli occhi infiammati dalla droga quelli di un insetto gigante, disgustoso ed ipnotico.
Smith si ritrasse sul divano, senza toccare il computer, ma incapace di distogliere lo sguardo.
«Sai Yurie-Ann, ho qualcosa per te quaggiù.»
Infilò la mano nel cappotto nero e opaco, e tirò fuori una piccola scatola. Mentre la avvicinava alla telecamera, Smith si protendeva verso lo schermo.
«Brutta storia, quella del tuo braccio. È proprio una sfortuna che le sinapsi sintetiche siano impazzite, vero Yurie-Ann? Se solo la medicina per tenerle a bada non fosse così costosa...»
Aveva una confezione dei suoi cerotti, quelli che anestetizzavano i nervi del suo braccio artificiale per evitare che diventassero ultrasensibili e reattivi. Ogni giorno un cerotto nuovo, altrimenti lo sfiorare il braccio con la maglia le avrebbe causato fitte lancinanti, e l'arto si sarebbe mosso in maniera convulsiva.
«Questo pacchetto,» lo guardò rigirandoselo in mano e se lo rimise in tasca, «per quanto ti durerebbe? Per quanto ti permetterebbe una vita normale? Altri venti giorni?»
Istintivamente Smith annuì, mentre si stringeva le ginocchia e fissava il portatile appoggiato al bracciolo opposto.
Da quanto andava avanti col braccio? La fase in cui contava i giorni uno per uno era già passata. Dopo gli ansiolitici per placare la paura, era stato il momento degli anestetici per calmare il dolore. Anestetici sempre più forti, e sempre meno locali, perché se il dolore non taceva alla fonte, almeno poteva filtrarlo in testa.
Un angolo dello schermo le disse che aveva ricevuto un messaggio.
«Sai una cosa che trovo divertente, Yurie-Ann?»
Smith voleva leggere il messaggio, ma la paura di avvicinarsi al monitor era troppa. Gli occhi incorniciati da anni di chirurgia che la stavano fissando le impedivano ogni movimento. Le sembrò che il braccio le prudesse, ma era una sensazione troppo lontana perché potesse reagire.
«Il fatto che stamattina mentre quelli della Hitachi riempivano la mensa di questa squallida scatola di cemento che tu chiami casa, una delle troie che mi puliscono casa mi ha fatto un pompino, e io pensavo a te. L'ho assunta apposta perché ti assomiglia, e quando ha finito l'ho picchiata. Ancora non mi apri la porta?»
Le aveva già “raccontato” di avere assunto quella povera ragazza, una sera che lei non era stata rapida a scappare dalla sua voce e dalle sue mani insistenti sulla pista di un locale. Non era mai più entrata in quel posto, e a passarci davanti rabbrividiva.
L'espressione di lui era diventata per un attimo pensierosa, perdendo la sua forza. Mentre Smith cominciava ad avvicinarsi per leggere il messaggio, lui riprese.
«Credo che la farò operare di nuovo, perché non ti assomiglia ancora abbastanza. Comunque preferire che ci fossi te a succhiarmelo ogni mattina, Yurie-Ann.»
Un messaggio da Campbell.
«Sai cos'altro trovo divertente?»
“Scusami Smith, ma non riesco ad essere da te nel pomeriggio come ci eravamo messi d'accordo. Passerò in serata, se per te va bene. Se non rispondi lo prendo per un sì.”
«Il fatto che l'azienda che produce i tuoi cerottini, da questa mattina, è mia.»
“Comunque ho già la tua medicina, ma il mio amico mi ha detto che potrebbe essere difficile procurarsela da qui in avanti.”
«Per cui quando te e quel negro cercate di fregare qualche confezione, mi fate un danno economico. Quando subisco danni economici, mi arrabbio, ed il mio nuovo analista dice che non mi fa bene.»
“Stanno aumentando la sicurezza, pare, e si parla di spostare molte produzioni in qualche laboratorio asiatico. La tua medicina dovrebbe essere tra queste. C'è un bel casino laggiù, visto che han cambiato proprietari.”
«Visto che non vuoi essere cortese e farmi salire, me ne vado Yurie-Ann. Ti lascio questo bel regalino nella buca delle lettere. Se ti serve altro sai dove trovarmi.»
“Io vedrò cosa posso fare, ma il mio amico era un po' preoccupato, e ha detto che non si sentiva sicuro ad aiutarmi ancora. Comunque te ne parlo bene più tardi. Ciao Smith.”

Racconto di fate sul cemento (3)

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

Amico invisibile


Eccolo lì, Dean, di nuovo a sprecare una serata dietro la sua follia personale. Erano anni che sprecava il suo tempo inseguendola, in fondo nutrendola con il suo scetticismo a riguardo, con le attenzioni che dedicava al tentativo di negarla. Questa volta la malattia della sua mente lo aveva portato in un piccolo e tranquillo pub di quasi-periferia, frequentato esclusivamente da quelli che parevano essere amici di infanzia del proprietario, un uomo che andava per i sessanta portandosi a spasso una pancia non indifferente ed una pelata pallida. Sulle pareti pochi vecchi manifesti pubblicitari cercavano di passare inosservati sotto uno strato di polvere ed anni spalmati con abbondanza. Laggiù in un angolo sbiadiva il tucano di Gilroy.


"E allora Rici? Che mi dici di sto gruppo?"
Dean si era lasciato trascinare fin lì, cedendo all'insistenza della sua situazione, perché il centro del suo male, l'elemento attorno a cui il suo male era posizionato nella sua mente, la manifestazione stessa del suo problema, gli aveva parlato bene di un gruppo che ci avrebbe suonato. Pareva che qualcuno avrebbe davvero occupato il piccolo palco.
"Che vuoi sapere?"
Rici era seduto di fronte a lui. La sua figura asciutta ed elegantemente nervosa pareva gettata sulla panca contro la parete, come una marionetta abbandonata, ma qualcosa faceva sì che l'insieme del suo corpo abbigliato come un manichino Diesel, se la Diesel facesse una linea di abiti per rock star bohémien di lusso, non risultasse sgraziato.
"Che ne so... Un po' di tutto? Mi hai trascinato fin qui senza dirmi niente di preciso... Vieni," citò cercando di imitarne il tono e i gesti, "sentirai che la musica ti piacerà, ed il posto non è male."
"Già, è vero, ma non voglio rovinarti la sorpresa."
I lineamenti di Rici erano gli unici per i quali Dean avesse mai pensato che calzasse l'aggettivo affilati. In momenti di scarsa lucidità, o forse in quelli di lucidità eccessiva, gli era passato per la mente il fatto che lo avesse accarezzato si sarebbe ferito le mani.
"Che sorpresa, scusa?"
"Ti rendi conto che la tua è una domanda del cazzo, sì?"
Le mani di Rici, puntate contro di lui, erano alienamente grandi. Dean era giunto a questa conclusione solo dopo anni di osservazione, perché non erano di dimensioni tali da far pensare ad una malformazione. Semplicemente erano sottilmente sproporzionate, in maniera che la loro dimensione inumana se ne rimanesse in un angolo della coscienza ad annodare la gola. Se l'elfo era solo frutto della sua fantasia, probabilmente il ragazzo aveva qualche turba emotiva infantile legata alle mani.
"Volevo metterti alla prova."
"Già, certo..."
Normalmente i parti della propria immaginazione deridono?
"Senti, vaffanculo."
La risata dell'elfo era una musica a cui Dean aveva fatto ormai il callo, e graffiò le uniche orecchie che la potevano sentire, rese fredde da quella relazione solitaria. Era davvero difficile per un giovane dovere crescere sapendo che il proprio amico invisibile non è qualcuno che ci si possa scrollare di dosso con l'età, o con qualche seduta di psicoterapia, ma piuttosto la realizzazione in carne, ossa e sarcasmo del personaggio di un gioco di ruolo.
"Comunque, Dean, non è che ti abbia costretto a fare nulla..."
"Sai essere convincente."
Era la storia della sua vita: Rici decideva che lui avrebbe dovuto fare qualcosa, e poi gliela menava con talmente tanta insistenza che finiva per averla vinta. Come quando alle elementari gli aveva fatto iniziare a suonare il violino. O come ogni volta che c'erano dei vestiti da comprare (su quello Dean doveva però ammettere che l'opinione dell'altro era sempre corretta). O come quando aveva voluto portarlo in quel pub a sentire quel gruppo che si stava preparando.
"Wow, che complimentone. Stiamo diventando sentimentali?"
"E poi non avevo niente da fare."
"Saresti stato a leggere qualche enorme tomo polveroso."
"Probabile. E con questo?"
"No, niente. A me piacciono i tomi polverosi. Ma magari non tutte le sere di tutte le settimane..."
"Ehi, è il mio lavoro."
Dean si riteneva un ricercatore. Il suo lavoro, spesato da una fondazione che sospettava essere in qualche modo riconducibile a Rici, consisteva nel leggere antiche saghe e racconti per individuarne dei fili conduttori comuni, al di là delle tipiche trame fiabesche o dei vissero-tutti-felici-e-contenti. Qualcosa più come trovare un personaggio comune ad un racconto sumero ed uno tolteco, magari creati a secoli di distanza.
"La gente normale non lavora dopo cena."
"Il mestiere più antico del mondo si svolge principalmente dopocena."
"Ai miei tempi era una vocazione..."
L'elfo assunse un aria sospirante palesemente artificiale, col dorso di una mano a spingere in alto il volto. Non riuscì a tenerla a lungo prima di ridacchiare e riprendere.
"Scherzi a parte, da dove vengo io non ci sono le puttane. Non come da voi. Viene considerato normale il fatto che la gente faccia sesso un po' con chiunque, giusto per il piacere di farlo. E non è raro che in questi incontri ci si scambi anche dei regali, o altri tipi di favori."
"Questo spiega molte cose."
"Ad esempio?"
"Beh, il fatto che non siate avanzati tecnologicamente se non emulando noi altri."
"Spiegati."
"Immagino che questa vostra pratica, o abitudine, sia una cosa abbastanza consueta anche in quelli che sarebbero i vostri ambienti accademici, quindi scuole, università, centri ricerca. O quelli che sono gli analoghi del tuo mondo."
"Penso di capire dove vuoi arrivare, ma continua."
"Ecco. Immagino tra l'altro che non vi imponiate tabù sul sesso dei possibili partner."
"In effetti nella mia cultura non c'è ragione per avere certe limitazioni..."
"Quindi le generazioni che dovrebbero imparare, e le menti fresche che potrebbero creare, non hanno ragione di impegnarsi per ottenere qualcosa, poiché possono superare gli ostacoli scolastici semplicemente donandosi ai docenti."
L'elfo sorrideva. Si poteva vedere quanto era contento dal modo in cui le sue orecchie erano ben ritte. Quello era un segno che valeva un po' come lo scodinzolio dei cani. Le discussioni come questa facevano sempre un ottimo effetto all'umore comunque gioviale di Rici.
"Ok, il tuo ragionamento ha dei problemi."
"Ovvero?"
"Noi non abbiamo niente di analogo ad un centro ricerche, o ad un'università. L'istruzione è volontaria. In genere in famiglia si danno le basi necessarie, un'infarinatura generale, diciamo, e poi il o la giovane va a cercarsi qualcuno che possa insegnarle quello che più le interessa. Si instaura una relazione studente-insegnante che spesso include anche il sesso, ma volendo imparare, si passa cultura, oltre che fluidi corporei. I limiti al nostro progresso tecnologico sono, a mio parere, più da imputare al fatto che non abbiamo in pratica un riciclo generazionale, né delle ragioni interne che ci spingano a sviluppare nuove soluzioni. Siamo pochi, immortali, perennemente giovani: perché dovremmo annoiarci col progresso?"
Le emozioni di entrambi si stavano scaldando, come sempre succedeva quando si gettavano in discussioni simili. Nel frattempo la suonatrice d'arpa era arrivata, a braccetto con il proprietario del pub, allo sgabello di fronte al suo strumento, che ora stava accarezzando ad occhi chiusi. Dean la scrutava con la coda dell'attenzione.
"Appunto perché puntate a vivere per sempre, dovreste cercare soluzioni per rendere sempre più confortevole la vostra eternità."
Quando si accalorava, Dean gesticolava. Poi si rendeva conto del fatto che dall'esterno sembrava parlasse da solo, e allora cercava di moderarsi. Ma dopo poco se ne scordava, e ricominciava ad agitarsi, solo per poi di nuovo preoccuparsi dell'impressione che dava. E ancora, e ancora, e ancora. Al contrario Rici era molto contenuto. Non gesticolava. Si limitava ad esprimere le sue emozioni con le espressioni del viso, spesso limitandosi a sollevare un sopracciglio dubbioso.
"A che pro? Per diventare servi della nostra tecnologia? Per giungere al punto di chiuderci nelle nostre case, stesi su divani che ci danno tutto ciò di cui ha bisogno il nostro corpo, senza mai toccare altre persone? Oppure per scagliarci addosso armi nucleari per un capriccio lungo pochi anni?"
Da bambino Dean piangeva ogni volta che vedeva i filmati delle esplosioni delle bombe sganciate durante la guerra. I filmati dei test negli atolli tropicali, anni dopo, gli avevano causato un effetto solo di poco più blando. Ora Rici gli sorrideva sapendo di avere richiamato quel ricordo.
"Tu stai..."
Dean si fermò. Sugli avventori del pub era caduto il silenzio. Voltandosi incrociò lo sguardo di una ragazza immobile davanti ad un piatto d'arrosto con patate, e del ragazzo seduto al tavolo di lei. Erano gli unici, oltre a lui, ad abbassare l'età media del locale del locale, stonando con il resto degli avventori. In realtà era probabile che anche l'arpista fosse più giovane di lui, ma visto il suo ruolo la sua presenza calzava perfettamente quell'ambiente.
I primi gorgheggi di lei lo sorpresero. Ci fu un primo istante in cui Dean ebbe l'impressione che lo avrebbero stordito lasciandolo un ascoltatore inebetito. Poi il resto del gruppo le andò dietro, e questo in qualche modo spezzò l'incantesimo. Gli ci volle un attimo per riordinare le idee. La ragazza continuava a tenere gli occhi chiusi, lasciando che le sue mani danzassero cieche alla ricerche delle giuste note, ma lui sentiva il suo sguardo addosso.
Il sorriso soddisfatto dell'elfo non mostrava stupore né preoccupazione.
Dean decise che ora non gli avrebbe anche dato il piacere di rimanere intontito e chiedere cosa stesse succedendo. Con un sospiro tornò alla discussione che avevano interrotto.
"Dicevo."
"Dicevi?"
"Dicevo, che stai dicendo una cazzata, perché come la vedi tu, quelle distopie che prevedi, non c'entrano niente con la tecnologia in sé. È la gente che causerebbe quelle situazioni, e non i mezzi resi disponibili dal progresso. "
"Quindi è giusto realizzare armi nucleari, purché poi non le si usi?"
"Mi pare che questo non centri proprio un cazzo."
"Ma certi passaggi tecnologici sarebbero stati necessari, non credi? E tra questi l'energia nucleare, secondo me."
"E quindi?"
"E con quella, ci sarebbero le armi nucleari."
"Solo in teoria. Non sarebbe obbligatorio realizzarle. Né tanto meno utilizzarle."
"Ma poi mi chiedo: avrebbe senso?"
"Cosa?"
"Voi umani siete così tanti, sviluppate nuove tecnologie così rapidamente. Noi pochi elfi non potremmo starvi al passo. È così più comodo aspettare e copiare da voi le conoscenze utili che non fanno danni."
"Questo è proprio un ragionamento di merda. Con la possibilità di vivere in eterno, vi basterebbero pochi anni per colmare interamente il gap, e a quel punto avreste a disposizione individui che sanno tutto lo scibile in determinati campi, cosa irrealizzabile con il poco tempo a disposizione di noi altri. A quel punto la scienza progredirebbe, quantomeno per inerzia."
"Ma per accumulare quel sapere dovremmo trascorrere anni senza fare altro che non studiare."
"Per un bene futuro."
"Cazzate. Il concetto di bene futuro è così umano che non puoi pensare di adattarlo alla mia società."
"Casomai il contrario."
"No, vedi, sapendo di avere l'eternità per fare qualcosa di utile, ti affretteresti o coglieresti quello che ti capita man mano?"
Dean si fece silenzioso. Si chiuse in sé stesso riflettendo seriamente su quel punto. L'elfo aveva una posizione sensata, in fondo. Il gruppo stava continuando con la sua musica. I pensieri del ragazzo ne seguivano il ritmo. Seguivano il ritmo delle note pizzicate sulle corde dell'arpa. Seguivano il ritmo della treccia dell'arpista, che ondeggiava seguendo il capo. Aveva ancora gli occhi chiusi, ma Dean cercava lo stesso di leggere un'espressione. Ormai la discussione con Rici stava venendo accantonata.
"Meno male che non vi consumate a guardarvi." Furono le parole dell'elfo, che richiamarono l'attenzione dell'altro.
"Cosa?"
"La stai fissando da quando si è seduta."
"Ah."
"È bella, vero?"
"Già..."
"E perché fissi me, ora?"
"Non avevi mai commentato una ragazza. Mai."
"Naturale."
"Che intendi?"
"Nessun individuo normale della mia razza potrebbe trovare attraente qualcuno di voi."
"Beh, tu sì che sei di ampie vedute."
"Dico sul serio. Siete troppo... troppo... scusa, troppo animaleschi, ecco."
"Presenti esclusi, mi auguro."
"No, no. Anche tu."
"Beh, minchia, certo che sei simpatico."
"No, ascolta: non ti offendere. È che noi, fisicamente, siamo più fini, meno simili a scimmie. Voi siete pelosi, sudate; ecco, siete sgraziati, per i nostri standard."
Gli altri clienti del pub cominciarono ad applaudire, e Dean li imitò meccanicamente, rendendosi solo dopo un poco conto di essersi perso il finale. L'elfo rise, ma il ragazzo non gli badava. Cercò di leggere qualcosa che l'arpista stava sussurrando al padrone del locale, che le si era accostato. Fallì, ed ordinò due Guinness. Il cameriere non fece domande, e dopo un poco gliele portò.
"E comunque, questa musicista cosa ha di diverso? Ti hanno svelato che si rade? O che ha una malattia del sistema linfatico che le impedisce di sudare?"
Dean si chiese come avrebbero visto gli altri nel locale il suo amico che beveva. Il bicchiere sarebbe scomparso nell'invisibilità che caratterizzava l'elfo ai loro occhi? Oppure avrebbe fluttuato, versando il suo contenuto nero nel nulla?
"No, imbecille. L'hai sentita? Hai sentito che voce? Hai sentito che mani su quell'arpa?"
"Certo, è fenomenale. E con questo? Ci sono cantanti migliori, e migliori arpiste, in giro per il mondo."
"Beh, a parte il fatto che non ci scommetterei, ma comunque lei suona come un elfa."
"Uh, sarebbe?"
"Non te lo so spiegare, mi sa..."
"Se non ci provi sei proprio inutile."
"Funziona un po' come quando vedi uno sulla spiaggia con una palla, e ti accorgi che probabilmente quello, almeno un po' nella vita, a pallavolo ci ha giocato, per come si muove, per come si mette."
Lasciando la schiuma sul fondo della pinta, Rici si alzò, apparentemente spostando tutto il suo corpo in un unico movimento, come se ad un tratto il burattinaio fosse tornato ed avesse ripreso in mano bruscamente i fili.
"Vieni Dean, andiamo."
Il ragazzo si limitò a sorridergli interrogativo, mentre l'elfo tirava fuori da una tasca del cappotto di lana nera pettinata i soldi del conto. Posata la banconota sul tavolo, l'elfo fece il giro del tavolo, dando l'impressione che i suoi piedi si stessero godendo ogni passo nelle sue scarpe.
"Forza, alzati. Dobbiamo sbrigarci."
"Per fare cosa."
Dean era riluttante ad andarsene, perché doveva ancora finire la sua birra. Comunque, ne bevve solo ancora un sorso prima di alzarsi con ostentata svogliatezza.


Apparentemente più contento ad ogni falcata, Rici lo condusse fuori dal pub ed in una viuzza nascosta, fino al retro del locale. Un furgone aspettava silenzioso che i membri del gruppo caricassero gli strumenti.
Come un immagine in un sogno (o in un filmaccio di serie B a basso budget) l'arpista spiccava dalla semioscurità per l'oro dei suoi capelli ed il chiarore della pelle e del vestito. L'elfo si diresse verso di lei, gesticolando a Dean di aspettare. Il ragazzo approfittò dell'attimo di solitudine per accendersi una sigaretta: conveniva con l'altro che quello fosse un vizio disgustoso, ma smettere era troppo faticoso per un giovane che non riusciva ad avere compagnie normali a causa di un'invadente amico che non sarebbe dovuto esistere. Di nuovo si chiese se non era pazzo, se in realtà l'elfo non era una sua emanazione, come Brad Pitt per Edward Norton in Fight Club. Ma ora, cazzo, il suo supposto alter-ego stava portando fin lì la bella musicista.
"Ciao Dean."
La voce era la stessa che aveva cantato. Anzi, sembrava quasi che stesse ancora cantando mentre parlava.
"Dean," prese parola Rici, "ti voglio presentare Ana. Ana, Dean."
Senza pensare il ragazzo strinse la mano che gli veniva offerta, stupendosi di quanto poco fosse calda e del fatto che ancora la musicista teneva gli occhi chiusi.
"Ho assistito al concerto. Siete stati fantastici."
"Grazie Dean."
L'elfo non lasciò che cadessero più di due attimi di silenzio.
"Dean, non dovresti fumare."
"Lo so. Sono d'accordo."
"E allora perché non smetti?" Gli chiese Ana, sorridendo con un'aria così deliziosamente ingenua da volerle quasi fare del male.
"È difficile... E poi questo mio amico non mi aiuta affatto."
"Come mai?"
"Esiste."
E a questo punto si accese una lampadina nel cervello di Dean. Lui stava parlando con Ana. Che gli era stata presentata da Rici. Che le parlava.
"Ma tu puoi vederlo???"
La afferrò rudemente per le spalle, senza rendersi conto che la stava scuotendo mentre le urlava contro. Non gli era molto chiaro se si stava comportando così perché era felice di potere infine dividere il segreto della sua schizofrenia, o se era arrabbiato per qualche irrazionale motivo connesso agli anni passati solo con Rici.
Un secondo dopo l'elfo li separava, spingendo con forza inattesa il ragazzo, che barcollò qualche passo indietro. Dean però non era ancora pronto a sentirsi in colpa. Lo shock probabilmente per lui era stato troppo forte, e stava saturando completamente le sue possibilità emotive. Intanto una parte di lui registrava il fatto che nessun membro del gruppo pareva rendersi conto di loro, e di Ana che sembrava per qualche ragione ferita.
Pensando di far apparire glaciale il suo tono, ruppe il silenzio.
"Mi dovete delle spiegazioni. Tu, Rici, mi devi delle spiegazioni. Ho diritto a delle spiegazioni."
Ma man mano che parlava la carica di adrenalina, o quel che era, che lo sosteneva all'inizio andava scemando, e il suono della sua voce perdeva convinzione.
"Sei crudele." Gli rispose Ana, la voce tremante.
"Crudele? È tutta la vita che sono da solo perché nessuno poteva vedere l'uomo alto che avevo accanto. Ora arrivi tu parlandogli, e chiedere spiegazioni è crudele? Che cazzo di scherzo è questo?"
"Dean," Si intromise Rici pacificatore, "Ana non può vedermi, perché è cieca.
"Io... mi dispiace Ana, non sapevo... Ma questo non cambia la situazione. Nessuno ti aveva mai neppure sentito, Rici, nessuno."
"Beh, lei, come te, può sentirmi parlare. Se non fosse nata con questo problema agli occhi, potrebbe anche vedermi."
Il tono di Ana era tornato la musica che era in principio.
"Mi pare giusto, incontrare una persona con la mia stessa follia proprio la sera in cui lascio la città."
"Che cosa? Te ne vai?"
"Sì. Stanotte era la nostra ultima serata qui in città. Ci siamo fermati per un mese."
"E dove vai?"
"Non so, sai? Siamo ancora in giro a suonare, ma non mi interessa molto dove. Tanto in tutte le città i panorami sono gli stessi, e nessuna ha l'odore di casa."
Gli sorrise, e lui altrettanto.
"Rici," continuò lei, "bada al ragazzo, che poi ci vorremo rincontrare, e salutami le nostre amichette: le ho sentite anche stasera."
Baciò le guance di entrambi, poi si fece riaccompagnare dall'elfo fino al furgone, già pieno del suo carico.

Quando fu tornato da lui, Dean chiese all'amico:
"Che amiche?"
"Niente, fate."

racconto di fate sul cemento (2)

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Max. Max aveva iniziato a spacciare al liceo per questioni di emancipazione e mobilità sociale, dicevano i sociologi. Di soldi ne aveva pochi, ma non gli fregava. Era un tipo paffutello, Max e alle compagne non piaceva. Di questo gli fregava molto invece. Non piaceva a Marlene, la brunetta che se ne stava sempre con i suoi amici alternativi mezzi orchi e mezzi punk a fumare sotto le scale antincendio. Poi Max non piaceva al bidello Neo (lui lo stuzzicava sempre con battute pungenti e squallide sulla sua casa, sui suoi capelli). Non piaceva a nessuno, Max. Portava i capelli unti con la riga nel mezzo.
“vattene”, gli dicevano.
Da quando Max si mise a vendere erba le cose cambiarono.
Marlene lo cercava.
Tutti quanti lo cercavano. Il bidello Neo aveva fiutato la situazione e non esagerava più, perché suo figlio gli procurava la roba da lui. Stava meglio ora, Max. Meglio. Aveva iniziato ad esplorare l’esterno del suo guscio pesante incontrando parole buone qua e là. E fiori e i quadri e le spine velenose.

La sua casa era piccola e gialla e aveva un grosso baffo Nike inciso sulla facciata sotto una voragine bianca d’intonaco scrostato. Max la odiava, la sua casa, ma lei era anche il suo scudo e riparo dalla pioggia, dalla gente cattiva coi denti forti che abusava. (Il male che si nascondeva in qualcuno era il male che sentiva pesare sulle sue spalle. E piangeva, di tanto in tanto).
Stava meglio “perché le cose erano finalmente cambiate”, dicevano gli dei. Invece no, non cambiava niente, se non le nuove possibili combinazioni di sogni opachi da riordinare la mattina nel letto sfatto.
Sapeva che Marlene aveva degli occhi favolosi. (anche se il loro colore virava a seconda della posizione del sole o dell’umore e lei veniva riflessa ogni volta con una luce diversa, lui sapeva che la amava).

Vennero scattate molte foto, in quel periodo.
Max fuori dall’aula di Marlene che guarda dentro.
Max dietro a Marlene nel corridoio.
Max che aspetta Marlene nell’atrio alla fine delle lezioni.
Max che sogna Marlene e rotola.
Max che sistema l’erba per Marlene nel marsupio.
Max che aspetta Marlene.
Max che aspetta Marlene.

Col passare degli anni del liceo svanì l’abitudine della marijuana e Max iniziò a procurare occasionalmente dei minuscoli cartoncini a tutti. Gli acidi andavano forte, tra i super -punk psichedelici. Ne aveva una ricca scorta e la teneva divisa nelle varie scatole dei sandali della madre. Tutti si chiedevano da dove venisse, ma nessuno lo sapeva veramente. Svendeva e poi svendeva e poi regalava e svendeva e aspettava.

Max che si guarda nello specchio.
Max che sistema i cartoncini per Marlene nel marsupio.

Era insospettabile.
Indossava sempre uno dei suoi golfini pallidi firmati. Quello giallo o quello azzurrino.
Non si pettinava più prima di uscire, ma si schiacciava con cura tutti i brufoli gialli.
I prezzi li teneva bassi per tutti, perché a lui non importava dei soldi, a Max importava di lei. Lei che neanche gli chiedeva, che neanche lo guardava, che al massimo gli faceva un sorriso. O un saluto. O il sorriso o il saluto. (Non bisogna esagerare quando piaci a qualcuno).
Max non si faceva nemmeno, con la sua roba. A lui non andava di uscire da se. Voleva essere felice veramente, non voleva vedere le cose venir fuori dai muri e poi stare male e poi stare male di nuovo.
E allora aspettava l’appuntamento del giovedì sera impomatandosi il capo.
E aspettava ancora.
Ormai da un anno sopravviveva nell’attesa di una pillola settimanale di Marlene. Ricordava e sognava. Il giovedì sera a camminare intorno ai pesci rossi morti a pancia in su nel mezzo del parco. Lei che non era neanche la più bella di tutte, ma.
Gli regalava un cartoncino ogni tre, a Marlene. (Come faceva quel giordano vicino al parco coi kebab, crudi).
Poi.
Quando Joshua si era messo in testa di farla smettere, lei aveva iniziato a smettere e per Max la vita era diventata sottile. Iniziò a pregare e ad ascoltare il best of dei Culture Club ogni giorno, per ore, seduto in macchina. Gli si era gonfiato il viso a dismisura, e faceva fatica a parlare. Dopo poche settimane aveva perso sei chili e si sentiva come se avesse ingoiato un pompelmo intero. Bloccato nella bocca del suo stomaco. Il pompelmo e le malattie psicosomatiche. Le malattie psicosomatiche e il pompelmo.
Sospeso a testa in giù nell’esofago, i suoi piedi penzolavano.

Un martedì sera camminava in cerchio tra le mura del parco vuoto, pensando a Marlene e al senso di colpa stampato sul suo viso l’ultima volta. L’ultimo acido e l’ultimo sorriso, molti cartoncini prima. Pensò ad una poesia di Ferlinghetti e ad alcuni animali morti arenati nel catrame.
Joshua aveva sporcato il loro rapporto e aveva rovinato tutto.
L’aria correva e spaccava i muri, quando non riusciva ad evitarli. L’erba era umida per via della pioggia del pomeriggio e Max faticava a stare sui suoi piedi. Il perimetro del parco era nero e non si distinguevano i contorni degli alberi vicini alle mura alte del parco. Due. Solo un ciliegio storto e un melo e qualche cespuglio basso secco.
Sentì le foglie muoversi e raschiare tra loro producendo un suono dritto e continuo.
Pensò al vento e sorrise in direzione del melo.
Rimase sorpreso spaventato inorridito terrorizzato quando
vide un serpente enorme strisciare giù e penzolare da un ramo basso. Indietreggiò. Aveva gli occhi scuri che lo fissavano nel centro dei suoi occhi piccoli minuscoli castani. Il manto nero brillava, come qualche anno fa.
-ragazzino- lo chiamò il serpente. Max indietreggiò ancora fino a sbattere la nuca contro il palo di un lampione. –credi veramente che cambierà mai qualcosa?-
-io…-
-tu la vedi, poi la guardi, e ti accontenti di non sapere niente di lei, Marlene.
rinunci a tutto.
Per un sorriso, solo per quello-
Max lo ascoltava rapito da quella sua voce baritonale polifonica.
-poi qualcos’altro si mette in mezzo e ti toglie il tappeto e tu sei giù. A terra.
Credi che cambierà mai qualcosa?- lo incalza il serpente.
-io non lo so- rispose Max senza voce.
-no- lo interruppe -perché hai addosso quel golfino e tutte quelle croste in faccia. Perché non sai dire una parola. e nessuno parla con chi non sa parlare-
il serpente tacque per qualche secondo poi riprese a parlare –devi difenderti-
Cadde un’armatura di latta dall’albero.
Cadde pesantemente una spada di ferro vicino ai piedi di Max.
Il serpente si ritirò ruotando attorno al ramo più grosso.

Max si ricordava bene di lui. Era il serpente che gli aveva procurato il fattorino con l’erba e gli acidi. Ma adesso voleva che Max li facesse tutti a pezzi. Marlene, Joshua e i loro amici strani. Tutti quanti a pezzi.

Max tornò a casa e provò l’armatura. Calzava perfetta. E brillava d’argento.
Il mercoledì rimase a casa con indosso l’armatura e lucidò la spada tutto il pomeriggio.

Giovedì.
Conati di vomito.
Conati di vomito.
Sangue dal naso a fiotti. Una cascata.
Si incise sulla pancia con il coltello per il formaggio.
Non sapeva di preciso come sentirsi, come definire i fatti di quei giorni. Non sapeva cos’avrebbe fatto, ma non sapeva neanche quale male migliore lasciar appartenere al suo mondo. Voleva tutto e non riusciva ad afferrare le maniglie. Il male degli altri e il suo erano diversi, certo. Ma ai suoi occhi godevano entrambi degli stessi privilegi. Ai suoi occhi il male non aveva più alcun peso, e tutto era diventato piccolo e minuscolo. Un posto più alto in cui vivere, questo gli serviva. Aveva tagliato il cordone e si stava velocemente allontanando dal mondo a bordo di un’enorme mongolfiera. Il suo punto di vista era sempre più lontano da quello degli altri, sempre più vicino a quello di Dio. Quando vide Marlene nascosta nel parco aveva la spada nella mano. Pensò al serpente nero e strinse forte l’impugnatura, mentre notò stupito che la ragazza non lo stava guardando, non lo stava guardando.
Non stava guardando la sua armatura argentata, non stava guardando la sua spada lucida, non stava guardando la luce che il suo complesso d’argento stava riflettendo nel blu di quella notte gelida.

Fu in quel momento che vide le fate.

Seguendo lo sguardo rotondo di Marlene.
Erano molto colorate e molto piccole. Non riusciva a distinguere bene i loro lineamenti, ma erano dolci. Sembravano fatte di seta. Di una seta leggera. Danzavano in cerchio attorno alla fontana e ridevano di gusto mostrando i dentini. Brillavano ancora più dell’armatura d’argento e si muovevano velocissime.
Le vide danzare, le vide svanire.

Qualcosa si spezzò, dentro Max.
-ciao. Le hai viste anche tu?- le chiese stranita Marlene, all’improvviso di fronte a lui.
-s- sì-.
-e tu cosa ci fai vestito così? Cosa sta succedendo, stasera?- si guardò intorno.
-n- niente, credo- rispose Max lasciando cadere a terra la spada.

Max non aveva previsto sorrisi, fate, balli di gruppo, colori sgargianti.
Doveva essere tutto diverso, pensava. Doveva essere pieno zeppo d’odio. Tutto nero.
Ma qualcosa in lui si schiuse.
Aveva capito che il suo rapporto con le persone, che il suo rapporto con Marlene era continuamente innaffiato dalle cose che succedono. Lo sarebbe stato per sempre. Cose che non appartenevano a loro. Cose che lo avrebbero spinto da lì all’eternità su una barca senza vele e senza remi. E la distruzione avrebbe trascinato tutto giù, nell’abisso delle cose orribili.
Tutto quanto sepolto.
Giù.
Senza fate e senza niente di condiviso. Nient’altro che niente.

Vennero scattate molte altre foto, in quel periodo. (autoscatti).
Il sorriso di Max e ogni sua ferita non rimarginata.

Uno 3- durante il viaggio...

Author: la zuppa / Etichette:

Faceva un rumore forte, la moto che sfrecciava sulla strada per Bressanone. Nel raggio di chissà quanti chilometri doveva essere l’unico rumore. L’unico rumore. Carlo pensava al vuoto e alle pareti d’aria chiuse attorno alla sua vita. pensava alla paura che lo stava tenendo d’occhio, mentre piegava sui tornanti ghiacciati.
Ricordava quella faccia, quel giorno bollente di primavera, anni fa. Gli occhi che da lassù lo guardavano cadere. La promessa.
Il disordine nella sua testa esplosa lo faceva girare e girare e dovette fermarsi per respirare. Era la sua vita precedente, o forse un incubo. Un giocatore di tennis nella nebbia. Non vedeva le righe, la rete, il fondo e non vedeva l’avversario. Ma le palline continuavano a rimbalzargli sugli occhi.
Era fermo in mezzo alla strada, ancora sulla moto. Il vento era leggero e le foglie cadevano. Quando tossì per schiarirsi la voce si sentì minuscolo.
Non mancava molto alla città e il cielo si era chiuso in un recinto di nuvole grigie minacciose.
Ingoiò una delle due brioches.

Decise di ripartire, ma prima si voltò. Con la sensazione che qualcosa lo avrebbe seguito. Qualcuno o qualcosa di immenso lo avrebbe seguito ancora e sempre. Ma Carlo andava avanti. E si sentiva incastrato tra il caldo della speranza e il gelo della fine.
Lui sapeva di essere solo nel raggio di chilometri, ma sapeva di non essere l’unico.
Qualcosa che non voleva affrontare lo stava aspettando. Alle sue spalle.
Ma Carlo non sapeva ancora dove, quando e le braccia tremavano sul manubrio.

Vide il cartello “Bressanone” e si sentì meglio. Rallentò e si guardò nuovamente alle spalle.
I suoi occhi si dilatarono insieme alla pelle del viso, mentre le fiamme altissime avvolgevano la sua e altre case al villaggio.
Si morse il labbro inferiore fino a farsi sanguinare ed entrò di fretta in città sfrecciando lungo la via principale. Macchine vuote sparse sulla carreggiata, un furgone dell’ambulanza rovesciato, qualche bici legata a qualche albero nero di smog. Questa era la città, sotto le finestre chiuse degli appartamenti. Imboccò una traversa e si infilò in un vicolo molto stretto, mentre pensava alla sua casa di legno carbonizzata. Notò dei vetri frantumati a terra e l’ombra fredda dei palazzi. Sentì un rumore e ne rimase sorpreso. Individuò la melodia di un pianoforte sintetico. La riconobbe, la localizzò e si irrigidì davanti alla porta aperta di un negozio di souvenir.
Iniziò a piovere fuliggine.