L'urlo della sirena squarciò la notte, e il Silenzio si ritrasse come ferito.
Dimitri era già sveglio, disteso sotto le coperte a fissare le forme che il suo fiato tracciava prima di disperdersi nell'aria fredda.
Lentamente, quasi con timidezza, il Silenzio tornò a prendere possesso della notte, coprendo l'eco innaturale della sirena, di quel suono che non sarebbe mai dovuto essere.
Anche quella notte il cecchino non era riuscito ad addormentarsi, come sempre prima di una missione. Come sempre prima di una missione aveva rivissuto gli istanti della sua prima missione, quegli attimi in cui aveva premuto il grilletto e visto cadere Maximilian Korolev, padre di due figli ed una bambina, marito di Susanna, ma colpevole di aver venduto dati tecnici al nemico.
Dopo quella volta si era fatto un punto d'onore nel conoscere il meno possibile dei suoi bersagli. I superiori avevano accettato questa presa di posizione, non dando a vedere di badarci affatto.
Scostate le coperte si mise a sedere, nella pallida luce che entrava dai doppi vetri della finestra.
Il bossolo di Maximilian era sul comodino, un semplice suppellettile nel meticoloso disordine della stanza.
Dimitri si alzò, muovendosi a memoria fino all'armadio. Dentro c'era la sua divisa. La indossò, tutti e tre gli strati che dovevano garantirgli un completo isolamento dal rigido ambiente di Esperia.
Nel frattempo la sirena si lamentò ancora, sorprendendo il Silenzio della stanza del cecchino. Questa volta l'orribile ululato si ripetè due volte.
L'uomo lo ignorò, riportando la sua attenzione sul bossolo di Maximilian. Si baciò il polso sinistro: sotto gli strati che dovevano isolarlo dal mondo c'era il tatuaggio di una zampa di coniglio, il suo portafortuna.
Poi prese quel ricordo della prima missione e lo mise nel taschino sul cuore, dove era sempre stato dopo quel giorno.
Dalia, il suo fucile lo attendeva nella cassapanca in fondo al letto. Dimitri lo montò rapidamente, con gesti precisi guidati dall'esperienza di ore passate a farlo.
Al terzo grido della sirena Dimitri era fuori, nel gelo, ed aveva indossato la maschera del Dimitri che tutti conoscevano, una maschera che anche il cecchino aveva imparato a conoscere e a fare sua.
Quando, dopo pochi attimi di attesa, passò la camionetta corazzata, l'uomo che saltò sul cassone sorrideva per nulla indispettito dal gelo che lo circondava. Nonostante questo non mancò di lamentarsi sonoramente: “Lavoriamo proprio su un diavolo di sasso dimenticato da Dio.”
Il vecchio Nikolaj sorrise del suo commento annuendo, seduto vicino alla cabina di guida. Mentre facevano il giro a raccogliere gli altri membri del gruppo non smise mai di tamburellare le dita sulla sua arma gigantesca.
Nell'ordine salirono Ivan e Yuri. Per tutto il tragitto Dimitri si lamentò ad ogni scossone, mostrandosi allegro, o perlomeno rilassato.
L'ultimo a salire a bordo fu il caporale Sergej Ciolkovskij.
La guerra civile in corso aveva dato al gruppo fin troppo lavoro.
Era a questo che pensava Dimitri, mentre si lamentava per i continui scossoni che doveva sopportare dalla sua posizione sul cassone. E pensare che qualche anno prima dei visionari avevano pronosticato la fine di ogni ostilità.
C'erano state le armi di distruzione di massa, le vetuste armi nucleari che polverizzavano tutto e rendevano una zona inabitabile per anni.
Poi qualcuno aveva pensato che fosse più utile uccidere senza distruggere, ed erano nate le prime armi di uccisione di massa: bombe piene di microrobot che avevano il solo scopo di disintegrare qualunque forma di vita, per poi disattivarsi e diventare innocue nel giro di pochi giorni, se non ore.
Ma ormai tutti i corpi armati avevano in dotazione dei nanocontrollori che rendevano inefficaci quei minuscoli assassini tramite impulsi elettromagnetici.
Quindi si era tornati indietro, ai vecchi metodi per fare la guerra. Si era tornati ad usare gli uomini per uccidere altri uomini, perchè in fondo nient'altro lo sapeva fare così bene.
Uomini come i membri delle squadre di epurazione che stavano bruciando dei cadaveri ai margini della strada. Nessuna macchina avrebbe mai potuto fornire un'immagine così agghiacciante ed in grado di rappresentare così completamente cosa era l'uomo.
L'urlo del suo caporale riposrtò bruscamente la sua attenzione alla situazione attuale. Un istante dopo tutto si fece nero.
Rialzando il capo, Dimitri provò a guardarsi intorno, ma il fischio nelle sue orecchie lo rendeva cieco.
Poi sentì degli spari, delle grida. Un'imboscata. Questo lo spinse a gettare la sua maschera.
“Sono l'incarnazione del Silenzio. Sono l'incarnazione del Silenzio.” Nella sua mente continuò a ripetersi il suo mantra speciale, mentre preparava il fucile. Ci fu un click quando impostò la sua arma in modalità raffica breve, ma il cecchino dubitava che se si fosse messo ad urlare qualcuno l'avrebbe sentito.
Nikolaj attivò la sua vulcan. Dimitri riconobbe il cambio nel tono degli spari. Si spostò sul lato del cassone da cui sentiva provenire i colpi amici, e prese a giudicare la situazione. Decise che per il momento sarebbe rimasto accovacciato, nascosto, per coprire le spalle dei compagni da nuove sorprese. Rimise Dalia nella modalità colpo singolo, quella che preferiva.
Esplose una granata, poi subito dopo esplose il Silenzio.
Il Silenzio, che era stato messo in fuga dalle sporche armi degli uomini, tornò a reclamare l'aria che era sua di diritto. I passi dei compagni di Dimitri non potevano competere con l'ampiezza di quel Silenzio.
Un movimento. Un cadavere si rialzò dal mucchio dei nemci ed afferrò Sergej alle spalle. Disse qualcosa, ma il Silenzio che aveva riempito l'aria impedì al cecchino di cogliere le esatte parole.
Gli istanti successivi si distesero a durare tutta una vita, per il cecchino, come sempre in quei momenti di comunione con Dalia, in cui lui le parlava, le chiedeva di essera perfetta, la blandiva con complimenti sinceri, lei gli rispondeva, gli diceva di non preoccuparsi, che tutto sarebbe andato bene. Poi da qualche parte nella mente di lui, facevano l'amore, e quando tutto era finito l'uomo che prima era nel mirino cadeva a terra. Morto.
Distante, Dimitri sentì Dimitri urlare.
“Me ne devi una, caporale! E questa ti costerà davvero cara.”
Di nuovo la maschera.
+++++INCOMING MESSAGE+++++
Esperia.
Dodicesimo pianeta del terzo sistema.
Classificato come mondo ghiacciato, la sua superficie e’ composta dal 10% d’acqua e dal 90% di terre emerse. La quasi totalità di queste ultime e’ completamente congelata.
Esperia ruota attorno al suo sole, Icarus II, con un periodo di rivoluzione pari a 735 giorni terrestri e di rotazione di 34 ore-Terra.
Icarus II e’ una stella gialla, di classe G, e la sua temperatura, pari a circa 5mila gradi Kelvin, e’ troppo bassa per scaldare la superficie di Esperia.
Ciò che spinse eoni fa a colonizzare il pianeta furono i grandi giacimenti di Deuterio siti sottoterra. Da allora Esperia commercia il Deuterio in tutti i pianeti della Confederazione Mercantile.
L’autorità’ governativa del Collettivo, composto dagli esponenti delle più grandi famiglie mercantili planetarie, dirige tutti gli aspetti della vita quotidiana, standardizzando il tenore di vita per tutti i cittadini. Al di sopra del Collettivo si trova il Dictator, figura sconosciuta a tutti, il quale non e’ ne’ più ne meno che il vero imperatore planetario.
Attualmente, il Collettivo si e’ scisso in due differenti fazioni: Lealisti e Separatisti, le cui differenze sono per lo più superficiali…il vero obiettivo di entrambi e’ quello di ottenere il controllo del pianeta
+++++END OF MESSAGE+++++
TUNK!
Il cassone sobbalzò violentemente per la terza volta, da quando erano partiti. La cenere della sigaretta accesa di Sergej si librò nell’aria, leggera.
Il vento freddo e pungente della notte, che di lì a presto sarebbe diventata alba, convinse il caporale che era venuto il momento di attivare i termoregolatori innestati dentro l’uniforme. Con uno schiocco, i microreattori iniziarono a ronzare, portando la temperatura interna a livelli sopportabili.
Sergej si crogiolò per un attimo nel calore artificiale, ad occhi chiusi, poi abbassò la testa, aspirando avidamente un’altra boccata dalla sigaretta.
“Nervi scossi, caporale?” domandò Dimitri con tono neutro.
Sergej scosse la testa. Non aveva voglia di parlare, tantomento delle sue condizioni.
Dimitri sbuffò rumorosamente, alcuni dei soldati si voltarono a guardarlo.
In molti, nella compagnia, si erano domandati più volte come potesse un cecchino essere tanto rumoroso quanto Dimitri. Sapeva piazzare una pallottola nel cranio di un uomo a quasi un chilometro di distanza, e, bisogna ammetterlo, era in grado di strisciare alle spalle di chiunque senza farsi sentire. Altrimenti, non taceva per un secondo.
E quattro…
“Dannazione!” sbottò il cecchino afferrando il suo fucile, che stava cadendo.
Nel mentre, Sergej osservava in panorama di fronte a loro. I grattacieli della città, alcuni alti oltre il chilometro, si stagliavano di fronte a loro, ossute dita grigie illuminate dalla luna.
Ma in particolare, il suo sguardo si soffermava sui fuochi.
Sono in pochi, anche tra i veterani temprati come Sergej, che non rabbrividiscono di fronte a una pira di cadaveri. Il puzzo di carne bruciata infestava l’aria, si infilava nelle narici, si attaccava alle uniformi. E’ un odore che non ti abbandona per mesi.
Due soldati, in uniforme nera, camminavano da una pira all’altra, aprendo il getto dei lanciafiamme quando uno dei fuochi non prendeva bene.
Dimitri osservava la scena senza un’emozione: ” Fanno il loro lavoro, caporale, rispondono agli ordini. Niente di strano”
Se le squadre di Epurazione si trovavano lì, sicuramente c’era di più.
Qualcosa che gli alti papaveri del comando non intendevano rivelare, per il momento.
Poi accadde.
Sergej si stava alzando in piedi, per osservare meglio il resto del paesaggio.
Un tombino, parecchi metri più avanti sulla strada, si stava aprendo e qualcosa sporgeva dalla fessura.
Un lanciarazzi.
“TUTTI A TERRA!” ebbe appena il tempo di urlare, poi il razzo volò dritto verso il carro in testa alla colonna, centrando in pieno la torretta.
Esplose, coinvolgendo nel botto la munizione in canna al veicolo. Un bocciolo di fuoco squarciò il carro in due.
Pian piano il fischio si attenuava e adesso poteva sentire i colpi. E le urla.
.
Nel frattempo, il tombino da cui era partito il razzo era ora completamente aperto e un gran numero di uomini, senza uniformi e vestiti di stracci, stava sciamando all’esterno.
I quattro correvano, cercando copertura, da un veicolo all’altro, sparando alla cieca come potevano per permettere a Nikolaj di avanzare.
Nikolaj. Veterano della Prima Guerra di Conquista. Imbracciava la sua pesante Vulcan a canne multiple, arrancando per il suo peso dietro gli altri.
L’ultimo ufficiale che aveva contestato per il calibro non-standard dell’arma era sparito.
Sergej aveva imparato la lezione, e non aveva detto nulla.
Poi Nikolaj si mosse.
La Vulcan iniziò a ronzare, le canne ruotavano sempre più in fretta. In un battito di ciglia decine e decine di pallottole volarono verso le linee nemiche, falciando i soldati come grano maturo. L’esplosione della granata fece a pezzi i cadaveri e uccise i pochi che ancora erano vivi.
La squadra si mosse verso il tombino, tutti camminando chinati, preparati ad altre sorprese. Raggiunti i cadaveri, o quello che ne restava, Sergej diede un calcio a uno dei corpi, facendolo ruotare.
Yuri alzò il fucile, ma fu costretto ad abbassarlo…troppo tardi per aprire il fuoco.
Con un rantolo, l’uomo parlò: “ Può darsi che io muoia qui, ma il vostro comrad viene con me”
Camminava in silenzio a testa china, tirando a se il cinghiale strisciandolo sull’erba rada del sentiero. Ogni tanto chek ne odorava il corpo, sentendo il richiamo della carcassa dell’animale: aveva fame, ma per nulla ragione al mondo avrebbe toccato quel cinghiale davanti al suo padrone, e nemmeno lontano da esso. Piuttosto la morte.
L’ubbidienza era il suo miglior pregio, assieme alla fedeltà e alla forza; in effetti era un lupo veramente speciale, come pochi su questa terra. Era uno splendido animale dal pelo folto e morbido, cosa strana per una bestia selvatica, ma sembrava che nessun ostacolo, nessuna lotta, nessuna caduta potesse rovinargli quel manto meraviglioso.
Più di un cacciatore aveva adocchiato Chek nei periodi in cui Conrad col suo fedele compagno sostava in zone abitate. E più di un cacciatore lo aveva notato anche nelle terre selvagge: in fondo non era poi difficile, dato che Chek misurava quasi 2 metri di lunghezza e pesava poco più di 300 libre.
Aveva le orecchie a punta, che terminavano con un sottile ciuffo bianco, proprio in cima e un manto completamente fulvo, quasi rosso. Un colore particolare, ma che aveva avuto la sua importanza quando Conrad aveva fatto la sua scelta fra i lupi:aveva indicato Chek senza indugio, quella notte. Massa di muscoli e potenza, occhi verde muschio; l’intelligenza che sprigionava, poi, era quasi cosa viva. Quel lupo spuntava dal branco come un albero secolare immenso può sbucare dalla boscaglia. La scelta fu rapida e ovvia, e da quel giorno Chek calcava le orme del suo padrone giorno e notte.
Lo rispettava e lo temeva allo stesso tempo, ma col passare degli anni questo timore aveva lasciato posto ad un affetto profondo che valicava ogni sentimento di sola fedeltà; ora niente e nessuno avrebbe mai spezzato il loro rapporto.
Conrad, quasi a sentire il sentimento di Chek si voltò senza smettere di camminare, e i due si guardarono negli occhi profondi per qualche istante.
Non fu necessario dire alcunché, bastò quella rapida occhiata. Chek con un balzo rapidissimo si fiondò fuori dal sentiero e cominciò a correre a perdifiato nella foresta.
Conrad tornò a guardare la strada, sempre immerso nei suoi pensieri, sempre tirando a se quel pesante cadavere, pesante più per la mente che per il braccio. Continuò a camminare, ormai il paese era ad un’ora di cammino, e rallentò anche il passo.
Chek nel frattempo era una freccia nella boscaglia, evitava rami e arbusti come acqua fra le rocce, balzava fra gli alberi e inalava più odori che poteva. Sbuffava moltissimo ma non era sudato: avrebbe potuto correre per una giornata intera sudando solo al crepuscolo, ma sbuffava perché a lui interessava percepire quel preciso odore.
Che presto arrivò: come una freccia, gli si conficcò nel naso,e in quel preciso istante bloccò le zampe dove si trovava, accucciandosi col muso a terra.
Sbuffava ancora, questa volta più piano, le orecchie tese, e i muscoli pulsanti.
Era davanti a lui, a una trentina di metri, leggermente sulla destra. Non lo poteva vedere perché nascosto dall’erba alta, ma sapeva che era lì. L’odore era talmente forte da dare il mal di testa e quasi ne vedeva la sagoma disegnata nella sua mente.
Si spostò di qualche metro alla sua destra, indietreggiando per trovare riparo da un cespuglio in fiore, e si mise dietro ad esso. Poi cominciò anche a salivare: era pronto.
Durò tutto pochi istanti, il tempo di scattare per 20 metri: il cervo notò una macchia rosso scuro con la coda dell’occhio, ma fu l’ultima cosa che vide, poi una mascella di mezzo metro d’apertura gli si chiuse attorno al collo , e lo spezzò con un colpo secco.
Dall’altra parte del bosco Conrad sorrise amaro.
Mangiò, Chek, mangiò tutto, senza lasciare quasi nulla, come era nel rispetto della natura che Conrad voleva. Anzi: pretendeva.
Oltre a non sprecare nulla tutto ciò serviva anche per placare la fame per qualche giorno, evitando di lasciare il padrone troppo spesso per andare a caccia. E a Chek non piaceva lasciare Conrad. Voleva stare con lui, ogni istante, anche se spesso il richiamo della fame e della natura era impellente e non poteva essere rimandato.
Quando finì l’ultimo boccone Chek si concesse qualche minuto per leccarsi le zampe e pulirsi la bocca: detestava avere rimasugli delle prede addosso e adorava il proprio mantello come lo adoravano tutti i cacciatori che lo avevano visto almeno una volta.
E qualcuno di questi, a dire la verità, ci aveva provato a toccare quel mantello, prima ovviamente, di perdere la mano e subito dopo la vita.
Sia Conrad che Chek amavano il mondo e tutto ciò che esso donava. Tranne la malvagità dell’uomo. E il cacciatore in se ne incarnava lo spirito perfettamente: cacciava e sprecava il dono della natura solo per una pelle da rivendere al mercato, o per avere un paio corna o ancora per puro e stupido spirito di competizione.
Quella volta che un cacciatore aveva colpito Chek era ancora ben chiaro nella mente di entrambi. Chek stava consumando il suo pasto, e a qualche miglio di distanza Conrad sceglieva alcune erbe in una vasta radura, posandole delicatamente nel suo sacco. Ogni volta che Chek cacciava, il suo padrone non era mai presente: preferiva non vedere nulla, e si trovava qualche occupazione temporanea.
La freccia partì, la mano forte e decisa che teneva l’arco aveva avuto tutto il tempo per prendere la mira, e la punta di ferro si conficcò nella spalla di Chek. Il lupo urlò.
Conrad sentì quel grido come un lampo nella sua mente e si prese con le mani la testa: capì subito cosa era successo, si alzò e osservò l’orizzonte teso e attento, gli occhi puntati là dove la sua metà era stata colpita.
All’orizzonte stava Chek, dolorante e con una freccia infilata nel suo bel mantello.
La mano che teneva l’arco non aveva perso tempo e stava già incoccando una nuova freccia.
Chek, preso alla sprovvista, capì di essere stato stupido, e di aver abbassato la guardia come uno sciocco cucciolo. Osservò il punto da cui era partita la freccia e vide l’uomo praticamente subito: i contorni della sagoma che non poteva vedere venivano completati dal suo odorato.
Si lanciò nella corsa, a testa bassa saltando massi e cunette che intralciavano l’andatura. La seconda freccia partì, rapida e precisa come la prima, e si infilò subito sotto quella precedente, all’intaccatura del garrese.
Ma Chek nemmeno la sentì. Era tale e tanta la rabbia in corpo che ne avrebbe sopportate altre quattro almeno.
A un paio di metri dal bersaglio vide la mano del cacciatore cercare l’impugnatura di qualcosa nella cinta. Ma poteva farci granchè. Sapeva che una lama nella mano di un combattente esperto era peggio che venti frecce, ma ormai era lanciato e non gli importava di nulla, solo della gola del cacciatore.
Era questione di rapidità: il primo che avrebbe colpito avrebbe ucciso l’altro. E chek aveva un secondo nome: velocità.
La mano del cacciatore non uscì nemmeno dalla cintura: la massa fulva lo investì, l’impeto e la forza di un cavallo da guerra. Fu catapultato all’indietro e cadde. Ma parte della sua gola rimase fra le fauci di Chek, che ora lo osservava immobile, con quei profondi occhi verdi.
A qualche miglio di distanza Conrad riprese a respirare.
Ma in quei giorni Chek era ancora un lupo inesperto, per quando potente e forte nella sua giovinezza. In questi due anni, invece, aveva imparato molto dal suo padrone, molto più di quello che un lupo impara in un’intera vita.
Abbandonato il cervo raggiunse in fretta Conrad, che non si voltò. Riprese a camminare a passo deciso e Chek con lui.
Liskam era davanti a loro, in fondo alla collina.
Entrò in paese, scuro in volto e silenzioso. Nei suoi occhi brillava la forza e la determinazione degli orchi, e dovette reprimere il desiderio di prendere a botte e disintegrare quegli zotici villici che lo stavano accogliendo al suo ingresso in paese.
Accogliendo, poi, era una parola grossa; diciamo che lo stavano aspettando sulla soglia delle loro patetiche casupole sorridendo alla vista del grosso cinghiale che si stava trascinando dietro.
Arrivò in piazza e depose il corpo su un mucchio di assi, proprio a fianco della fontana. Chek, intanto gli stava a pochi metri e si accucciò seduto osservando le facce della gente intorno.
“Ecco qui” disse Conrad. “La promessa è stata mantenuta, ora mantenete la vostra”.
“Aspetta un attimo, druido”.
Conrad si voltò alla sua sinistra, sapeva di chi era quella voce. Davanti a lui vide uscire dalla folla che si era radunata in piazza un uomo di media statura.
Era Mistier, il capo del villaggio. Valente guerriero, e crudele nel suo farsi rispettare in paese, era l’unico a cui Condar avrebbe lasciato l’opportunità di ribattere. Nonostante fosse un uomo spregevole, il druido sapeva che i capi villaggio erano persone carismatiche, alle quali era meglio lasciare la parola. A un loro cenno tutto il paese lo avrebbe seguito, in vita o in morte.
E dunque non si adirò e nemmeno si stupì quando Mistier prese ancora parola, e lisciandosi la pelata disse: “Come facciamo sapere che quella bestia è quella che stavamo cercando?”
Conrad spostò gli occhi dal capo villaggio ed osservò ancora il maiale selvatico.
Dopo qualche istante incrociò nuovamente gli occhi dell’uomo e rispose: “Quanti cinghiali di due metri hai mai visto da queste parti, uomo? Quanti cinghiali oltre a questo sono in grado di distruggere un raccolto nel giro di una notte? È quello che cercavi”.
L’uomo non rispose e osservò la bestia. Poi ancora il druido. Non era convinto.
“Con la morte di questo animale hai avuto la tua....giustizia, Mistier. Ora torna al tuo lavoro e non abusare della mia pazienza”. Conrad stava perdendo le staffe davanti a tanta cocciutaggine, e aveva fretta di recarsi al consiglio dei druidi; aveva perso fin troppo tempo con questa gente.
“E va bene, orco” disse Mistier.
Conrad notò il tono con cui disse la parola “orco”. Ma sapeva bene che era per provocarlo, e d’altra parte essere mezzo orco era la sua natura e di questa andava fiero. Dunque si fece scivolare addosso la provocazione e ascoltò ancora l’uomo.
“Smetteremo di cacciare i cinghiali, ma ascolta le mie parole: se fra qualche tempo troveremo ancora il nostro raccolto rovinato, torneremo ad imbracciare gli archi. E non ci saranno Druidi sui nostri passi: avremo la nostra giustizia, che la natura lo voglia oppure no”.
Chek ringhiò di disappunto, ma Conrad con la coda dell’occhio lo zittì. In questo momento non aveva senso discutere con quell’uomo, tanto più che era sicuro che il cadavere di quella bestia era la soluzione giusta ai problemi del villaggio. Non avrebbero più avuto problemi con i cinghiali per qualche tempo. Sarebbe andato al consiglio e sarebbe tornato prima che qualche altra bestia potesse dar “disturbo” al paese. E avrebbe potuto gestire la situazione con più calma.
“Terrò a mente le tue parole, Mistier. Ma ascolta le mie” disse infine Conrad. “Fra poche lune sarò di ritorno, e da quel che accadrà al consiglio dipenderà la sorte di te e del tuo villaggio. E non solo. Cerca nel frattempo di non abusare della natura, o essa si ritorcerà su di te, e non ci sarà volontà di uomo, né arco che tenga”.
Mistier fu visibilmente colpito dalla frase che il druido gli aveva riversato contro utilizzando le sue stesse parole. E non disse più nulla.
Conrad di fece strada fra la folla, riempì il suo otre di acqua alla fontana e si diresse verso la strada che conduceva fuori dal villaggio, e da lì alla foresta.
Pochi metri dopo si fermò, nel naso ancora l’odore di morte del cinghiale, nelle orecchie la fastidiosa voce del capo villaggio. Doveva reprimere la rabbia, ma una frase uscì lo stesso dalla sua bocca: “Voi uomini non rispettate nulla di quello che avete attorno: sfasciate, tagliate, recidete senza pietà. Non piantate alberi al posto di quelli che abbattete. Uccidete per puro spirito competitivo e ferite a morte col vostro ferro ogni essere di questa foresta. Ma questa era deve finire, questo spirito immondo deve lasciare i vostri cuori e il vostro braccio deve posare la spada”.
Ora tutti lo guardavano. Un silenzio regnava nella piazza, solo la voce del druido riempiva l’aria. Conrad alzò il tono di voce: ”questo tempo è finito. E con essa la pazienza di questi boschi!”.
Alle sua parole una intensa brezza fredda frustò i volti delle persone in paese, e gli alberi furono scossi dallo stesso vento. Alcune foglie caddero, alcuni rami secchi furono portati via. La sabbia della piazza si alzò in piccoli vortici.
“Vi ho avvertito uomini. Tornate alla natura e vivete in essa. O essa verrà in voi, riversando anni di soprusi e oppressioni sulle vostre stupide case. Voi non sapete. Voi non conoscete cosa vuol dire rabbia".
Detto questo riprese il cammino puntando alla collina. In cima ad essa, seduto e fedele, lo aspettava Chek.
Qualche utile riepilogo...
Author: Jager_Master / Etichette: Comunicazioni di servizioQuesto è un post di riepilogo che d'accordo con Alan e Bovaz mettiamo per definire gli abbinamenti "ufficiali" dei racconti per quanto riguarda i prossimi capitoli.
Allora:
- Jager_Master continua Conrad cap. 3
- Poet continua con Bovaz la saga di Esper; in particolare: Poet Esper cap. 2, mentre Bovaz Esper cap.3
- Alan prosegue Uno con il cap. 2
Rimangono vacanti, per ora:
- Untitled di Roberta
- Il decimo girone di Alan
Nuove comunicazioni nei commenti che seguono. Ricordiamo che le continuazioni ufficiali ed eventuali comunicazioni sui racconti è bene che vengano inseriti nei commenti dei relativi post. Es. se voglio continuare il racconto A, vado sull'ultimo capitolo del racconto A e scrivo nei commenti che mi prendo "la firma" del prossimo post.
Nell'attesa di piazzare i racconti rimasti, la "redazione"di blogorroici augura a tutti buon lavoro!
salve a tutti! + untitled chapter I-II
Author: Anonimo / Etichette: Untitleduntitled chapter I
Solitudine. Il primo concetto che le sorse in mente, come fuori era sorto l'odioso riflettore che la tormentava, incastonato in quel cielo che sapeva di cotone e alcol. Sesso. Il secondo. perchè tutto ciò che la sera precedente non aveva concesso alla bottiglia l'aveva concesso all'edonismo più vigoroso, e soprattutto perchè non riusciva a staccare gli occhi dall'incavo di fianco a lei, ancora tiepido, ancora lordo di una notte che solo la bottiglia le avrebbe fatto dimenticare...almeno per quelle ore che precedevano un nuovo sorgere, un nuovo incavo, una nuova bottiglia.
Si alzò svogliata, raccolse i soldi dal tavolino, accese la fiamma sotto la caffettiera, pensò ad altro, si dimenticò del caffè e rivolse il suo sguardo all'orologio: ore 14:44 di un tedioso primo pomeriggio estivo. Ora di mettere in stand-by il cervello (per quanto potesse essere vigile), ora di spegnere il ronzio mentale, ora di spegnere il caffè, di berlo senza uno scopo e infatti di addormentarsi dopo quel tempo indeterminato che serve ad inoltrarsi nella propria mente assonnata e mezza avvelenata. Sognò. Sognò fino alle 6 di pomeriggio cose strabilianti. Sognò e si dimenticò di averlo fatto nel momento in cui aprì gli occhi. E li aprì per un motivo: qualcuno aveva bussato, e il rumore di legno sfibrato e vetro aveva invaso la piccola stanza polverosa che fungeva da entrata nella sua tana selvatica. Sì. Qualcuno aveva bussato, ne era quasi certa. Ma quel quasi la metteva nel pieno diritto di non andare ad aprire. In fondo, chi sarebbe potuto essere? Un cliente, un cliente, un cliente, o al massimo un cliente. Lei non era in casa. Non era in casa senon per Amore o Morte. Avrebbe aperto solo a loro, non era persona che si adattava ai compromessi. E sulla falsa riga di quesi pensieri, fissando la sua immagine riflessa negli occhi del suo micio anoressico, sognò. Sognò per pochi minuti cose strabilianti. Sognò, e si dimenticò di averlo fatto nel momento in cui una nuova scarica di colpi rischiò di demolire la debole entrata. ''Avanti...'' una nuova notte si prosettava davanti a lei, spoglia e intrisa di piaceri sporchi.
untitled chapter II
Esitazione. Cosa la tratteneva? Cosa la inchiodava inerte a quei panni impolverati? Cosa la legava così profondamente a quelle abitudini? Bisogno di soldi...si...ma per comprare cosa? Del nuovo progesterone? Una nuova bottiglia? Uno psicologo di medio ottimismo potrebbe considerare le domande che durante quegli attimi dilatati lei si poneva un miglioramento. Ma volendo essere professionale fino in fondo penserebbe tutt'altro. E, per ironia della sorte, ne troverebbe la risposta, inconsciamente. A lei piaceva farsi del male.
La porta si aprì con un botto e irruppe la nota figura smilza e acciaccata del giovane senza nome e senza patria. Con lui entrarono almeno 4 giorni di bassa manovalanza e alcol. ''buh'' . fu il suono di uno strumento accordato male. il saluto di lei sfumò nell'aria spessa. Silenzio. Entrambi sapevano cosa voleva l'altro, e nessuno dei due era disposto a cederlo senza un guadagno. non serviva fiato, per ora.
Musica. Debussy. Il vecchio giradischi ogni tanto cigolava, dando un tocco piacevolmente surreale a quella sera indaco.
Conoscendo il giovane senza nome e senza patria, sapeva che avrebbe finito presto, e aveva preparato ogni cosa per l'addio.
La notte prima uno dei suoi volatili era morto. Era un passerotto di nome James, ed era molto giovane. Ma si sa...la delicatezza è tanto apprezzabile esteticamente quanto mortale, fuori dalla gabbia. Questo pensava mentre teneva in mano il piccolo cadavere e lo trasportava in giardino. La fossa era già pronta. Sepellito James pose nella terra un seme scelto a caso tra quelli di cui disponeva, e si allontanò dal piccolo giardino colorato.
Richiesta...
Author: Anonimo / Etichette: Comunicazioni di servizioApro questo post per sapere la vostra opinione in merito all'inserire un membro che nessuno tra di voi conosce. Scrive in modo promettente.
Se desiderate avere un'esempio, click sul link qui sotto e leggete Untiteled Chapter I...
http://r362.spaces.live.com/
Al momento la sua domanda di ingresso e' sospesa fino a decisione presa
Il Decimo Girone: 0.0 - Deus ex machina
Author: alan / Etichette: Il Decimo Girone (Subliminal)0.0: Deus Ex Machina
Prese coscienza del proprio respiro quando ancora un caleidoscopio di volti ghignanti e figure deformi danzava dietro alle sue palpebre. Aprì gli occhi lentamente, per abituarsi alla luce lunare che illuminava il suo volto. Si scoprì sdraiato supino, con gli arti allargati. Lentamente si mise in ginocchio, per poi alzarsi in piedi. Levò davanti a sè le mani, rigirandole alcune volte mentre le osservava in controluce. Si soffermò poi sul tatuaggio che risaltava sul palmo sinistro. Inspirò lentamente e spaziò intorno a se con lo sguardo: nulla interrompeva l'orizzonte perfettamente piatto. Espirò e si mise in cammino, i primi passi incerti, poi più fluido. Non essendosi voltato indietro, non notò il cerchio ed il quadrato tracciati nella sabbia, attorno al punto in cui giaceva sdraiato. La pupilla della luna si spostò con lui, illuminandolo con un cono di chiarore quasi etereo.
Nella Bara di Vetro, un uomo giaceva immobile, le gambe bloccate da cinghie, il torso costretto da una camicia di forza, la testa completamente avvolta da bende e garze. La teca si trovava al centro di una stanza perfettamente cubica, di circa sei metri di spigolo. Un ambiente asettico, bianco ed illuminato da luci al neon. La Bara di Vetro era tenuta sospesa a circa un metro e mezzo da terra tramite quattro cavi trasparenti fissati al soffitto. Dalle bende sul cranio dell'uomo serpeggiava un fascio di sottili cavi bianchi, che attraversavano la parete di vetro della teca per poi scomparire nel pavimento. Improvvisamente l'uomo cominciò a tremare e dimenarsi, vincolato dalla camicia di forza, e ad emettere grida sommesse e disarticolate attraverso il bavaglio. Attorno alla teca, sei uomini in camice bianco, occhiali e maschere di sicurezza, presero appunti sui loro bloc-notes.
Altrove, un vecchio uomo sedeva assopito su di un elaborato scranno dall'alto schienale intarsiato. Indossava una pesante tonaca nera con un cappuccio calato ad adombrare il volto anziano. Il trono era al centro di una stanza circolare, con tre nicchie incavate nella parete, vicine fra loro. La parete ininterrotta, ad uno sguardo attento, si rivelava costellata di piccoli sporgenze circolari. Nella nicchia di sinistra, su un monitor iniziò a lampeggiare una parola. La pelle avvizzita del viso si contrasse, le labbra si tesero per mostrare una dentatura sorprendentemente regolare. Gli occhi si aprirono, rivelando il bianco delle cataratte. Il vecchio si sollevò al di sopra del trono, rimanendo a pochi centimetri da terra, e fluttuò fino alla nicchia centrale, dove sullo schermo di un computer campeggiava la scritta "Morph:___". Battè sulla tastiera i caratteri "Jorge da Burgos", e alla successiva richiesta "Key___" reagì digitando la parola che lampeggiava sullo schermo nell'altra nicchia. Nella nicchia a destra una parete sembrò svanire, e subito un vento freddo invase la stanza, portando con sè piccoli vortici nevosi. Jorge fluttuò fuori, senza lasciare tracce.
"Il tempo è giunto, i tasselli convergono, il meccanismo è attivato" disse una voce grave al centro di Nessun Luogo. "E' tempo di recarsi al Phlegeton". "..E W?" domandò una seconda voce, distorta. "Attenderà. Dobbiamo agire in fretta, ora che i Nove sembrano inattivi"
Un sottile raggio di luna filtrava tra le assi sconnesse e dissestate, da troppo inchiodate alla finestra, tanto che la muffa oramai le aggrediva, divorandole, come un mostro famelico. L’uomo si rigirò su un fianco, tirando verso di sé quanta più coperta poteva.
Addormentato, respirava profondamente e il fiato caldo mutava in uno spettro nebbiforme per il freddo della stanza.
Di fianco a lui giaceva una donna, una meretrice, che per pochi crediti aveva sanato, quella notte, la mancanza di calore e gli aveva svuotato la mente.
In lontananza, una sirena ululò due volte, poi, come a farle eco, l’orologio digitale al polso di Sergej trillò, illuminandosi di verde.
Un respiro profondo.
Sergej era sveglio.
Aprì gli occhi, luminose gemme azzurro ghiaccio, screziati di verde ai bordi e osservò la stanza.
“E’ il momento” pensò.
Scese dal letto, facendo attenzione a non svegliare la prostituta; non che gli importasse essere gentile, ma voleva evitare di parlarle prima di andarsene. La freccia argentea che penetrava dalla finestra illuminò il suo corpo, facendolo apparire come marmo lavorato.
Cercò con lo sguardo i suoi vestiti, che la notte prima aveva lanciato dove capitava, aggredito da un impeto di passione.
Trovò i pantaloni sotto il letto, vicino agli anfibi, la giacca era in un angolo, annegata in una pozza di umidità, da essa baluginava un guizzo metallico, riflesso dallo specchio accanto alla porta. Il simbolo di una ruota dentata, con una goccia al centro. Il simbolo di un mondo, un ideale, per cui combattere, per cui morire.
Agganciò la fibbia della fondina sotto la spalla, controllando la sicura della semiautomatica custodita all’interno.
Ancora una volta la sirena ululò in lontananza. Tre squilli.
“Stai diventando lento, Sergej…una volta saresti corso fuori al primo avviso” sussurrò con tono caldo e suadente una voce.
Alina. Dolce piccola venditrice d’amore. Per quanto si provi ad andarsene senza svegliarla, lei se ne accorge sempre.
“Quante volte, Sergej?” domandò “Quante volte ancora potremo rivederci? E quando?”
Sergej era davanti allo specchio, immobile, a contemplare l’uniforme appena indossata. Sollevò il berretto e lo calcò sulla testa, cercando di assumere un portamento dignitoso, come si addice a un membro dell’esercito.
Poi, cercando le parole adatte tra mille, parlò.
“La domanda non e’ quando, Alina. La domanda e’: se”
Poco dopo, con passo pesante, si stava già dirigendo fuori. I termometri digitali incastonati nei dirigibili segnavano -15 C. Sputò per terra, e non fu sorpreso nel vedere che la saliva si congelava appena toccava terra.
Dentro la giacca, la fondina ballava, insieme al suo letale carico, quasi a incitarlo, quasi a pregarlo di usarla. E evitare di ascoltarla si faceva sempre più difficile…
Un rombo alle sue spalle lo risvegliò dalla trance, richiamandolo alla realtà.
Dimitri, in piedi, sul cassone del camion corazzato, gli sorrise e gli tese la mano.
“E’ ora, caporale” disse “C’e’ una guerra da combattere”
Tanto per chiarire
Author: Jager_Master / Etichette: Comunicazioni di servizioDando il benvenuto agli ultimi due arrivati, e aspettando gli ultimi ritardatari, chiedo di formalizzare un pò il funzionamento del blog.
Ora sono stati inseriti 2 nuovi racconti, ovviamente da continuare.
Per evitare casini, incomprensioni e doppioni vediamo di fare una cosa: quando un autore vuole continuare a scrivere un racconto inserisca "titolo - capitolo N° - etichette in fondo" al momento del post, e (cosa più importante) comunichi agli altri che sta lavorando alla continuazione.
Soprattutto per avere quattro versioni di "conrad - capitolo 4".
Grazie
Arrivo anche io
Author: Apo / Etichette: Comunicazioni di servizioEccomi...entro anche io a far parte di questo gruppo di idioti scrittori...
Per mettere a disposizione di tutti i miei errori di battitura e la mia mania per i puntini di sospensione...che un giorno conquisteranno il mondo...ho solo più una cosa da dire per ora...
Seitan...seitan...seitan....
...........
.....
...
Capitolo....uno...
Si svegliò di soprassalto issandosi a sedere. Si guardò attorno ma il buio copriva in modo totale ogni cosa attorno al suo naso e non riuscì a vedere nulla di nulla.
Sentì freddo ai piedi, anche perché erano scoperti. Eppure la finestra era chiusa e l’aria nella stanza tiepida. Si sentiva geloni in ogni punto del corpo ed era tutto sudato.
Si alzò dal letto e si passò la mano sulla fronte madida di sudore. Ci mancava la febbre.
Tastando la fronte con il palmo della mano sentì calore, ma non così tanto da indurre a pensare a febbre e influenza. Probabilmente era dovuto al sonno cattivo.
Restò qualche istante seduto sul letto, coi piedi a terra, ripensando all’incubo che lo aveva svegliato qualche istante prima. Sentiva una voce che urlava: “solo, solo! Aiuto” Era sicuro che quella voce era la sua. Ma non riusciva a vedersi e nel sogno non poteva voltarsi, mentre correva a perdifiato per una strada vuota. Correva e stava fermo nello stesso tempo. Come in tutti gli incubi: scappi veloce come il vento, più che puoi, ma non ti muovi più di tanto da dove sei.
E poi si era svegliato.
Passò la mano alla sua sinistra cercando l’interruttore. Lo trovò provò il clic più e più volte. Nessuna luce si diffuse nella stanza. Maledette lampade e basso consumo.
Si alzò nel buio completo e fece qualche passo attraversando in obliquo la stanza, evitando accuratamente il tavolo invisibile al centro della stessa. Tanto conosceva quella stanza (come del resto tutta la casa) a memoria, angolo per angolo: dopo 20 anni vissuti sempre lì...alla fine aveva imparato a muoversi a menadito, anche al buio.
In effetti non era la prima volta che la corrente saltava. Un paio di volte all’anno, a causa di sbalzi, si ritrovava al buio anche per tutta la giornata.
Con passo sicuro arrivò ad una credenza dall’altra parte della camera, aprì lo sportello centrale e frugò a fondo nei due ripiani all’interno.
Trovò quello che cercava, poi si voltò, rifece il percorso al contrario passando il tavolo, questa volta da sinistra, e si diresse ai piedi del letto.
Aprì la cassapanca e ne tirò fuori un paio di coperte depositandole a terra. Si inginocchiò e tastò il fondo. Urtò un pacchetto di candele che rotolarono, spargendosi nella cassapanca. Imprecò e ne prese una.
Poi con i fiammiferi presi dalla credenza l’accese. Dopo qualche secondo di incertezza la luce divampò qualche metro attorno a lui.
Rimase un istante a contemplare la stanza. Poi rimise le candele in ordine come erano prima, accatastò le coperte nella cassapanca e chiuse con la chiavetta.
Si alzò e andò alla finestra per controllare che fosse chiusa. Lo era.
Poi andò al comodino, posò delicatamente la candela e aprì il cassetto.
Estrasse il vecchio cipollone e ne osservò le lancette. Segnava le 04:42.
Si lisciò la vecchia barba bianca, e rimase un momento a riflettere. Sapeva di doversi calmare un secondo prima di rimettersi a dormire. Non poteva addormentarsi, agitato com’era dopo quell’incubo.
Ci ripensò: era incredibile come una cosa indefinita, una paura informe, potesse tormentare tanto il sonno da farti sudare come un boscaiolo. In fondo non sapeva nemmeno da cosa scappava, perché, dove....eppure alla sua mente tanto bastava. Misteri dei sogni e dell’inconscio, si disse.
Rifletté sulla giornata che lo aspettava.
Fra meno di due ore si sarebbe alzato come tutte le mattine, avrebbe acceso il suo vecchio Suzuki e sarebbe sceso in città a prendere il giornale, il pane e un’accetta nuova.
Rimise i piedi al caldo sotto le coperte, e fece per rimettersi a dormire: a questo punto il cuore si era calmato e poteva provare a riaddormentarsi.
Prese il cipollone, aprì il cassetto, e si fermò.
Tenendo l’orologio in mano osservò ancora le lancette: 04:42.
Merda, si è fermato. Girò la rotellina più e più volte, ma le lancette rimasero immobili, impassibili.
Lasciò cadere con uno sbuffo l’orologio nel cassetto e si alzò di scatto.
Si mise la vestaglia e andò verso la finestra.
Spalancò la persiana, e la valle davanti a se si aprì in un’alba tenue e rossastra. Il cielo era un misto di rosso e grigio e l’aria della prima fredda primavera inondò la sua faccia.
Chiuse la finestra lasciando le persiane aperte.
Andò alla porta e aprì il vecchio catenaccio.
Uscì stringendo a se la vestaglia sbuffando aria fredda dalla bocca. Andò verso il garage, le vecchie scarpe facevano rumore sotto i piedi spaccando le piccole lastre di ghiaccio che si erano formate nella notte.
Dal 1972 non si vedeva una primavera così fredda e tardiva: era il 20 marzo e ancora da giorni, durante la notte, la temperatura finiva sottozero.
Aprì in modo deciso la porta del garage, e poi la portiera del suo Suzuki.
Girò il quadrante inserendo la chiave: l’orologio del display mostrava le 04:43. Tenendo conto che un minimo di disparità poteva esserci, i due orologi si erano bloccati pressoché nello stesso momento.
Richiuse lo sportello e tornò in casa, cercando di capire come poteva risalire all’ora esatta. Ma alla fine si convinse che in fondo non era così importante. Si vestì velocemente e ritornò fuori.
Chiuse dietro di se la porta di casa, e con le chiavi del Suzuki in mano andò al garage.
Sulle spalle portò lo zaino in pelle che usava per le escursioni e dentro di esso portafoglio e poco altro.
Accese il motore portando fuori il furgoncino.
Scese a chiudere il garage e tornò nell’abitacolo. Mentre aspettava che il motore prendesse calore, rimase a riflettere sulla storia dell’orologio. Di fronte a se la strada che portava al paese, il cielo ormai aperto nell’azzurro della prima mattina.
A occhio e croce, valutò, dovevano essere le 6 di mattina. Forse anche le 6 e mezza.
Inserì deciso la marcia e scese lentamente dalla collina, lasciando la baita dietro di se.
Se avesse saputo che non ci sarebbe più tornato si sarebbe soffermato ancora un pò ad osservarla. Ma il vecchio Carlo non lo sapeva, e ignaro scese lungo la sterrata fischiettando un motivetto stupido.
Arrivò, dopo una buona mezz’ora, sulla statale che portava a Bressanone. Mise la freccia e si buttò in carreggiate dirigendosi dalla parte opposta rispetto al capoluogo.
Chiusa era un paese a un paio di chilometri e già pregustava il cornetto caldo, sfogliando il giornale. Il bar di Dino era speciale, e lui raramente rimaneva in baita per un paio di giorni senza scendere al bar. Colazione e qualche parola con i clienti (ormai li conosceva praticamente tutti) era una cosa che lo metteva sempre di buonumore. Era un vecchio solitario, ma amava confrontarsi con la gente, sentire le novità, e naturalmente mangiare i meravigliosi cornetti di Dino.
Continuava a chiamarli cornetti, perché quel maledetto nome francese non gli entrava in testa, e nemmeno gli piaceva.
Passò circa un chilometro senza che nessuna macchina lo incrociasse dalla parte opposta o lo superasse. Sembrava che la gente non si fosse ancora svegliata. Era forse domenica? Ci pensò non più di mezzo secondo: era giovedì. Ne era sicuro.
Arrivò al Bar di Dino in pochi minuti e scese. Un paio di macchine erano parcheggiate davanti all’entrata. Una moto Enduro, invece, era appoggiata direttamente al muro del bar.
Si diresse alla porta d’entrata, ma dopo qualche passo si fermò: rimase almeno un minuto fermo, realizzando ciò che fino a quel momento non aveva notato.
Intorno a lui c’era solo silenzio, neanche una voce, neanche il rumore di una macchina o di un trattore. Non un macchinario che ronzava, non un bambino che schiamazzava, non una donna che rideva.
A passo lento arrivò alla porta del locale: attraverso il vetro vide chiaramente che nessuno stava seduto ai tavoli. Eppure fuori le macchine erano parcheggiate.
Entrò facendo suonare la campanella sulla porta e richiudendola deciso le fece fare lo stesso rumore.
“C’è nessuno?” chiamò.
Non una voce rispose.
Passò lo sguardo sopra ogni tavolo e sul bancone. Tazza sparse, qualcuna usata, altre no. La “gazzetta dello sport” era aperta sul bancone principale, e qualche foglio della stessa era sparso per terra. A parte qualche oggetto sparso (segno che qualcuno era stato qui) il bar era pressoché in ordine, e la macchinetta mangiasoldi era in funzione con i neon e i tasti luccicanti che brillavano.
Il riscaldamento era in funzione, e la radio accesa a basso volume.
La teca con i cornetti era ancora vuota, segno che i cornetti non erano ancora pronti, pensò.
Mosse qualche passo nel locale e a voce ancora più forte chiamò: “Dinoooo!”
Niente.
“Ma dove cazzo siete andanti tutti?”
Uscì più arrabbiato che mai, dirigendosi verso il retro del locale. Nel cortile vide scatoloni dei fornitori e il furgone di Dino. Se era ancora parcheggiato lì, vuol dire che il proprietario era ancora nei dintorni.
Chiamò ancora Dino urlando nel parcheggio, ma per la terza volta nessuno rispose.
Si diresse verso la strada, ma nessuna macchina passò.
Cominciò a battergli il cuore sempre più forte e la salivazione salì alle stelle. Corse verso la casa a fianco del bar.
Bussò forte alla porta, immaginandosi la faccia del padrone di casa che si sarebbe visto un vecchio pazzo con la barba bianca urlargli scemenze in faccia alle 6 del mattino.
Mentalmente si preparò le scuse e la domanda da fare: “sa dirmi dove sono andati tutti? Al bar non c’è nessuno.”
Ma nessuno aprì e nemmeno nella casa a fianco.
Attraversò rapidissimo il cortile per provare con la casa di fronte. Bussò alla porta e questa si aprì: era semplicemente accostata.
Non si mosse di molto, per non essere invadente, ma avanzò di qualche metro, giusto per arrivare nell’atrio. Non vedeva ne sentiva nessuno.
“salve....scusi....volevo un’infomazione....” chiese, nella speranza che qualcuno rispondesse con un “arrivo” o anche con “e lei chi è?”.
Ma nessuno, ancora una volta, rispose.
Uscì, non volendo salire di piano nella casa, si sarebbe sentito estremamente a disagio: se ci fosse stato qualcuno a dormire? Cosa gli avrebbe detto? “Scusate ho trovato aperto e sono entrato?”
Una volta fuori nel parcheggio ruotò di 360° su se stesso, e chiamò a gran voce “c’è nessunooo?”
Ma l’unica cosa che sentì era vento, e aria fresca. Nessuna macchina in lontananza, nessun segno di vita.
Andò verso il suzuki, e si fermò appoggiato al cofano.
Rimase lì, immobile, sconvolto da tanta chiara certezza. Da tanta crudele e spaventosa realtà.
Lo sguardo d’insieme che lanciò attorno a se disegnò nella sua mente la triste e incredibile situazione.
Non poteva credere di essersi trovato in questa condizione, non sapeva che fare, dove andare, chi cercare.
Restò qualche minuto a vagare con la mente in ogni posto e in nessun luogo. Infine si mise a piangere. Perché c’era poco da capire.
Era solo.