Racconto di fate sul cemento

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:


— Non posso credere che ci credi davvero... — Joshua era seduto a cavalcioni della balaustra di legno del molo piccolo. Il leggero vento salmastro di quella giornata grigia trattava la sua giacca slacciata di finta-pelle blu come fosse un mantello, ma non riusciva a peggiorare la situazione caotica dei ciuffi biondastri che aveva in testa. Lì seduto, appuntava su Marlene lo sguardo che si usa coi bambini che dicono una bugia palesemente troppo fantasiosa.
— Non ho bisogno di crederci. — La ragazza si era infervorata già da qualche battuta. Ora teneva i pugni stretti ai fianchi, le braccia tese fino a farle male dentro le maniche dello spolverino che le nascondevano lo sbiancare delle nocche. Il colletto rialzato si piegava verso il collo a sinistra e si mischiava nella danza dei capelli castani. Intanto Marlene gridava. — Non si crede in ciò che si sa: lo si sa e basta.
— Quindi tu sai che ci sono delle fate — pose particolare enfasi su questa parola, a sottolineare che era il fulcro intorno a cui ruotava tutto il suo scetticismo — che se ne vanno in giro per la città.
— è esatto.
— Stavo riepilogando. E mi dici anche che sai dove si trovano la sera.
— Non proprio. So dove si vedono il giovedì sera. Le ho viste l'altro giorno, e anche la settimana prima e quella prima ancora. — Marlene si stava quietando: pareva soddisfatta del fatto che l'altro le sembrava si stesse convincendo.
— Ok. Quindi sai dove si incontrano le fate il giovedì sera, qui in città. Bene. Dove?
— Al parco dei principi.
— Quella specie di prato abbandonato e sporco, con tutte quelle statue dall'aria lugubre?
— Già.
— E che cosa cazzo ci facevi al parco dei principi di giovedì sera, e per tre settimane di fila nientemeno?
— Beh... — D'un tratto la ragazza si chiuse timida.
— Ti dovevi incontrare con Max, vero? — Max era il loro spacciatore di fiducia, se così si può dire. La cosa bella era che non si sarebbe mai detto che Max spacciava, non conoscendolo, perché dava l'impressione che fosse sua madre a scegliergli i vestiti. Il suo business era cominciato al liceo: per evitare di essere preso in mezzo dai compagni più popolari, si era ingegnato a trovare un modo di rendersi importante o almeno utile. La sua strategia si era effettivamente rivelata vincente.
— Solo la prima volta... — Rivelato questo piccolo dettaglio, Marlene si era fatta piccola piccola, perché sapeva che poteva invalidare tutta l'opera di convincimento in cui si era impegnata quel pomeriggio
— Ecco... E magari Max ti ha concesso un piccolo assaggino prima di darti quello che volevi?
— Non ero fatta! — La ragazza era di nuovo esplosa nella sua furiosa dialettica da bambina capricciosa di nove anni. — Non ho allucinato!
— Hai visto delle fate! — Concluse Joshua con un tono che voleva ironicamente darle ragione, ossia no.
— Ti odio quando fai così. — E in quel momento ci credeva davvero, soprattutto considerato il sorriso a mille carati d'avorio con cui rispose l'amico. — E comunque le altre due volte di sicuro non mi ero fatta di niente.
— Sicura?
— Ma cazzo! Te lo sto dicendo!
— Ammetterai che delle fate al parco dei principi...
— Cosa? — In pratica gli strillò la domanda in faccia, perché la sua pazienza aveva un limite, e non ne poteva più di spiegare a quel cazzo di scettico cosa aveva visto chiaramente con quei suoi due occhi.
— No, dico... è strano... difficile da credere... — Merda, Marlene era talmente convinta che quasi quasi ci voleva credere anche lui, quanto meno per farla contenta. Era stato un pomeriggio lungo, stare ad ascoltarla, e adesso stava cominciando a fare freschino. Pensò di allacciarsi la giacca, ma gli sovvenne che così era molto più bella.
— Infatti, d'accordo. Anche io pensavo di avere preso un abbaglio, cazzo, la prima volta. Ma tre volte di fila no. Non è possibile che mi sia immaginata tutto per tre volte di fila. Sono andata lì ogni fottuta sera degli ultimi venti e passa giorni, e ti dico che ogni giovedì sera ecco che spuntano le fate.
— E che fanno?
— Non so. Niente. Se ne stanno lì a svolazzare e dopo un poco se ne vanno. Magari decidono che fare della serata. Non lo so. Ma nemmeno me ne importa, cazzo. Per ora mi importa saperne di più, magari andare a conoscerle.
— A conoscerle? E cosa pensi di fare? Scavalchi il cancello e ti butti in mezzo al loro gruppo, o sciame, o stormo, o come-diavolo-vuoi-chiamarlo?
E fu così che l'entusiasmo della ragazza si estinse. Fu come vedere un fiore appassire, solo sedicimila volte più veloce. Quasi sembrò che Marlene cambiasse anche colore. — Cazzo. Non ci avevo pensato così.
— Ascolta. — cercò di razionalizzare Joshua. — Facciamo così. Giovedì che viene vengo con te al parco, e mi fai vedere 'ste fate, ok? Poi magari cerchiamo di scoprire come si dovrebbe fare ad avvicinarsi a dei piccoli esseri mitologici inesistenti.
L'altra non colse l'ultima parola, o la ignorò completamente. Per il piacere degli anonimi occhi castani del ragazzo quelli quel giorno grigi di Marlene si illuminarono dall'interno. — Perfetto.


Il giovedì successivo Marlene era già davanti al cancello del parco una buona mezz'ora prima di quando si fosse data appuntamento con Joshua. Lui arrivò poco dopo, con in mano un felafel.
— E quello cosa cazzo è?
— Un felafel. Là dietro — gesticolio della mano libera ad indicare vagamente la direzione da cui era arrivato il ragazzo — c'è un georgiano che lo fa stupendo.
— Quando ci eravamo messi d'accordo non si era parlato di cibo.
— E allora?
— Metti che adesso non vengono per colpa del tuo panino?
— Punto primo: è un felafel.
— Un felafel-panino.
— Punto secondo: — Continuò lui allontanando la risposta con un gesto della mano che non reggeva il panino-felafel — se questi esseri magici hanno paura di un cazzo di felafel, allora hanno problemi ben più gravi del fatto che probabilmente non esistono. Punto terzo: sto felafel è proprio buono, e quindi vale la pena di non vedere delle fate per mangiarselo. E inoltre non ho ancora cenato.
— Beh, io ti ho avvisato. Se non vengono sai che è colpa tua.
Joshua rispose un mugugno di assenso addentando con piacere il suo felafel, e scoprendo con ancora più piacere che negli occhi, quella sera vagamente dorati, dell'amica era palese il desiderio di assaggiare. Ma era troppo orgogliosa per cedere, accettando la presenza di un felafel al suo sacro incontro con il magico mondo delle fate. Ok, non aveva mai usato questa espressione, perché altrimenti lui l'avrebbe derisa davvero troppo. Ma se non fosse per questo l'avrebbe potuta usare tranquillamente. Anzi, se aveva un diario segreto da ragazzina, probabilmente aveva descritto così quella serata.
Mentre lui finiva il suo panino (ci si poteva ingozzare per quel che la riguardava), Marlene si appoggiò alle sbarre del cancello, immaginando saette che lo colpivano con effetti da cartone animato, attirate dalla polpetta vegetale che stava masticando. Quando lui le parlò seppe che aveva finito di mangiare, e che quindi poteva guardarlo senza ricordarsi di essersi dimenticata di cenare.
— A che ora è che dovrebbero arrivare le tue amiche?
— Le altre volte sono comparse intorno alle nove.
— Porca puttana! E allora perché cazzo mi hai detto di essere qui per le otto?
— Non volevi mica rischiare di essere in ritardo? — La voce le uscì più acida del voluto, ma non era riuscita a trattenersi.
— Cazzo... E io che sono anche arrivato in anticipo...
Dunque i due si misero ad aspettare. Marlene tornò ad appoggiare la testa tra le inferriate del cancello. Ogni tanto si voltava verso l'altro, ma lo scopriva sempre intento a camminare avanti e indietro fumando sigarette a ripetizione, un po' per il vizio, un po' per il nervoso, un po' per rispondere alla domanda (Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?) che gli frullava in testa. Dopo una mezz'oretta Joshua cristonò sonoramente.
— Che cosa cazzo c'hai adesso?
— Ho finito le sigarette, porca troia. Vado a comprarle.
— Sbrigati.
— Altrimenti? Mi perdo il balletto delle fatine?
Il tono con cui la domanda era stata posta consentiva una sola risposta. — Fanculo!
Marlene prese a guardare ossessivamente l'orologio fino a quando non fu tornato il ragazzo. Aveva bisogno che qualcuno le credesse, e sapesse quello che sapeva lei. Non che dubitasse di quello che aveva visto, ma se si fosse sbagliata?
Alle nove spaccate, non sentirono alcun rumore. Pochi attimi dopo Joshua stava per fare una battuta sul fatto che quelle piccole stronzette volanti se la prendevano pure comoda a farsi vedere, ma preferì evitare una discussione in quel momento. Il viso dell'amica era dipinto in un'espressione così puramente implorante da essere dolorosa agli occhi. E inoltre, se avesse avuto ragione? Non che lui ci credesse, ma mettiamo caso che avesse ragione, e facendo casino le fate, spaventate o chissà che, decidessero di non mostrarsi? Meglio non rischiare. Non aveva ancora deciso se l'avrebbe derisa quando nulla sarebbe apparso. A giudicare dagli occhi che aveva Marlene in quel momento, forse non sarebbe stato il caso, per qualche tempo. Magari le avrebbe offerto qualche cosa da bere per tirarla su, prima. Ripensandoci era meglio di no: con la delusione che sembrava dovere patire da un momento all'altro l'alcol l'avrebbe resa una compagnia frignona e fastidiosa. La sentì trattenere il fiato, e si rese conto che era rimasto con lo sguardo puntato su di lei, senza davvero vederla, sovrappensiero.
La ragazza si era portata una mano davanti alla bocca. Con l'altra, quasi in lacrime per l'emozione, indicava nel parco. Seguendo la traiettoria del braccio e del dito che lo terminava, gli occhi di Joshua arrivarono a delle luci che fluttuavano davanti alla statua derelitta di chissà chi. E queste luci parevano lasciare una scia come di polvere, che cadeva lenta e si disperdeva in fretta. E ce n'erano di tutti i colori: verdi, gialle, rosse, azzurre, bianche, viola. Di tutti i colori che si potrebbero dare a delle luci allegre. Senza parole, il ragazzo provò ad aguzzare lo sguardo, ma quelle cose erano troppo lontane, e troppo piccole, e non riuscì a cogliere altri dettagli. Si limitò a fissarle, allora, e altrettanto faceva Marlene.
Ad un certo punto le fate volarono tutte nella stessa direzione, scomparendo nel buio del parco deserto.
Al ragazzo ci volle ancora un po' di tempo per staccare lo sguardo dalle ombre dove prima avevano volato quelle cose. Quando lo fece incrociò quello dell'altra: uno sguardo felice, ebbro di trionfo. Non seppe cosa dirle, e lei si limitò ad attendere.
— Cristo... — fu tutto quello che infine lui riuscì a cavare fuori dalla sua gola secca. Aveva bisogno di bere qualcosa, e anche in fretta.
Marlene gli si gettò al collo. Era il suo modo per iniziare a festeggiare la cosa. La seconda parte dei festeggiamenti doveva assolutamente includere un pasto. Così non pensò nemmeno di rifiutare quando Joshua propose di andare ad un pub che aveva visto arrivando, vicino al georgiano del felafel.
Il pub in questione era piccolo e aveva un'aria molto familiare. Di più non si può dire, perché i due amici, presi come erano dai loro pensieri e da ciò che avevano visto, non registrarono nessun dettaglio. Si sedettero ad un tavolo. Joshua lasciò la giacca di simil-pelle blu sullo schienale della sedia ed andò ad ordinare due guinness, e chiedere che c'era da mangiare per Marlene. Visto che la ragazza si era dichiarata disposta a infilarsi in pancia qualunque cosa, le ordinò un po' dell'arrosto di maiale al miele-e-mostarda con patate che c'era stato per cena. Mentre aspettava le due stout, stette appoggiato al bancone fingendo di badare al gruppo che si stava preparando sul piccolo palco del locale. Fisarmonica, chitarra acustica, arpa, flauto. La ragazza dell'arpa (arpista?) era già seduta al suo posto che accarezzava lo strumento con gli occhi chiusi, un mezzo sorriso, un'aria nel complesso divertita ma concentrata, come se cercasse di capire, appena sfiorando le corde, se tutte le note sarebbero suonate come dovuto. Ecco le sue due pinte.
Anche Marlene stava guardando il gruppo. Accolse con piacere la birra che gli portava l'amico, e con un po' di dubbio l'ordinazione che aveva fatto per lei.
— Domattina a che ora apre il parco? — Chiese lui tutto ad un tratto.
— Non so... Non sono nemmeno sicura che apra. Hai visto in che stato è?
— Se non apre, tanto meglio.
— Ma che ci vuoi fare?
— Voglio andare dove abbiamo visto volare quelle cose
— Fate — lo interruppe.
— Ok, le fate. — Acconsentì Joshua abbassando la voce. — Voglio che andiamo lì.
— E perché, scusa?
— Perché quella specie di scia, di polvere colorata che si lasciavano dietro. Deve essere finita per terra quella roba. E allora dobbiamo raccoglierne e capirne di più.
— Certo, cazzo. — Rispose Marlene, illuminandosi (anche perché aveva adocchiato un piatto uscire dalla cucina) — Non ci avevo mai pensato.
Nell'istante in cui il cameriere stempiato sulla cinquantina posava il piatto davanti alla ragazza, nel pub cadde il silenzio. Il gruppo era pronto e stava per cominciare. Joshua si guardò un attimo attorno, e scoprì che erano sicuramente i più giovani in quel posto. Tutti i clienti sembravano avere quasi l'età del tizio che li aveva serviti, se non di più, tranne un ragazzo sulla ventina che se ne stava in un tavolino d'angolo, dando col viso verso il posto vuoto contro il muro. Ora anche lui però guardava verso il palco, in attesa.
Le prime note giunsero dalla voce dell'arpista, che ancora teneva gli occhi chiusi, e né Marlene né il suo compagno avrebbero saputo dire se erano parole o che altro. Sicuramente non le capivano, quindi potevano tranquillamente essere semplici suoni. Lentamente tutti gli strumenti si unirono alla canzone, e nel pub ripresero i dialoghi, con toni sommessi come a non volere disturbare i musicisti. Il ragazzo nel tavolo d'angolo si mie a parlare da solo, conferendo ad ampi gesti con un interlocutore inesistente, ma nessuno parve farci caso, e quindi anche Joshua decise di ignorarlo.
La mattina seguente i due si trovarono davanti a scuola con largo anticipo rispetto alla campanella, e presero il bus per andare al parco dei principi. Trovarono chiuso, ma non si scoraggiarono. Mentre Marlene faceva da palo, l'altro scavalcò il cancello. Guidato dalla memoria e dalle mezze indicazioni dell'amica, fu sul punto dove le fate avevano volato. Si guardò per terra, tra i piedi, ma niente. Non c'erano polveri colorate. Si mise gattoni per controllare meglio. Né polveri, né null'altro di insolito. Niente di niente. Rimase lì per un bel po' a trascinare il naso per terra, col ritmo e il volume delle bestemmie che aumentavano man mano. Neanche le imprecazioni però cambiarono la faccenda. Non c'erano tracce delle creature che erano volate su quel punto la sera prima.
All'ennesimo — Cazzo! — Marlene rispose.
— Basta, se non c'è niente non c'è niente. Vieni fuori.
— Ma non è possibile...
— Nemmeno che ci fossero delle fate ieri sera lo era...
— Cazzo...
— Ok, hai messo in chiaro la tua opinione. Ora andiamo a fare colazione.
— Dobbiamo tornare.
— Va bene...
— E sai cosa? Chiamiamo Marco e Andrea, e gli diciamo di portare una telecamera.
— Giusto. Dopo colazione andiamo a vedere se Marco è a casa.
— Perfetto.
Così dopo colazione andarono dal loro amico Marco, che abitava con la sua ragazza Andrea in un appartamento per universitari, e che aveva una telecamera perché studiava per diventare regista. Andrea non c'era, ma Marco fece che accettare la proposta per entrambi, dichiarandosi scettico ma ben disposto, nel caso si fosse sbagliato, a riprendere delle vere fate.


Il giovedì Marlene e Joshua si presentarono alla stessa ora. Come la volta precedente, per scaramanzia o fame, il ragazzo si presentò con un felafel. Il che fece ridere l'amica.
— Cosa?
— Niente.
Poi arrivarono Marco e Andrea. Lui era armato di una telecamera piccola piccola, ma che garantì essere perfetta per riprendere qualunque cosa con qualunque luce. Lei si era messa addosso i vestiti più sgargianti che aveva trovato nell'armadio, perché pensava che sarebbe stato il modo giusto di agghindarsi. Si era anche ricoperta il viso di trucco colorato, come si potrebbe dipingere la faccia di una bambina per carnevale. Joshua aveva la sua giacca in simil-pelle blu, slacciata, ed un paio di jeans; i suoi capelli erano disposti in una maniera talmente caotica che si poteva pensare solo fosse dovuta a ore davanti ad uno specchio. Marlene indossava il suo spolverino; teneva i capelli sciolti, ma sopra ci portava un basco morbido che non si faceva notare troppo. I suoi occhi erano tra l'argento e l'oro. Marco si era infilato dentro ad una camicia chiara, e poi in un gilet a tinte smunte ed un paio di pantaloni slavatissimi. Aveva i suoi occhiali inutili (dovevano servire per riposare gli occhi, tipo quando usava il computer, ma li portava sempre, e quindi erano inutili) e la tracolla della telecamera.
Le nove. Da qualche parte sicuramente delle campane stavano suonando nei loro comodi campanili. Marlene non ne sentiva: fissava le ombre del parco fremendo per l'attesa. Dentro di sé sapeva che non sarebbe stata delusa. Joshua dubitava di avere visto ciò che aveva visto la volta precedente, e pregava di non essere considerato pazzo: quelle fate dovevano ricomparire. Marco si era già stufato di aspettare. Aspettare era una cosa da fotografi: lui doveva cogliere la vita, il momento, e questi erano sempre in moto e non si fermavano ad aspettare. Andrea non sapeva cosa pensare, ma d'altronde lei non lo sapeva mai. In genere si limitava a non pensare affatto: l'importante era dare all'esterno l'impressione di essere a proprio agio, buttando magari vaghi commenti privi di significato ed aggirando le domande dirette.
Un altro rintocco da qualche parte dichiarò che erano le nove e un quarto.
— Beh, si fanno attendere le vostre amiche... — Dal tono di Marco era palese che si sarebbe divertito a deriderli pubblicamente non appena gli si fosse presentata l'occasione.
Joshua rispose bruscamente. — Che cazzo vuoi che ne sappiamo?
— Tranquilli ragazzi. — Si interpose Andrea, tutta moine. — Non è il caso di arrabbiarsi, mi pare. Siamo usciti una volta noi quattro tutti assieme, approfittiamone per berci qualcosa e fare quattro chiacchiere da amici, no?
— Per me va benissimo. — La appoggiò Marco. — Purché nessuno tiri in ballo elfi, orchi, o altre cazzate simili.
Senza dire niente, Marlene se ne andò. Joshua, mandando affanculo gli altri due, la seguì preoccupato. Andrea disse che non era modo di comportarsi, e Marco dichiarò che si sarebbero calmati e avrebbero sistemato le cose. Loro due se ne tornarono a casa, passando subito a parlare di nulla con spensieratezza.
Marlene e Joshua tornarono al pub, appena lei riuscì a convincersi che non avrebbe pianto dalla delusione, e lui fu in grado di non essere troppo acido per la figura fatta. Non c'erano gruppi che suonavano, e nemmeno l'arrosto.

Eh be, la signora in giallo...

Author: GiAn /

Non so in che altro modo segnalarlo, quindi beccatevi questo

http://teatrinodisgustoso.blogspot.com

ola

episodi dalla fine del mondo mod1

Author: la zuppa / Etichette:

Fred.
Fred si sente protetto sotto il suo piumone azzurro cielo. Ha le mani grandi, Fred. Tanto che a lavoro le bestie gli hanno regalato i guanti di topolino. "Grazie" ha detto lui. Loro hanno riso, lui ha pianto. "Bestie". Il suono non esce, gli rimbalza nello stomaco.
Questa sera Fred non ha dato da mangiare alla tartaruga, le ha dato il Bacardi ed è morta. Poi si è messo il pigiama azzurro cielo e ha bevuto. (si sente protetto, sotto il suo piumone) "mi sento protetto sotto il mio piumone azzurro cielo" sogna mentre si infila nel letto gelato. La testa gli gira lentamente. mentre ruota dolce sul collo rosso urta col naso la bottiglia che dal cuscino scivola giù giù e si rompe. il fondo del bacardi ha sporcato il piumone. Fred raccoglie i cocci, si strappa le vene e il cielo si fa rosso. Poi tutto nero.

Le avventure di Alice: un sereno epilogo.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,


    Nel frattempo Sean attirò l'attenzione di Alice verso un pomodoro che aveva fatto rotolare spingendolo fino a lì, sicuramente quello per cui gli altri due stavano litigando. Era un frutto (o una verdura) non ancora maturo, e perciò verde e duro, e non si era minimamente rovinato nel venire usato come proiettile.
    Sempre ridendo sotto i baffi, che peraltro non aveva, il ragno spiegò:
    «Quello» ed indicò Walter, che proprio in quel momento stava passando a mezz'aria sopra la schiena dell'orso che era appena inciampato in una radice, «non riesce a distinguere i colori, e perciò gli va qualcosa che gli faccia da, diciamo, "esempio di rosso". Così Vin gli ha consigliato un pomodoro, ma l'altro che ha fatto? Ha pensato "meglio prenderne uno che mi duri a lungo, così spendo meno di frequente" ed è andato a comprarne uno non ancora maturo. Vin, vedendo la cazzata, ha preferito non dirgli niente, e farsi due risate alle sue spalle, così Walter se ne sta andando in giro da giorni scambiando verde per rosso.»
    Questa doveva essere una cosa che Sean trovava divertente, così ad Alice parve educato ridere con lui, anche se pensava che un poco la condizione del lupo fosse triste, anche se non capiva perchè. Senza pensarci granchè, si trovò a raccogliere il pomodoro ed infilarselo in tasca, sperando sotto sotto di poterlo ridare a Walter partecipando così al gioco di prenderlo in giro in modo da capire cosa lo rendesse divertente.
    «Ma comunque com'è che quei due si conoscono?» Chiese la ragazza.
    «Sai com'è», le iniziò a rispondere la signora Maggie, «con questi cavolo di borghesotti. Si mettono in testa di dovere convertire tutti ai loro presunti ideali, e così uno schifoso sfruttatore come Walter comincia a puntare un tranquillo orso, mendicante per scelta di vita, cercando di convincerlo a cambiare, per farne una sorta di esempio tra i non borghesi, e per potersi vantare delle sue capacità persuasive con gli amici del poker.»
    Intanto Vin, messo alle strette, aveva cominciato ad arrampicarsi su una acacia accanto alla betulla a cui era appoggiato poco prima. Il povero alberello dopo pochissimo prese a piegarsi sotto il peso dell'animale, e Alice pensò che non avrebbe potuto reggere. Poi l'orso si arrampicò un po' più in su, e l'albero si piegò maggiormente, e la ragazza non credeva che potesse reggere ancora. Ma Vin si sollevò ancora più in alto, piegando molto l'acacia, e a questo punto Alice si stava convincendo che nulla potesse spezzare l'elastica pianta. Fu proprio quando questo pensiero le attraversò la testa che con un "crack" molto più forte di quanto la ragazza si aspettasse il legno cedette alla gravità, mandando l'orso a gambe all'aria.
    La signora Maggie e Sean accorsero verso di lui per sincerarsi delle sue condizioni, ma più rapido fu Walter, che si trovava ad appena un balzo di distanza, a raggiungerlo per offenderlo, indifferente a come potesse stare.
    «Stupido grassone di un animale! Hai visto? Questo è perchè non sai come comportarti! Bisognerebbe che imparassi ad essere un orso a modo, invece di continuare coi tuoi atteggiamenti noncuranti, perchè vedi che portano solo guai.»
    Mentre il lupo parlava l'altro si era tirato a sedere singhiozzando sommessamente, e quando il primo prese fiato, sicuramente per poi continuare con nuove aspre parole, una veloce zampata di Vin lo mandò a rovesciarsi a terra più in là, intontito.
    Quindi la chiocciola, il ragno e la ragazza giunsero accanto all'orso per consolarlo. Alice era un poco intimorita dalla semplice mole della creatura, ma vederlo quasi in lacrime accanto all'albero spezzato ad accarezzarne le due parti la convinse della sua bontà di spirito, fugandone la paura.
    Per mostrarsi gentile e comprensiva, tacque, accarezzando la creatura tra le orecchie (per come era seduto, le riusciva di fare questo se stava sulle ginocchia, ma stendendo il braccio bene verso l'alto) e gli levò alcune delle spine della pianta che gli si erano conficcate nel pelo castano.
    La signora Maggie era scivolata fin su di una spalla dell'animale, e gli stava parlando.
    «Tutto bene Vin, non ti sei fatto male vero?»
    «Non va tutto bene» Rispose l'orso, con la voce che ci si aspetterebbe da tale creatura, ma incrinata da una tristezza che rasentava il pianto. «Ho rotto l'albero.»
    «Ma tu stai bene?»
    «Ha ragione Walter, quando mi muovo faccio solo danni.»
    «No, non è vero.»
    «Sì. Ho rotto l'albero solo perchè giocavo ad arrampicarmici.»
    «Ma è stato Walter a spingertici.»
    «Cazzate. E lo sai. Potevo non arrampicarmi. Solo che quando faccio qualcosa penso solo a me, e non a cosa può succedere, e combino casini.» Mentre parlava l'orso prese una fiaschetta da una tasca nascosta tra i suoi abiti, e ne trasse un lungo sorso. La fiaschetta era in realtà tale solo considerata in proporzione alle dimensioni di quell'animale, e quando fu aperta un forte odore alcolico colpì Alice in pieno volto, facendole allo stesso tempo desiderare di sboccare e di assaggiarne un poco.
    «Non è vero. Sarebbe potuto capitare a chiunque. E poi te sei uno che pensa agli altri.»
    «No, non è vero. Prendo tutto come un gioco. Non prendo le cose seriamente come dovrei.» Altro sorso.
    «Non scherzare nemmeno. Senza di te la Golden Cookies League non esisterebbe.»
    «E allora? Cosa facciamo per gli altri? Niente. Portiamo biscotti. Non è più un mondo adatto ai biscotti, questo, e dobbiamo rendercene conto.»
    Ora Alice si sentì di intervenire. «No, Vin, non è vero. La cosa da fare è impegnarsi perchè il mondo sia da biscotti, e per cominciare bisogna portare a tutti un po' della felicità che danno i biscotti, perchè altrimenti non sapranno cosa si perdono e tutto rimarrà com'è.»
    L'orso la guardò interrogativo, rendendosi per la prima volta conto di lei, e cercando di capire se doveva in qualche modo dare segno di averla riconosciuta o meno.
    «Io», continuò la ragazza imperterrita, «ho scoperto solo stasera della tua iniziativa, e trovo che sia meravigliosa, e che sia un inizio perchè il mondo migliori, perchè se la gente ragionasse di più nel modo dei biscotti, tutti ci si aiuterebbe di più e le cose andrebbero alla grande.»
    Vin stava palesemente per obbiettare qualche cosa, mentre la signora Maggie e Sean la guardavano colmi di rispetto. Alice però non si fermò per far parlare l'altro.
    «E questa pianta è un'acacia, quindi tirati su che tanto poi ricresce, e ancora più forte di prima.»
    L'orso si alzò, trascinato in principio dalla ragazza, che si era a sua volta appena messa in piedi. La guardava contento e sorridente, e quando fu sulle sue gambe bevve ancora un un goccio dalla fiaschetta, prima di rimetterla in chissà quale tasca segreta nascosta tra gli stracci della sua maglia.


    Anche Walter si era ripreso.
    «Allora cretino di un panzone, ti sei alzato? Possiamo andare a sto concerto? Dai, che così posso cominciare a convincerti ad andarcene.»
    «Ma tu perchè devi essere così stronzo?» Gli chiese Alice, con un tono sinceramente più curioso che arrabbiato.
    L'altro le rispose con un ghigno glaciale, sistemandosi il cappello. «Ma che cazzo di domande fai, cretina: in ogni fiaba ci va un lupo cattivo.» Detto questo partì al trotto verso il pozzo, accendendosi un'altra sigaretta nel tragitto.
    La ragazza lo guardò un attimo, ma si rivolse a Vin. «Come cavolo fai a sopportarlo?»
    «Cosa ci vuoi fare. Ognuno ha bisogno di prendersi a cuore un impegno. Il mio è Wally: voglio fare capire a quel poveretto che al mondo c'è più che le cose che si possono comprare.» Cominciò a frugarsi nella maglia, come alla ricerca di qualcosa. «Voglio ringraziarti per le parole che hai usato con me.» Le disse.
    «Ma no, non devi.»
    «Invece sì. Aspetta solo un attimo che lo trovo.»
    Alice non voleva niente per avere consolato l'animale, ma era anche curiosa di scoprire cosa questi avesse intenzione di regalargli, così non fece altre obiezioni mentre l'orso cercava in un'apparente infinità di tasche e pieghe, per poi produrne una piccola scatoletta di metallo dipinto, grande meno del palmo della mano della ragazza.
    «Ecco, tieni questo.» Le disse porgendole il contenitore. Era leggero, e su di esso era disegnato con una cura maniacale un paesaggio bucolico, con dei mulini a vento disposti su una verde pianura ondulata in una maniera che faceva pensare al caso pur apparendo ordinata.
    «Che cos'è?»
    «È uno dei miei biscotti, di quelli della Lega, ma è un biscotto speciale, come ce ne sono pochi.» Spiegò Vin, chinandosi per parlarle sotto voce verso la fine della frase, con l'aria di uno che voglia condividere un segreto divertente.
    «E come mai?»
    «Questo biscotto non si deve mangiare, no.»
    «No?»
    «No.»
    «E perchè?»
    «Perchè se lo pianti nel terreno adatto, e gli vuoi bene, e lo annaffi con del buon latte fresco di tanto in tanto, blandendolo con le parole, nasce un albero, e se gli fai tanti complimenti e gli mostri affetto tutte le sue foglie sono biscotti, di quelli al burro che facciamo noi, con la ricetta danese originale.»
    «Grazie mille.» Sbottò Alice, e gli saltò al collo.


    Quel momento venne spezzato da Walter, che dal bordo del pozzo gridò richiamando l'orso. Allora Vin si staccò dalla ragazza con un sorriso, e si avviò corricchiando e barcollando verso l'altro. Entrambi si gettarono dentro.


    Alice rimase un attimo imbambolata a fissare la scatoletta di alluminio che teneva ora tra le mane. Si riscosse quando sentì i primi allegri accordi di chitarra. Il concerto stava iniziando. Sia lei che la chiocciola che il ragno corsero verso il pozzo, proprio mentre anche un basso si aggiungeva intonato alla musica.
    «Oddio!» si preoccupò Alice giunta al bordo. «E io come cavolo faccio a scendere di qua?» E intanto guardava Sean che affrontava lo spigolo approssimativo che segnava l'inizio della discesa come se la pendenza non fosse cambiata per niente, e lui fosse sempre in piano.
    ("i've got nothing to worry about" aveva iniziato il cantante)
    «Fai come noi, Alice.» Le spiegò il ragno. «È semplice. Basta che continui a camminare.»
    ("so i worry about nothing")
    «Uuuuh Sean!» Intervenne la signora Maggie. «Questa la stanno cantando per te!»
    ("i think i've got fleas, or some tropical disease, but my spider sense is tingling")
    Poi la chiocciola prese per mano Alice, e iniziò a condurla giù per la parete del pozzo, ed in effetti era come camminare, e la ragazza notò che in fondo non c'era acqua, ma in qualche modo la luna si rifletteva in una pozza di latte, ed il bianco si sommava al bianco, ma poi inciampò ed iniziò a cadere verso il fondo. Voleva urlare, ma quando stava per cominciare si trovò completamente immersa.


    Alice tirò fuori la testa dall'acqua. Probabilmente si era addormentata nella vasca. Si guardò le mani, e pensò che fosse stata lì parecchio, visto che le dita erano raggrinzite e sembravano invecchiate di cento anni.


    Il giorno dopo Alice si sentiva stranamente tranquilla e rilassata. Si era alzata tardi, perchè per la prima volta in quell'estate era riuscita a dormire come si deve, anche grazie ad un rapido acquazzone che poco dopo l'alba aveva dato una rinfrescata al clima altrimenti torrido. A pranzo si era saziata di uno yogurt formato extra-large, di quelli senza nessun sapore particolare al di là di quello di yogurt.
    Ora se ne stava pacifica su di un'amaca appesa in cortile, all'ombra, con una leggera brezza di quelle che ogni tanto l'estate regala per dare un'illuzione di benessere tra due momenti eccessivamente caldi.
    Poco prima aveva vagato per le biblioteche, scorrendo sui titoli dei libri alla ricerca di qualcosa che la ispirasse. La mano le si era fermata su di una raccolta di poesie inlgesi, con abbondanti commenti critici, facilmente identificabili per il diverso carattere tipografico e quindi altrettanto facilmente evitabili.
    Adesso la stava leggendo, senza prestarvi particolare attenzione in realtà, ma lasciandosi cullare distratta dal dondolio dell'amaca. Ogni tanto le immagini dei poeti facevano capolino al di là della soglia dei suoi pensieri, che così, per esempio, si trovavano silenziosi di timore ad osservare una tigre fiammeggiante.
    Poi però ci fu un rumore che la distrasse dalla sua distrazione, attirando la sua attenzione verso il cancello. Da dove si trovava lo poteva vedere abbastanza bene, un po' di sbieco in verità, ma comunque riconobbe il rumore di un auto che vi si arrestava accanto, spegnendosi. Poi pensò di udire dei passi, ma sapeva di esserseli inventati, perchè non era così vicina al cancello.
    Dei sandali si affacciarono dall'altro lato dell'inferriata. Piedi femminili, caviglie snellite da un paio di tacchi bassi, una gonna gialla leggera che copriva le ginocchia. Non una gonna, ma un vestito a pezzo unico, retto da un paio di bretelle sottili quasi perse ed invisibili in una valanga di capelli castani, anche se dove stavano riflettendo la luce del sole sembravano biondi. Nessun gioiello, almeno niente di visibile da quella distanza. Le mani stavano mettendo nella borsa qualcosa: forse occhiali da sole, ma Alice non aveva fatto in tempo a vedere bene, e per quel che ne sapeva poteva essere un portachiavi ingombrante. La borsa in tinta col vestito, anche se in qualche modo un po' meno gialla.
    Dalla borsa uscì un cellulare, e quelle mani lo portarono all'orecchio destro dopo avere scostato una tonnellata di capelli che non si sarebbero definiti ricci. Lo sguardo cercò di rivolgersi verso una finestra in particolare, la trovò, sorrise.
    Alice non avrebbe saputo spiegare perchè o per come, ma non sentiva nè il fastidio nè la rabbia che si sarebbe aspettata e a cui si stava preparando. Una piccola parte di lei la implorò di fuggire, ma la tigre fiammeggiante la fece tacere e poi svanire.
    Matilde disse qualcosa al telefono, parve soddisfatta, riattaccò e ripose l'apparecchio, dopo averne scrutato il display brevemente. Gettando casualmente gli occhi nella direzione della ragazza, la trovò che la osservava di sottecchi, e decise che fosse il caso di salutarla.
    Nessuna vocina cercava di darle consigli ora, mentre Alice scendeva dall'amaca e si incamminava verso l'altra. Il giardino frusciava e cinguettava come consono a quell'orario in quel periodo, ma lei si voleva immaginare immersa nel silenzio, e così ad ogni passo cercava di eliminare uno di quei suoni.
    «Tu sei Alice, vero?»
    «Già. Tu invece sei Matilde. Ti ho vista di sfuggita l'altra mattina mentre eri in cortile che te ne andavi.»
    (Dopo che eri stata con mio padre). Ma la ragazza non pensò queste cose acida come solo poche sere prima.
    «Così finalmente ci incontriamo.»
    «Già.»
    (Complimenti per avere affermato l'ovvio. Vuoi una medaglia?) Di nuovo, non si sentì così cattiva nel immaginarsi a dire queste parole. Poi Matilde interruppe una pausa che stava minacciando di allungarsi troppo.
    «Che cosa fai oggi pomeriggio? Hai programmi?»
    «Mmmh... Veramente la mia idea era di abbioccarmi sull'amaca e sperare che non faccia più caldo di così.»
    (E poi sono anche un po' fatti miei).
    «Clima insopportabile, vero?»
    «Sì.»
    «Ma, ascolta, perchè invece non vieni con noi all'acquario?»
    «Non so se mi va...»
    (Ma che vuoi, scusa?)
    «Dai, sta settimana hanno aperto una specie di mostra sulle creature dei fondali oceanici, proprio accanto alla sezione sugli insetti.»
    «Come?»
    (Che carini gli insetti).
    «Lo so che non ha molto senso che ci sia una sezione entomologica in un acquario, ma non abbiamo un museo di storia naturale, in città.»
    «Quasi quasi...»
    (... E così anche papà è contento, che conosco la sua fidanzata.)
    (insetti insetti insetti insetti insetti insetti)
    «Lo sapevo. E poi, due punti a favore dell'acquario: visto che è legato all'università ci fanno entrare gratis; e c'è l'aria condizionata.»
    «Ok, dai, mi hai convinta. Vado a prepararmi un attimo. Ci metto due minuti.»
    Pensando contemporaneamente "aria condizionata" e "insetti", Alice si incamminò svelta verso casa, per darsi una sciacquata lampo e mettersi un qualcosa che si sentisse di utilizzare per uscire. Intanto suo padre stava uscendo dal portone, e le sorrise nel vederla. Lei contraccambiò e mentre gli passava accanto gli intimò di aspettarla ad ogni costo.


    La gita all'acquario andò piuttosto bene. Alice decise di perdersi ad osservare tutti gli insetti che potè, ascoltando ripetutamente le spiegazioni registrate di cui era corredato ogni terrario. Prestò meno attenzione a pesci, cetacei, crostacei e tutte le altre creature tipiche un acquario, ma si disse che la prossima volta avrebbe badato anche a loro. Matilde era anche mediamente simpatica, non insopportabile, ma forse esagerò un poco nel ricercare la sua complicità scherzando su suo padre. Pazienza, perchè ciò non fu sufficiente a rovinare il pomeriggio di Alice, che in effetti si protrasse fino a sera, quando i due adulti riuscirono a convincerla ad andare a prendere una pizza. Il caldo enorme del locale non gliela fece gustare al massimo, purtroppo, ma la ragazza quando tornò a casa potè dirsi soddisfatta.

Le avventure di Alice: ritrovo bagnato.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,


    Non avendo più aria da trattenere, fu presa dal panico. Subito non le venne in mente come comportarsi, come reagire: sapeva solo di essere sott'acqua, ma non riusciva a ricordare dove, nè come ci fosse finita. Aprì gli occhi, ed era buio. Dritto davanti al suo sguardo qualcosa di più scuro del resto si muoveva in maniera casuale. Poi le parve che ogni tanto si intravedesse qualche sorta di luccichio: stelle.
    Con tutte le sue forze Alice cercò di combattere la pesantezza che incombeva su di sè. Dopo una lotta infinita, riuscì a tirarsi seduta. Acqua le colava davanti agli occhi da delle foglie che le erano rimaste appiccicate in bilico sulla testa. La prima priorità era riempirsi i polmoni, poi le sembrava il caso di capire dove era.
    Il busto e le ginocchia non erano a mollo, così la ragazza poteva vedere che aveva indosso un vestito con una lunga gonna ed una sorta di grembiule, come quelli che aveva visto in tante raffigurazioni di Alice nel Paese delle Meraviglie. Blu chiaro, o azzurro scuro. Era seduta nella fontana del giardino sul retro di casa, ed i suoi guanti bianchi si stavano inzuppando, perciò si affrettò ad alzarsi in piedi, cercando nel frattempo di levarsi di dosso tutte le foglie appiccicaticce che prima stavano galleggiando.
    «Ehi, ma guarda qua chi c'è. Alice, figliola, come stai?»
    Da qualche parte arrivò la voce familiare della signora Maggie. Cercando intorno la trovò sul bordo della fontana, che agitava le mani per salutarla e per farsi notare. Indossava un piccolo cappello giallo, decorato da una banda di una tonalità più lucida, simile a seta. A questa erano legati in un fiocco dei fiori gialli che la ragazza non sapeva riconoscere. Portava anche una borsa più piccola dell'ultima volta, di quelle che bisogna tenere in mano perchè non hanno una tracolla utilizzabile: poco più di un grosso portafogli con molte tasche. Vederla così sorridente la faceva sembrare più giovane, ed Alice si interrogò su quanti anni potesse avere, ma si esimette dal chiederlo per educazione, ed anche perchè fu distratta dal dubbio che il giallo del cappello potesse andare bene col verde della giacca oppure no. E di cosa era la giacca, cotone spesso?
    Accanto alla chiocciola tossiva educatamente per chiedere le presentazioni un ragno elegante in doppio petto nero, che stava pulendo quella che sembrava una lente caleidoscopica, ma che certamente doveva essere un monocolo per ragni.
    La signora Maggie lo ignorò senza rendersene conto, e lui si rimise la lente davanti agli occhi destri, sorridendo in attesa del suo momento.
    «Salve signora Maggie. Sto benone, a parte che mi si restringeranno i guanti.»
    «Oh, ma quello non è un grave problema, vero?»
    «No, non credo lo sia. Cosa ci fa qui alla fontana?»
    «Sto andando al concerto. Pensavo ci stessi andando anche te.»
    «No, io non sapevo nemmeno che ci fosse un concerto. Dove lo fanno?»
    «Ma come non lo sapevi? Vuoi dire che mi ero dimenticata di invitarti, figliola mia? Oh, è imperdonabile da parte mia.»
    «Ma no, non la prenda così.»
    «Vediamo cosa posso fare...» La interruppe la chiocciola. «Sicuramente posso trovare un modo di farti entrare, visto che l'abbiamo organizzato noi questo evento, giusto Sean?»
    Sean, che naturalmente era il ragno elegante, abbozzò un lieve inchino verso Alice e poi guardò la signora Maggie in volto dall'alto delle sue lunghissime ed esili zampe, ma senza nemmeno un'ombra di superiorità negli occhi.
    «Certo Margaret.» Ed era la prima volta che la ragazza sentiva il nome dell'amica, notando tra l'altro il tono allegro del ragno, e una peculiarità nella sua pronuncia che non le riuscì di identificare. Doveva avere qualcosa a che fare con il modo in cui cui diceva le vocali, ma non era molto chiaro. «Immagino che potremo parlare con la sicurezza all'ingresso, e convincerli a fare entrare la nostra amica. Sono sicuro che non ci faranno problemi.»
    La chiocciola si avvicinò un poco ad Alice, parlandole con tono finto cospiratorio, senza preoccuparsi che l'altro stesse sentendo. «Io non avrei davvero voluto un servizio di sicurezza, ma ci hanno costretti. Fosse stato per me avremmo fatto una cosa libera per tutti, ma dicono che non possiamo fare entrare quanta gente vogliamo nel pozzo, che dobbiamo stare sotto un certo numero nel caso succedesse qualcosa. Tutte noie burocratiche.»
    «Ohoh» rise il ragno «Ma vecchia mia, sai che chi sarebbe venuto verrà comunque, quindi che problema c'è?»
    «È... tipo una questione di principio, credo. Comunque», tornando a rivolgersi alla ragazza, «Abbiamo fatto una vendita dei biglietti, e tutto il ricavato va in beneficenza.»
    «Dille a chi, dille a chi.» Le disse Sean, punzecchiandola leggermente con un gomito mentre una luce di fierezza gli brillava negli occhi.
    «Ci stavo arrivando...»
    «Alla Golden Cookies League.» Proclamò il ragno anticipandola e distendendo le zampe per portarsi nella posizione più elevata possibile da cui rendere il mondo partecipe. «Non è fantastico?»
    «Immagino di sì... in realtà non conosco questa gente...» Gli occhi del ragno, che si erano appuntati con una passione cocente in quelli di Alice parvero spegnersi mentre lei parlava. Il ragno si ritirò un po' in sè, compostamente, cercando di celare la propria delusione.
    Intervenne la chiocciola: «La Golden Cookies League è... È difficile spiegare cosa è... Sono un gruppo di appassionati che preparano biscotti secondo la ricetta danese originale, e poi si mettono agli angoli delle strade, e li regalano alla gente che li vuole, quanti ne vuole.»
    «Ma... io credo sia fantastico!» L'attenzione del ragno, che aveva annuito mogio alle parole della signora Maggie, sembrò ritornare, ed anche la sua allegria ricominciò a trasparire del suo sguardo. «Tutti dovrebbero sempre avere dei cookies danesi, di quelli al burro: sono buonissimi.»
    «Margaret,» disse Sean, «credo di adorare la tua amica.»
    Alice si trovò in imbarazzo per l'aperto complimento, ancor più per il fatto che proveniva da una persona (un animale in realtà, ma non le pareva il caso di badare a queste sottigliezze, visto che anche la sua confidente lo era) a cui era appena stata presentata. Chinò lo sguardo arrossendo appena un poco, e così non potè subito vedere da dove arrivava la voce che si unì alle loro.


    «Ecco, sapevo che sareste stati da queste parti, ma sinceramente speravo di non dovervi incrociare.»
    La ragazza sperava che ci fosse uno scherzo, una battuta, in quelle parole, ma il tono con cui erano state dette da quella voce burbera, faceva solo pensare il contrario.
    Comunque, prima che lei potesse appuntare gli occhi sulla creatura che era arrivata con tale infelice saluto, Sean replicò: «Sei sempre gentile come la grandine, eh Walter?»
    Walter si rivelò essere un grosso lupo grigio, con un paio di occhiali dalle lenti piccole, circondate da una montatura dorata, e un vestito dall'aria costosa e antiquata, che ad Alice parve decisamente troppo pesante per la stagione, di una tinta appena distinguibile dal pelo dell'animale, essendo questo di poco più chiaro. Reggeva in mano un cappello a cilindro, evidentemente parte di un completo col vestito, e guardò il ragno con uno ghigno malevolo e minaccioso che portò il piccolo aracnide a vacillare impercettibilmente.
    «Via, Sean, Walter, signori,» Si intromise la signora Maggie, «Non vorrete mica mettervi a discutere e litigare? È una serata di festa, oggi.»
    «Bah» commentò l'ultimo arrivato, indossando il cappello e prendendo da un taschino un accendino di metallo ed una sigaretta (la qual cosa fece venire voglia di fumare anche ad Alice, che comunque si trattenne dal chiederne all'animale) «Fosse solo per me io non sarei neppure qui con la vostra piccola boheme, ma mi starei godendo il poker in un ambiente ben più piacevole.»
    «E allora perchè», chiese la chiocciola, «sei venuto fin qui? Potevi risparmiare di degnarci della tua presenza.»
    «Sai com'è, le buone azioni non passano mai impunite.»
    Alice avrebbe voluto chiedere cosa intendesse dire, ma il lupo continuò: «Ma dimmi Margaret, chi è questa tua amica che se ne sta coi piedi a mollo a rovinare un paio di stivali, vestita come fosse appena uscita da una lezione di storia nella scuola di una fantasia vittoriana?»
    La ragazza si accorse in quel momento che in effetti non era ancora uscita dalla fontana, e si affrettò a rimediare, mentre la signora Maggie faceva le dovute presentazioni.
    «Questa è Alice, Walter, una mia amica. Alice, questo è Walter, e non posso dire che sia un mio amico.»
    «Salve Walter.»
    «Oh dio, ragazza, che diavolo hai in testa?» disse il lupo con tono tra lo scandalizzato ed il disgustato, «Una signorina a modo dovrebbe avere un'acconciatura, e non dare l'impressione di essere appena uscita da una seduta col giardiniere di un parrucchiere.»
    «Non essere screanzato, ora, l'hai appena conosciuta.» Lo redarguì il ragno.
    «Screanzato?» rispose Walter apparendo offeso, e offeso per lui voleva anche dire sul punto si essere arrabbiato, «Sono semplicemente sincero. La sua famiglia non dovrebbe permetterle di uscire in quello stato. E guardate poi come ha ridotto quel povero vestito: vergognoso.»
    Alice era un poco intimorita da quell'animale, un poco umiliata dalle sue parole, ed entrambe queste sensazioni la facevano arrabbiare.
    «Come osi giudicarla senza neppure conoscerla, solo in base all'aspetto» si inalberò la signora Maggie in sua difesa. «Chi ti credi di essere te? Anche con tutti i tuoi soldi rimani un cane pulcioso.»
    Ora il lupo era palesemente arrabbiato, e non faceva alcuno sforzo per nasconderlo: mostrava i denti ringhiando, ed il pelo gli si era drizzato tutto. «Come osi tu dare giudizi, quando tuo marito Robert e te non riuscite nemmeno a vivere nella stessa casa, e ve ne portate due diverse?» Sean sembrava essere sul punto di intervenire, ma uno sguardo di Walter lo ammutolì, facendolo piccolo piccolo. «E tu, cosa pretendi di parlare, tu sciocco pittore fallito di un alcolista? Le tue tele sono a malapene buone a prendere la polvere negli scantinati.»
    A questo punto anche la ragazza aveva perso le staffe, e rispose all'animale con altrettanta rabbia di quanta ne aveva mostrata lui. «Stai zitto lupo cattivo! Se sei arrivato qui solo per offendere ed insultare, puoi anche andartene al tuo lurido tavolo di poker, con altra gente schifosa quanto te.»
    Walter fece qualche passo verso di lei, minaccioso, ed Alice fu sul punto di rimpiangere le sue parole. «Non ti permettere piccola stronzetta egoista, che pensi che le cose debbano sempre andare come vorresti.»
    Probabilmente di già il lupo era pronto a saltarle addosso, ma si bloccò stupito quando il cappello gli volò via di testa e nella fontana, colpito da qualcosa proveniente dalle sue spalle che rotolò poco più in là, appena fuori dal campo visivo della ragazza. Il cambio nell'espressione dell'animale fu così rapido e totale, che avrebbe scatenato uno scoppio di ilarità in Alice se non fosse stata ancora arrabbiata (e spaventata), mentre fece uscire risate in sordina tra le mani che la chiocciola ed il ragno avevano usato per trattenerle.


    «Chi cazzo ha osato?» Gridò Walter, in un crescendo di rabbia, mentre si voltava a vedere chi potesse avergli giocato quello scherzo.
    La ragazza guardò nella stessa direzione, e fu non poco sorpresa di trovarvi appoggiato a grattarsi soddisfatto contro una betulla un orso tutto vestito di stracci impolverati, che sorridente si sistemava in testa un ampio e tondo cappello di paglia.
    «Brutto schifo che non sei altro, che cosa diavolo mi hai tirato?» gli grignò il lupo, che dava l'impressione di conoscerlo.
    «Un pomodoro.» gli rispose l'altro, come se fosse la cosa più naturale ed la contempo la più simpatica del mondo.
    «Un pomod...» cominciò Walter, la cui rabbia pareva poter crescere ancora, ma poi si interruppe, come se gli fosse improvvisamente venuto in mente un qualche dettaglio fondamentale. «Non intenderai mica "quel" pomodoro?»
    «Sì, certo. Quello avevo.»
    Ora il lupo non seppe più trattenersi, e si lanciò alla carica contro l'altro animale, che non perse però il suo sorriso. Proprio nell'istante in cui la bestia furibonda spiccò il balzo letale per azzannare l'orso, questi parve perdere il suo appoggio contro l'albero e scivolò a terra, mandando a vuoto l'aggressione.

Le avventure di Alice: una giornata normale.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,


    Luce.
    La luce le bruciava gli occhi attraverso le palpebre quella mattina. Attraverso una pesante nuvola di imbambolamento e mal di testa, qualche immagine della notte arrivava fino all'Alice cosciente, ma non le riusciva di trattenerne nessuna, perchè non appena ci provava quella luce lancinante appiccava un incendio sulle sue iridi. Da farla gridare.
    E non aveva ancora aperto gli occhi: il buio dentro di lei era troppo rosso, rosso come l'oscurità non dovrebbe essere.
    Decise di alzarsi ed andare in bagno a prendere qualcosa per l'emicrania che stava cercando di ucciderla.
    Lungo il percorso un'immagine confusa e sfocata che pensò di identificare come un orologio le diede un'informazione che non si soffermò a decifrare.
    La porta della camera si presentò marrone come un enorme ostacolo ligneo, che le creò qualche difficoltà.
    Probabilmente durante la notte qualcuno aveva allungato il corridoio, perchè il bagno non era mai stato così lontano.
    E che cosa ci facevano quegli scaffali pieni di libri?
    Fermandosi a riflettere con calma, respirando profondamente, Alice incalzò la porta corretta.
    Infine, rimase per un'intera epoca a far scorrere l'acqua nel lavandino, coi capelli che le cadevano in maniera casuale tutto intorno, rifiutandosi di andarsene da soli dal suo campo visivo.
    Poi l'acqua fredda sul viso pulì un poco la sua mente, e lei potè finalmente riempirsi un bicchiere, scioglierci la medicina, bere.
    Non le rimaneva che attendere e sperare che avesse effetto. Di dormire, con i bombardamenti in corso in quegli istanti nella sua testa, non se ne parlava.
    Tornò in camera, recuperò un vestito leggero, un semplice pezzo di stoffa nera con appiccicati dei girasoli di colori rumorosi, e della biancheria.
    Di nuovo in bagno a farsi una rapida doccia fredda.
    Poi ancora la camera. Nebbie dei sogni sempre più lontani ormai, irraggiungibili. Comunque sentiva che quella notte qualcosa fosse migliorato, come se avesse avuto mille mesi per riflettere su un problema, avvicinandosi alla soluzione.
    Si avvicinò alla finestra e la vide. Capelli ondulati-quasi-ricci, di un castano dorato che non poteva essere così luminoso già di prima mattina. Non ne vedeva il volto, ma aveva appena baciato suo padre, e ora si stava incamminando verso l'anonima utilitaria pronta sul viale. Calzava sandali senza tacco, ed era vestita in modo semplice.
    «Quella...»
    «Quella...»
    «Quella... Troia. Brutta. Baldracca. Stronza.» Stava quasi gridando. Stringendo i pugni si allontanò dalla finestra per non farsi vedere da suo padre che stava chiudendo il cancello.
    «Maledetta puttana. Si è pure fermata qua, stanotte. A letto con papà. Maledetta, maledetta stronza.»
    Incazzata come una vipera, Alice aveva bisogna di qualcosa con cui sfogarsi. Un ciuffo di capelli le ciondolò davanti agli occhi. Durante e dopo la doccia il mal di testa si era un po' calmato, ma ora tornava insistente come una marea, ma veloce come un'alluvione.
    Si sedette al tavolino da trucco e aprì un cassetto. Dallo specchio, una ragazza la fissava, la bocca ridotta ad una dura linea orizzontale da qualcosa che trascendeva la rabbia. Imprecando senza parlare, Alice la guardò mentre si tagliava i capelli, e ritrovò il controllo di sè.


    Quel giorno a pranzo Alice e suo padre mangiarono un loro tipico piatto estivo. Consisteva in un'insalata fredda di tutto quello che capitava a tiro. In questo caso c'erano dei pomodori, due mozzarelle, del mais, uova sode, fontina a cubetti, olive verdi, olive nere, carciofini sott'olio, zucchine in carpione, cipolline, sedano, insalata valeriana, un po' di rucola, fagioli di almeno un paio di qualità differenti, cetriolini sott'aceto, carotine tagliate. Le mozzarelle le aveva prese papà la mattina al mercato alimentare della Città, fresche fresche. Le zucchine invece le avevano preparate assieme la settimana prima, o forse erano cinque giorni, ed avevano ormai raggiunto il giusto sapore. Tutti questi ingredienti, in pratica tutti freddi del frigo, erano stati tagliati quanto necessario, mischiati con olio aceto e sale in una grossa terrina, e poi divisi in due terrine diverse, una a testa per Alice e il padre, che le vuotavano aiutandosi con abbondante pane scongelato in microonde per l'occasione, visto che si erano dimenticati di comprarne di fresco. Da bere acqua dal frigo, perchè con quel caldo a nessuno dei due andava di bere altro a pranzo.
    A tavola il padre di Alice commentò sui suoi capelli.
    «Bello il nuovo taglio.»
    «Grazie pa'.»
    «Come ti è venuto?»
    «Ho preso le forbici, ho fatto sciak sciak un po' qui un po' lì e...»
    Suo padre rideva. «No, ok, ok. So come funziona. Intendo, come mai li hai tagliati.»
    «Ehm... Boh... Così...» Sorriso ad occhi chiusi e mille denti per non pensare alla risposta.
    «Ah beh... Comunque hai fatto bene, mi piacciono così. E poi con il caldo che fa sopportarli lunghi come prima doveva essere diventato pesante.»
    «Già.» Poi Alice ebbe uno sprazzo di masochismo. «Come è andata ieri sera?»
    «Benone, direi. Matilde è una gran persona. Penso che piacerebbe anche a te, se mai decidessi di conoscerla.»
    Dolore freddo da qualche parte attraverso una scapola. «Ma boh... Immagino mi sentirei di troppo, con voi due. Mi sembra una cosa...»
    «Non devi preoccuparti di questo. Se qualcuno deve entrare nella mia vita, deve sapere che ci sei già tu, e che questa non è una cosa che si possa cambiare. Quindi è giusto che per fare una cosa seria, lei ti conosca e valuti se vuole continuare a conoscerci entrambi o meno.»
    «...»
    «Cioè, se devo scegliere tra te e una compagna, vinci senza pensarci, e voglio che questo sia chiaro.»
    «... Grazie, immagino...» Il freddo stava cambiando colore, passando dal suo azzurro naturale ad una tinta più verde.
    «Però mi piacerebbe che tu, in un certo senso, mi aiutassi...»
    «Cosa vuoi dire?»
    (se vuoi che ti dica di lasciarla perdere e dedicarti solo a me come se non fossi tua figlia, dillo ora...)
    «Voglio dire: se tu e lei non vi conoscete, io non posso capire che intenzioni abbia, e quindi... Uhm... Non sono sicuro di saperlo dire, comunque ho abbastanza chiaro in testa quello che intendo.»
    «Credo di capire...»
    «Ottimo.»
    «Però papà...»
    «Cosa?»
    «Mangia la tua verdura, che se no si fredda.»
    «Scema.»
    «Grazie.»


    Poi fu caffè con panna spray, che nonostante fosse molto probabilmente di origine sintetica era buona, oltre a far raffreddare un po' il caffè, permettendo ad Alice di non scottarsi lingua e palato per la fretta.


    Quel pomeriggio ad Alice venne voglia di gelato, così prese il suo gatto di peluche ed andò il cantina per recuperarne uno dal freezer grosso.
    Le scale, in realtà molto solide, erano opportunamente traballanti, o forse era l'immaginazione della ragazza che gliele faceva sembrare tali per tenerle a tema con la loro destinazione. Dopo averle scese con attenzione, ma lieta per la frescura che andava intensificandosi ad ogni gradino, la ragazza fu nella stanza dai bassi soffitti a volta, coi mattoni a vista.
    Suo padre periodicamente si dava un gran da fare per pulire la cantina, ma non in maniera che sembrasse linda: lo scopo era di darle un'aria di vecchio, senza che sembrasse abbandonato.
    Appena dentro, Alice soffiò sul ripiano più vicino, liberandolo dalla polvere, e ci mise il gatto, che doveva stare lì di guardia. Aveva fatto così fin da bambina, quando aveva paura di scendere là sotto da sola, per il buio e per la possibile presenza di topi e altri mostri. Suo papà le aveva detto che i topi avevano paura dei gatti, e che non erano molto intelligenti. Poi le aveva dato quel gatto di peluche, dall'aspetto un po' inquietante, a pensarci bene, con enormi occhi gialli e la testa sproporzionata al resto del corpo, dicendole che i vari mostriciattoli della cantina, vedendolo farle compagnia, sarebbero scappati a nascondersi. Ora, mentre trovava l'interruttore ed accendeva la luce di cui aveva bisogno per proseguire nella stanza senza andare a sbattere contro qualunque cosa, quelle paure erano solo ricordi, ma l'abitudine era rimasta.
    «Tu stai qui e tieni d'occhio la situazione.» Accarezzando il pupazzo tra le orecchie, si immaginò che facesse le fusa, e ridacchiò allontanandosi.
    Passandoci accanto, Alice si fermò davanti allo scaffale che reggeva le bottiglie di vino. Cominciò a girarle una ad una, soffiando sulle etichette per poterle leggere. Alcuni di quei vini erano più vecchi di lei. Altri anche più vecchi di suo padre. L'idea che probabilmente non sarebbero mai stati assaggiati non le dava il fastidio che razionalmente sentiva dovesse darle, ma non era in grado di spiegare il perchè. Un ragnetto dalle zampe lunghe e sottili ed il corpo tondo scappò via lungo la trave dalla bottiglia che aveva appena rigirato, un Roussette de Savoie vecchio di sei anni.
    «Chiedo scusa signor Ragno.»
    Dopo un attimo l'animale non fu più in vista.
    Tornando alla ragione per cui era scesa in cantina, la ragazza proseguì fino al freezer, spalancandolo. Ora doveva affrontare la solita ardua decisione: cono, coppetta o ricoperto? Ognuno aveva vantaggi e svantaggi, ed erano tutti troppo buoni per escluderne a priori. Questa volta la scelta cadde su una coppetta alla fragola: il caldo le avrebbe sicuramente fatto cadere il ricoperto, e colare il cono.
    Aveva appena richiuso lo sportello, quandò un'illuminazione le fece cambiare idea: avrebbe mangiato un cono alla crema, stando seduta in cantina per evitare il caldo esagerato del pomeriggio. Detto fatto, fece lo scambio di gelati col freezer, e ci si sedette sopra per gustare il proprio.
    Finita la sua merenda, Alice se ne rimase ancora un po' lì dov'era a gustarne il ricordo. Poi tornò verso le scale per recuperare il gatto e congratularsi con lui per l'ottimo lavoro. Andando, gettò un occhio verso i vini: il ragno si stava piano piano calando sulla stessa bottiglia.
    Mentre saliva la scale, la ragazza ancora ne rideva.


    Prima di cena Alice si era già fatta una doccia, ma quella sera la stanchezza e il sonno non le bastavano per sfuggire dall'afa, una enorme bestia malvagia ed ingombrante che andava ad opprimerla in ogni angolo di casa. Per cercare salvezza decise di farsi un bagno, bello fresco, nella sua vasca del suo bagno.
    Il suo bagno non era il più vicino alla camera da letto, nè quello rinnovato più di recente, nè il più grande, nè quello con la vasca più comoda, nè quello con l'idromassaggio. Tutte queste erano caratteristiche del bagno che usava suo padre. La vasca era semplice e nello stesso antiquato stile della casa, messa da una parte, sotto una finestra, ma non proprio attaccata al muro: era una di quelle vasche senza muratura. Non era molto grande, ma neppure la ragazza lo era, quindi ci stava comoda comunque. La tubatura della doccia saliva come lo stelo di un fiore d'ottone da uno dei lati stretti, quello da cui i piedi di Alice potevano controllarne il funzionamento o sradicare il tappo dal fondo. Quando necessario, una tenda di una plastica fastidiosa a righe poteva venire fatta scorrere su un tubo che correva ad ovale sopra al vasca, in maniera che se lei si voleva fare la doccia non doveva poi asciugare tutta la stanza.
    Ora la tenda era appesa, ma tutta raccolta e legata dietro allo stelo della doccia, in modo da non dare fastidio. Un asciugamano era steso a mo' di tappeto di lato, e quando avesse finito il bagno Alice ci avrebbe messo i suoi piedi bagnati, per evitare di produrre una scomoda pozzanghera.
    La ragazza era immersa fino alle spalle in acqua fresca e profumata, ma non troppo profumata se no l'avrebbe potuta nauseare, ed aspettava di sentire che l'afa non sapesse più dove raggiungerla. Non aveva bisogno di lavarsi, grazie alla doccia di poco prima, quindi se ne stava semplicemente distesa a godersi la frescura, dimentica del caldo provato due attimi prima e di quello che avrebbe probabilmente provato più tardi. Stava solo lì, senza pensare a nulla, lasciando che i pensieri facessero da soli i loro soliti giri nella sua testa, formandosi in immagini, combinandosi, fondendosi, scappando gli uni davanti agli altri. L'unica cosa che le interessava era la sensazione pacifica che l'essere immersa le dava, contro la turbolenza del caldo eccessivo e del sudore. Così Alice prese un respiro più grande e si immerse del tutto.

Le avventure di Alice: God save the Queen.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,


    Così riversò sulla piccola creatura tutti i suoi dilemmi, i suoi patemi, le sue sofferenze, sia quelle vere che quelle che si era creata da sè, e che quindi erano ancora più sentite.
    Come aveva odiato tutte le compagne di papà, alcune senza conoscerle, addirittura alcune senza mai volerle vedere. Come alla fine si era resa conto del perchè, una volta essere diventata una donna. Come la faceva sentire quando lui la guardava, ma vedendo solo una figlia. Come avrebbe voluto che lui la guardasse, come avrebbe voluto che le parlasse, come avrebbe voluto che la toccasse. Come invece parlava a questa nuova arrivata, come senza dubbio la guardava, come probabilmente la toccava, come questa sconosciuta ricambiava.
    A tratti si infervorava, ma per lo più manteneva un tono calmo, come se stesse parlando di qualcun altro, dei problemi si una sua amica.
    Dopo essere andata parecchio avanti con il suo monologo, iniziando a sentirsi pericolosamente lucida, incominciò a prepararsi una nuova canna, continuando a parlare sovrapensiero, e si rese conto di stare chiamando la chiocciola Signora Maggie, e di starle dando del lei. Questo era molto divertente, ma le sembrava anche del tutto naturale.


    «Ora mi berrei volentieri un caffè, o meglio un tè, Signora Maggie, ma fa davvero troppo caldo.»
    La Signora Maggie era sulla sua spalla che l'ascoltava annuendo. Indossava una giacca rossa leggera, che arrivava fino al piede. Tra le antenne portava un delizioso cappellino azzurro, decorato con un fiocco di raso di una tonalità un poco più scura, e con una delicata piuma bianca. Osservandola, ad Alice non venne in mente nessun animale che potesse avere piume così piccole, ma poi si ricordò che magari era di un bruco, e comunque sarebbe stato sgarbato chiedere, perchè se era un'imitazione, magari la Signora Maggie avrebbe potuto avere l'impressione che glielo avesse fatto notare apposta per qualche ragione derisoria borghese. La borsetta a quadri era proprio bella, e come tutte le borse a quadri delle signore quasi anziane ma ancora giovanili, pareva dovesse scoppiare da un momento all'altro, spargendo chissà quali meraviglie in ogni direzione pensabile.
    «Sai, hai ragione figliola. Ma comunque non è l'ora giusta per bersi il tè, che poi non mi dormi e ti vengono le occhiaie.»
    «Ma tanto domani non devo nè uscire, nè vedere nessuno di particolare, quindi posso anche permettermi di dormire poco.»
    «E cosa ne sai? Magari succede qualcosa che non ti aspetti, e poi rimpiangi di non avere dormito abbastanza del tuo sonno di bellezza.» Con quel suo tono scherzoso, la Signora Maggie era davvero incantevole.
    «Con quel suo tono scherzoso, Signora Maggie, lei è davvero incantevole.»
    La chiocciola scoppiò in una lieve risata contagiosa, e prendendo Alice a braccetto la accompagnò nella stanza del castello.


    Quando ebbero sbollito le risa, la Signora Maggie indicò ad Alice la campagna, dove fremeva l'attività delle operaie. Si aspettava che fossero più tranquille a quell'ora della notte, e perciò rimase un pochino a bocca aperta ad ammirare come una formica più grossa delle altre stesse correndo tutto intorno ad un gruppo di sue sorelle più piccole, che tirate e spinte stavano disponendosi su quattro righe molto ordinate.
    La Signora Maggie iniziò a scivolarle giù dalla spalla sul braccio, causandole una viscida sensazione di solletico.
    «Vieni giù Alice, seguimi.»
    «D'accordo Signora Maggie, dove andiamo?»
    «Vieni con me che andiamo a parlare con queste brave ragazze.»
    «Intende dire le formiche?»
    «Sì, certo. Vedi qualcun altro nella stanza?»
    Lievemente imbarazzata Alice si guardò intorno ridacchiando, poi si mise in ginocchio e lasciò che la chiocciola andasse sul bordo del terrario.
    «Ora mi raccomando mia cara, parla a voce bassa che le mie amiche sono piuttosto sensibili.»
    Piuttosto divertita, la ragazza portò la sua voce ad un sussuro.
    «Va bene.»
    Scivolando scompostamente sul bordo unto di vaselina, la Signora Maggie arrivò infine sulla terra della campagna. Borbottando tra sè, si smanacciò via la povere di dosso. Poi si avvicinò decisa e sorridente verso la formica più grande. Le due iniziarono a confabulare tra loro.
    Alice avvicinò il capo, per cercare di ascoltare, ma non riuscì a cogliere nulla oltre al tono della chiocciola che rassicurava l'altra. Ad un certo punto l'operaia gesticolò verso di lei indicandola e voltandosi subito a fissarla, imitata da una sorridente Signora Maggie, che prese a ridere quando vide l'imbarazzo dipinto sul volto della ragazza, che si sentiva scoperta in qualche atto poco gentile ed educato.
    Allontanandosi si sedette a braccia e gambe incrociate, alternando risatine sciocche ad espressioni corruciate. Entrambe queste esternazioni le sembravano via via le più adeguate, e perciò si susseguivano senza sosta nè ordine.


    Dopo centinaia di cambi di espressione, durante i quali Alice cercò, tra l'altro, di convincere un'ombra sul soffitto a spostarsi per far coincidere i suoi contorni con l'ombra del telaio della finestra (e per un attimo aveva avuto l'impressione di stare per riuscirci), la voce della Signora Maggie la richiamò verso la campagna con parole difficili da capire a causa della grande distanza che separava la loro fonte dalla loro foce.
    Gattonando la ragazza tornò dall'amica, che si scambiò un ultimo cenno di complicità con la formica, mettendole una mano incoraggiante e fiduciosa sulla spalla ed annuendo.
    Ricordandosi solo all'ultimo di sussurrare, Alice chiese: «Cosa succede qui?» ed il tono sinceramente ingenuo ed interessato avrebbe addolcito i caffè presi nella stanza per ore, se ci fossero state tazzine per raccoglierlo.
    «Le mie amiche vogliono parlarti, Alice.»
    «Oh, molto bene, alora credo che le ascolterò.»
    «Sì, sarebbe carino ed educato da parte tua.»
    «Grazie, infatti lo farò. Ed inoltre sono interessata a sapere cosa possono avere da dirmi le mie care formichine.»
    Facendosi ancora più vicina, la ragazza causò un attimo di caos tra le righe delle operaie, che iniziarono a sparpagliarsi. Solo l'intervento di quella più grande, che corse tutto intorno a perdifiato, riportò l'ordine, e Alice fu premiata dall'espressione infastidita di questa gigantessa tra le sue sorelle. Inoltre la Signora Maggie la rimproverò bonariamente:
    «Cerca di fare piano, figliola. Anche solo le ciocche dei tuoi capelli potrebbero fare molto male a queste piccoline.»
    Sinceramente dispiaciuta e preoccupata, fatto che si poteva vedere dal fatto che si stava mordendo un angolo del labbro inferiore, Alice chiese scusa.
    «Mi dispiace formichine. Non era mia intenzione di spaventarvi. Prego, ditemi quello che volete.»
    Annuendo ancora una volta alla chiocciola, l'operaia più grande si rivolse alle sue sorelle, imperiosa nella sua stazza davanti alla prima riga, e cominciò a gesticolare. Se stava anche parlando, la ragazza non lo sapeva, perchè non la poteva sentire. Sentì invece un flebile coro levarsi dalle altre, una sola voce che prese forma e forza, nel tono ritmato di tante voci piccole e sottili.
    «Ti salutiamo Portatrice-di-Vita. Ti salutiamo in nome della nostra nobile regina Deidre la fertile.»
    «Portatrice-di-Vita? Sarei io?»
    «Sì Alice,» le disse la Signora Maggie, «io no di certo.»
    «Grazie mille piccole amiche. Io contraccambio il più cordialmente possibile i saluti della regina.»
    Ignorando completamente lo scambio tra le due, le formiche continuarono.
    «Tu Portatrice-di-Vita ci doni lo zucchero con cui la nostra regina nutre sè stessa, per portare al mondo larve forti ed industriose. Tu ci doni le prede che permettono a noi sorelle operaie di avere la forza per sostenere il clan. Per questo noi ti siamo immensamente ed eternamente grate.»
    «Di niente, signore. Per me è un piacere.»
    Le operaie continuarono ancora senza dare credito alla risposta della ragazza. Questo fatto le diede un po' di prurito, ma si disse che probabilmente quelle bestioline avevano imparato il discorso a memoria, e non prevedevano uno scambi di battute.
    «Ma tu, Portatrice-di-Vita, sei anche Signora-della-Prigionia.»
    «Che cosa?»
    Offesa, Alice si scordò completamente di dovere parlare sottovoce. Non che avesse gridato, ma il suo tono normale era troppo per quei piccoli insetti, che si gettarono a terra coprendosi il capo con le zampette tremanti. Alcune iniziarono più rapidamente che potevano a scavare una buchetta in cui nascondersi. Quella che mantenne di più la calma fu quella grande: si gettò a terra come le altre, ma fu la prima a rialzarsi, e subito prese a correre da tutte le parti per recuperare il suo coro.
    Intanto la ragazza, appoggiando le mani sulla terra della campagna, si era sollevata a sedere, imbronciata e stizzita. La chiocciola cercò di calmarla.
    «Alice, Alice, Alice... Stai tranquilla per cortesia.»
    «Tranquilla?» disse l'altra ad alta voce. Poi tornò ad abbassare il tono, preoccupata per le formiche anche attraverso il velo ombroso della rabbia. «Tranquilla dice? Perchè dovrei stare tranquilla quando vengo insultata dalle creature a cui ho dato tutto?»
    «Oh, sono sicura che non volevano offenderti.»
    «Ha sentito anche lei che cosa dicevano.»
    «Sì. Beh, potresti almeno lasciarle finire, no? Cercare di sentire cosa intendono, farle spiegare, no?»
    Per nulla convinta Alice acconsentì. Tuttora arrabbiata, si chinò nuovamente sulla campagna. Le formiche erano di nuovo in ordine su quattro righe, ma meno numerose che in precedenza. Per questo, quando ripresero il loro coro, esso era molto meno intenso, tanto che la ragazza fu costretta ad avvicinarsi ulteriormente.
    La canzone era ripresa da pricipio: evidentemente non solo era un discorso imparato a memoria, ma le formiche non erano in grado di continuare dal punto in cui si erano interrotte. Fatto anche comprensibile, vista la gran paura che si erano prese e che le aveva decimate.
    «Ti salutiamo Portatrice-di-Vita. Ti salutiamo in nome della nostra nobile regina Deidre la fertile.
    Tu Portatrice-di-Vita ci doni lo zucchero con cui la nostra regina nutre sè stessa, per portare al mondo larve forti ed industriose. Tu ci doni le prede che permettono a noi sorelle operaie di avere la forza per sostenere il clan. Per questo noi ti siamo immensamente ed eternamente grate.»
    Visto che questa parte l'aveva già sentita, Alice cercò di coglierne la metrica, ma questa continuava a sfuggirle dalle orecchie, troppo aliena ed incostante per le sue orecchie viziate dagli strumenti degli uomini. Forse, dubitò per un momento, non stavano nemmeno cantando nella sua lingua.
    «Ma tu, Portatrice-di-Vita, sei anche Signora-della-Prigionia.»
    La ragazza non potè non farsi sfuggire un mezzo grugnito infastidito, sottolineato da uno sguardo severo della Signora Maggie, che fissandola con le braccia conserte bloccò sul nascere ogni possibile tentativo di protesta che stesse formandosi alla base sua mente.
    «Tu Signora-della-Prigionia avveleni le mura che circondano il nostro regno con la terra inscalabile. Tu ci costringi nei nostri confini, limitando lo sviluppo delle terre del popolo.»
    Era questo che faceva? No. Lei metteva la vaselina così le formiche non potevano invadere la casa, nè traferirsi abandonando il formicaio. Però dava loro tutto ciò di cui potessero avere bisogno nel formicaio, mantenendo il terreno della campagna e del castello umido al punto giusto, preparando ogni due giorni l'impasto di Bhatkar, dando loro gli insetti da mangiare quando ne catturava. Grazie a lei, loro non avevano conosciuto l'inverno, ed erano prosperate da un anno a quella parte senza la più minima preoccupazione.
    «La nostra regina ti chiede perchè, Portatrice-di-Vita, tu sei Signora-della-Prigionia. Noi ti adoriamo e temiamo, grande Madre, e ti chiediamo di concedere alle tue figlie il dono della libertà, se questo non è troppo, perchè il regno che ci hai donato, per quanto vasto, non sazia la nostra fame del mondo.»
    Stupefatta, ed ormai completamente dimentica di essere arrabbiata con le abitanti del formicaio, Alice si sedetta con un espressione persa, dichiarando: «Oh, merda.»
    Dopo pochi attimi la Signora Maggie la chiamò dalla campagna. Gettando lo sguardo la ragazza vide che stava dicendo qualcosa all'operaia che aveva diretto il coro. Poi si voltò verso di lei e le fece cenno di avvicinarsi per ascolatarla.
    «Ragazza, prendimi in braccio, perchè da sola, alla mia età, non riesco a scalare questa parete tutta unta.»
    «Certo Signora Maggie.»
    Lasciando che la chiocciola le salisse sulla mano, solleticandole viscidamente le dita, Alice continuò: «Ha avuto ragione a volere che ascoltassi.»
    «Vedi. Lo sapevo.»
    «Però prima mi hanno fatto proprio arrabbiare.»
    «Non ti preoccupare, capisco che ti possa essere offesa.»
    «E ora cosa dovrei fare?»
    «Ah, questo non posso dirtelo io, ragazza. Devi pensarci e rifletterci su te, e capire cosa è meglio, prima di prendere una decisione.»
    «Ci penserò, allora.»
    «Brava figliola. Ora puoi lasciarmi giù, se vuoi. Le ragazze, lì, hanno una conzone per te, ceh avevano preparato rappacificarti nel caso fossi ancora arrabbiata. Cosa ne dici di ascoltarla?»
    «Oh, sì, molto volentieri. La ascolta con me?»
    «No, grazie. Io ora andrò a dormire. Non ho più l'età per restare alzata così tardi.»
    «Buona notte allora, Signora Maggie.»
    «Buona notte Alice, e arrivederci.»


    E così l'anziana e pimpante chiocciola scese dalla mano e se ne andò, uscendo dalla finestra sul balcone, e portando con sè tutte le magiche sorprese che potevano essere nascoste nella sua unica borsa a quadri.
    Alice, intanto, si era riavvicinata sorridente alla campagna, un po' dispiaciuta per essere stata arrabbiata con il coro. Le formiche ora erano molto più numerose, e quando fu vicina si inchinarono tutte. Lei si trattenne dal ridere per la bellezza della scena, perchè non voleva che le sue risate causassero qualche danno alle fragili creaturine, ma si ripromise di conservare quell'immagine e riderne poi più tardi.
    Raggruppandosi ben strette, le operaie cominciarono la loro canzone, che la ragazza poi non ricordò bene, ma che sapeva essere molto dolce, e molto bella, anche se probabilmente non aveva molto senso. Oppure il senso c'era, ma era una cosa per formiche che Alice non sapeva se era stata in grado di cogliere, anche perchè era più un'idea che altro, e quindi non la si poteva raccontare e descrivere con le parole.

Le avventure di Alice: inizio.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

    Quell'estate Alice aveva deciso di stare a casa con suo papà, nella grande e fatiscente casa sulla collina, immersa nel verde di un cortile dove alberi lacrimosi riposavano mogi al sole, aspettando che i fumi della Città finissero di insozzare l'aria che respiravano.
    Lui le aveva chiesto come mai, se ci fosse qualche problema.
    «È tutto a posto papà, sul serio.»
    L'aveva guardata con un sorriso dubbioso.
    «Soltanto che non mi va di andare in vacanza con gli altri, come lo scorso anno, di nuovo in quella casa, o in una simile. Sai che non sono mai andata matta per il mare.» Adesso toccava a lei sorridere, sperando di essere stata convincente.
    «Oh, lo so, lo so. Mi ricordo quanto piangevi quando cercavo di insegnarti a nuotare.»
    Le aveva passato la mano tra i capelli, scompigliandoglieli, e lei aveva riso. Sapeva che non si sarebbe opposto alla sua scelta, una volta che gli avesse detto che era quello che voleva. Non l'aveva in pratica mai fatto, e non avrebbe cominciato proprio ora che lei stava per diventare una quasi-post-adolescente-quasi-adulta.
    E poi, voleva esserne convinta, lui preferiva che lei fosse a casa, e non lo lasciasse da solo in quella grande villa così fuori dalla Città.
    Adesso Alice era seduta che si abbracciava le ginocchia sul davanzale della finestra della sua camera. Si era messa lì a leggere “Le cronache di Narnia”, pensando che forse sarebbe riuscita a farselo piacere, nonostante il fatto che qualcuno ci avesse fatto un film.
    Era un pomeriggio sereno, ma nella casa non faceva un caldo eccessivo. Non sapeva perchè, ma in casa non faceva mai molto caldo. Di questo lei era grata, perchè il caldo, sommato alla cocente umidità di tutte le estati, l'avrebbe fatta sudare e lei non sopportava di sudare. Ogni volta che sudava anche solo un poco sentiva subito il bisogno di farsi una doccia o un bagno. Non a caso aveva sempre odiato le ore di educazione fisica.
    Nonostante il suo odio per l'attività fisica (quando da bambina avevano provato a farla giocare a tennis si era sentita come se avesse qualche grave deficit psicomotorio, vedendo gli altri bambini tutti molto più bravi, veloci ed agili) , e la sua dieta approssimata e casuale, per lo più imputabile ad una totale assenza di educazione alimentare, Alice manteneva una linea invidiabile, ed il tutto senza soffrire dei disturbi che andavano tanto di moda. Probabilmente consumava tutto ciò che ingurgitava leggendo o badando alle sue bestiole.
    Le vennero in mente le sue bestiole, e questo la distrasse da quello che l'aveva distratta dalla sua lettura: papà era in cortile che spaccava legna, sudando sì, lui, per la fatica e per il caldo. Una volta lei gli aveva chiesto perchè si mettesse a spaccare la legna per il caminetto d'estate, quando non serviva.
    «La metto da parte. Questo autunno, e questo inverno, non ci saranno delle belle giornate così. E ne approfitto per stare all'aperto, fare un po' di attività. E così quando farà freddo non dovrò stare fuori a spaccare legna, perchè ne avrò un bel mucchio pronto per essere bruciato.»
    Però papà non era molto bravo a spaccare la legna. Spesso colpiva i ceppi un po' di storto, e ne faceva saltare via dei pezzi minuscoli. Oppure li lanciava in giro facendoseli sfuggire dalla lama dell'ascia. E poi si lamentava sempre che il ceppo più grande su cui tagliava gli altri era troppo basso per lui, ma erano anni che continuava ad usare lo stesso.
    Lui non se ne era accorto, ma Alice era rimasta a fissarlo per una buona mezz'ora, cogliendo nei propri occhi tutti i dettagli che potevano contenere, e desiderando poterli osservare meglio, poterli toccare ed esplorare. Non ricordava di essersi mai sentita attratta da suo padre quando era una bambina, ma appena lei si era sentita diventare donna, perchè lei si riteneva una donna ormai, non una ragazza (anche se una parte di lei, da un posto profondo dentro di lei, le diceva che il fatto di pensare a questa cosa fosse prova della sua non verità), aveva anche iniziato a guardare a lui come ad un uomo. E visto che era il SUO papà, le pareva ovvio che fosse il SUO uomo. Desiderava che questo si avverasse, e questa era una ragione che l'aveva tenuta a casa, quell'estate, invece che farla partire coi suoi coetanei ed amici.
    In effetti non sapeva cosa potesse fare per portare quell'uomo in particolare a vedere in lei una donna e non una figlia. Già con ragazzi della sua età si trovava impacciata e si sentiva un po' stupida anche solo ad immaginarsi nel ruolo della seduttrice; figurarsi a come si sarebbe inciampata nelle parole e nei pensieri e nelle azioni a provarsi femme fatale con lui.


    Comunque in questo istante Alice non stava pensando ai suoi improbabili tentativi di portare suo padre ad amarla, perchè come detto le erano venute in mente le sue bestiole. Aveva già preparato l'impasto di Bhatkar, e glielo aveva dato in mattinata, quindi si aspettava di trovarle tutte intente a raccogliere il cibo e portarlo nel castello.
    Scese da davanzale e aprì l'anta del balconcino condiviso con la stanza accanto a camera sua. Il cigolio dei cardini, che lei non aveva mai voglia di oliare, ebbe lo sperato effetto di attirare l'attenzione di suo padre verso i suoi short e la sua maglietta quasi consumata dall'uso. All'aperto faceva parecchio più caldo che non in camera, quindi aveva premura di rientrare. Salutò suo padre con un gesto ed un sorriso, attraverso cui le sfuggì un sospiro che comunque lui non avrebbe mai potuto udire, ma che la fece un poco venire voglia di arrossire. Poi entrò nella stanza del castello.


    Castello era il modo in cui lei chiamava il formicaio nel gigantesco terrario che aveva costruito l'anno precedente. Le pareva un appellativo doveroso, visto che ci viveva la regina. Prese il barattolo di vaselina per ripassare i bordi della campagna, ovvero dell'area di foraggiatura. Nel farlo seguiva i passi delle operaie che portavano il cibo fino alla base.
    «Brave ragazze. La vostra regina ha bisogno di mangiare per fare nascere nuove regine belle e forti. So che è passato un po' dall'ultimo insetto che vi ho fatto mangiare, ma non ne sono riuscita a trovare nessuno per voi, di recente. Dovrete accontentarvi del ricordo dell'ultima blatta, o se vi sono rimasti degli avanzi, di quelli.»
    Finito di spalmare quella roba scivolosa corse subito al bagno per lavarsi le mani, abbondando con acqua e sapone. Come al solito non passò dalla porta della stanza del castello. Erano anni che non apriva quella porta, preferendo passare dal balcone e dalla sua camera. Non sapeva nemmeno più se ci fosse una ragione per cui faceva così.
    Poi tornò dalle sue piccoline, inginocchiandosi accanto al terrario scoperto per osservare il fremere delle attività nel castello. Ogni volta sperava e temeva di vedere la regina deporre le uova, o qualche larva strisciare i suoi primi passi. Erano spettacoli meravigliosamente unici ogni volta, ed ogni volta tremendamente alieni.


    Dopo qualche minuto di silenziosa contemplazione, sentì bussare alla porta. Poteva essere solo suo padre, naturalmente, quindi Alice fu rapida nell'alzarsi da terra e volare fino alla sua camera ad aprire la porta per sentire cosa aveva da dirle.
    «Ciao pa'.»
    «Ascolta, che ore sono adesso?»
    «Uhm... boh... le cinque?»
    «Ecco, sì, più o meno sì... Verso più tardi, a cena, viene Matilde.»
    Il gelo scese dentro Alice, come un pugno allo stomaco. Ma fece di tutto per non darlo a vedere.
    «Allora credo che vi lascerò soli, e mi mangerò qualcosa in camera.»
    Preoccupazione e dispiacere nello sguardo di papà. Possibile che non capisse?
    «Sei sicura di non volere mangiare con noi? Ci farebbe piacere. A me farebbe piacere.»
    «Scusa, ma davvero, mi sentirei un po' fuori posto. E poi non la conosco nemmeno. Vorrei evitarti inutili imbarazzi.»
    «...Come vuoi. Ma se cambi idea fammi sapere.»
    «Certamente.»
    La porta si richiuse davanti al suo sorriso finto, nascondendole il volto di suo padre e l'espressione che c'era dipinta sopra. Il vecchio legno le permise inoltre di mutare il proprio volto da triste, a dispiaciuto, a arrabbiato, a deciso, il tutto in una manciata di secondi di completo caos interiore.
    Si trovava sull'orlo delle lacrime forse. In tal caso non riusciva a capire se fosse più per la rabbia o per la tristezza.
    "Le cronache di Narnia" era ancora sul suo tavolino da trucco. L'impulso fu di lanciarlo più forte che poteva fuori dalla fiestra. Poi decise di no.
    «Questo lo vado a rimettere in biblioteca.»
    Camminare l'avrebbe aiutata a riprendersi e tranquillizzarsi, quindi avrebbe girato per un po' in biblioteca leggendo i titoli dei libri, salendo sulle scale delle librerie, spostandole. Poi doccia, attacco al frigo.
    Poi si sarebbe presa un po' della marijuana che condivideva con papà, e si sarebbe andata a stendere tranquila in camera sua. Magari in frigo avrebbe anche trovato qualcosa da bere.


    La biblioteca era in realtà tutta una serie di stanze che lei e suo padre non avrebbero utilizzato in condizioni normali, perchè la casa era davvero immensa per solo loro due. Così nel tempo si erano riempite di librerie, e le librerie di libri, anche grazie al fatto che papà di professione leggesse libri, scrivesse libri e scrivese libri che parlano di libri.
    Quando Alice aveva iniziato le superiori, lui aveva cominciato ad insegnare all'università della Città. Letteratura inglese. Lei trovava che fosse particolarmente bello quando inforcava i suoi occhiali e si incamminava in cortile verso il garage, la camicia mai ben stirata nascosta in uno dei suoi spolverini, angoli di carta che facevano capolino dalla cartella di pelle d'ordinanza. Se avesse dovuto usare un solo aggettivo per descriverlo, sarebbe stato vittoriano, proprio come per la casa.
    Suo padre e la casa erano davvero ben assortiti.


    Dopo avere fumato in camera, Alice non riuscì a resistere alla tentazione di andare ad ascoltare la coppia a tavola. Come al solito tutte le porte al piano terra erano aperte, quindi sedendosi con le gambe penzolanti dal pianerottolo, e restando molto in silenzio, poteva sentire tutto ciò che quella smorfiosa propinava al suo papà.
    Ora parlavano di lavoro.
    «Di cosa ti stai occupando di 'sto periodo, John?»
    (Fatti gli affari tuoi e lascia stare mio padre.)
    «Beh, sto riguardandomi alcuni testi critici sull'Ulisse di Joyce. Nel prossimo anno didattico inizierò a tenere un corso di letteratura Irlandese moderna, e quindi ho parecchio da "ripassare", diciamo.»
    (Eh, il mio papà...)
    «Sembra interessante.»
    (Certo che lo è, sciacquetta ignorante!)
    «Tu invece?»
    (Non essere così gentile. Non se lo merita. Non si merita niente da noi.)
    «In questi giorni sto finendo di organizzare un viaggio all'American Museum of Natural History. Partirò nei primi di settembre con alcuni colleghi della facoltà e qualche studente.»
    (E vedi di non tornare.)
    «È fantastico. Deve essere un'esperienza davvero notevole.»
    (Dimmi che non sei entusiasta come sembri. È tutta una finzione, vero papà?)


    Infastidita, Alice si perse nei suoi pensieri. Dopo qualche tempo tornò a concentrarsi sulla coppia, attirata dai rumori di suo padre che sparecchiava.


    «Lascia che ti aiuti, John.»
    (Vedi di tenere le distanze.)
    «No, non ti preoccupare, stai comoda.»
    (Ecco, e non saresti molto più comoda a casa tua?)
    «Guarda che non è un problema, lo faccio volentieri.»
    (Non c'è bisogno di te in questa casa. Come te lo devo far capire?)
    «Non devi: sei mia ospite.»
    (E come il pesce cominci a puzzare.)
    «Ma, cosa ti sei fatto a quel dito?»
    (Che cazzo...?)
    «Niente di che. Una scheggia, oggi, mentre spaccavo la legna.»
    (Lavorava per la famiglia, il mio papà. E tu non ne fai parte.)
    «L'hai levata subito, spero?»
    (Ma credi di avere a che fare con un bambino idiota?)
    «Certo, certo.»
    (Mica è scemo.)
    «Ma comunque, perchè stavi spaccando la legna di sto periodo?»
    (Vedi che non sai niente di niente?)


    A questo punto Alice smise di ascoltare, sconfortata, e decise di prepararsi un'altra canna, cosa realizzata restando seduta dov'era, poichè si era previdentemente portata tutto il necessario in tasca.


    «Mi dispiace che tua figlia non partecipi alla nostra cena. Mi sarebbe piaciuto conoscerla.»
    (Ceeerto, come no? E magari fingerti la mia migliore amica per fare una buona impressione, vero?)
    «Non mi pareva il caso di forzarla. Ritengo sia un suo diritto cenare da sola, se è quello che vuole.»
    (Puoi scommetterci che lo voglio.)
    «Immagino di sì. Ma con tutto quello che mi hai raccontato di lei, credo che potremmo diventare delle buone amiche.»
    (Non ci contare, cocca.)
    «Sì, credo di sì. Avete parecchi interessi in comune.»
    (Ma mi vuole portare via il principale.)


    Canna pronta tra le labbra, accendino nella mano destra, Alice si alzò dalla sua postazione. Mentre si dirigeva verso la camera, creò il fuoco tra le sue dita, ed aspirò la prima boccata di fumo. Solo erba bruciata, ma erba con la 'e' maiuscola.
    In camera si guardò un istante allo specchio: le venne un'idea, che subito scomparve dimenticata. Odiava quando accadeva. Andò sul balcone. Fuori faceva un caldo umido e appiccicoso, reso appena sopportabile da una fine pioggerella che scendeva da un posto chissà dove tra le stelle dell'orizzonte. Appena più in basso, stava accucciata la Città, come una belva del colore dei carboni ardenti sotto la cenere, una belva pronta a gettarsi su una preda inerte, piccola e pelosa.
    La Città aveva un nome, un nome grigio che Alice conosceva, ma per lei quella da sempre era solo la Città, e non serviva chiamarla altrimenti.
Appoggiata al parapetto, per poco non sobbalzò quando si sentì toccare il gomito destro da qualcosa di viscido.
    Una chiocciola stava trascinandosi sul tubo di metallo, e doveva averla sfiorata con le antenne.
    «E tu dove te la porti la casa, piccolina?»
    Quasi quasi la ragazza volle avere l'impressione che l'animale si fosse mosso, voltandosi un po', per ascoltarla meglio. Nelle condizioni in cui era, questo fu sufficiente a farla ridere, e a farle venire voglia di confidarsi.

Dubbio.

Author: Jager_Master / Etichette:

Mi chiedo se questo blog è in perenne pausa di riflessione o è morto definitivamente.
Voi cosa dite?

Le avventure di una Gallina - Capitolo uno: Una nuova minaccia

Author: Apo / Etichette:

Erano passate alcune settimane dal giorno del processo al Dottor Aus e si avvicinava il giorno in cui i maiali avrebbero dovuto accompagnarlo al cimitero....

Yaya era con Mauro...chiusi dentro la casa della gallina...
Yaya "Porco cazzo ti ho detto che ho un brutto presentimento....Aus è ingegnoso, voglio accompagnare i maiali fino al cimitero..."
Mauro "No Yaya, non fare puttanate, rimani qua in fattoria, c'è molto da fare e solo tu sai guidare gli animali..."
Yaya "E' ora che qui la gente impari che non c'è sempre Yaya a insegnargli come pulirsi il culo...io vado e basta...e non rompermi il cazzo con altri se o ma..."
Mauro capì che non c'era nulla da fare...
Yaya "E tu cazzo pensa un po' a scopare...non c'è una cammella cha abbia voglia di farsi scammellare? Prenditi una vacanza, riposati un po' e trovati qualcuno..."
Mauro arrossì...mentre Yaya entrava in camera per preparare le sue cose...

Un paio di giorni dopo, dalla piazza principale partia la compagnia, salutata da tutti gli altri animali: Yaya, i 3 maiali e Aus....
Yaya "Oggi è un grande giorno perchè finalmente cacciamo uno stronzo infame come Aus dalla nostra pacifica fattoria...."
"Siii" urlarono in coro tutti gli animali....
Yaya "Bene...noi andiamo...ce la prenderemo con calma....ci mett..."
Yaya fu interrotta...
Betty "Gasp...Aiuto...affogo...anzi no.....soffoc...AC...ACQUAAAA!!!"
Era di nuovo la balena...
Yaya "E MA CAZZO...NON E' POSSIBILE...MA QUELLA E' PROPRIO SCEMA!!!"
Betty fu portata via...mentre Yaya e il suo gruppo partirono per il cimitero.

Mauro nel frattempo ripensava alle parole di Yaya...
Mauro "Ok, ho deciso..mi prenderò una vacanza...andrò nel Sahara a cercarmi una cammella....e il luogo ostile servirà a fortificarmi...."
E così fece....preparò i suoi pochi bagagli e partì...

Fu proprio quello il giorno in cui le cose (ri)iniziarono a precipitare...
Nascosti tra gli alberi, i membri della Gang del Bosco ascoltavano curiosi e preparavano il loro assalto:

Miguel "El cammelo partirà...es la nostra occasion per attaccar esta fattoria...ora torniamo al quartier general domani attaccheremo...nos otros governeremo esto posto pieno di animali de mierda!!!"


I giorni passarono...e dopo tre giorni di viaggio Yaya e i maiali avvistarono in lontananza la fattoria...
Yaya "Bene...accampiamoci qui....domani mattina ci alziamo e in 3 ore dovremmo arrivare..."
I maiali preparano le tende per la notte....Yaya fumava tranquilla....ora Aus era stato bandito e lei avrebbe potuto riposarsi e fare un cazzo tutto il giorno....tanto per iniziare avrebbe guardato le videocassette con le puntate di "Al posto tuo" che si era registrata e poi avrebbe passato i giorni a fare un cazzo..... di legno...possibilmente enorme...

Fu così che la mattina dopo Yaya e la compagnia arrivo davanti all'ingresso della fattoria...ma...
La fattoria era un disastro....ovunque c'erano segni di sgommate sull'erba e nella fattoria regnava uno strano silenzio...

Yaya "Ma che cazzo è successo? DOVE CAZZO SIETE TUTTI?? CHI PORCA TROIA E' STATO a FARE STO PUTTANAIO?"
Si sentirono dei rumori in lontananza....sembrava il rombare di motori....dopo pochi attimi apparvero delle obre in lontananza.....era la Gang Del Bosco....un gruppo di toporagni di origine messicana che sfrecciava sulle loro auto (o moto) ....
I toporagni si avvicinarono e iniziarono a girarle intorno con i loro mezzi....sgommando e urlando....poi una delle macchine si fermò....
Era una lowrider verde con fiammate rosse sul cofano e sulle fiancate e al volante c'era un toporagno con gli occhiali da sole, il pelo abbronzato, le braccia piene di tatuaggi e una bandana in testa....
Miguel "Hola chica!!! Bienvenida!"
Yaya "Cica sarà tua madre!!! Chi cazzo sei? Chi cazzo vi ha dato il permesso di fare sto puttanaio?"
I toporagni in macchina con Miguel scoppiarono a ridere...
"Ce lo siamo dati da soli..." disse uno ridendo....
Miguel "Taci Paco!!!"...e voltandosi verso Yaya si accese un sigaro..."Non trattar male la nostra amica..." e sorrise a Yaya...
Yaya "Amica un cazzo...chi siete?"
Miguel "Nos otros? Siamo la Gang del Bosco"...
Yaya "Ne so come prima coglione!!! E fai meno il figo che con sto accento messicano di merda fai ridere..."
Miguel "Ridere?" e fece un cenno con una mano ad un toporagno in moto...questo accellerò fino ad arrivare ai maiali e rapì Eva...la scrofa...
Miguel "Ridi ancora ora? Eh?"
Yaya "Digli di lasciarla andare...stronzo!!!"
Miguel "Oh, ma come siamo audaci eh chica? Non glielo dirò...a meno che...." e scopiò a ridere con tutti gli altri della sua gang...
Yaya "A meno che cosa?"
Miguel "A meno che tutti gli animali de esta fattoria firmino un documento che ci renda governatori..."
Yaya "HAHAHA Tu? Governatore? Sei ridicolo...."
Miguel "Io fossi in te non riderei chica....ho catturato le mogli de todos gli animali....mancavano solo i maiali...Ora sta a te....so che in esta fattoria comandi tu..."
Yaya "E allora?"
Miguel "Hai sette giorni per convincere tutti gli animali a firmar....se ne stanno tutti rintanati in casa per la paura...ma se tra sette giorni non avrò le firme...le donne moriranno..."
Yaya "Figlio di troia..."
Miguel "Ci vediamo...." e ridendo ingranò la prima....fece qualche metro e si fermò...
Miguel "Ah dimenticavo...potremmo pure decidere di....divertirci con le donne..." e iniziò a giocare con le sospensioni idrauliche della sua macchina che inizio a saltare su e giù...
Miguel "Intiende?" e partì nuovamente...seguito dalla sua banda.

Yaya "Lurido merdoso"...disse sottovoce...."Maiali andate a casa...io studierò un piano per liberare tutte le donne...."
I maiali tornarono mestamente a casa.....Yaya invece andò a casa di Mauro...
"Sono in vacanza" recitava il cartello sulla porta...
Yaya "Ma porca mignotta di sua madre...quello mò è in vacanza..."

Quella notte Yaya non dormì....pensava a cosa fare ora che Mauro non c'era....non poteva opporsi da solo alla Gang Del Bosco...e non sapeva se far firmare quel foglio e aspettare il ritorno di Mauro....ma Mauro quando sarebbe tornato?....