Le avventure di Alice: God save the Queen.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,


    Così riversò sulla piccola creatura tutti i suoi dilemmi, i suoi patemi, le sue sofferenze, sia quelle vere che quelle che si era creata da sè, e che quindi erano ancora più sentite.
    Come aveva odiato tutte le compagne di papà, alcune senza conoscerle, addirittura alcune senza mai volerle vedere. Come alla fine si era resa conto del perchè, una volta essere diventata una donna. Come la faceva sentire quando lui la guardava, ma vedendo solo una figlia. Come avrebbe voluto che lui la guardasse, come avrebbe voluto che le parlasse, come avrebbe voluto che la toccasse. Come invece parlava a questa nuova arrivata, come senza dubbio la guardava, come probabilmente la toccava, come questa sconosciuta ricambiava.
    A tratti si infervorava, ma per lo più manteneva un tono calmo, come se stesse parlando di qualcun altro, dei problemi si una sua amica.
    Dopo essere andata parecchio avanti con il suo monologo, iniziando a sentirsi pericolosamente lucida, incominciò a prepararsi una nuova canna, continuando a parlare sovrapensiero, e si rese conto di stare chiamando la chiocciola Signora Maggie, e di starle dando del lei. Questo era molto divertente, ma le sembrava anche del tutto naturale.


    «Ora mi berrei volentieri un caffè, o meglio un tè, Signora Maggie, ma fa davvero troppo caldo.»
    La Signora Maggie era sulla sua spalla che l'ascoltava annuendo. Indossava una giacca rossa leggera, che arrivava fino al piede. Tra le antenne portava un delizioso cappellino azzurro, decorato con un fiocco di raso di una tonalità un poco più scura, e con una delicata piuma bianca. Osservandola, ad Alice non venne in mente nessun animale che potesse avere piume così piccole, ma poi si ricordò che magari era di un bruco, e comunque sarebbe stato sgarbato chiedere, perchè se era un'imitazione, magari la Signora Maggie avrebbe potuto avere l'impressione che glielo avesse fatto notare apposta per qualche ragione derisoria borghese. La borsetta a quadri era proprio bella, e come tutte le borse a quadri delle signore quasi anziane ma ancora giovanili, pareva dovesse scoppiare da un momento all'altro, spargendo chissà quali meraviglie in ogni direzione pensabile.
    «Sai, hai ragione figliola. Ma comunque non è l'ora giusta per bersi il tè, che poi non mi dormi e ti vengono le occhiaie.»
    «Ma tanto domani non devo nè uscire, nè vedere nessuno di particolare, quindi posso anche permettermi di dormire poco.»
    «E cosa ne sai? Magari succede qualcosa che non ti aspetti, e poi rimpiangi di non avere dormito abbastanza del tuo sonno di bellezza.» Con quel suo tono scherzoso, la Signora Maggie era davvero incantevole.
    «Con quel suo tono scherzoso, Signora Maggie, lei è davvero incantevole.»
    La chiocciola scoppiò in una lieve risata contagiosa, e prendendo Alice a braccetto la accompagnò nella stanza del castello.


    Quando ebbero sbollito le risa, la Signora Maggie indicò ad Alice la campagna, dove fremeva l'attività delle operaie. Si aspettava che fossero più tranquille a quell'ora della notte, e perciò rimase un pochino a bocca aperta ad ammirare come una formica più grossa delle altre stesse correndo tutto intorno ad un gruppo di sue sorelle più piccole, che tirate e spinte stavano disponendosi su quattro righe molto ordinate.
    La Signora Maggie iniziò a scivolarle giù dalla spalla sul braccio, causandole una viscida sensazione di solletico.
    «Vieni giù Alice, seguimi.»
    «D'accordo Signora Maggie, dove andiamo?»
    «Vieni con me che andiamo a parlare con queste brave ragazze.»
    «Intende dire le formiche?»
    «Sì, certo. Vedi qualcun altro nella stanza?»
    Lievemente imbarazzata Alice si guardò intorno ridacchiando, poi si mise in ginocchio e lasciò che la chiocciola andasse sul bordo del terrario.
    «Ora mi raccomando mia cara, parla a voce bassa che le mie amiche sono piuttosto sensibili.»
    Piuttosto divertita, la ragazza portò la sua voce ad un sussuro.
    «Va bene.»
    Scivolando scompostamente sul bordo unto di vaselina, la Signora Maggie arrivò infine sulla terra della campagna. Borbottando tra sè, si smanacciò via la povere di dosso. Poi si avvicinò decisa e sorridente verso la formica più grande. Le due iniziarono a confabulare tra loro.
    Alice avvicinò il capo, per cercare di ascoltare, ma non riuscì a cogliere nulla oltre al tono della chiocciola che rassicurava l'altra. Ad un certo punto l'operaia gesticolò verso di lei indicandola e voltandosi subito a fissarla, imitata da una sorridente Signora Maggie, che prese a ridere quando vide l'imbarazzo dipinto sul volto della ragazza, che si sentiva scoperta in qualche atto poco gentile ed educato.
    Allontanandosi si sedette a braccia e gambe incrociate, alternando risatine sciocche ad espressioni corruciate. Entrambe queste esternazioni le sembravano via via le più adeguate, e perciò si susseguivano senza sosta nè ordine.


    Dopo centinaia di cambi di espressione, durante i quali Alice cercò, tra l'altro, di convincere un'ombra sul soffitto a spostarsi per far coincidere i suoi contorni con l'ombra del telaio della finestra (e per un attimo aveva avuto l'impressione di stare per riuscirci), la voce della Signora Maggie la richiamò verso la campagna con parole difficili da capire a causa della grande distanza che separava la loro fonte dalla loro foce.
    Gattonando la ragazza tornò dall'amica, che si scambiò un ultimo cenno di complicità con la formica, mettendole una mano incoraggiante e fiduciosa sulla spalla ed annuendo.
    Ricordandosi solo all'ultimo di sussurrare, Alice chiese: «Cosa succede qui?» ed il tono sinceramente ingenuo ed interessato avrebbe addolcito i caffè presi nella stanza per ore, se ci fossero state tazzine per raccoglierlo.
    «Le mie amiche vogliono parlarti, Alice.»
    «Oh, molto bene, alora credo che le ascolterò.»
    «Sì, sarebbe carino ed educato da parte tua.»
    «Grazie, infatti lo farò. Ed inoltre sono interessata a sapere cosa possono avere da dirmi le mie care formichine.»
    Facendosi ancora più vicina, la ragazza causò un attimo di caos tra le righe delle operaie, che iniziarono a sparpagliarsi. Solo l'intervento di quella più grande, che corse tutto intorno a perdifiato, riportò l'ordine, e Alice fu premiata dall'espressione infastidita di questa gigantessa tra le sue sorelle. Inoltre la Signora Maggie la rimproverò bonariamente:
    «Cerca di fare piano, figliola. Anche solo le ciocche dei tuoi capelli potrebbero fare molto male a queste piccoline.»
    Sinceramente dispiaciuta e preoccupata, fatto che si poteva vedere dal fatto che si stava mordendo un angolo del labbro inferiore, Alice chiese scusa.
    «Mi dispiace formichine. Non era mia intenzione di spaventarvi. Prego, ditemi quello che volete.»
    Annuendo ancora una volta alla chiocciola, l'operaia più grande si rivolse alle sue sorelle, imperiosa nella sua stazza davanti alla prima riga, e cominciò a gesticolare. Se stava anche parlando, la ragazza non lo sapeva, perchè non la poteva sentire. Sentì invece un flebile coro levarsi dalle altre, una sola voce che prese forma e forza, nel tono ritmato di tante voci piccole e sottili.
    «Ti salutiamo Portatrice-di-Vita. Ti salutiamo in nome della nostra nobile regina Deidre la fertile.»
    «Portatrice-di-Vita? Sarei io?»
    «Sì Alice,» le disse la Signora Maggie, «io no di certo.»
    «Grazie mille piccole amiche. Io contraccambio il più cordialmente possibile i saluti della regina.»
    Ignorando completamente lo scambio tra le due, le formiche continuarono.
    «Tu Portatrice-di-Vita ci doni lo zucchero con cui la nostra regina nutre sè stessa, per portare al mondo larve forti ed industriose. Tu ci doni le prede che permettono a noi sorelle operaie di avere la forza per sostenere il clan. Per questo noi ti siamo immensamente ed eternamente grate.»
    «Di niente, signore. Per me è un piacere.»
    Le operaie continuarono ancora senza dare credito alla risposta della ragazza. Questo fatto le diede un po' di prurito, ma si disse che probabilmente quelle bestioline avevano imparato il discorso a memoria, e non prevedevano uno scambi di battute.
    «Ma tu, Portatrice-di-Vita, sei anche Signora-della-Prigionia.»
    «Che cosa?»
    Offesa, Alice si scordò completamente di dovere parlare sottovoce. Non che avesse gridato, ma il suo tono normale era troppo per quei piccoli insetti, che si gettarono a terra coprendosi il capo con le zampette tremanti. Alcune iniziarono più rapidamente che potevano a scavare una buchetta in cui nascondersi. Quella che mantenne di più la calma fu quella grande: si gettò a terra come le altre, ma fu la prima a rialzarsi, e subito prese a correre da tutte le parti per recuperare il suo coro.
    Intanto la ragazza, appoggiando le mani sulla terra della campagna, si era sollevata a sedere, imbronciata e stizzita. La chiocciola cercò di calmarla.
    «Alice, Alice, Alice... Stai tranquilla per cortesia.»
    «Tranquilla?» disse l'altra ad alta voce. Poi tornò ad abbassare il tono, preoccupata per le formiche anche attraverso il velo ombroso della rabbia. «Tranquilla dice? Perchè dovrei stare tranquilla quando vengo insultata dalle creature a cui ho dato tutto?»
    «Oh, sono sicura che non volevano offenderti.»
    «Ha sentito anche lei che cosa dicevano.»
    «Sì. Beh, potresti almeno lasciarle finire, no? Cercare di sentire cosa intendono, farle spiegare, no?»
    Per nulla convinta Alice acconsentì. Tuttora arrabbiata, si chinò nuovamente sulla campagna. Le formiche erano di nuovo in ordine su quattro righe, ma meno numerose che in precedenza. Per questo, quando ripresero il loro coro, esso era molto meno intenso, tanto che la ragazza fu costretta ad avvicinarsi ulteriormente.
    La canzone era ripresa da pricipio: evidentemente non solo era un discorso imparato a memoria, ma le formiche non erano in grado di continuare dal punto in cui si erano interrotte. Fatto anche comprensibile, vista la gran paura che si erano prese e che le aveva decimate.
    «Ti salutiamo Portatrice-di-Vita. Ti salutiamo in nome della nostra nobile regina Deidre la fertile.
    Tu Portatrice-di-Vita ci doni lo zucchero con cui la nostra regina nutre sè stessa, per portare al mondo larve forti ed industriose. Tu ci doni le prede che permettono a noi sorelle operaie di avere la forza per sostenere il clan. Per questo noi ti siamo immensamente ed eternamente grate.»
    Visto che questa parte l'aveva già sentita, Alice cercò di coglierne la metrica, ma questa continuava a sfuggirle dalle orecchie, troppo aliena ed incostante per le sue orecchie viziate dagli strumenti degli uomini. Forse, dubitò per un momento, non stavano nemmeno cantando nella sua lingua.
    «Ma tu, Portatrice-di-Vita, sei anche Signora-della-Prigionia.»
    La ragazza non potè non farsi sfuggire un mezzo grugnito infastidito, sottolineato da uno sguardo severo della Signora Maggie, che fissandola con le braccia conserte bloccò sul nascere ogni possibile tentativo di protesta che stesse formandosi alla base sua mente.
    «Tu Signora-della-Prigionia avveleni le mura che circondano il nostro regno con la terra inscalabile. Tu ci costringi nei nostri confini, limitando lo sviluppo delle terre del popolo.»
    Era questo che faceva? No. Lei metteva la vaselina così le formiche non potevano invadere la casa, nè traferirsi abandonando il formicaio. Però dava loro tutto ciò di cui potessero avere bisogno nel formicaio, mantenendo il terreno della campagna e del castello umido al punto giusto, preparando ogni due giorni l'impasto di Bhatkar, dando loro gli insetti da mangiare quando ne catturava. Grazie a lei, loro non avevano conosciuto l'inverno, ed erano prosperate da un anno a quella parte senza la più minima preoccupazione.
    «La nostra regina ti chiede perchè, Portatrice-di-Vita, tu sei Signora-della-Prigionia. Noi ti adoriamo e temiamo, grande Madre, e ti chiediamo di concedere alle tue figlie il dono della libertà, se questo non è troppo, perchè il regno che ci hai donato, per quanto vasto, non sazia la nostra fame del mondo.»
    Stupefatta, ed ormai completamente dimentica di essere arrabbiata con le abitanti del formicaio, Alice si sedetta con un espressione persa, dichiarando: «Oh, merda.»
    Dopo pochi attimi la Signora Maggie la chiamò dalla campagna. Gettando lo sguardo la ragazza vide che stava dicendo qualcosa all'operaia che aveva diretto il coro. Poi si voltò verso di lei e le fece cenno di avvicinarsi per ascolatarla.
    «Ragazza, prendimi in braccio, perchè da sola, alla mia età, non riesco a scalare questa parete tutta unta.»
    «Certo Signora Maggie.»
    Lasciando che la chiocciola le salisse sulla mano, solleticandole viscidamente le dita, Alice continuò: «Ha avuto ragione a volere che ascoltassi.»
    «Vedi. Lo sapevo.»
    «Però prima mi hanno fatto proprio arrabbiare.»
    «Non ti preoccupare, capisco che ti possa essere offesa.»
    «E ora cosa dovrei fare?»
    «Ah, questo non posso dirtelo io, ragazza. Devi pensarci e rifletterci su te, e capire cosa è meglio, prima di prendere una decisione.»
    «Ci penserò, allora.»
    «Brava figliola. Ora puoi lasciarmi giù, se vuoi. Le ragazze, lì, hanno una conzone per te, ceh avevano preparato rappacificarti nel caso fossi ancora arrabbiata. Cosa ne dici di ascoltarla?»
    «Oh, sì, molto volentieri. La ascolta con me?»
    «No, grazie. Io ora andrò a dormire. Non ho più l'età per restare alzata così tardi.»
    «Buona notte allora, Signora Maggie.»
    «Buona notte Alice, e arrivederci.»


    E così l'anziana e pimpante chiocciola scese dalla mano e se ne andò, uscendo dalla finestra sul balcone, e portando con sè tutte le magiche sorprese che potevano essere nascoste nella sua unica borsa a quadri.
    Alice, intanto, si era riavvicinata sorridente alla campagna, un po' dispiaciuta per essere stata arrabbiata con il coro. Le formiche ora erano molto più numerose, e quando fu vicina si inchinarono tutte. Lei si trattenne dal ridere per la bellezza della scena, perchè non voleva che le sue risate causassero qualche danno alle fragili creaturine, ma si ripromise di conservare quell'immagine e riderne poi più tardi.
    Raggruppandosi ben strette, le operaie cominciarono la loro canzone, che la ragazza poi non ricordò bene, ma che sapeva essere molto dolce, e molto bella, anche se probabilmente non aveva molto senso. Oppure il senso c'era, ma era una cosa per formiche che Alice non sapeva se era stata in grado di cogliere, anche perchè era più un'idea che altro, e quindi non la si poteva raccontare e descrivere con le parole.

Le avventure di Alice: inizio.

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

    Quell'estate Alice aveva deciso di stare a casa con suo papà, nella grande e fatiscente casa sulla collina, immersa nel verde di un cortile dove alberi lacrimosi riposavano mogi al sole, aspettando che i fumi della Città finissero di insozzare l'aria che respiravano.
    Lui le aveva chiesto come mai, se ci fosse qualche problema.
    «È tutto a posto papà, sul serio.»
    L'aveva guardata con un sorriso dubbioso.
    «Soltanto che non mi va di andare in vacanza con gli altri, come lo scorso anno, di nuovo in quella casa, o in una simile. Sai che non sono mai andata matta per il mare.» Adesso toccava a lei sorridere, sperando di essere stata convincente.
    «Oh, lo so, lo so. Mi ricordo quanto piangevi quando cercavo di insegnarti a nuotare.»
    Le aveva passato la mano tra i capelli, scompigliandoglieli, e lei aveva riso. Sapeva che non si sarebbe opposto alla sua scelta, una volta che gli avesse detto che era quello che voleva. Non l'aveva in pratica mai fatto, e non avrebbe cominciato proprio ora che lei stava per diventare una quasi-post-adolescente-quasi-adulta.
    E poi, voleva esserne convinta, lui preferiva che lei fosse a casa, e non lo lasciasse da solo in quella grande villa così fuori dalla Città.
    Adesso Alice era seduta che si abbracciava le ginocchia sul davanzale della finestra della sua camera. Si era messa lì a leggere “Le cronache di Narnia”, pensando che forse sarebbe riuscita a farselo piacere, nonostante il fatto che qualcuno ci avesse fatto un film.
    Era un pomeriggio sereno, ma nella casa non faceva un caldo eccessivo. Non sapeva perchè, ma in casa non faceva mai molto caldo. Di questo lei era grata, perchè il caldo, sommato alla cocente umidità di tutte le estati, l'avrebbe fatta sudare e lei non sopportava di sudare. Ogni volta che sudava anche solo un poco sentiva subito il bisogno di farsi una doccia o un bagno. Non a caso aveva sempre odiato le ore di educazione fisica.
    Nonostante il suo odio per l'attività fisica (quando da bambina avevano provato a farla giocare a tennis si era sentita come se avesse qualche grave deficit psicomotorio, vedendo gli altri bambini tutti molto più bravi, veloci ed agili) , e la sua dieta approssimata e casuale, per lo più imputabile ad una totale assenza di educazione alimentare, Alice manteneva una linea invidiabile, ed il tutto senza soffrire dei disturbi che andavano tanto di moda. Probabilmente consumava tutto ciò che ingurgitava leggendo o badando alle sue bestiole.
    Le vennero in mente le sue bestiole, e questo la distrasse da quello che l'aveva distratta dalla sua lettura: papà era in cortile che spaccava legna, sudando sì, lui, per la fatica e per il caldo. Una volta lei gli aveva chiesto perchè si mettesse a spaccare la legna per il caminetto d'estate, quando non serviva.
    «La metto da parte. Questo autunno, e questo inverno, non ci saranno delle belle giornate così. E ne approfitto per stare all'aperto, fare un po' di attività. E così quando farà freddo non dovrò stare fuori a spaccare legna, perchè ne avrò un bel mucchio pronto per essere bruciato.»
    Però papà non era molto bravo a spaccare la legna. Spesso colpiva i ceppi un po' di storto, e ne faceva saltare via dei pezzi minuscoli. Oppure li lanciava in giro facendoseli sfuggire dalla lama dell'ascia. E poi si lamentava sempre che il ceppo più grande su cui tagliava gli altri era troppo basso per lui, ma erano anni che continuava ad usare lo stesso.
    Lui non se ne era accorto, ma Alice era rimasta a fissarlo per una buona mezz'ora, cogliendo nei propri occhi tutti i dettagli che potevano contenere, e desiderando poterli osservare meglio, poterli toccare ed esplorare. Non ricordava di essersi mai sentita attratta da suo padre quando era una bambina, ma appena lei si era sentita diventare donna, perchè lei si riteneva una donna ormai, non una ragazza (anche se una parte di lei, da un posto profondo dentro di lei, le diceva che il fatto di pensare a questa cosa fosse prova della sua non verità), aveva anche iniziato a guardare a lui come ad un uomo. E visto che era il SUO papà, le pareva ovvio che fosse il SUO uomo. Desiderava che questo si avverasse, e questa era una ragione che l'aveva tenuta a casa, quell'estate, invece che farla partire coi suoi coetanei ed amici.
    In effetti non sapeva cosa potesse fare per portare quell'uomo in particolare a vedere in lei una donna e non una figlia. Già con ragazzi della sua età si trovava impacciata e si sentiva un po' stupida anche solo ad immaginarsi nel ruolo della seduttrice; figurarsi a come si sarebbe inciampata nelle parole e nei pensieri e nelle azioni a provarsi femme fatale con lui.


    Comunque in questo istante Alice non stava pensando ai suoi improbabili tentativi di portare suo padre ad amarla, perchè come detto le erano venute in mente le sue bestiole. Aveva già preparato l'impasto di Bhatkar, e glielo aveva dato in mattinata, quindi si aspettava di trovarle tutte intente a raccogliere il cibo e portarlo nel castello.
    Scese da davanzale e aprì l'anta del balconcino condiviso con la stanza accanto a camera sua. Il cigolio dei cardini, che lei non aveva mai voglia di oliare, ebbe lo sperato effetto di attirare l'attenzione di suo padre verso i suoi short e la sua maglietta quasi consumata dall'uso. All'aperto faceva parecchio più caldo che non in camera, quindi aveva premura di rientrare. Salutò suo padre con un gesto ed un sorriso, attraverso cui le sfuggì un sospiro che comunque lui non avrebbe mai potuto udire, ma che la fece un poco venire voglia di arrossire. Poi entrò nella stanza del castello.


    Castello era il modo in cui lei chiamava il formicaio nel gigantesco terrario che aveva costruito l'anno precedente. Le pareva un appellativo doveroso, visto che ci viveva la regina. Prese il barattolo di vaselina per ripassare i bordi della campagna, ovvero dell'area di foraggiatura. Nel farlo seguiva i passi delle operaie che portavano il cibo fino alla base.
    «Brave ragazze. La vostra regina ha bisogno di mangiare per fare nascere nuove regine belle e forti. So che è passato un po' dall'ultimo insetto che vi ho fatto mangiare, ma non ne sono riuscita a trovare nessuno per voi, di recente. Dovrete accontentarvi del ricordo dell'ultima blatta, o se vi sono rimasti degli avanzi, di quelli.»
    Finito di spalmare quella roba scivolosa corse subito al bagno per lavarsi le mani, abbondando con acqua e sapone. Come al solito non passò dalla porta della stanza del castello. Erano anni che non apriva quella porta, preferendo passare dal balcone e dalla sua camera. Non sapeva nemmeno più se ci fosse una ragione per cui faceva così.
    Poi tornò dalle sue piccoline, inginocchiandosi accanto al terrario scoperto per osservare il fremere delle attività nel castello. Ogni volta sperava e temeva di vedere la regina deporre le uova, o qualche larva strisciare i suoi primi passi. Erano spettacoli meravigliosamente unici ogni volta, ed ogni volta tremendamente alieni.


    Dopo qualche minuto di silenziosa contemplazione, sentì bussare alla porta. Poteva essere solo suo padre, naturalmente, quindi Alice fu rapida nell'alzarsi da terra e volare fino alla sua camera ad aprire la porta per sentire cosa aveva da dirle.
    «Ciao pa'.»
    «Ascolta, che ore sono adesso?»
    «Uhm... boh... le cinque?»
    «Ecco, sì, più o meno sì... Verso più tardi, a cena, viene Matilde.»
    Il gelo scese dentro Alice, come un pugno allo stomaco. Ma fece di tutto per non darlo a vedere.
    «Allora credo che vi lascerò soli, e mi mangerò qualcosa in camera.»
    Preoccupazione e dispiacere nello sguardo di papà. Possibile che non capisse?
    «Sei sicura di non volere mangiare con noi? Ci farebbe piacere. A me farebbe piacere.»
    «Scusa, ma davvero, mi sentirei un po' fuori posto. E poi non la conosco nemmeno. Vorrei evitarti inutili imbarazzi.»
    «...Come vuoi. Ma se cambi idea fammi sapere.»
    «Certamente.»
    La porta si richiuse davanti al suo sorriso finto, nascondendole il volto di suo padre e l'espressione che c'era dipinta sopra. Il vecchio legno le permise inoltre di mutare il proprio volto da triste, a dispiaciuto, a arrabbiato, a deciso, il tutto in una manciata di secondi di completo caos interiore.
    Si trovava sull'orlo delle lacrime forse. In tal caso non riusciva a capire se fosse più per la rabbia o per la tristezza.
    "Le cronache di Narnia" era ancora sul suo tavolino da trucco. L'impulso fu di lanciarlo più forte che poteva fuori dalla fiestra. Poi decise di no.
    «Questo lo vado a rimettere in biblioteca.»
    Camminare l'avrebbe aiutata a riprendersi e tranquillizzarsi, quindi avrebbe girato per un po' in biblioteca leggendo i titoli dei libri, salendo sulle scale delle librerie, spostandole. Poi doccia, attacco al frigo.
    Poi si sarebbe presa un po' della marijuana che condivideva con papà, e si sarebbe andata a stendere tranquila in camera sua. Magari in frigo avrebbe anche trovato qualcosa da bere.


    La biblioteca era in realtà tutta una serie di stanze che lei e suo padre non avrebbero utilizzato in condizioni normali, perchè la casa era davvero immensa per solo loro due. Così nel tempo si erano riempite di librerie, e le librerie di libri, anche grazie al fatto che papà di professione leggesse libri, scrivesse libri e scrivese libri che parlano di libri.
    Quando Alice aveva iniziato le superiori, lui aveva cominciato ad insegnare all'università della Città. Letteratura inglese. Lei trovava che fosse particolarmente bello quando inforcava i suoi occhiali e si incamminava in cortile verso il garage, la camicia mai ben stirata nascosta in uno dei suoi spolverini, angoli di carta che facevano capolino dalla cartella di pelle d'ordinanza. Se avesse dovuto usare un solo aggettivo per descriverlo, sarebbe stato vittoriano, proprio come per la casa.
    Suo padre e la casa erano davvero ben assortiti.


    Dopo avere fumato in camera, Alice non riuscì a resistere alla tentazione di andare ad ascoltare la coppia a tavola. Come al solito tutte le porte al piano terra erano aperte, quindi sedendosi con le gambe penzolanti dal pianerottolo, e restando molto in silenzio, poteva sentire tutto ciò che quella smorfiosa propinava al suo papà.
    Ora parlavano di lavoro.
    «Di cosa ti stai occupando di 'sto periodo, John?»
    (Fatti gli affari tuoi e lascia stare mio padre.)
    «Beh, sto riguardandomi alcuni testi critici sull'Ulisse di Joyce. Nel prossimo anno didattico inizierò a tenere un corso di letteratura Irlandese moderna, e quindi ho parecchio da "ripassare", diciamo.»
    (Eh, il mio papà...)
    «Sembra interessante.»
    (Certo che lo è, sciacquetta ignorante!)
    «Tu invece?»
    (Non essere così gentile. Non se lo merita. Non si merita niente da noi.)
    «In questi giorni sto finendo di organizzare un viaggio all'American Museum of Natural History. Partirò nei primi di settembre con alcuni colleghi della facoltà e qualche studente.»
    (E vedi di non tornare.)
    «È fantastico. Deve essere un'esperienza davvero notevole.»
    (Dimmi che non sei entusiasta come sembri. È tutta una finzione, vero papà?)


    Infastidita, Alice si perse nei suoi pensieri. Dopo qualche tempo tornò a concentrarsi sulla coppia, attirata dai rumori di suo padre che sparecchiava.


    «Lascia che ti aiuti, John.»
    (Vedi di tenere le distanze.)
    «No, non ti preoccupare, stai comoda.»
    (Ecco, e non saresti molto più comoda a casa tua?)
    «Guarda che non è un problema, lo faccio volentieri.»
    (Non c'è bisogno di te in questa casa. Come te lo devo far capire?)
    «Non devi: sei mia ospite.»
    (E come il pesce cominci a puzzare.)
    «Ma, cosa ti sei fatto a quel dito?»
    (Che cazzo...?)
    «Niente di che. Una scheggia, oggi, mentre spaccavo la legna.»
    (Lavorava per la famiglia, il mio papà. E tu non ne fai parte.)
    «L'hai levata subito, spero?»
    (Ma credi di avere a che fare con un bambino idiota?)
    «Certo, certo.»
    (Mica è scemo.)
    «Ma comunque, perchè stavi spaccando la legna di sto periodo?»
    (Vedi che non sai niente di niente?)


    A questo punto Alice smise di ascoltare, sconfortata, e decise di prepararsi un'altra canna, cosa realizzata restando seduta dov'era, poichè si era previdentemente portata tutto il necessario in tasca.


    «Mi dispiace che tua figlia non partecipi alla nostra cena. Mi sarebbe piaciuto conoscerla.»
    (Ceeerto, come no? E magari fingerti la mia migliore amica per fare una buona impressione, vero?)
    «Non mi pareva il caso di forzarla. Ritengo sia un suo diritto cenare da sola, se è quello che vuole.»
    (Puoi scommetterci che lo voglio.)
    «Immagino di sì. Ma con tutto quello che mi hai raccontato di lei, credo che potremmo diventare delle buone amiche.»
    (Non ci contare, cocca.)
    «Sì, credo di sì. Avete parecchi interessi in comune.»
    (Ma mi vuole portare via il principale.)


    Canna pronta tra le labbra, accendino nella mano destra, Alice si alzò dalla sua postazione. Mentre si dirigeva verso la camera, creò il fuoco tra le sue dita, ed aspirò la prima boccata di fumo. Solo erba bruciata, ma erba con la 'e' maiuscola.
    In camera si guardò un istante allo specchio: le venne un'idea, che subito scomparve dimenticata. Odiava quando accadeva. Andò sul balcone. Fuori faceva un caldo umido e appiccicoso, reso appena sopportabile da una fine pioggerella che scendeva da un posto chissà dove tra le stelle dell'orizzonte. Appena più in basso, stava accucciata la Città, come una belva del colore dei carboni ardenti sotto la cenere, una belva pronta a gettarsi su una preda inerte, piccola e pelosa.
    La Città aveva un nome, un nome grigio che Alice conosceva, ma per lei quella da sempre era solo la Città, e non serviva chiamarla altrimenti.
Appoggiata al parapetto, per poco non sobbalzò quando si sentì toccare il gomito destro da qualcosa di viscido.
    Una chiocciola stava trascinandosi sul tubo di metallo, e doveva averla sfiorata con le antenne.
    «E tu dove te la porti la casa, piccolina?»
    Quasi quasi la ragazza volle avere l'impressione che l'animale si fosse mosso, voltandosi un po', per ascoltarla meglio. Nelle condizioni in cui era, questo fu sufficiente a farla ridere, e a farle venire voglia di confidarsi.

Dubbio.

Author: Jager_Master / Etichette:

Mi chiedo se questo blog è in perenne pausa di riflessione o è morto definitivamente.
Voi cosa dite?

Le avventure di una Gallina - Capitolo uno: Una nuova minaccia

Author: Apo / Etichette:

Erano passate alcune settimane dal giorno del processo al Dottor Aus e si avvicinava il giorno in cui i maiali avrebbero dovuto accompagnarlo al cimitero....

Yaya era con Mauro...chiusi dentro la casa della gallina...
Yaya "Porco cazzo ti ho detto che ho un brutto presentimento....Aus è ingegnoso, voglio accompagnare i maiali fino al cimitero..."
Mauro "No Yaya, non fare puttanate, rimani qua in fattoria, c'è molto da fare e solo tu sai guidare gli animali..."
Yaya "E' ora che qui la gente impari che non c'è sempre Yaya a insegnargli come pulirsi il culo...io vado e basta...e non rompermi il cazzo con altri se o ma..."
Mauro capì che non c'era nulla da fare...
Yaya "E tu cazzo pensa un po' a scopare...non c'è una cammella cha abbia voglia di farsi scammellare? Prenditi una vacanza, riposati un po' e trovati qualcuno..."
Mauro arrossì...mentre Yaya entrava in camera per preparare le sue cose...

Un paio di giorni dopo, dalla piazza principale partia la compagnia, salutata da tutti gli altri animali: Yaya, i 3 maiali e Aus....
Yaya "Oggi è un grande giorno perchè finalmente cacciamo uno stronzo infame come Aus dalla nostra pacifica fattoria...."
"Siii" urlarono in coro tutti gli animali....
Yaya "Bene...noi andiamo...ce la prenderemo con calma....ci mett..."
Yaya fu interrotta...
Betty "Gasp...Aiuto...affogo...anzi no.....soffoc...AC...ACQUAAAA!!!"
Era di nuovo la balena...
Yaya "E MA CAZZO...NON E' POSSIBILE...MA QUELLA E' PROPRIO SCEMA!!!"
Betty fu portata via...mentre Yaya e il suo gruppo partirono per il cimitero.

Mauro nel frattempo ripensava alle parole di Yaya...
Mauro "Ok, ho deciso..mi prenderò una vacanza...andrò nel Sahara a cercarmi una cammella....e il luogo ostile servirà a fortificarmi...."
E così fece....preparò i suoi pochi bagagli e partì...

Fu proprio quello il giorno in cui le cose (ri)iniziarono a precipitare...
Nascosti tra gli alberi, i membri della Gang del Bosco ascoltavano curiosi e preparavano il loro assalto:

Miguel "El cammelo partirà...es la nostra occasion per attaccar esta fattoria...ora torniamo al quartier general domani attaccheremo...nos otros governeremo esto posto pieno di animali de mierda!!!"


I giorni passarono...e dopo tre giorni di viaggio Yaya e i maiali avvistarono in lontananza la fattoria...
Yaya "Bene...accampiamoci qui....domani mattina ci alziamo e in 3 ore dovremmo arrivare..."
I maiali preparano le tende per la notte....Yaya fumava tranquilla....ora Aus era stato bandito e lei avrebbe potuto riposarsi e fare un cazzo tutto il giorno....tanto per iniziare avrebbe guardato le videocassette con le puntate di "Al posto tuo" che si era registrata e poi avrebbe passato i giorni a fare un cazzo..... di legno...possibilmente enorme...

Fu così che la mattina dopo Yaya e la compagnia arrivo davanti all'ingresso della fattoria...ma...
La fattoria era un disastro....ovunque c'erano segni di sgommate sull'erba e nella fattoria regnava uno strano silenzio...

Yaya "Ma che cazzo è successo? DOVE CAZZO SIETE TUTTI?? CHI PORCA TROIA E' STATO a FARE STO PUTTANAIO?"
Si sentirono dei rumori in lontananza....sembrava il rombare di motori....dopo pochi attimi apparvero delle obre in lontananza.....era la Gang Del Bosco....un gruppo di toporagni di origine messicana che sfrecciava sulle loro auto (o moto) ....
I toporagni si avvicinarono e iniziarono a girarle intorno con i loro mezzi....sgommando e urlando....poi una delle macchine si fermò....
Era una lowrider verde con fiammate rosse sul cofano e sulle fiancate e al volante c'era un toporagno con gli occhiali da sole, il pelo abbronzato, le braccia piene di tatuaggi e una bandana in testa....
Miguel "Hola chica!!! Bienvenida!"
Yaya "Cica sarà tua madre!!! Chi cazzo sei? Chi cazzo vi ha dato il permesso di fare sto puttanaio?"
I toporagni in macchina con Miguel scoppiarono a ridere...
"Ce lo siamo dati da soli..." disse uno ridendo....
Miguel "Taci Paco!!!"...e voltandosi verso Yaya si accese un sigaro..."Non trattar male la nostra amica..." e sorrise a Yaya...
Yaya "Amica un cazzo...chi siete?"
Miguel "Nos otros? Siamo la Gang del Bosco"...
Yaya "Ne so come prima coglione!!! E fai meno il figo che con sto accento messicano di merda fai ridere..."
Miguel "Ridere?" e fece un cenno con una mano ad un toporagno in moto...questo accellerò fino ad arrivare ai maiali e rapì Eva...la scrofa...
Miguel "Ridi ancora ora? Eh?"
Yaya "Digli di lasciarla andare...stronzo!!!"
Miguel "Oh, ma come siamo audaci eh chica? Non glielo dirò...a meno che...." e scopiò a ridere con tutti gli altri della sua gang...
Yaya "A meno che cosa?"
Miguel "A meno che tutti gli animali de esta fattoria firmino un documento che ci renda governatori..."
Yaya "HAHAHA Tu? Governatore? Sei ridicolo...."
Miguel "Io fossi in te non riderei chica....ho catturato le mogli de todos gli animali....mancavano solo i maiali...Ora sta a te....so che in esta fattoria comandi tu..."
Yaya "E allora?"
Miguel "Hai sette giorni per convincere tutti gli animali a firmar....se ne stanno tutti rintanati in casa per la paura...ma se tra sette giorni non avrò le firme...le donne moriranno..."
Yaya "Figlio di troia..."
Miguel "Ci vediamo...." e ridendo ingranò la prima....fece qualche metro e si fermò...
Miguel "Ah dimenticavo...potremmo pure decidere di....divertirci con le donne..." e iniziò a giocare con le sospensioni idrauliche della sua macchina che inizio a saltare su e giù...
Miguel "Intiende?" e partì nuovamente...seguito dalla sua banda.

Yaya "Lurido merdoso"...disse sottovoce...."Maiali andate a casa...io studierò un piano per liberare tutte le donne...."
I maiali tornarono mestamente a casa.....Yaya invece andò a casa di Mauro...
"Sono in vacanza" recitava il cartello sulla porta...
Yaya "Ma porca mignotta di sua madre...quello mò è in vacanza..."

Quella notte Yaya non dormì....pensava a cosa fare ora che Mauro non c'era....non poteva opporsi da solo alla Gang Del Bosco...e non sapeva se far firmare quel foglio e aspettare il ritorno di Mauro....ma Mauro quando sarebbe tornato?....

SVEGLIAAAAA....

Author: Jager_Master / Etichette:

Buongiorno a tutti.
Questa comunicazione di servizio funge da sveglia morale dopo un mese in cui ci siamo fatti dei segoni senza senso e senza motivo.
La storia ci richiama all'impegno morale, dobbiamo tornare a scrivere.
Nei commenti vediamo di dividerci i lavori, e alla svelta.

SVEGLIAAAAA..........

I consigli di una gallina - Capitolo otto: processo e conclusione, abbastanza immediata

Author: GiAn / Etichette: ,

Eh gia! Rompevano il cazzo i due stronzi...quanti problemi, tanto oramai avevano perso, rassegnatevi e basta! Yaya e Mauro giunsero alla fattoria con Remo e i prigionieri verso mezzogiorno, stanchi, ma profondamente risollevati, con l’animo leggero.
Un’arietta bella fresca accarezzava le fronde degli alberi e le spighe di grano, mentre gli animali conducevano noncuranti la loro quotidianità.
Varcata la soglia del cancello, un piccolo gruppo di animali si fece d’intorno ai due eroi, esultando per il loro ritorno e per la sconfitta del malvagio dottor Aus.

Yaya "Non cagatemi il cazzo, ho sonno, prendetevi sti due e fatene quel cazzo che volete. Io vado a dormire!”

Gli animali ci rimasero male, per questa reazione alla loro calorosa accoglienza.

Mauro "Lasciatela perdere, ha finito le sigarette...”

Tutti, delusi, tornarono alle loro faccende, sbattendosene il cazzo. Mauro si avviò verso il fienile per preparare l’aula del processo a Fulgenzio e Aus. L’orso Remo chiuse i prigionieri nel porcile, tenuti d’occhio dai belligeranti maialini rosa.
L’indomani gli animali erano tutti riuniti per il fatidico giudizio. Mauro presiedeva il tribunale, Yaya era al suo fianco, e gli altri della fattoria facevano un casino della madonna.

Yaya "Silenzio, cazzo! Silenzio! State zitti brutti stronzi che non siete altro, o vi taglio i coglioni!”
Mauro "Ma che cazzo hai visto te, ultimamente, non fai altro che sbraitare in faccia a tutti! Datti una calmata cazzo!”

Yaya allora si diede una calmata, e si sedette in un angolo a fumare per i cazzi suoi.

Mauro "Allora, mi sembra palese che sti due stronzi siano colpevoli, quindi passiamo a delineare la sentenza e la pena da infligger loro.”
Animali “Cacciamoli via, esiliamoli!” “Impicchiamoli per le palle!” “Recidiamo loro la tiroide!” “Infiliamolo nel culo al camaleonte!”
Mauro "Taci Remo, non te li facciamo scopare!”
Remo “Uffa!...”
Yaya "BASTA, DECIDO IO! Il camaleonte esiliato, da questo momento è bandito dalla fattoria! Aus...primo, mi ricompra il dildo che ho sprecato per sconfiggerlo, secondo, lo condanno e passare il resto della sua vita nel centro del cimitero delle mietitrebbia. Se sarà sorpreso fuori dal cimitero, lo impiccheremo per le palle.”
Mauro - Mah... – “La decisione viene accolta da tutti i presenti? Qualcuno è contrario?”
Animali “Tutti d’accordo con Yaya”
Mauro “Bene, dichiaro terminato il processo, potete andare. Che i maiali accompagnino Fulgenzio il camaleonte fuori dalla fattoria e il dottor Aus al cimitero delle mietitrebbia. Mettiamo la parola fine a questa storia, che GiAn non sa più che cazzo scrivere.”



! FINE !
........... ...........
Bevi Bayliss responsabilmente

Brodyuccetto rosso

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

Un'adolescente-sul-punto-di-non-esserlo-più, sufficientemente arrabbiata. Un incrocio spettrale tra Brody Dalle e CappuccettoRosso. Esteticamente molto simile ad Alice del videogioco.

Nella fiaba la madre le dice di non accettare niente dai lupi cattivi.
Lei dimentica a casa il cestino per la nonna, e se ne va imprecando per il fatto che i genitori le rompono le balle con sempre la solita solfa, e lei si sente stupida per il fatto di non dirglielo chiaramente, in maniera da non dare loro un dispiacere eccessivo.

Naturalmente perde il pullman che attraversa il bosco, e quindi deve farsela a piedi. Della bici le è rimasta solo la ruota anteriore, dopo che una sera l'aveva dimenticata incatenata al parco. Almeno nessuno la fisserà giudicandola per le sue all star rovinate ma a cui è affezionata, nè per il fatto di non essere truccata, né perchè i suoi capelli sono tagliati in maniera approssimativa, spuntati a caso quando decideva che una determinata ciocca le dava fastidio, né per gli abiti di taglio vagamente maschile, ma comodi, e di colori da vederli per crederci.

Fino all'ultimo vuole fare amicizia col lupo cattivo, che però si rivela noioso e pedante, con la sua fissazione di mangiarsi lei e sua nonna. A Brodyuccetto sembra più che lui le voglia stuprare, il fallito. Quindi lo accoltella e lo porta alla nonna per farglielo spellare e frollare.

La nonna, da cui lei ha preso molto e che è la sua parente preferita, appena la vede le offre una una sigaretta, lamentandosi per gli acciacchi della vecchiaia, e poi andando a tirare i biscotti fuori dal forno. Nel frattempo Brodyuccetto tira fuori dalla borsa la stecca di sigarette al mentolo che ha comprato a Praga per la sua nonnina.

“Che cazzo mi voleva mandare quella svitata di tua madre?”
“Non so, credo le solite stronzate: frutta, medicine, bollette...”
“Quando torni a casa dille da parte mia di andare in mona.”
“Provvederò.”

La nonna non ha il telefono, perchè se no la chiamerebbero continuamente dei parenti di cui non le frega un cazzo, e lei vuole starsene tranquilla nel bosco a fumarsi le sue sigarette, bersi il caffè e rileggere fino alla nausea le opere dei decadentisti e dei filosofi di fine ottocento, intercalando il tutto con pittura e cucito. Ha solo un cellulare che può ricevere chiamate solo dalla sua nipotina Brodyuccetto, che comunque non la chiama mai, perchè preferisce andarla a trovare.

Quando suona il campanello sanno già tutte e due che fuori dalla porta c'è il cacciatore-carabiniere, e che come al solito romperà le balle per la pelle del lupo appesa a sgocciolare sullo stendibiancheria.
Sono anni che ci prova con Brodyuccetto, il bastardo pedofilo, ma non ha mai avuto le palle per imporsi sulla nonna, che lo manda puntualmente affanculo. E a questo punto non sarebbe più pedofilia, ma comunque la ragazza, se lui le si avvicinasse un po' troppo, lo costringerebbe a parlare in farsetto per una buona settimana. E la nonna, grande la nonna, ne riderebbe tantissimo.
A volte Brodyuccetto è tentata di menarlo solo per la divisa che porta, ma si contiene perchè è sostanzialmente una non violenta.
Il cacciatore-carabiniere sente l'odore dei biscotti appena sfornati. Desideroso chiede:
“Ma cos'è questo buon odorino?”
Brodyuccetto e la nonna, in coro: “Merda di vacca.”
Il cacciatore-carabiniere sconsolato se ne torna al suo paese.

Aggiornamenti forum

Author: Matteo Piovanelli / Etichette:

per chi non lo sapesse già, c'è un forum collegato al blog, fatto dal poet.

lo trovate qui

ho appena aggiornato la sezione racconti con i link a tutti i capitoli passati di tutti i vari racconti, quindi se serve cercare qualcosa in un posto dove siano ordinati cronologicamente e non al contrario andate lì.

Capitolo 8: Musica e Ballo

Author: Matteo Piovanelli / Etichette: ,

Dimitri era pensieroso.

Non gli era troppo chiaro in che cosa sarebbe consistito il suo ruolo nella missione, e ciò gli impediva di trovare la sua solita concentrazione.
“Sarai la copertura di Vatslava.” Aveva detto il generale. “Dovrai fornirle tutto il supporto che lei riterrà necessario ed ubbidire ai suoi ordini.”

Poi però lui e la Sika si erano uniti ad un plotone di VDV per essere trasportati nei pressi del punto convenuto della missione. Sulla camionetta i soldati avevano badato bene a tenersi rispettosamente a distanza dalla donna, ma non avevano lesinato sguardi derisori per il cecchino.

Lui aveva fatto finta di niente, carezzando Dalia per prepararla al suo lavoro, ma si sentiva piccolo accanto a quegli uomini coi loro equipaggiamenti da sogno.

L'odore particolare di Vatslava lo disturbava molto meno, ora, ma era sempre in un angolo della sua mente. In certi momenti Dimitri aveva avuto la sensazione che lei lo stesse fissando, ma con quelle lenti da insetto era impossibile dirlo per certo.

Quando erano arrivati a destinazione e dai cassoni coperti dei veicoli i VDV si erano riversati in strada, la Sika lo aveva preso in disparte, ignorando palesemente il caporale dei corpi speciali che gesticolava ordini, alcuni dei quali incomprensibili per il cecchino. Il fatto di trovarsi isolato con la donna lo metteva a disagio, facendogli sentire più acutamente quella specie di profumo.
Dimitri si scoprì a stringere le mani intorno al suo fucile come una matricola, ed istintivamente abbassò il capo per la vergogna.

La voce di Vatslava era resa appena più roca dalla maschera che indossava quando disse:
“Tu, cecchino, seguimi.”
Poi si voltò senza guardare se lui stesse ubbidendo.
Naturalmente non si sarebbe mai neppure sognato di trasgredire all'ordine.

Senza parlare procedettero tra rovine prodotte da bombardamenti passati. Gli occhi del cecchino andavano istintivamente da una parte e dall'altra, valutando possibli posizioni vantaggiose, ma la sua mente non registrava. Ogni sua fibra era impegnata ad imitare i movimenti perfetti della sua guida, quella danza con cui lei si spostava da un ombra ad muro diroccato come se fosse una cosa ovvia e naturale. Dimitri si chiedeva perchè lei non stesse usando la divisa fotomimetica, ma suppose che fosse per permettere a lui id avere un riferimento da seguire.

Dopo che per qualche minuto si furono allontanati dal resto del gruppo, tenendo un'andatura che il cecchino non pensava di poter sopportare ancora per molto, la Sika gli fece cenno di fermarsi. Si trovavano in uno stanzino adiacente ad un magazzino, indatabile nel suo stato di abbandono. Sparse a terra c'erano le carcasse di vecchie attrezzature elettroniche, saccheggiate dell'oro dei loro circuiti.
Senza fiatare Vatslava portò una mano sul fianco della divisa. Lì si formò un'apertura, come di due labbra che si schiudessero, e lei ne estrasse una sottile pellicola trasparente.
“Questo” disse lei con la sua voce filtrata “ti aiuterà a tenere il passo, e ci permetterà di comunicare.”
Senza aspettare una reazione, che comunque Dimitri non avrebbe saputo avere, gli fu addosso, e gli appiccicò quella pellicola sul collo. L'istinto disse al cecchino di proteggersi da quel movimento, ma non avrebbe mai potuto fare in tempo. Inolte sapeva di non volerci nemmeno provare.

Uno strano pizzicore. Poi una sensazione diffusa di calore. Dal suo pomo d'Adamo si diffuse in lui un nuovo vigore, sicuramente dovuto a qualche droga che si trovava sul cerotto. La stanchezza svanì dalle sue membra, assieme con la rigida sensazione dell'acido lattico che si stava iniziando a formare.
“Mi senti, cecchino?”
La voce proveniva direttamente da dentro la sua testa, come se stesse parlando da solo. La voce di una donna, chiara e priva di inflessioni.
“A questo punto dovresti essere in grado di udire la mia voce.”
Dopo un attimo di smarrimento Dimitri riconobbe la voce della Sika, ma non riusciva ad immaginare come fosse possibile che gli arrivasse dall'interno della sua nuca, attraversando agevolmente il velo delle droghe.
Dunque parlò.
“Cosa diavolo sta succedendo?”
Il suo sguardo avrebbe tradito una vena di paura, se le droghe che stavano via via penetrando ogni sua cellula non gli avessero dato la sensazione di essere un dio.
“Un nanocomunicatore si è installato sulla tua corteccia cerebrale. Era nel cerotto. Ora non serve parlare per tenerci in contatto.”
La sorpresa venne in qualche modo mitigata dalle sostanze che Dimitri aveva in circolo, mentre pensava a come diavolo fosse possibile comunicare senza parlare.
“Il trasmettitore è collegato direttamente alla parte del tuo cervello che comanderebbe la voce. Potresti non riuscire a controllare la trasmissione, ma per fortuna il segnale non può essere intercettato. Ora seguimi cecchino: abbiamo del lavoro.”

Ora i due si spostavano molto più rapidamente. La roba che gli si trasferiva in corpo dal derma rendeva Dimitri in condizione di tenere il passo senza sforzo, anche se non con la stessa grazia della sua guida.

Mentre proseguivano verso il loro obbiettivo, la Sika gli diede qualche informazione di cui lui aveva bisogno, anche se l'uomo non sapeva se lo facesse perchè era necessario o per rispondere a domande che non era sicuro di avere posto attraverso quel nuovo canale che li univa.
“Dovremo dare l'attacco ad una postazione dei ribelli. Il tuo compito sarà coprirmi dall'alto di un palazzo lì vicino. Dovrai sparare esattamente a quello che ti dirò e quando te lo dirò io, altrimenti la situazione si farà molto complicata per entrambi. Sono stata chiara?”
Intorno a loro ancora rovine causate da attacchi aerei.
“Sì certo.” Dimitri si sforzava di non pensare a nulla, per non comunicare segnali inutili. Aveva il terrore di potere apparire un dilettante non riuscendo a tenere il controllo del suo trasmettitore.
Un movimento attirò per un istante la sua attenzione: da una finestra al secondo piano di quello che doveva essere stato un condominio pendeva una coperta a brandelli.
“L'obiettivo principale è recuperare un prigioniero di valore che si trova nella base. Se non sarà possibile, o se dichiarerò la missione compromessa, il prigioniero dovrà morire. D'accordo?”
“Va bene.”
Si fermarono un attimo accostati a quello che rimaneva di una parete di una scuola. Nel cortile davanti a loro c'era uno scivolo arrugginito, coricato sul cemento di quello che aveva dovuto essere il salone, ora a cielo aperto.
“Qualche domanda?”
Vatslava lo stava palesemente fissando attraverso le sue lenti d'olio.
Il cecchino avrebbe voluto dire di no, ma non seppe trattenere i suoi pensieri.
“Perchè? Perchè io? Cosa ci faccio qui con te? Non dovrebbe esserci uno come te al mio posto?”
Se ne pentì, ma non riuscì a distogliere lo sguardo dalla maschera dell'altra.
Dopo un attimo di silenzio, la Sika si voltò, quasi con fretta.
“Il mio compagno non era disponibile per questa missione, a cause delle conseguenze della missione passata.”

Dopo di ciò il Silenzio. Vatslava non lo degnò più neppure di uno sguardo, e si limitò a fare strada.

Dimitri provò a concentrarsi su Dalia, che gli ballava comoda sulla schiena. Nonostante fossero passati parecchi minuti il vigore dovuto alle droghe non accennava ad attenuarsi, ma lui non volle chiedersi il perchè. Aveva paura ad interrompere il silenzio della donna.
Una parte di lui la riteneva sua compagna in questa missione. Un'altra parte pensava che lei era più un suo superiore, lì per osservarlo e valutarlo. Questa parte tremava all'idea di poter commettere qualche sbaglio.

Dalia non pareva riuscire a dargli alcun conforto. La sentiva, ma era come se fosse diventata fredda. O forse era lui che non riusciva a sporgere la sua mente verso di lei, timoroso di scagliare i suoi pensieri più privati verso al Sika.

Non seppe dire dopo quanto, arrivarono ai piedi di un rudere più alto degli altri. Vatslava comunicò che sarebbero saliti sul tetto ad aspettare il momento giusto, poi sarebbe iniziata l'azione vera e propria.
Il cecchino fu sorpreso del fatto che non ci fosse nessuna sentinella su quella posizione così vantaggiosa, se il loro obbiettivo era vicino quanto immaginava. Non riusciva ad immaginare nessuna possibile ragione per cui ciò fosse possibile.
“Coi satelliti che passano sulla città ad intervalli di otto minuti non è troppo facile restare nascosti allo scoperto.” Spiegò la Sika.
Erano le prime parole che gli rivolgeva da quel loro scambio. Lui non si era nemmeno reso conto di avere fatto al domanda.

I minuti trascorsero.
Il cecchino cercava di riprendere il suo contatto col fucile, smontandolo e rimontandolo a memoria, andando a verificare la perfezione di ogni giuntura ed ogni movimento. Nel frattempo osservava l'altra.
Vatslava semplicemente se ne rimase accucciata in un angolo, con la fronte appoggiata sulle ginocchia. Non fece un movimento, né proferì parola. Non produsse nemmeno il suono più minimo.
Per tutto il tempo Dimitri si rifiutò di guardare l'orologio, perchè aveva paura che il tempo non sarebbe mai trascorso se lui avesse cercato di misurarlo.

Quando la voce della Sika si rifece sentire nella sua mente, lui era pronto.
“Cecchino, prendi questo.”
La osservò estrarre degli occhiali da una tasca. Sembravano dei visori con intensificatori di luce. Quando li ebbe in mano, li trovò leggerissimi.
Li indossò e per un attimo il mondo fu nero. Poi la sua vista ritornò, come attraverso il fondersi di macchie di tutti i colori che creassero i confini delle cose.
“Guardami.”
La donna sembrava diversa, come racchiusa in una leggera patina luminescente.
“Cosa diavolo...?”
“La mia fotomimesi è attiva. Quegli occhiali ti permettono di bypassarla e vedermi. Funzionano attraverso il collegamento che ho creato prima.”
“Capisco.”
In realtà non aveva idea di che cosa volesse dire esattamente, ma era pronto ad accettare quel dono. Gli avrebbe permesso di non rischiare di colpirla mentre lei era in azione.

Poi la Sika se ne andò via di corsa, senza disattivare il potere della sua tuta. Contemporaneamente gli ordinò di prendere posizione armato sul lato ovest, tenendo pronti almeno quattro colpi.

Dimitri non vedeva nulla di particolare nela piazza che si trovava ad ovest della sua posizione. Ad un certo punto la sagoma di Vatslava entrò nel suo campo visivo, saettando a zig zag. Non potendo non stare ad ammirarla, si stupì non poco quando la vide scomparire. Letteralmente.
Un attimo prima stava correndo verso il centro della piazza. Poi più niente.

Proprio mentre stava per farsi prendere dal panico, la Sika ricomparve pressappoco nel punto dove era svanita. Attraverso il loro contatto gli giungeva una canzoncina, quasi sottovoce. Una di quelle canzoni che si imparano da bambini e non si scordano più, che anche se non si ricordano le parole ci si ritrova a canticchiarle.
Senza che la nenia si interrompesse, arrivarono delle parole.
“Ora vedrai un punto illuminarsi. Quando te lo dirò io dovrai colpirlo.” Proprio in quel momento Dimitri vide un piccolo cerchio diventare lievemente azzurrognolo. La donna continuò. “Gli altri tre colpi che ti ho detto di preparare dovrai spararli a intervalli di cinque secondi. Riconoscerai gli obbiettivi in delle antenne di comunicazione.”
Ok, perfetto, quello era qualcosa che poteva fare. Accarezzò un istante il bossolo che teneva in tasca. Poi si proclamò pronto.

Ed iniziò la danza.

Dimitri parlava con Dalia. Non si preoccupava più del fatto che la Sika potesse sentirlo: ora doveva solo essere perfetto.
Nell'unico occhio che condivideva col suo fucile c'era quel punto blu: fermo e immobile aspettava solo la contrazione del dito del cecchino per svanire per l'eternità.

Vatslava correva misurando i passi verso il punto dove era svanita prima. La nenia continuava in sottofondo, come un mantra ripetuto per dare calma, per controllare e coordinare i movimenti.

“Ora.”

Un semplice sussurro, seguito a breve dal suono attutito del dardo metallico che lasciava il comodo alloggiamento del suo bossolo e attraversava il silenziatore ad effetto campo.
Cominciava il conto alla rovescia.

...5...
Il primo proiettile attraversò il centro della zona azzurra proprio mentre la Sika scompariva come prima. Dopo un attimo si udì uno scoppio. Il primo bossolo veniva rigettato da Dalia, scarto della sua canzone ritmica.

...4...
La donna riapparve, ed intorno a lei c'era una base nemica. Alcune guardie sembravano sul punto di svegliarsi, ma lei ballava al ritmo del suo motivetto. La sua pistola vomitava spilli mortali. La mano sinistra baluginava di metallo mortale.

...3...
Ecco le antenne. Il colpo era già in canna, pronto per diventare morte non appena l'occhio del cecchino avesse dato il suo ok. Nella mano sinistra della Sika c'era una lama che sembrava cambiare forma continuamente per meglio colpire i suoi nemici.

...2...
Da lontano giunse il suono di un'esplosione, completamente ignorato da tutti. Alcune guardie iniziavano a gridare ordini, ma non potevano fare granchè contro quel mortale angelo invisibile che stava falciando le loro vite canticchiando sottovoce.

...1...
Dimitri era pronto.

Fuoco.

Mentre il bossolo volava di nuovo fuori da Dalia, anche lei iniziò a cantare, accordandosi alla musica dell'assassina.

Il cecchino stava preparandosi al suo terzo colpo, e Vatslava continuava la sua splendida danza, spargendo nemici ignari della bellezza che li stava mutilando.

Poi successe l'imprevisto.

Nessuna guardia si trovava ormai in grado di fuggire, né di combattere. Non c'era nessuno in vista che potesse nutrire i movimenti terribili della Sika.
Ad un tratto, proprio mentre il terzo proiettile ubbidiva all'indice di Dimitri ed iniziava il suo folle ed effimero volo, qualcosa rimbalzò accanto alla donna. Un istante dopo una luce accecante si portò via ogni immagine della base.

Quando il cecchino ritrovò la vista, non c'erano più antenne da colpire. Il baluginio intorno all'assassina era svanito, ma ciò che preoccupava di più l'uomo era il fatto che lei non stava più cantando.
Mentre il suo occhio ispezionava tutta l'area intorno alla sua compagna, la sua voce gridava.
“Che cosa succede? Cosa è successo?”

“Vassilij.”
“Cosa dici Vatslava, che cosa sta succedendo?”
Non ricevendo nessuna risposta, Dimitri continuò a cercare, cercare e chiedere.
La Sika parlava, ma era evidente che l'aveva completamente escluso dai suoi pensieri.

“Cosa hai intenzione di fare?”
“Vatslava con chi diavolo stai parlando?”
“Non puoi pretendere che io ti creda, che io ti ascolti. Non dopo quello che hai fatto.”
“Vatslava, rispondimi merda.”
“NO. No... Smettila.”


“Potrebbe non finire così.”
Sentendo il tono rassegnato della donna, Dimitri si preparò a coprirla col fucile, anche se non riusciva ad immaginare da che cosa avrebbe mai potuto difenderla.
“L'hai voluto tu. L'ha deciso quando te ne sei andato.”

Poi la Sika ricominciò la danza, ma era diversa. Era diverso il ritmo, erano diverse le posizioni che teneva.

Finalmente il cecchino capì: stava duellando con un avversario invisibile, come lei lo era stata per le guardie. Solo che pareva che lei lo vedesse bene, al contrario di lui che avrebbe dato tutto per poterlo vedere anche solo per un istante chiaramente, per poterlo fermare prima che potesse ferire l'assassina, o peggio.

Assistette allo strano combattimento per un po', imprecando per la propria inutilità. Le continue parate che Vatslava sembrava dover compiere, e i suoi pochi affondi, gli diedero la convinzione che fosse in svantaggio.
Il colpo era già in canna, in attesa, e Dimitri si trovò a pregare.
“Dalia, ti prego, aiutami. Dalia, guida il mio occhio. Occhio, guida il mio dito. Sono l'incarnazione del Silenzio. Sono l'incarnazione del Silenzio. Dalia, mira tu per me.”

La donna portò la sua strana lama liquida davanti al petto. Nell'istante stesso in cui stava per arrestare il movimento l'arma si aprì a diventare uno scudo.
Dimitri premette il grilletto. Il suo colpò si mosse lentamente, sfuggendo dal bossolo in un attimo infinitamente dilatato, attraversando le barriere a vuoto del silenziatore e correndo sull'aria verso un preciso punto vuoto di fronte alla difesa di Vatslava. Quel vuoto si riempì di un'esplosione di rosso.

Dimitri gridò.

Vatslava gridò.

Dimitri sentì Dalia gridare.

Davanti alla Sika una sagoma tracciata da sangue sospeso nell'aria gridava.

“È finita Vassilij.”
Lo scudo della donna divenne una spada, che attraversò la figura di sangue scomparendovi all'interno, ed aggiungendo nuovo colore ai suoi contorni.

Poi la sagoma fu quella di un uomo, e quest'uomo indossava la maschera di un Sika.

Dopo un Silenzio vuoto, Vatslava parlò di nuovo.
“La missione è conclusa. L'obiettivo è morto. Torniamo a casa.”

Si ricomincia 2

Author: Jager_Master / Etichette:

Altro post di chiarimento. Tanto per rompere le pallacce alla gente e per sollecitare la continuazione di alcuni lavori.
I seguenti racconti sono fermi ai seguenti capitoli e sono assegnati per la continuazione alle seguenti persone.

  1. Esper - ho appena postato cap. 6 e 7 - il capitolo 8 andrà a Bovaz mentre il 9 sarà Bovaz/Jager_Master per conclusione di questa parte della storia. Dal cap. 10 bisognerà trovare un nuovo padrone.
  2. Yaya la gallina - capitolo 7 - nelle mani di Apo e GiAn. Ogni nuova storia/capitolo è in mano loro.
  3. Conrad il Druido - capitolo 4 - chi continua? Scrivere nei commenti, poi sistemo.
  4. Untitled di Rob - capitolo 2 - idem.
  5. Uno - capitolo 1 (ovviamente!) - Ora ci sta lavorando Alan. Aspettiamo il suo racconto per assegnare cap. 3
  6. Il decimo girone - capitolo 1 - in cerca di un padrone. O forse Poeta?


Poi: sollecito l'iscrizione di Brio e di chi vuole collaborare anche con nuove idee e racconti. Con Bovaz ho 2-3 idee in cantiere, ma aspettiamo che riprenda il volo questo sito con questi racconti.


Buon lavoro a tutti.

Capitolo 7 - Non siamo soli

Author: Jager_Master / Etichette: ,

Sergej si voltò e si diresse verso l’uscita secondaria che stava dietro di lui. L’unica, a questo punto, era uscire verso l’obiettivo, dato che di tornare indietro non se ne parlava nemmeno. Per quello che ne potevano sapere erano seguiti da un esercito intero, anche se Sergej ne dubitava.
Il caporale ragionava velocemente, mentre con Yuri apriva la strada agli altri, uscendo in direzione Sud, proprio verso il punto x che ora stava a meno di 300 metri, leggermente a Est, più vicino alla Squadra A Zona destra, dove stava Idarov.
Già. La squadra A. Secondo gli ordini era da escludere una comunicazione radio: dopo che si erano divisi ognuno doveva arrangiarsi, ed era tassativamente vietato cercare aiuto anche in caso di emergenza. Troppo pericoloso: c’erano possibilità di essere intercettati e non si doveva fare casini fino alle ore 6:00, cioè fino all’uscita del convoglio.
Il fatto è che anche la Squadra A e Idarov potevano essere sotto mira e in pericolo, ma la Squadra B di Sergej aveva le mani legate, e volente o nolente doveva sbattersene.
Decise così di arrangiarsi. Una soluzione (e fu quella che scelse) era di dirigersi sempre verso Sud, verso l’obiettivo. Certo: il rischio di trovarsi di fronte un gruppo di ribelli c’era, ma Sergej optò per quella direzione, anche perché le altre 3 erano da escludere.
Di tornare indietro, come detto, non se ne parlava. Sarebbe stato come cadere in bocca a uno squalo.
A Est, verso la squadra di Idarov era troppo pericoloso, avrebbero dovuto attraversare un largo tratto di strada fra due isolati, lasciando campo libero ai possibili cecchini, o a chi li stava seguendo.
A Ovest c’era la Zona Sinistra della Squadra A, più vicina in linea d’aria. E proprio verso di loro Sergej voleva dirigersi: l’idea era di muovere verso Sud, e quando la strada l’avrebbe permesso, avrebbero svoltato, lasciando il culo libero in mezzo alla strada, come nel caso Est, ma con meno strada da percorrere e meno probabilità di essere colpiti. Inoltre avrebbero portato gli eventuali inseguitori in bocca ai VDV.
E poi, cazzo, non avevano scelta.
Andarono a passo veloce, convinti di avere un seppur minimo vantaggio, dato che Sergej concludeva di essere stato visto sotto la scala. Dunque i ribelli non sapevano che lui sapeva. O almeno se lo augurava.
Utilizzò questo vantaggio dirigendo i suoi 3 uomini di casa in casa, arrivando a 50 metri dal punto x. Si erano mossi con prudenza e relativa velocità: non avevano perso terreno.
A quel punto però dovevano svoltare, non c’erano cazzi.
Si trovavano spalle al muro, dietro di loro la finestra che portava sulla strada. Dall’altra parte della strada c’era una fila di case. Dietro le case i VDV. Facile no?
Manco per il cazzo.
Se avessero sbagliato manovra o coordinazione, mettere il naso in strada sarebbe stato come far da sagoma in un poligono di tiro.
I 4 erano completamente sudati malgrado i –13° della temperatura esterna. Un pò la tuta termica, un pò (molto) la tensione...ed ecco che le schiene erano totalmente bagnate, nessuno escluso.
Ora dovevano uscire da quella finestra, scavalcare e correre per circa 15-20 metri tagliando la carreggiata della strada. Sergej mise il naso fuori dal davanzale, e scosse la testa.
Dall’altro lato della strada c’era un lungo muro, che non presentava aperture o brecce per circa 30 metri a sud e 30 a nord. In sostanza anche se fossero arrivati vivi dall’altra parte (cosa ancora tutta da conquistare) non avrebbero trovato riparo né passaggio alcuno.
Si sedette.
“Merda: qui rischiamo di farci bucherellare”
“Uscite voi” disse Nikolaj “io vi copro: appena uscite sparo a raffica finchè non siete di là”.
“No, è da escludere” rispose il caporale scuotendo la testa. “Non abbiamo abbastanza tempo per trovare un passaggio da qui, e poi riveleresti la tua posizione diventando carne da macello. No, è un suicidio”.
“Sappiamo quanti sono, Caporale?” chiese Ivan
“No. Per quanto ne so possono essere mille” rispose Sergej. “O magari solo 3, ma non possiamo basarci sui forse o sui magari”.
E aveva ragione.
Prese il binocolo e si alzò, puntando l’obiettivo verso l’altra parte della strada. Non è dato sapere come caspita ci riuscì, ma nella sua lente comparve dall’altra parte della strada (leggermente a Sud) un punto bianco, riconoscibilissmo.
Era la tuta di un VDV, non c’erano dubbi. Aveva avuto fortuna: ad occhio nudo non era visibile, ma da quella angolazione e col binocolo ci era riuscito; aveva visto la truppa A.
Dunque i rinforzi non erano lontani: erano solo ignari.
Aprì il quadrante dell’orologio.
Yuri bloccò il braccio del comandante mettendoci sopra la mano. “Non possiamo chiamarli, Caporale, è contro gli ordini.”
“Lo so”rispose duro Sergej “ ma devo avvisarli che siamo a 80 metri da loro, ci devono coprire o siamo morti”.
Yuri tolse il braccio e lo fissò. Poi abbassò la testa dopo qualche istante “Si. Forse avete ragione”.
Sergej premette il tasto della comunicazione e disse nel microfono “Squadra A, qui B. Rispondete, passo”.
Attese.
Dal microfono solo un fruscio e un gracchiare senza risposta.
“Rispondete A. Passo.”
Niente.
“MERDA” disse a denti stretti. E con un gesto secco lanciò l’orologio contro il muro di fronte. “Hanno coperto il campo con gli elettromagnetici. La radio è inutilizzabile, non possiamo contattarli”.
Poi Nikolaj alzò la testa e con aria allarmata disse: “Ma così se i ribelli erano in ascolto col radar di localizzazione hanno captato la nostra esatta posizione. O sbaglio?”
Tutti guardarono Sergej che sgranò gli occhi.
“Si, cazzo” disse. “Via, via, via!”
E indicò una porta a Sud. Ormai erano scoperti.
La speranza era di arrivare a unirsi con i VDV, ma il rischio ora era raddoppiato. Se passavano davanti alla Squadra A e senza farsi riconoscere...beh...forse avrebbero rimpianto i fucili dei ribelli.
Erano come in una morsa: fuoco amico a destra, fuoco nemico alle spalle, e a sinistra non potevano andare.
Sergej era un bagno di sudore, e sentiva già il fiato sul collo di quei maledetti ribelli. La tensione lo invase, la paura gli rallentava la corsa. Ma doveva rimanere lucido.
O sarebbero morti.
Tutti.

Uscirono dalla casa ed entrarono in un capannone che confinava a mezzo metro dalla porta di uscita. Aprirono il portone dimenticando la prudenza: a questo punto era solo un freno. A fanculo tutto.
Le persiane, osservando dall’interno, erano sprangate, ed alcune finestre avevano chiusura con lastre metalliche. Da lì non si poteva uscire.
Sergej osservò la disposizione della muratura della casa, dopodiché disse: “Se andiamo avanti usciamo proprio nella piazza dove fra..”
Ed osservò l’orologio che segnava le 5:27.
“....circa mezz’ora uscirà il cingolato di punta dei ribelli. Ci saranno già le canne dei VDV puntate sull’apertura del terreno. Se usciamo da lì...” Indicò l’ultima porta da sud della stanza. Poi finiva la casa e con essa l’isolato intero.
“...finiamo sotto il tiro amico e sputtaniamo la missione”
Il gruppo fece silenzio. Non sapevano che fare.
“Cominciamo a levarci da qui, saliamo sopra” continuò il caporale. Ma non era convinto della situazione nemmeno lui.
Il capannone aveva una struttura rettangolare, con un soppalco di circa 5 metri più alto sul terreno, dove erano stipati casse, contenitori e scaffali. Un magazzino dimenticato, insomma.
Salirono in fretta sulla scala metallica che portava al soppalco, sempre tenendo i fucili puntati in cima al pianerottolo, e poi sopra in mezzo a quel disordine incredibile.
La roba era ammucchiata in blocchi senza senso o in casse di metallo, senza ordine o logica.
Si sedettero puntando le ginocchia per terra, e si girarono: la canna del fucile di Yuri indirizzata alla scala da dove erano saliti. Lo stesso fece Ivan.
Poi Sergej disse a Nikolaj: “Metti via quell’affare: se ti parte un colpo qua viene giù tutto”.
Nikolaj capì, mise la sicura al lanciarazzi e lo posò dentro ad una scatola di sintoplastica vuota.
Dopodiché mise mano alla fondina e impugnò la Magnum d’ordinanza.
Attesero.

Passarono minuti interminabili, finché un click della porta sotto di loro segnalò ai loro orecchi che qualcuno stava entrando nel capannone.
Una cosa era certa.
Non tutti ne sarebbero usciti.
I loro occhi saettarono da una parte all’altra del soppalco, aspettandosi di vedere qualcuno saltare su da un secondo all’altro; le mani ben impugnate sui manici, col dito fremente al grilletto.
Poi rumore di passi. Più passi.
Sergej fece segno agli altri con la mano. Secondo lui erano almeno 4-5.
Era certo che non sarebbero usciti dalla porta: sapevano che lì c’era il piazzale. E nemmeno avrebbero sparato verso l’alto bucando il soppalco da sotto: poca probabilità di colpire e certezza di essere visti e sentiti. Dovevano salire.

Poi un casco. Senza visiera, solo legato sotto il mento. Un secondo e sparì, nascosto a fianco del primo scaffale del soppalco. Uno era salito, e per pochi istanti Sergej l’aveva avuto sotto mira.
Imprecò nella sua testa e serrò i denti. La punta del fucile saltava dallo scaffale alla scala. Dalla scala allo scaffale.
Poi un altro: aveva visto la schiena sbucare e andare dalla parte opposta rispetto al compagno. Correva accucciato e sparì subito dalla loro vista.
CascoSenzaVisiera si mosse aggirando lo scaffale, ma rimpianse di non avere un giubbotto antiproiettile e una visiera in plastica infrangibile praticamente subito.
Yuri lo crivellò all’altezza del torace, senza risparmiare colpi. Cadendo, qualche colpo gli entrò anche nel naso.
A quel punto fu inferno.
Sergej scattò a destra, intercettando la traiettoria del secondo che era salito, e sparì alla vista di Ivan, che invece teneva puntata la canna sulla scala. In quell’istante entrarono accucciati 3 uomini, che evidentemente stavano aspettando sul pianerottolo.
Il terzo si prese un paio di pallottole nella schiena, grazie a Ivan che si alzò di colpo e annullò la loro copertura da accucciati.
Nikolaj si mosse sulla sinistra, andando verso la scala e CascoSenzaVisiera che giaceva immobile. Fu un errore, perché in quel modo tolse copertura a Ivan che stava in piedi.
Quattro colpi secchi, dalla canna di un mitra a colpo variabile proveniente dalla sua destra prese Ivan sul braccio destro e lo fece cadere su un mucchio di rottami.
Il primo della comitiva di 3 che erano entrati accucciati aveva appena vendicato il compagno preso alla schiena. Anche lui si rese però visibile, e di questi quattro colpi a segno non poté mai vantarsene. Yuri gli bucò la testa con 3 saette che volarono di seguito dal suo fucile.
Nikolaj non si rese conto dell’errore, e continuò a tenere sotto mira la scala, dalla quale, però, non salì più nessuno.
Sergej era da qualche secondo appostato dentro a uno scatolone rovesciato: capì subito la posizione strategica di quel nascondiglio e si lanciò dentro. Pochi istanti e il secondo, che era salito subito dopo CascoSenzaVisiera gli passò a pochi centimetri, accucciato e con un vecchio fucile dell’esercito ribelle in mano.
Non vide Sergej alla sua sinistra, e fu un errore. Si fermò davanti a lui dandogli la schiena, ignaro di tutto, pensando di prendere alle spalle l’intero gruppo; e questo fu stupido. Lasciò il tempo a Sergej di estrarre la lama dalla fondina che aveva sulla spalla.
Lo Stupido lanciò un grido, quando 30 cm di coltello gli entrarono nella gamba lacerandogli i muscoli.
Cadde all’indietro per il dolore e per lo spavento. Sergej afferrò il suo polso, ruotò la mano e gli tolse il fucile, poi con la destra gli puntò il coltello alla gola, tenendolo immobilizzato.
Lo Stupido capì e pur con un dolore lancinante al polpaccio tenne i denti serrati e non urlò. La sua vita era appesa a quella lama, che già odorava del suo sangue. Ne sentì il calore salire dal filo del coltello, e decise saggiamente di non fiatare.
Yuri mise a segno la sua terna prendendo anche l’ultimo dei 5 che erano saliti, piantantogli una manciata di proiettili nel cranio; niente da dire: era in perfetta forma. Poi ruotò la testa: appurato che Nikolaj copriva la scala scattò in direzione di Sergej, ma non c’era bisogno del suo aiuto nemmeno lì. Senza dire una parola fece cenno col capo al suo caporale e si diresse da Ivan, che ancora stava coricato supino sul mucchio di rottami.

Passò quasi un minuto, poi la situazione si calmò, non si sentivano spari, nè grida: i 5 che erano saliti erano veramente 5.
Sergej ruotò il corpo del ribelle, lo mise schiena a terra e gli urlò faccia a faccia: “quanti siete? Parla”.
Lo Stupido era veramente tale e non diede problemi. “5, siamo 5”.
“Non ci sono altri? Solo voi ci avete seguito? Dove sono gli altri come te?”
“Non so” disse Lo Stupido “Io dovevo solo seguire voi con la squadra.”
“Seguirci e ammazzarci tutti, vero?” Insistette Sergej.
Lo Stupido fece segno di si con la testa, evidentemente in soggezione.
“Quanti come te ci sono la fuori?”
“Non so, ma non farmi del male, mi sono arreso”
“PARLA MALEDETTO STRONZO” e lo sbatté con la nuca a terra “PARLA O TI TAGLIO A PEZZI! QUANTI SONO LA FUORI?!?” Ora Sergej era fuori di se.
“Cr...credo una cinquantina, ma non so dove siano. Io av...avevo la mia zona”
Cinquanta.
Merda.
Doveva avvertire i VDV, ma mancavano meno di 15 minuti alle 6.
Lasciò andare il corpo del ribelle. Non lo avrebbe ucciso, non era nemmeno un soldato: era un ragazzo con un fucile in mano che sapeva fare il suo mestiere come lui era un ristoratore.
Appena tolse la lama dalla gola del ribelle ruotò il polso e lo colpì due volte all’altezza del mento.
Cadde svenuto. E da lì non si rialzò.
Corse dai suoi uomini, e capì subito come Ivan era sul filo tra la vita e la morte. All’altezza del braccio non era coperto dalla tuta, per lasciare i movimenti fluidi. E dunque i proiettili erano entrati; due in maniera molto seria.
Lo caricarono a spalle in 2, con Nikolaj che apriva la strada fino alla scala. Aveva appreso da Yuri del suo errore di copertura, e si insultò nella mente per la sua avventatezza e stupidità. Ma ora non poteva farci nulla, doveva solo concentrarsi sulla strada da aprire.
Scesero la scala con Sergej che teneva Ivan sorreggendogli il braccio destro.
In fondo al capannone andarono alla porta di uscita Sud.
Il piazzale davanti a loro. Meno di 8 minuti all’uscita del convoglio. La sola speranza è che gli spari avessero messo in allarme i VDV, ma non potevano avere certezze.
Sergej depositò il corpo a terra, controllò la cartuccia della Magnum e disse a Nikolaj: “Prendi il lanciarazzi. Noi continuiamo per la nostra strada. Quel cazzo di convoglio deve saltare.”
Nikolaj ubbidì, ma con qualche riserva che tenne per se.
“Con o senza VDV noi fra 6 minuti usciamo”. Con un click secco posizionò il caricatore.